Il pubblico milanese, edotto di questi dettagli risguardanti la vita

intima dell'autore, divenne implacabile più dello stesso Torresani.

La rappresentazione della _Giovanna d'Arco_ fu per il già acclamato

autore degli _Arabi_, dell'_Ultimo giorno di Pompei_ e del _Barone di

Dolshein_, una vera disfatta.

Un giornale milanese, il _Corriere delle Dame_, già fino dall'anno

1820, ragionando del _Vallace_, altra delle tante opere del Pacini

favorevolmente accolte al teatro della Scala, rimproverava al giovane

maestro la sua condotta alquanto dissipata e la sua negligenza al

lavoro. Dopo molte allusioni a tale scopo dirette, l'articolista (che

pure ha tutta l'aria di un galantuomo e di un amico sincero del

maestro) conchiude colla seguente citazione, il cui significato non

può essere equivoco:

Signor; non sotto l'ombra in piaggia molle,

Tra fonti e fior, tra ninfe e tra sirene,

Ma in cima all'erto e faticoso colle

Della virtù, riposto è il vero bene,

Chi non gela, _non suda e non s'estolle

Dalle vie del piacer_, là non perviene.

Durante questa prima epoca, il Pacini si trovò sempre di fronte

quell'inarrivabile colosso, la cui altezza nessun maestro dell'epoca ha

potuto raggiungere--Gioachino Rossini. L'autore degli _Arabi nelle

Gallie_ e della _Niobe_, malgrado una originalissima tempra di ingegno,

doveva necessariamente, per secondare il gusto predominante e in qualche

modo farsi perdonare la propria audacia, seguire le orme più accette

dello stile rossiniano. Nelle _Memorie Artistiche_ vediamo ingenuamente

espressa dal Pacini cotesta confessione. «Mi sia permesso far

osservare, scrive egli, che quanti in allora erano maestri miei

coetanei, tutti seguirono la stessa scuola, le stesse maniere, e per

conseguenza furono imitatori, al par di me, dell'_Astro_

maggiore.»--Io però non convengo pienamente nell'avviso

dell'illustre Pacini laddove dice che «nelle belle arti e nelle

lettere ogni _epoca_ segna un carattere proprio, di cui un solo uomo

crea lo stampo.» A me pare che il concetto della parola _epoca_ non

sia stato mai determinato con precisione. L'epoca non rappresenta nello

spazio del tempo che una cifra senza significato; ciò che dà una

espressione particolare, uno speciale colorito a quel diametro

convenzionale che chiamasi epoca, è il predominio di uno o più

geni. Il gravissimo errore a cui soccombono non pochi artisti di

altissimo ingegno è questo appunto di subordinarsi volontariamente

all'imitazione di quell'uno, che, a loro avviso, ha creato lo stampo

più conforme al carattere dei tempi. Questa fatale sommissione ha

cagionato la perdita di molti ingegni, i quali, altrimenti operando,

vale a dire, emancipandosi dalla imitazione e seguendo liberamente i

propri istinti, avrebbero raggiunto una meta elevata. Una prova di

quanto asserisco mi si presenta nelle biografie artistiche del Bellini e

del Donizetti, i quali non riuscirono a produrre dei veri capolavori, ad

impressionare vivamente colle loro musiche, se non quando ebbero il

coraggio di ripudiare affatto gli abiti del Pesarese per presentare al

pubblico nuda e schietta la loro individualità. Il nome di Bellini

non vivrebbe tuttora glorioso senza la _Norma_ e la _Sonnambula_ che

marcano del patetico genio di lui la espressione più caratteristica e

più vera. Così del Donizetti, la _Borgia_ sopravvisse alla

_Bolena_, sebbene l'una e l'altra ricche al pari di squisite melodie.

Gli è che nell'_Anna Bolena_ si ravvisa ancora l'imitatore di

Rossini, mentre nella _Borgia_ incomincia il precursore di Verdi. Io non

cesserò mai, ogniqualvolta mi si offra l'occasione, di gridare agli

ingegni: abbiate il coraggio della vostra individualità; non

immaginate mai, perchè un maestro ha conquistato il pubblico con una

data maniera d'arte, che questa sia da adottarsi esclusivamente, che

fuori di là non esista via di salvezza. In arte bisogna procedere,

come tutto procede nell'ordine della natura. Può darsi che questo

moto non sia che una rotazione perenne, per la quale la intelligenza

umana ritorna, di secolo in secolo, al punto donde è partita. E che

perciò?--L'artista dev'essere una molla di questa rotazione. Chi non

procede non approda.

