comici, avviliti dall'indifferenza del pubblico e dagli incessanti
dissesti economici. Lamentò la prevalenza soverchiante dell'opera
musicale, più atta a ramollire gli animi che non ad invigorirli.
Degli scrittori drammatici, scarsi a quell'epoca e indegnamente
rimunerati, deplorò le miserevoli condizioni. Quei lamenti
rivelavano una tacita protesta contro l'Austria e un nobile ma
sfiduciato intento di reagire, per quanto da lui si potesse, contro la
prepotenza corrompitrice della straniera signoria. Io pendeva estatico
dal suo labbro. Io sentiva che quella melanconica diceria sull'arte e
sulle condizioni del teatro drammatico non era che una parafrasi delle
sue aspirazioni politiche. Sotto la larva dell'artista insoddisfatto
si indovinava l'apostolo di Mazzini.
Avrei bramato che quel viaggio non avesse mai fine. Gustavo Modena,
esponendomi le deplorevoli condizioni dell'arte drammatica italiana,
mi aveva rivelato tutto il programma delle sue aspirazioni.
Approdando a Milano io dovetti separarmi da lui. Mi strinse
cordialmente la mano, e mi parve che una favilla della sua grande
anima si comunicasse alla mia. Il suo mesto saluto pareva dire:
«confidiamo che sorgano presto, per l'arte e.... per l'Italia, dei
giorni migliori!
Dall'anno 1842 fino al 1848, il pensiero e l'azione del grande artista
furon volti incessantemente alla redenzione del teatro drammatico.
Egli iniziò il risorgimento; egli creò col soffio del suo genio
una legione di giovani attori; riformò il gusto del pubblico
ponendogli innanzi i più insigni capolavori della letteratura
antica e moderna, e tentò, per quanto gliel consentissero i tempi
avversi, di allettare a scrivere pel teatro i più colti ingegni
d'Italia. Educò i comici e gli spettatori coll'esempio,
coll'autorità del nome, col sacrifizio.
In quell'epoca di profonda apatia, disperante di ogni sussidio, inviso
al governo e segretamente osteggiato, il Modena dovette procedere a
gradi. In sulle prime, la compagnia stipendiata da lui si costituiva
di pochi attori, per la più parte mediocri. Il vecchio Salvini,
padre a quel Tommaso che oggi tiene lo scettro fra gli attori
italiani; Augusto Lancetti, caratterista non privo di ingegno ma
viziato dal cattivo metodo allora prevalente; Angela Botteghini, Elisa
Mayer, la Adelia Arrivabene, un Massini, un Bellotti primo attore
giovane, formavano il meglio del drappello. L'Angela Botteghini era
buona attrice nella tragedia; l'Adelia Arrivabene, uscita da patrizia
famiglia Mantovana e tratta da irresistibile vocazione alle scene,
rivelava le più elette disposizioni, e già nel _Bicchier
d'acqua_, nella _Calunnia_, nella _Cabala_ (_Camaraderie_), in tutte
le commedie di alta società, riusciva attraente, simpatica, vera.
Gradatamente, la compagnia si venne completando. Ernesto Rossi prese
il posto del Bellotti, e presto conquistò le generali simpatie
interpretando con sentimento e calore la parte di Gionata nel
_Saulle_, e quella di Nemours nel _Luigi XI_. I due giovani Salvini,
Tommaso ed Alessandro, non ebbero in sulle prime, nella compagnia
diretta dal Modena, accoglienze molto lusinghiere. Quel Tommaso che
oggi ruggisce con tanta efficacia le gelosie di Orosmane e di Otello,
che provoca tante lacrime nella _Morte civile_, che in Francia, in
Inghilterra, nel _Belgio_ vien proclamato sublime; l'attore che fa
trasalire Victor Hugo e commove di entusiasmo il più gran maestro
vivente; quel Salvini che in sè riassume tutte le facoltà più
prestanti dell'attore, nelle sue prime apparizioni al vecchio teatro
Re di Milano si mostrava sifattamente impacciato e melenso, da
provocare, ad ogni sua apparizione, le risa e le proteste degli
spettatori. Gustavo Modena, egli solo intuiva nel suo giovane allievo
le grandi disposizioni che più tardi doveano condurlo a splendida
altezza. Il pubblico, come dissi, rideva e fischiava. L'Adelia
Arrivabene, sempre in via di progresso, sempre affascinante e
nobilmente vera nel rappresentare le duchesse e le contesse dell'alta
commedia sociale, si vide ben presto sorger da lato una degna rivale
nella Fanny Sadowschy. Questa giovane attrice, bruna gli occhi e le
chiome come una bella andalusa, prestante della persona, riccamente
dotata di tutti i vezzi della donna, di tutti i fascini dell'artista,
grandeggiò in brevissimo tempo al contatto del Modena e prese nella
compagnia il posto di prima attrice. La Sadowschy emergeva del pari
nella tragedia e nel dramma; era, nel _Filippo_, una melanconica e
fiera Isabella, nel _Sampiero_ una Vannina ispirata.
