A quell'epoca dal Cantone Ticino pullulavano gli opuscoli e i libelli

politici. L'emigrazione italiana esalava i suoi fremiti e i suoi

anatemi impotenti sotto ogni forma di scritto. La poesia e il

verbiloquio ampolloso abbondarono sempre in Italia, anche nei più

gravi momenti, quando la serietà del pensiero e dell'azione

avrebbero tanto giovato. La politica che può tradursi in strofe

rimate è ordinariamente una futile e nefasta politica. A

quell'epoca, anche il nostro attore pubblicò delle brevi satire in

prosa. Mi sovvengo che un suo opuscoletto indirizzato al marchese

d'Azeglio levò qualche rumore. Naturalmente, i repubblicani

insediati nel Cantone Ticino scaricavano sul Piemonte, sul Re Carlo

Alberto e i suoi ministri, la reponsabilità di tutti i disastri

accaduti. Dall'altra parte, i monarchici rimbalzavano le accuse e le

invettive. È quello che accade nelle disfatte.

Dell'opuscolo qui sopra accennato e di altri scritti del Modena troppo

magnificati dagli uomini di partito, dirò solo che piacevano

soprattutto per una certa spigliatezza di forma, assai rara a' quei

tempi fra i polemisti. Il Modena scriveva alla buona, con un gergo

tutto suo proprio, da lui forse appreso tra i così detti _figli

dell'arte_, coi quali avea tanto vissuto. Lo stile balzano dava

rilievo alle arguzie sarcastiche, temperava l'acredine delle

invettive. In sostanza, quegli scritti non erano che una parafrasi

brillante delle utopie e delle ire di un partito.

Si era detto anni sono che le opere letterarie e politiche del celebre

attore sarebbero uscite stampate in volumi per cura de' suoi amici.

Converrebbe averle sott'occhio, e studiarle oggi a mente riposata, per

giudicarle imparzialmente. Ma pare che la promessa edizione sia

rimasta in sospeso per mancanza di fondi, come avvenne del monumento

pel quale era aperta nel 1860 una soscrizione in un giornale

repubblicano di gran nome.

La miseranda spedizione di Val d'Intelvi, che ebbe per risultato

l'incendio di un grosso villaggio e il martirio di un povero oste,

diede l'ultimo crollo alle illusioni dei profughi battaglieri

aggruppati intorno al Mazzini.

Al cominciar dell'inverno i comitati si sciolsero. L'emigrazione,

guardata di mal occhio e osteggiata dagli orecchioni del Cantone

Italiano, si andò assottigliando. I caporioni del partito

repubblicano si dispersero, riparando, quali in Piemonte, quali in

Toscana, dove si preparavano nuove agitazioni.

Di là a pochi mesi, nella primavera del 1849, Gustavo Modena

questuava alla sera nei teatri di Firenze l'obolo per Venezia, e il

giorno con vibrata e mordace eloquenza predicava alla Camera dei

deputati l'insurrezione e la leva in massa. Strani tempi; quando il

Guerrazzi, dittatore, rappresentava nell'assemblea toscana il partito

della moderazione, e doveva, come più tardi il Cavour, portare la

taccia di _codino_.

Mi sovvengo che avendo il Modena un giorno, con certe sue proposte

audacissime di generale armamento, sollevato la Camera a rumore, il

Guerrazzi con un gesto di ironica compassione proferì le parole:

«LASCIAMOLO RECITARE!» Sarcasmo irriverente e crudele, che non

giovò certo a rinforzare l'autorità dell'illustre letterato

livornese, già poco beneviso ai fiorentini e guardato con diffidenza

dagli uomini d'ogni partito.

Ma la dittatura Guerrazzi non durò molto. Il Granduca rientrò a

Firenze di là a pochi mesi; gli alberi di libertà vennero

atterrati, il popolo festeggiò con luminarie e con tridui il

ritorno del _babbo_; ed ai democratici italiani fu mestieri rifugiarsi

a Roma, dove il Mazzini, inalberata la bandiera repubblicana,

prometteva ricostruire l'Italia sulle basi dei principî più

liberali. Gustavo Modena partì dunque per Roma, e quivi pure il

suffragio del popolo gli assegnò uno scranno all'_Assemblea

Costituente_.