Sotto questo aspetto, il Pacini fu veramente disgraziato. Egli

sentiva, come ogni vero artista la sente, questa necessità di

crearsi una propria maniera. Ma al momento istesso in cui la sua

nobile e appassionata intelligenza prendeva a slanciarsi verso un

mondo novello, ecco degli altri innovatori, dei giovani privilegiati,

insorgere all'improvviso da questa terra fertile di ingegni che è

l'Italia, e prevenire i concetti di lui, e sorpassarne gli ardimenti.

Dopo aver lottato con Rossini, dopo essersi aperta una nuova via per

sottrarsi alla schiacciante supremazia di questo atleta invincibile,

Pacini si trovò di fronte due competitori non meno formidabili,

Bellini e Donizetti.

Questi erano entrati nella carriera spandendo dei lampi di luce. Al

momento in cui l'autore dell'_Ultimo giorno di Pompei, «mirava a

dare un carattere di tinta locale ed un far proprio alle sue

composizioni»_ il maestro innovatore si accorse che due innovatori

più audaci lo avevano precorso.

Vi sono due righe nelle _Memorie Artistiche_, le quali, nella loro

ingenua schiettezza, commuovono grandemente. Quelle due righe rivelano

una immensa angoscia di artista.

«L'amore per l'arte che ho debolmente professata e professo--scrive

il Pacini, entrando a parlare del suo proposito di ritirarsi

momentaneamente dall'arringo teatrale--non mi ha lasciato mai un po'

di tregua. Invidiava nobilmente i miei rivali, e gli ammirava. Diceva

a me stesso: essi ora levano grido, ed io mi occuperò come so e

posso d'istruire la gioventù in modo chiaro ed acconcio.»

Queste poche linee sono una grossa lacrima spremuta da un cuore

disingannato. È un nobile e generoso ingegno che, in un momento di

sconforto e di prostrazione, si ritira dalla battaglia. Tutti gli

artisti ed i poeti, tutti i martiri della intelligenza sono passati

per queste crisi.

Fu dunque verso l'anno 1833, che il Pacini, nella pienezza della

virilità, tuttochè accarezzato da promesse lusinghiere e

adescato da lucrose profferte, si ritirò a Viareggio, sua patria di

elezione, per istituirvi un Liceo musicale. L'intrapresa gli riuscì

completamente, e quell'Istituto in brevissimo tempo accolse buon

numero di allievi e prosperò sotto il valido impulso dell'illustre

maestro. Nel teatrino dello Stabilimento gli allievi erano già in

grado di eseguire, nell'anno 1835, un'opera dello stesso Pacini. Il

quale, non potendo resistere al prepotente bisogno di produrre,

scrisse in quell'epoca non poche composizioni sacre, fra cui tre

_Messe_ ed un _Vespro_ di ottimo stile. Infinito è il numero dei

componimenti sacri, de' pezzi da camera, delle sinfonie, prodigate dal

Pacini durante gli intermezzi della sua teatrale carriera. Il lavoro

era un bisogno per lui--quella fantasia bollente, agitata,

sussultante, domandava incessantemente di espandersi. Era necessario

che una delle sue valvole rimanesse aperta in ogni tempo.

Da Viareggio il Pacini passò a Lucca nel 1838 e quivi parimenti

fondò un Istituto musicale sotto la protezione del Duca. E fu verso

quell'epoca, che l'illustre maestro, riposato dalle lunghe lotte, e

incoraggiato da circostanze più favorevoli, sentì nascere il

desiderio di ritentare le sorti del teatro. Rossini aveva cessato di

scrivere, Bellini era morto, Verdi non era per anco apparso

sull'orizzonte teatrale. Non restavano, a militare nel nobile campo,

che Donizetti, Mercadante ed altri pochi meno operosi e meno

acclamati.

La seconda apparizione del Pacini s'inaugurò splendidamente; si

inaugurò con un capolavoro completo, con una di quelle opere che

conquistano l'universo, con una di quelle musiche che sublimano lo

spirito e rapiscono di entusiasmo tutti i cuori. Se Pacini non avesse

creato altra opera che la _Saffo_, questa sola basterebbe per

meritargli di essere iscritto nel libro d'oro fra i più insigni

maestri dell'epoca nostra. La _Saffo_ è tutta una ispirazione. Come

Bellini nella _Norma_, Pacini ha soffiato tutta la potenza del suo

spirito animatore nella plastica affascinante della sua protagonista.