Dall'anno 1845 al 1848, alla compagnia diretta da Gustavo Modena si
aggregarono, oltre gli attori già nominati, il Woller, il Bonazzi,
i due giovani fratelli Vestri, quel Majeroni che dippoi raccolse larga
messe di plausi nei primari teatri, un Tommaso Pompei, un conte Billi
di Fano, un Janetti romano, valentissimo nella tragedia. Il
repertorio, circoscritto dapprima a poche tragedie dell'Alfieri e a
qualche dramma dello Scribe, si andò di mano in mano allargando;
aliti valentia ed al numero degli attori corrispose la proprietà
caratteristica dei vestiari e il decoro dell'apparato scenico. Gli
applausi incoraggiavano l'artista riformatore a tentare le più
ardite innovazioni; ma quando il Modena, illuso dai primi successi,
invocò dei sussidi onde affermare sovra solide basi il grande
edifizio iniziato da lui, gli Italiani non risposero all'appello. Non
solamente il suo bel programma non trovò sottoscrittori, ma venne
accolto con diffidenza e disprezzo. Ci volle la forte tempra del suo
carattere per resistere a quel disinganno che rivelava l'anemia morale
del paese. Gustavo Modena ne fu profondamente accorato; quella
defezione era un'onta per l'Italia; ed egli, il caldo patriota,
dubitò forse per un istante che ogni generoso sentimento fosse
morto nel cuore della nazione.
Non per questo egli si ritrasse dalla lotta.
Educare il pubblico all'apprezzamento dei capolavori di ogni tempo, di
ogni nazione e di ogni scuola, non era il cómpito meno arduo che il
Modena si fosse prefisso. In questa lotta da lui intrapresa contro i
pregiudizi, e, diciamolo pure, contro l'ignoranza del pubblico, la
vittoria gli arrise sovente, non sempre. Dopo aver ravvivato sulle scene
italiane l'_Edipo_ di Sofocle, e rese accette al pubblico del teatro Re
_La morte di Wallenstein_ dello Schiller e la _Lucrezia_ del Ponsard,
due tragedie che rappresentavano l'ultimo duello fra il romanticismo
conquistatore e il classicismo spodestato, parrà strano che al Modena
non riuscisse di far trionfare l'_Otello_ e di introdurre in Italia la
tragedia Shakesperiana oggidì ben accolta ed ammirata. Potete voi
supporre che all'incomparabile Orosmane della _Zaira_ mancassero i
requisiti per riprodurre stupendamente le angosciate gelosie e i
selvaggi furori del terribile africano? Fatto è che l'_Otello_,
recitato dal Modena al teatro Re, non piacque; insorsero dalla platea,
durante l'unica rappresentazione che ne fu data, segni di noia nei primi
atti, negli ultimi aperte dimostrazioni di biasimo; si udirono perfino,
nei tratti più sublimi della tragedia, delle risa sguaiate. Chi
scrivesse la storia delle enormità perpetrate da quella bestia da
mille teste che chiamasi il pubblico, farebbe un libro curioso e
istruttivo[1]. Si vedrebbe quanto poco attendibili e meno _rispettabili_
sieno spesso i verdetti collettivi, e come a torto si dia ad essi tanto
peso. Uno dei punti della tragedia ove il genio di Shakespeare lampeggia
più splendido e potente, non è forse il soliloquio di Otello che
precede la uccisione di Desdemona? Il terribile Moro entra in scena
coll'atroce proposito di immolare la bella e amata donna. Prima di
accostarsi a lei, gli viene in pensiero di spegnere la lampada che
rischiara l'alcova; ma riflettendo all'orribile eccidio che sta per
compiere, egli esita un istante--«Se io ti spengo, o debole fiamma
che mi rischiari, potrò raccenderti, ove le tenebre mi increscano; ma
una volta che tu sii estinta, tu meravigliosa opera della benefica
natura, di dove potrò io trarre la celeste scintilla che ti
rianimi?» Così pensa, così parla Otello in quella scena stupenda,
angosciato, combattuto dall'amore, dalla gelosia, dalla sete
di vendetta. Orbene, fu a questo punto del dramma, quando il Modena
colla lampada alla mano profferì le parole da noi citate, che il
pubblico proruppe in una risata compassionevole. Dico compassionevole,
perchè quel pubblico non avrebbe potuto ridere più chiassosamente,
se avesse riso della propria imbecillità. Da quel momento, la
rappresentazione dell'_Otello_ si volse in parodia. Gustavo Modena,
offeso dalla riluttanza degli spettatori, non seppe contenersi dal
dimostrare il proprio sdegno. Egli cessò di esser Otello; gettò di
mal garbo la lampada, e dandosi a passeggiare ed a gesticolare come un
semplice borghese, dopo avere con affrettata recitazione esaurita la
scena seguente, ordinò che il sipario venisse calato sulla uccisione
di Desdemona.