Quell'ultimo, non inglorioso periodo della rivoluzione italiana si

chiuse, come è noto, col trionfo delle armi francesi e colla

restaurazione del governo pontificio. I soldati del generale Oudinot

occuparono Roma, e un'altra volta i più strenui campioni della

democrazia dovettero disperdersi. Gustavo Modena, dopo aver preso

parte ai combattimenti di Porta San Pancrazio e di Villa Panfili; dopo

aver appoggiate colla sua enfatica eloquenza e sancite del suo voto le

leggi più liberali decretate dalla Assemblea repubblicana, ebbe per

grazia, dopo la infausta catastrofe, di poter riparare in Piemonte. Un

melanconico decennio, pieno di disinganni e di amarezze, cominciò

per lui. Per campare la vita gli convenne far ritorno al teatro. Le

sue finanze erano dissestate; le poche sue terre in provincia di

Treviso, saccheggiate dapprima e poi confiscate dagli Austriaci; gli

scarsi capitali, frutto de' suoi risparmi, esauriti durante la

rivoluzione. Minacciato dalla squallida miseria, egli riprese dunque

sotto auspici avversi e con animo ripugnante, la antica veste di

Roscio.

A Torino, dove gli uomini di parte repubblicana erano poco benevisi e

fors'anche osteggiati dalla aristocrazia predominante, mancarono alle

sue rappresentazioni gli entusiasmi della folla e i cospicui guadagni.

Abbandonato da' suoi valorosi allievi, circondato dal peggio dei

rifiuti altrui, la sua apparizione sulla scena produceva una mostruosa

antitesi di sublime e di grottesco. Quel gigante circondato di pigmei

lottava colle sua grandi forze per ottenere l'effetto, ma spesso gli

avveniva di dover soccombere.

Da Torino e da Genova, trascinandosi nelle piccole città, nelle

più umili borgate del Piemonte, gli accadde talvolta di non esser

compreso o di dover recitare alle panche. Lo si sapeva repubblicano, e

la fermezza delle sue convinzioni gli alienava le simpatie dei

moltissimi che professavano altri principî. In qualche teatro di

provincia il pubblico gli si mostrò apertamente ribelle. Erano

applauditi con puerile ostentazione i mediocrissimi attori che

recitavano con lui; si fingeva la più glaciale indifferenza pel suo

superbo talento. Così i volghi di allora punivano nell'artista la

fede incrollabile del cittadino e l'orgoglio di un grande carattere.

Non vi è tempra che resista all'urto incessante delle delusioni.

Gustavo Modena si lasciò vincere da una cupa misantropia. Associato

alle trame segrete dei mazziniani, compromesso in ogni cospirazione,

egli disperò forse in cuor suo di veder mai realizzarsi le

splendide utopie del partito. Visse lunghi mesi in ozio sdegnoso,

prostrato da un malessere morale che allarmava la moglie e gli amici.

Quando gli avveniva di ricalcare la scena, le entusiastiche ovazioni e

gli astiosi insuccessi non valevano a scuoterlo dalla profonda apatia.

Qualche cosa dell'artista era morto in lui; più volte, a metà di

una rappresentazione, egli smarriva la voce e la lena, nè gli era

dato, adunando tutte le forze della volontà, riprendere il dominio

di sè stesso. Così passarono pel Modena, relegato nei confini

delle provincie piemontesi, quasi esule in terra italiana, i dieci

anni che precorsero il grande rivolgimento nazionale del 1859.

La trionfale riscossa che allietò l'Italia dopo dieci anni di

avvilimento e di aspettazione angosciosa, non era tale da appagare i

voti di un uomo che vedeva nei successi della nazione la sconfitta del

proprio partito. Era ancora il Piemonte monarchico che prendeva

l'iniziativa, la croce bianca di Savoja era ancora il segnacolo della

unione italiana. Le vittorie di Magenta e di Solferino non potevano

cagionare ai repubblicani una gioia completa; essi assistevano alle

feste delle provincie redente col volto accigliato e colla amarezza

nel cuore. Noi che abbiamo gustato nella sua pienezza il tripudio di

quei giorni, quasi ci affliggiamo come di nostra sciagura al pensiero

che molti egregi patrioti pei quali la vita era stata fino allora un

martirio, non raccogliessero da quella nostra e dalla generale

soddisfazione che argomenti di rammarico.

Gustavo Modena tornò a Milano in sullo scorcio del 1859. Immutabile

ne' suoi principi, la mente piena di ubbie, diffidente, iroso, più

che mai taciturno, d'altro non parve preoccuparsi che di speculare sul

proprio talento, riprendendo con lena le rappresentazioni teatrali.