Molte cantanti contemporanee si sublimarono in quest'opera del Pacini

e per questa salirono a invidiabile rinomanza. Se la Pasta, la

Malibran, la Grisi, la Montenegro, e più recentemente la Galletti,

la Lafon e la Fricci toccarono l'apogeo del successo teatrale

investendosi delle enfatiche gelosie della profetessa druidica, quante

non furono le prime donne che i loro più solenni trionfi e la loro

fama collegarono al nome della lesbia poetessa! E basti citare

l'Abbadia, la Marini, la Gabussi, la Penco, la Tedesco, e quella

ideale artista che era la Sannazzaro, per non dire di molte altre[4].

Fa meraviglia che quest'opera, così esuberante di melodia e di

affetto, non seduca il talento di molte prime donne d'oggigiorno, cui

la voce di mezzo soprano impone un limitato repertorio. Lasciamo

passare l'_invasione_--a suo tempo questi irresistibili capolavori

rifaranno la loro marcia trionfale sui teatri della penisola.

È strano. Il libretto di quest'opera destinata a rinverdire gli

allori di un maestro già quasi obliato e ad assicurargli un posto

eminente nella storia dell'arte italiana, era stato, in sulle prime,

respinto dal Pacini come impossibile a musicarsi. Non ci volle che

l'insistenza entusiastica del poeta per indurre il maestro ad

accettarlo. Come il tenore Rubini erasi ribellato ad eseguire la

famosa cabaletta della _Niobe_, ritenendola di nessun effetto, così

il maestro che doveva illustrarsi come autore della _Saffo_, si

mostrava ritroso a musicare il miglior libretto uscito dalla mente del

Cammarano[5]. Nella storia degli artisti celebri si trovano ad ogni

passo consimili aberrazioni di criterî.

Il successo della _Saffo_ vulcanizzò, com'era da attendersi,

l'estro riposato del Pacini. Alla breve tregua successe l'eruzione

violenta. Dal 1840, fino all'ultimo anno della sua vita,

l'inesauribile maestro si prodigò con una alacrità prodigiosa.

Donizzetti si approssimava alla fine della sua carriera; Mercadante

taceva o ben di rado dava segni di vita--ben il Pacini poteva illudersi

che nel campo dell'arte, ormai sgombro de' suoi antichi e recenti

competitori, gli fosse dato dominare da sovrano. Ma un nuovo astro

sorgeva allora appunto sull'orizzonte musicale; un giovane artista,

dotato di una eccezionale energia di temperamento; un giovane maestro

che già nella terza sua opera annunziava i caratteri di un innovatore

predestinato. Questo ultimo formidabile competitore del Pacini, che

veniva improvvisamente ad afferrare lo scettro della musica italiana, si

chiamava Giuseppe Verdi. Nelle _Memorie artistiche_, il nome di questo

insigne maestro viene accennato alla sfuggita con un freddo epiteto di

omaggio. In quel libro, dove quasi ad ogni pagina l'autore e prodigo di

encomi verso i suoi emuli dell'età prima, notiamo, a proposito del

Verdi, delle significanti reticenze.--Noi comprendiamo quel silenzio, e

lo rispettiamo come si rispettano i dolori di una nobile ambizione mai

sempre contrastata dalla fortuna. Verdi fu l'ultimo rivale del Pacini.

Un rivale bene agguerrito, che, nel pieno fervore della sua giovinezza,

recava sul campo un emporio ancora intatto di armi e di munizioni.

Mentre Pacini, rientrando nell'arringo, si compiaceva di vedere

apprezzata la evidente trasformazione del suo stile e di sentirsi

_battezzato dalla opinione pubblica non più come compositore di

facili cabalette, ma bensì di elaborati lavori e di meditate_

_produzioni_--ecco affacciarglisi un ingegno prepotente che di un tratto

lo sopravanza nella innovazione e che, affascinando le moltitudini cogli

impeti di una originalità irresistibile, diviene in pochi mesi

l'assoluto signore del pubblico italiano.--E nondimeno, il Pacini questa

volta non recesse dalla battaglia--forse anche si illuse di uscirne

vincitore. Noi siamo ben lontani dal fargliene aggravio. Ammiriamo il

veterano che muore sulla breccia, rispettiamolo nelle sue illusioni,

nelle sue temerità, nelle sue convulse maníe. Lottare ostinatamente,

lottare nella fede o nella disperazione, è il carattere dei veri artisti.