Quella sera, finita la rappresentazione, vidi il Modena entrare nel
caffè del teatro. Il di lui volto era meno accigliato che mai.
Taluni comici gli si fecero intorno; qualcuno osò dirgli che
l'_Otello_ non era tragedia rappresentabile. Egli taceva; ma tratto,
tratto, girando gli occhi dintorno con una espressione di sarcastica
bonomia, zuffolava sommessamente. Oggi, Tommaso Salvini ed Ernesto
Rossi, i due allievi di quell'insuperabile maestro, i due continuatori
di lui, debbono i loro più gloriosi successi all'_Otello_ ed
all'_Amleto_. La tragedia Shakesperiana ha ottenuto favore in Italia;
e il _Coriolano_, il _Re Lear_, la _Giulietta e Romeo_, il _Machbet_,
non si chiamano più mostruosità drammatiche, incompatibili col
nostro gusto.
Come avviene a tutti quelli che a passo celere si slanciano sulla via
delle riforme, Gustavo Modena ebbe molto da lottare contro le abitudini
o i pregiudizi del pubblico allorquando cominciò ad introdurre nella
sua compagnia la proprietà e la verità storica dei vestiari, del
mobilio, degli attrezzi, di tutti gli accessori scenici. Sotto questo
aspetto c'era tutto da innovare nelle compagnie italiane. Gli attori
erano a que' tempi troppo scarsamente rimunerati perchè potessero
permettersi quel lusso di abbigliamenti che oggi si ammira negli
stipendiati del Bellotti-Bon, del Morelli, del Pietriboni e di altri
capo-comici cavalieri. Indulgente per abitudine alla povertà dei
vestiari e degli addobbi, il pubblico, per ignoranza, tollerava
l'anacronismo. Ora, non vi ha in fatto d'arte tolleranza, che a lungo
andare non guasti i criterî e non pervertisca il gusto della masse.
Quando il Modena impose a' suoi attori la più scrupolosa osservanza
del _costume_, al vedere nel _Cittadino di Gand_ e in altre produzioni
storiche apparire sulla scena dei personaggi perfettamente ritratti dal
figurino dell'epoca, la maggioranza degli spettatori si impennò;
quelle nuove foggie di vestiti e di acconciature parvero grottesche e
inverosimili. Mi sovvengo che ad una rappresentazione dello _Jacquart_,
in quella commoventissima scena dell'atto primo, quando la figlia
dell'operaio protagonista dà in uno scoppio di lacrime, si partì
dalla platea un tal fragoroso scroscio di risate, che gli attori si
guardarono l'un l'altro per alcun tempo, attoniti, confusi, come ad
interrogarsi di ciò che fosse avvenuto. Era avvenuto che la bella
Elisa Mayer, nell'atteggiarsi a disperato dolore, avea voltate le spalle
al pubblico, e quella voltata di spalle avea posta in evidenza la
cortezza di un corsetto così rigorosamente foggiato al figurino dei
tempi da sembrare alla più parte degli spettatori una mostruosa
indecenza. Quell'incidente diede luogo a calorose polemiche su pei
giornali. Fu posta in campo una questione di _verismo rappresentativo_.