Ricomparve infatti nell'autunno sulle scene del teatro Re, e i Milanesi

lo rividero, dopo un'assenza di undici anni, sotto le sembianze di

_Cittadino di Gand_, in quel dramma politico, dalle tinte cupe, che'gli

aveva offerto il destro, ai tempi della dominazione austriaca, di

imprecare con tanto successo contro i tiranni. Strano a dirsi: il teatro

Re non era affollato a quella prima rappresentazione; la platea non era

stipata, i palchi a metà vuoti. Cionullameno, al presentarsi sulla

scena, l'illustre artista fu salutato da una commovente ovazione. Gli

applausi durarono dieci minuti; e da quegli occhi bruni, fosforescenti,

pieni di fascino, si videro sgorgare due lacrime. Una impressione ben

viva deve aver provato il Modena per quella manifestazione di simpatia;

furono per avventura le ultime lacrime di gioia da lui versate. Fatto

è che durante il primo atto del dramma, l'attore non potè mai

sottentrare all'uomo completamente, nè l'artifizio della finzione

vincere in lui il predominio di una commozione vera e profonda. A certi

punti degli atti successivi lampeggiarono i raggi dell'antico Nume, e

gli spettatori ne rimasero abbagliati. Ma chi ricordava il Modena

d'altri tempi, non poteva a meno di rammaricarsi nello scorgere il grave

deperimento de' suoi mezzi fisici. Qualche cosa di floscio si notava nel

suo portamento scenico; la sua voce, così potente altre volte nel

fulminare anatemi, non sempre rispondente all'impeto delle intenzioni,

si andava insensibilmente spegnendo di atto in atto, di scena in scena.

Questo accadde alla rappresentazione del _Cittadino di Gand_ ed alle

altre che succedettero, quando il Modena ricomparve al teatro Re sotto

le spoglie di _Luigi XI_, di _Giacomo I_ e di _Saulle_. I giovani che

lo vedevano per la prima volta, ammirando i lampi intermittenti del

suo genio, non gli perdonavano le esagerazioni e le debolezze. I suoi

vecchi ammiratori si accorgevano del deperimento, e disertavano dal

teatro profondamente costernati. Non vi è cosa che tanto affligga

come il decadimento di un artista di genio.

Naturalmente, la diserzione del pubblico venne dagli amici politici

del Modena attribuita ad una cospirazione di partito. Si disse che

l'aristocrazia Milanese, astenendosi dal teatro, intendesse protestare

contro i principi repubblicani professati dall'illustre attore. E

forse, il Modena stesso prestò fede alla diceria; tanto, che dopo

aver tentato con sorte non migliore le democratiche scene del Carcano,

da ultimo, con dispettosa modestia, scese a rappresentare il _Saulle_

in un oscuro teatruzzo in contrada di San Simone.

L'ultima rappresentazione del più grande attore tragico che

l'Italia ricordi, fu data a Milano in un teatro da marionette. Ora

quel teatro non esiste più, ed è morto l'insuperabile _Saulle_

che tuonò l'imprecazione agli ipocriti sacerdoti laddove per tanti

anni Arlecchino e Gerolamo avevano divertito le balie e i bambini coi

loro lazzi.

Al grande, eccentrico artista vivente serbava l'Italia quest'ultima

apoteosi. Di là a pochi mesi, giunse da Torino la notizia che il

Modena era morto; che la città gli avea celebrate splendide

esequie, che alcuni teatri eran rimasti chiusi in segno di lutto, che

tutte le illustrazioni della politica, della letteratura, dell'arte,

ecc., ecc., erano rappresentate al corteo funebre... Solita istoria!

Ignoriamo se qualche monumento di lui degno sia stato eretto a Gustavo

Modena. Abbiamo già detto, che all'annunzio della sua morte, una

soscrizione venne aperta a tal scopo da un giornale repubblicano. Si

ignora quale impiego abbia avuto il denaro raccolto. A' suoi allievi,

oggi ricchi e famosi; a coloro che tanto gli debbono, che tanto

riflettono della sua grande arte ogni volta che riproducono le parti

create da lui, spetterebbe il nobile cómpito di elevargli una

statua.