Dopo la _Saffo_, che segna il principio della così detta seconda

epoca del Pacini, le migliori opere di lui furono: _La fidanzata

Corsa_, acclamatissima al San Carlo di Napoli, il _Lorenzino de'

Medici_, la _Medea_, _Maria Regina d'Inghilterra_, il _Buondelmonte_ e

la _Regina di Cipro_. A mio giudizio il _Lorenzino de' Medici_, la

_Medea_ e il _Buondelmonte_ primeggiano sull'altre. Nell'opere che il

Pacini scrisse dippoi, notasi una deplorevole decadenza di fantasia e

di stile. Il _Saltimbanco_, l'_Allan Cameron_ e gli ultimi spartiti

apparsi alla Fenice di Venezia ed al San Carlo di Napoli, portano una

impronta febbrile, e sembrano accusare il convulso anelito di un

ingegno già esausto. Queste musiche fanno pensare ai sussulti

erotici di un vecchio libertino, il quale si strugge ancora per un

sesso ingrato che gli volge le spalle.

Tale fu la carriera del Pacini--carriera di luce e di tenebre, di

immensi trionfi e di immense sconfitte.--La sua biografia artistica

è quella di tutti coloro che hanno fatto assai, che vollero far

troppo. Ma chi può fissare i confini dell'ingegno umano? chi può

imporre agli istinti di un individuo? Come abbiamo detto da principio,

questo torrente impetuoso di artista ha deposto degli strati d'oro per

ogni dove è passato. La più informe delle sue opere racchiude

delle gemme, le quali, raccolte e levigate da mano paziente,

brilleranno per avventura nelle musiche dei maestri avvenire.

Pacini ebbe statura mediocre, occhio vivace, fisonomia non bella ma

espressiva, persona snella ed elegante. Tuttochè amabilissimo e

qualche volta cortigiano, non conosceva l'arte di cattivarsi le

simpatie. Si creò non pochi nemici; fu ingiustamente perseguitato e

fatto oggetto di basse calunnie--sorte comune a tutti gli artisti

operosi. Da sovrani e da principi ottenne onorificenze non poche. Fu

cavaliere di più ordini. Da tre mogli ebbe prole numerosa. La terza

a lui sopravvisse, e con essa cinque figli, uno del primo, l'altro del

secondo letto, i tre ultimi del terzo.

Alla famiglia superstite furono non lieve conforto gli onori che

in alcune città d'Italia si resero alla memoria di lui. Arezzo

decretò all'autore della _Saffo_ uno splendido monumento. A

Napoli, per iniziativa dei signori Torelli e Colucci, vide la

luce una _Strenna_ _funebre_ dedicata alla vedova dell'illustre

maestro--esequie solenni si celebrarono a Pescia ed a Lucca--e in

altre insigni capitali del Regno[6].

Gli Italiani non sono ingrati coi.... morti.

GUSTAVO MODENA

Due sole volte, nella mia prima giovinezza, mi avvenne di trovarmi a

contatto di questo insuperato attore, di questo indomabile patriota,

di questo fiero repubblicano, che col fascino della declamazione, co'

suoi scritti spigliati e sarcastici, colla parola vibrata e potente

tradusse sul palcoscenico e in ogni atto della sua vita i grandi

concetti del Mazzini.

La biografia di Gustavo Modena figurerebbe degnamente fra quelle degli

uomini illustri narrate da Plutarco.

Nell'anno 1842, quando il Modena venne a Pavia per dare a noi studenti

il primo saggio delle sue enfatiche e vigorose declamazioni, il

tragico insigne da pochi anni avea fatto ritorno in Italia dopo le

prove crudeli dell'esilio. Egli veniva a noi preceduto da una fama che

somigliava ad una promessa di gagliarde emozioni e di eventi

grandiosi. Nessuno l'aveva veduto, nessuno l'aveva udito mai, pure il

suo nome destava in tutti i cuori un fremito di entusiasmo. Questo

uomo singolare, questo attore ispirato e potente, che a Londra aveva

ruggito i fieri sdegni di Dante, recava a noi la favilla agitatrice

del Mazzini, il concetto e le aspirazioni della _Giovine Italia_.