Critici di ingegno e coscienziosi scrissero _pro_, _contra_ ed _in
merito_; e il bravo Riccardo Ceroni, amico e grande estimatore del
Modena, svolgendo ampiamente le sue idee su tale argomento, non si
peritò di proferire un verdetto di riprovazione contro il _verismo
scenico_, concludendo che «_il pubblico viene, o dee venire in
teatro, a far tesoro di idee, di sentimenti e di consigli, e non già
ad assistere, come una crestaia, a un corso dimostrativo di costumi, in
cui lo scrupolo della esattezza sia spinto fino all'estremo de' suoi
minimi particolari._» Il Ceroni era uomo di coscienza e scriveva con
ischiettezza; ma il Modena non diede ascolto a lui, nè a quanti altri
la pensavano come lui; e tirò innanzi nelle sue riforme, e ottenne
che a poco a poco le altre compagnie drammatiche italiane lo seguissero
nella buona via.
Si è già veduto qual fosse il repertorio da lui preferito. Fatta
eccezione dalle poche tragedie dell'Alfieri, tutto il resto si
componeva di produzioni straniere. Al Modena fu dato rimprovero di
aver imposti al pubblico italiano non pochi drammi di volgarissimo
effetto, quali _Il Campanaro di Londra, Il Cenciajuolo di Parigi, La
Signora di Saint-Tropez_, ed altri d'ugual conio. Egli mirava ad
impressionare vivamente gli spettatori, ad infuocare le passioni, a
produrre negli animi delle agitazioni tempestose. Questi orribili
drammi, riprovati dalla logica e dal buon gusto, gli prestavano il
destro di ruggire qualche tremendo anatema contro i despoti della
terra, di denunziare all'esecrazione pubblica qualche grande
ingiustizia sociale. Per una invettiva, per un grido di rivolta, per
un impeto d'ira sviluppato dalla sua declamazione potente, gli
spettatori tolleravano la inverosimiglianza e applaudivano
all'assurdo.
Non dimentichiamo, nel giudicare questo eccentrico artista, ch'egli
mirava innanzi tutto a fare una propaganda di patriotismo e di
democrazia a mezzo delle rappresentazioni sceniche. Allorquando, nel
_Giocatore_ di Ifland, egli gridava le parole: _impreco a voi, pareti,
che udiste i miei primi vagiti_, ecc., pareva che quella maledizione,
lanciata dal proscenio con tanto impeto di voce, dovesse echeggiare
oltre le mura del teatro quale una minaccia di esterminio a tutti i
despoti della terra.
Non recherà meraviglia se, ispirandosi ai suoi generosi intenti
politici, nel fare appello agli scrittori italiani perchè gli
fornissero delle nuove produzioni, il Modena ponesse per patto che
queste avessero a svolgere dei temi istorici e nazionali. E quali erano
i letterati italiani che a quei tempi scrivessero pel teatro? La censura
austriaca aveva sgomentati anche quei pochi volonterosi che malgrado la
ritrosía dei capocomici ad ammettere le produzioni indigene, malgrado
l'indifferenza ostile del pubblico, malgrado la squallida prospettiva
del nessun compenso, tratto tratto osavano ancora affrontare lo scabroso
cimento.--Coll'Alberto Nota e coll'Augusto Bon agonizzava la commedia
nazionale.--A Paolo Giacometti i primi successi avean dato più
amarezze che impulsi a procedere. Il giovane poeta era già inviso
alla polizia, non tanto per ciò che aveva scritto, come per quello
che prometteva di scrivere.--Giacinto Battaglia si era fatto un bel nome
co' suoi drammi storici che arieggiavano le epopee sceniche dell'_Odeon_
parigino. Ad imitazione di lui, il Rovani, il Carcano, il Revere ed
altri, svolgevano in forma drammatica degli argomenti patrii, ma quegli
ottimi lavori, pregevolissimi sotto l'aspetto letterario, parevano
inadatti alla scena. E tale parve anche il _Lorenzino de' Medici_, che
rivelando la vigoria e lo splendore di un ingegno non ancora famoso,
chiamò l'attenzione pubblica su Giuseppe Revere, e fece dire anche ai
critici più diffidenti: ecco un giovane che farà risorgere il
teatro nazionale! Il _Lorenzino de' Medici_, apparso in volume, ebbe un
successo inaudito; ma nessun capocomico osò rappresentarlo, e forse
l'autore istesso ne fece divieto. Per trionfare in teatro non rimaneva a
Giuseppe Revere che una lieve fatica, quella di scrivere un secondo
dramma con intendimenti più scenici, temperando le esuberanze della
fantasia con quegli artifizî alquanto convenzionali che gli attori ed
il pubblico esigono inesorabilmente da chi aspira a dilettarlo.