Per molti anni, nel caffè dell'antico teatro Re, abbiamo veduto,

presso il banco dove sedeva il buon Aniceto, appeso alla muraglia un

quadretto portante l'effige dell'italiano insigne. I vecchi attori si

fermavano talvolta a contemplare colle lacrime agli occhi quelle

simpatiche sembianze; e il buon Aniceto, agli ignari che gli

chiedevano qual fosse quell'uomo, ne tesseva con enfasi di ammirazione

l'elogio funebre.

Il vecchio teatro, il vecchio caffè non esistono più. Esiste

però in Italia un'arte drammatica, che è il riflesso immortale

del genio di Gustavo Modena.

Lecco, 1878.

GIUSEPPE ROTA

Tutti conobbero il Rota coreografo, ma fu dato a pochissimi

apprezzare la prodigiosa versatilità del suo ingegno e la sublime

ingenuità del suo carattere. Era un'individualità potentemente

organizzata--era il figlio delle lagune, il birrichino del Lido, che

a sette anni scherzava colle onde, saltava sui burchielli, sfidava i

barcaiuoli nella destrezza del remo e nella vivacità delle

arguzie.

Quel fanciullo era una favilla di fuoco sprigionata dall'Oceano. A

otto, a dieci anni, dopo avere nel corso della giornata tormentati e

rallegrati colle sue celie i pesciaiuoli della piazza, dopo aver

sdrucciolato come uno scoiattolo dagli alberi dei bastimenti, dopo

aver sprezzato da gran signore le vetrine delle Procurative, dopo le

estasi vespertine del lido: all'insaputa dei parenti egli compariva

sulle scene di un piccolo teatro a rappresentarvi la parte di paggio,

a sostenere lo strascico di un doge, a spargere di fiori il cammino di

una sultana. In quel paggio inavvertito batteva fino d'allora un cuore

di artista, un cuore che partecipava alle forti emozioni del palco

scenico, che presagiva in quelli degli altri i suoi futuri trionfi.

Vi è molta analogia fra il carattere del Rota e quello

dell'illustre cesellatore Benvenuto Cellini; due spiriti bollenti,

impetuosi, predestinati ad una carriera avventurosa di immensi

tripudî e di immensi dolori.

Rota era nato poeta come Benvenuto Cellini.--L'uno per caso divenne

coreografo, come l'altro cesellatore; ma le opere di entrambi non

cessano di essere poesia. Rota era anche un ingegno matematico--s'egli

si fosse applicato seriamente alla scienza dei calcoli, alla

geometria, alla meccanica, avrebbe fatto miracoli. Quali erano stati i

suoi studi? Alle scuole elementari aveva imparato, come gli altri, a

leggere, a scrivere, a far conti; poi, addio maestri! le assi del

palco scenico divennero la sua palestra. È ben vero che dopo i

primi successi delle sue composizioni coreografiche, vedendosi di un

tratto elevato in una sfera sociale, ove la coscienza della sua scarsa

coltura gli imponeva delle esitanze tormentose, avidamente egli si

diede allo studio, percorrendo quanti libri di letteratura o di

scienza gli venissero nelle mani. Sfiorando i volumi--egli indovinava

gli autori. Assorbiva la scienza prima di averla meditata; applicando

le teorie conquistate, egli rettificava i propri dubbi, consolidava il

proprio sapere.

Nel 1859, ci recammo insieme a Parigi. Egli era scritturato al teatro

dell'_Opera_ per produrvi la sua _Contessa di Egmont_, ed io lo aveva

seguito per collaborare a quello e ad altri programmi da ballo, come

anche per servirgli da interprete. A quell'epoca il Rota non conosceva

parola di francese.

Eravamo a Parigi da oltre una settimana, quando sì l'uno che

l'altro fummo chiamati dal conte di Morny per discutere di una

controversia insorta colla Direzione del teatro, a proposito del nuovo

ballo. L'amico, affatto ignaro, come dissi, di lingua francese, mi

lasciò parlare alcun tempo in sua vece, ma quando il conte di

Morny, arbitro della questione, ebbe proferito il suo giudizio, Rota,

senza darmi tempo di riprendere la parola, preso egli stesso a

difendere le proprie ragioni con tal impeto di facondia, che il Conte

ed altri personaggi presenti ne rimasero stupiti. Rota parlava una

lingua di sua invenzione, un'idioma inaudito, che non era italiano,

non era francese, ma tale da rendersi egualmente comprensibile a

quanti lo udivano. Tutt'altri che lui avrebbe suscitato l'ilarità

con quella strana forma di linguaggio--eppure non vi fu alcuno che si

permettesse di sorridere, e forse nessuno avvertì che quell'uomo

prodigioso improvvisava un nuovo vocabolario ed una nuova grammatica.