Io mi recai in teatro per assistere alla sua prima rappresentazione

con un'ansia febbrile nel cuore. Gustavo Modena esordì a Pavia

colla _Zaira_ di Voltaire. Egli era un sublime Orosmane. Bello di

volto, alto di statura; la sua voce nasale, che dava suoni terribili

negli impeti dello sdegno, era, nella espressione dell'amore,

soavissima, penetrante, suscettibile di inflessioni svariatissime.

Nessun attore italiano ha esercitato mai un fascino sì grande sulle

masse. Quanto a me, confesso che la sola Rachel mi parve, in qualche

dramma dell'Hugo, negli _Orazii_ di Corneille e nella _Fedra_, degna

di misurarsi con quel superbo atleta del teatro italiano.

Il Modena, nella scelta delle produzioni, mirava sempre ad un intento

politico. Il suo repertorio sulle prime rimase circoscritto a poche

tragedie. La censura, severissima a' quei tempi di austriaca

dominazione, eccedeva di rigore con lui. Gli era vietato di

rappresentare molti drammi consentiti senza scrupolo agli altri

capocomici. Si mutilavano inesorabilmente dalle poche produzioni a lui

permesse tutti quei brani che potevano suscitare, per effetto della

sua potente declamazione, degli entusiasmi _pericolosi_. Era vano.

Recandosi ad udirlo in teatro, quei rigidi ministri della polizia

austriaca stupivano o piuttosto inorridivano di esser stati troppo

indulgenti; una pausa, uno sguardo, un gesto dell'attore riempiva le

lacune del testo mutilato, e talvolta una reticenza più

significante della parola provocava il fremito e le entusiastiche

ovazioni degli spettatori.

In quell'anno, il Modena non diede a Pavia che sei o sette

rappresentazioni. La polizia, inetta a contenere gli entusiasmi,

tremò che avessero a svilupparsi in atti di ribellione. Noi udimmo,

dopo la _Zaira_, il _Saulle_, il _Luigi XI_, i _Due Sergenti_, la

_Clotilde_, il _Polinice_, il _Giocatore_ e la _Calunnia_. Bello nella

_Zaira_, come più tardi lo fu il Salvini suo discepolo e imitatore,

commoventissimo nei _Due Sergenti_, nobile ed arguto nella _Calunnia_,

straziante nel _Giocatore_, atrocemente vero nel _Luigi XI_, è

però d'uopo convenire che in nessun dramma o tragedia ebbe il

Modena più largo campo a rivelarsi come nel _Saulle_ di Alfieri.

Gli spettatori, seguendo sulla scena le movenze di quel biblico Re,

udendo la feroce parola di quell'ipocrita tiranno, comprendevano che

l'artista, riproducendo con tanta enfasi di verità il personaggio,

voleva infliggere un'onta a tutti i despoti della terra e votarli

all'esecrazione pubblica. L'attore repubblicano, trascinando sulle

scene il paludamento regale imporporato di sangue, ruggiva l'anatema

alle monarchie e mirava a scuotere i troni. Rimarranno eternamente

memorabili in chi ha udito il _Saulle_ dal Modena, le pause terribili

onde egli interrompeva il verso alfieriano:

Traggasi a morte.... a cruda morte... e lunga.

Era il tigre che vuol gioire dell'agonia e abbeverarsi di sangue vivo.

Ricorderemo più innanzi altri punti drammatici, ove con una parola,

con un grido, con un gesto, questo attore di genio creò effetti

nuovi e potenti. In più occasioni noi abbiamo visto gli spettatori

balzare in piedi, salire sulle seggiole sventolando i fazzoletti e i

cappelli, e confondere il loro entusiasmo in un grido che voleva dire:

«Ti abbiamo compreso e a suo tempo agiremo!»

I giovani che oggi respirano un'atmosfera così diversa da quella in

che noi abbiamo vissuto ai nostri primi anni, qualche volta sorridono

all'udirci ricordare con tanta commozione codesti preludi incruenti

del nostro risorgimento politico. Sventuratamente la storia di quel

periodo di preparazione non è ancor scritta come la si dovrebbe, e

pochi si danno la pena di informarsene nei libri ove se ne fa qualche

cenno. Se altrimenti fosse, i sorrisi e i sarcasmi cesserebbero. Si

vedrebbe che in quell'epoca di preparazione accaddero fatti e si

consumarono sacrifizî degni di memoria; e più rettamente

apprezzati sarebbero taluni uomini, i cui nomi si ripetono spesso da

chi meno conosce ciò che operarono.