Giuseppe Revere, dietro invito del Modena, scrisse dunque il _Sampiero
di Ornano_, una epopea drammatica dalle tinte forti, piena di impeti
patriotici. Il tema era storico, luogo dell'azione la Corsica;
Sampiero, il protagonista, un agitatore del popolo, un forte ribelle
che mirava a redimere la patria vessata dal dominio genovese. Gustavo
Modena, sotto le spoglie marinaresche del fiero isolano, fu bello, fu
grande; la Sadowschy, recitando la parte appassionata di Vannina, si
elevò all'altezza di lui; gli altri attori, abbigliati scrupolosamente
alla foggia dei tempi e del luogo, recitarono con perfetto accordo. Le
quattro o cinque rappresentazioni che si diedero del _Sampiero_ al
vecchio teatro Re nell'autunno del 1846, furono altrettanti successi. Il
pubblico accorse in massa e applaudì con entusiasmo.
Incoraggiato dalla buona riuscita di quel dramma, il celebre attore
non esitò a commettere dei nuovi lavori scenici allo stesso Revere
e ad altri scrittori non ancora famosi ma promettenti, quali il
Dall'Ongaro ed il Ceroni. Il primo assunse il non difficile compito di
drammatizzare la pietosa istoria del _Fornaretto_; l'altro, credendo
aver trovato un tema interessante nelle ammorbate cronache del
Ripamonti e in un libro del Manzoni poco felice ma molto in voga a
quei tempi, portò sulla scena la peste di Milano, i monatti, gli
untori e il supplizio di un buon popolano assassinato dalla
superstizione.
Il _Fornaretto_ fu replicato più sere al teatro Carcano, dove la
compagnia del Modena aveva trapiantate le sue tende d'inverno. La
parte del vecchio padre, piena di mestizia e di piagnistei, non era di
quelle che più convenissero al genio tragico del Modena; ma anche
qui l'attore proteiforme ebbe lampi sublimi, e in qualche punto fece
piangere gli spettatori. Il _Giacomo Mora_ del Ceroni non destò il
medesimo interesse. Il pubblico lo ascoltò con diffidenza, quasi
con isgomento. Il lugubre ambiente della peste, gli squallori, gli
orrori di quell'epoca maledetta dai morbi, dalla brutale ignoranza dei
volghi e dalla atrocità delle leggi, tutto concorreva a provocare
l'avversione. Tratto tratto, alla prima rappresentazione del _Mora_,
insorsero dalla platea degli applausi che parevano espressioni di
condoglianza. Gli attori, il Modena compreso, investiti dal ribrezzo e
dal tedio, smarrirono di atto in atto la lena; il dramma cadde, nè
valsero a redimerlo gli sforzi dei molti amici, che il Ceroni,
coltissimo ingegno e gagliardo carattere, contava a Milano. Nè
anche le vivaci polemiche della stampa ottennero di prolungare la vita
delle scene ad un lavoro, nel quale un solo pregio poteva essere
ammirato, la corretta robustezza dello stile.
Esito non pari a quello del _Sampiero_ ebbe in appresso il _Marchese
di Bedmar_, nuovo dramma del Revere. E nullameno, questi primi saggi
teatrali dati a brevi intervalli da tre elettissimi ingegni,
allietarono l'Italia e infuocarono le illusioni facilmente
infiammabili degli altri capocomici. Allato della giovine truppa
capitanata dal Modena già si andava creando, sotto gli auspici di
Giacinto Battaglia e di Alamanno Morelli [2], quella _Compagnia
Lombarda_, alla quale dovevano poi aggregarsi la Sadowschy, la
Botteghini, l'Adelia Arrivabene, il Lancetti, il Majeroni, il Rossi, i
fratelli Vestri, tutto il fiore dei giovani artisti cresciuti alla
scuola del tragico insigne. Fu quella, pel vecchio teatro Re di
Milano, l'epoca luminosa. Noi abbiamo assistito a quella prima fase
del risorgimento drammatico italiano; abbiamo veduto svilupparsi il
germe di quell'albero, che oggi, malgrado le avverse vicissitudini
incorse, cresce sì prospero e vigoroso. È d'uopo convenirne;
mentre la musica accenna a decadere; mentre si va quasi perdendo fra
noi anche quell'arte squisita della esecuzione vocale per cui l'Italia
fu chiamata dagli stranieri la terra del canto; il teatro drammatico
fiorisce, e la famiglia dei buoni attori va crescendo di anno in anno.