Da quel giorno, da quel momento, Rota non ebbe più bisogno di

interpreti; egli possedeva _la lingua_ cosmopolita. È probabile che

gli Apostoli, dopo il miracolo delle lingue di fuoco, parlassero di

quella guisa.

E fu allo stesso Conte, che poi divenne Duca di Morny, che il Rota

ebbe a presentare il piano di un suo telegrafo da guerra, ideato con

ingegno ammirabile e più tardi usufruttato e applicato da altri.

Napoleone III era partito per la guerra d'Italia--il Rota, per le

inattese difficoltà insorte al teatro dell'_Opera_, non poteva

mettere in scena il suo ballo.--Lo crederesti? mi diceva--io sono

oltremodo contento che il mio contratto col teatro dell'_Opera_ si

sciolga. Mentre tutta Italia è in fermento di rivoluzione, mentre

laggiù si combatte per l'indipendenza del nostro paese, mentre i

nostri amici, i nostri fratelli danno il loro sangue--non ti pare che

sarebbe vergogna se io mi trovassi là, sul palco scenico, a

dirigere un esercito di ballerine?

L'amico sentiva di possedere un ingegno superiore alla propria arte,

un cuore creato per dell'espansioni più nobili che non fossero

quelle della coreografia.

Una mattina, egli entrò nella mia camera cogli occhi

radianti.--Amico, mi disse: ho trovato il modo di prender parte alla

guerra, di concorrere alla riuscita delle armi alleate! Ho inventato

il telegrafo mobile per i campi di battaglia! Ho sentito più volte

alcuni intimi del Rota, troppo ottusi per comprenderlo, o troppo

invidiosi per rendergli giustizia, dargli taccia di visionario.

Nessuna mente più positiva della sua.--Io aveva piena fede nei suoi

calcoli--quand'egli diceva: ho trovato, per me non c'era più

dubbio--in fatto di scienza matematica, il suo ingegno era

infallibile. Mi spiegò il suo telegrafo mobile. Innanzi tutto si

trattava di trasformare il filo conduttore in una catenella

maneggevole, coperta d'una fodera od anche da una vernice isolante. Un

battaglione di soldati a cavallo, di ciò specialmente incaricati,

doveva improvvisare le sue linee telegrafiche sui vasti campi di

battaglia, in guisa da tenere in comunicazione i diversi corpi

d'armata seguendo i loro movimenti. La catenella telegrafica,

sostenuta dalle picche dei soldati od anche abbandonata al terreno,

poteva da un momento all'altro mutar direzione e diramarsi, secondo le

eventualità, a tutti i punti del campo. Il povero Rota indovinava

tutte le obiezioni che altri avrebbe potuto opporgli, aveva prevedute

tutte le difficoltà pratiche, aveva concretata la sua invenzione su

basi indiscutibili. L'idea era stata un lampo; i ritocchi, le

modificazioni, i perfezionamenti non gli presero ventiquattr'ore di

tempo. In due giorni tutto il lavoro era compíto. Egli aveva

disegnate le sue batterie, aveva vestiti i suoi dragoni, segnate sulla

carta tutte le evoluzioni strategiche. Era un grandioso ballabile

militare, pel quale, colla celerità del lampo, si potevano

diffondere in un vasto campo d'armata le parole o i pensieri del

condottiero supremo. Ci recammo dal Conte di Morny per presentargli

quel nuovo trovato. Il Conte, esaminando il disegno e i modelli,

ascoltava pacato e quasi indifferente le spiegazioni dell'enfatico

artista. Rota insisteva perchè il suo progetto fosse comunicato

all'Imperatore, che in allora trovavasi a Milano--egli avrebbe

desiderato che quella sua invenzione venisse tosto applicata a

benifizio delle armate italiane e francesi. Di tal modo egli si

compiaceva di pagare il suo tributo alla grande opera nazionale che si

andava compiendo. Ma il Conte, senza impugnare il talento della

invenzione, lasciò intravedere qualche dubbio sul risultato pratico

di essa, e ritenne i quaderni per istudiarli, diceva, con miglior

agio. Da quel giorno il Rota non seppe più nulla di quel suo

trovato. Se non che, conchiusa la pace di Villafranca e tornato

Napoleone a Parigi, dopo alcune settimane l'esperimento del telegrafo

mobile ebbe luogo solennemente al campo di Marte, e con pieno

successo. I procedimenti erano quei medesimi che il Rota aveva

indicati al Conte di Morny ed esattamente sviluppati ne' suoi disegni;