I nostri celebri tragici Salvini ed Ernesto Rossi, ad esempio
dell'Adelaide Ristori che li precorse ammirata e festeggiata come una
_Diva_, dopo essersi fatti applaudire a Parigi, a Londra, a Vienna, a
Bruxelles, si apprestano a più lontane peregrinazioni. Gli
stranieri, che non hanno più ragione di estasiarsi pei nostri obesi
tenori, prodigano i loro entusiasmi a questi ammirabili interpreti di
Shakespeare, che coll'accento e col fuoco italiano fanno rivivere
_Otello_ ed _Amleto_ sotto aspetti quasi nuovi.
Ma se è vero che l'Italia può oggi gloriarsi di aver raggiunto
nell'arte della rappresentazione drammatica un altissimo grado, è
d'uopo convenire che a quell'avventuroso risveglio prodotto
dall'efficace impulso dato dal Modena a' suoi tempi, tenne dietro,
nell'infausto decennio che precedette la grande e seria riscossa del
1859, una fase di sosta, o piuttosto di decadimento.
Al primo grido di rivoluzione insorta dalle terre italiane nel 1848,
Gustavo Modena prese commiato dal pubblico, congedò il suo
brillante esercito di attori, volò ad arruolarsi nelle file dei
combattenti; suo teatro divenne il campo di battaglia, sua unica
ambizione fu quella di combattere e dare il sangue per la patria.
Nelle schiere capitanate dal generale Antonini noi lo vedemmo colla
divisa dell'umile gregario bivaccare allegramente sotto le mura di
Treviso. La bellissima Giulia, sua moglie, lo aveva seguito al campo,
e una ricca bandiera da lei trapunta sventolava all'avanguardia di
quella colonna di audaci, ai quali non mancò la gloria di qualche
impresa ben riuscita. Pur troppo, quegli eroici episodî si
smarrirono infruttuosamente nel generale disastro; la miseranda
catastrofe di Custoza, che doveva ricondurre gli Austriaci alle porte
di Milano, sfrondò gli allori dei generosi e coprì di oblío
le loro gesta.
Il Modena, dopo la restaurazione dell'Austria, riparò a Lugano.
L'amnistia di Radetzky fu muta per lui. Fra i pochi esclusi figurava
il temuto attore, il cui nome era un programma rivoluzionario, la cui
potenza drammatica era un pericolo ed una minaccia. Nel settembre di
quell'anno infausto, approdando una sera a Lugano, io rividi il Modena
mestamente atteggiato sulla spiaggia, cogli occhi vaganti sulle acque,
come chi attende qualche misterioso messaggio. Erano con me quattro o
cinque amici; taluni incappottati alla militaresca, altri acconciati
con quello strano abbigliamento da _profughi_, che riproduceva con
risibile anacronismo i tipi teatrali del medio evo.
--Che di nuovo laggiù?--domandò l'attore appena fummo usciti
dalla barca.
--Nulla! rispose uno degli amici.
Il Modena fece un atto di stupore, crollò la testa e si
allontanò a lenti passi.
Seppi all'indomani che il dì innanzi erano partiti da Lugano alla
volta dei confini lombardi, da quindici a venti giovinotti, per
tentare uno di quei moti insurrezionali che il fantastico patriotismo
del Mazzini sognava tanto più facili e sicuri quanto meno
verosimili. Tutte le spedizioni organizzate a quell'epoca nel Canton
Ticino abortirono miseramente. Ma il Modena, cuore d'artista, mente
poetica, educata all'idealismo del dramma e infervorata dalle
splendide utopie mazziniane; il Modena credeva, sperava attendeva
l'istante a lui segnato per lanciarsi nuovamente nel campo della
azione; e frattanto, declamando al teatro di Lugano la _Divina
Commedia_ di Dante, le liriche del Berchet ed altri frammenti di
poesia repubblicana, sovveniva di denaro le reclute che già si
cimentavano alle inconcludenti guerriglie.