ma i fogli parigini attribuirono l'invenzione del telegrafo mobile ad

un ignoto meccanico francese; e il povero Rota non ebbe altra

rivendicazione fuor quella di una sterile protesta ch'egli fece

inserire in qualche giornale italiano.

Fu a Parigi, in quei cinque mesi di vita condivisa, in mezzo alle

agitazioni dell'arte e della politica, che io ebbi campo di ammirare i

molteplici talenti del Rota, come anche i suoi nobili slanci

patriottici. Era un italiano come pochi ve ne hanno. Con quel suo

temperamento vulcanico egli era moderato. Amava l'Italia come un

giovane di diciotto anni; ma era questa la sola passione colla quale

egli era in grado di ragionare e di discutere. I suoi giudizi sugli

uomini e sugli avvenimenti politici dell'epoca erano improntati da un

buon senso che faceva stupire. Dopo le controversie al teatro

dell'_Opera_, egli aveva perduto la protezione del ministro Fould e di

altri personaggi influentissimi che in sulle prime gli si erano

mostrati benevoli. Non restavagli che un solo amico, un solo

difensore, e questi era uno sfegatato legittimista, il Conte di

Monguyon, gran dilettante di teatri e amico intimo del Conte di Morny.

Noi ci recavamo ogni mattina a visitare quel benevolo personaggio nel

suo vecchio palazzo al sobborgo San Germano, e là si blatterava

lungamente di coreografia, di musica, di ballerine, ed anche, com'era

naturale, di politica e di guerra.

Il Conte, ispirandosi al _Monde_ e ad altri giornali ultramontani, non

cessava mai dal vaticinare disastri all'Italia ed a Napoleone. Questi,

a suo credere, non sarebbe più rientrato sul suolo francese. Il

Conte attendeva la prima sconfitta delle armi francesi e italiane

sulle pianure di Lombardia per poter esclamare: il secondo Impero è

finito!

Tutte le mattine, al nostro entrare nel salotto, il Conte aveva una

brutta notizia a comunicarci--i suoi bollettini rappresentavano sempre

l'antitesi di ciò che avevamo letto la sera innanzi nella _Patrie_

o nel _Siècle_. Ci voleva, da parte nostra, una longanimità

prodigiosa per subire tutte quelle sconfitte toccate all'Italia per

opera della fantasia ultramontana. Ma il Conte era pel momento l'unico

nostro mecenate, e metteva nel difendere la nostra causa artistica

altrettanto accanimento quanto nell'avversare la nostra causa

politica. Noi tacevamo, lasciavamo cadere i discorsi; procuravamo

dissimulare la mala impressione di quelle sue istorie crudeli, le

quali erano poi sempre smentite dai dispacci ufficiali.

Una mattina (e noi eravamo andati a fargli visita per sollecitare un

favore della massima importanza), il vecchio legittimista ci accolse

con volto radiante, e senza darci tempo di aprir bocca, ci sbuffò

in viso, con una boccata di fumo, una fiaba più che mai

inverosimile ed ingrata:--Il vostro Garibaldi è caduto prigioniero

degli Austriaci a poca distanza da Varese.

A tale annunzio, il Rota fa preso da uno di quegli impeti gagliardi

che caratterizzavano il di lui temperamento.

--Al diavolo la prudenza, e rompiamola una volta con questo imbecille!

Questo pensiero traluceva da' suoi occhi fiammanti. Al lampo dello

sguardo successe immediata la parola, e questa parola era una assoluta

e sdegnosa smentita.

--Non può avvenire che Garibaldi cada prigioniero! esclamò il

Rota--i dispacci hanno mentito; se qualcuno venisse ad attestarmi di

essersi trovato presente alla cattura di quel valoroso, io direi tosto

a questo qualcuno: voi siete un impostore!

Il vecchio legittimista si dondolava sulla seggiola. Egli non si

attendeva quel fulmine di insubordinazione.

Libro serio · 第 4 / 7 段