Terminate le rappresentazioni di Pavia, il Modena doveva recarsi a

Milano colla sua compagnia, per dare alcune recite a quel Teatro Re,

ch'egli chiamava il suo _pozzo d'oro_. Parrà strano ciò che io

narro. Il grande attore, per trasferirsi da Pavia a Milano, volle

servirsi di quella ignobile barcaccia che ad ore fisse solcava il

naviglio trascinata da due squallide cavalle. Caso volle che in quel

medesimo giorno anch'io partissi collo stesso veicolo e avessi

occasione, durante il viaggio, di intrattenermi a colloquio col grande

attore. Il Modena era accompagnato da sua moglie, la signora Giulia,

bellissima e coltissima donna ch'egli aveva conosciuta e quindi

sposata a Berna negli anni di esiglio. I due coniugi occupavano nel

_barchetto_ la cabina riservata; un bugigattolo a poppa, capace appena

di ricettare quattro persone. Pare che mirassero a tenersi segregati

dagli altri viaggiatori, onde evitare le noie che la curiosità

pubblica suol infliggere alle persone celebri, segnatamente ai celebri

artisti di teatro. La simpatia pel Modena era in me sì viva, che

appena mi accorsi di averlo a compagno di viaggio, non seppi contenere

il desiderio di farmegli appresso e di esprimergli come meglio sapessi

a parole il mio ardente entusiasmo. Con quella inconsideratezza che

è propria dei giovani, d'un salto varcai la barriera che divideva i

due compartimenti; e forse con imperdonabile avventatezza avrei anche

violato la cabina dove il grande attore avea voluto trincierarsi, se

abordando la poppa non mi fossi trovato inaspettatamente in presenza

di lui. Egli se ne stava ritto, sulla porta del bugigattolo, in mesto

atteggiamento. Al vedermi, diede un accenno di sorpresa, aggrottando

le ciglia. La sua nobile e buona fisonomia esprimeva una protesta

scevra di corruccio. Ma il turbamento ch'egli lesse nel mio volto

dissipò le nubecole della sua fronte; e vedendo ch'io voleva

parlargli, nè sapeva per la violenta commozione sciogliere il

labbro, egli primo mi volse a fior di labbro la parola, dicendomi

«qui siamo alle strette; i miei grossi bauli non sono abbastanza

educati da farsi in là per dar posto a nuovi viaggiatori.»

--Le domando mille scuse, mi feci a dirgli timidamente--io non

sapeva.... io non credeva....

Ma poi, riprendendo di un tratto la mia baldanza giovanile «vale a

dire, proseguii con intonazione più naturale, io sapeva benissimo

ch'Ella era qui; ma non ho potuto resistere alla voglia di contemplare

da vicino le sembianze di un artista, il quale in teatro mi ha fatto

palpitare tante volte, e fremere, e piangere.

--Eccomi! sclamò l'artista sorridendo--mi contempli a suo

bell'agio. Qui, a vedermi, ad udirmi, non si paga un quattrino; onde

io spero ch'ella vorrà giudicarmi con indulgenza.

Vi era, nell'accento di quelle parole, un non so che di sarcastico e

di melanconico.

Pareva che in luogo di rispondere a me direttamente, quell'uomo

aprisse uno spiraglio al suo cuore per dar sfogo ad un sentimento di

profonda tristezza che lo opprimeva.

Io non riferirò (nè oggi lo potrei con precisione) tutto che mi

fu dato raccogliere da quel nobile cuore di artista, durante quel

tragitto da Pavia a Milano pel quale si impiegavano cinque ore

all'incirca. Dappoi mi fu detto che il Modena, per indole e forse

anche per un'abitudine di diffidenza appresa alle amare lezioni della

vita, fosse ordinariamente, al cospetto di persone sconosciute, molto

sobrio di parole e più spesso fieramente taciturno. Ma io lo aveva

colto in buon punto. Per tutti, anche per i caratteri più alteri e

sdegnosi, ci hanno delle ore, degli istanti, nei quali l'anima deve

cedere al bisogno di rivelarsi. Gustavo Modena usciva da una città,

dove la sua anima contristata dall'esiglio avea dovuto ritemperarsi.

Egli avea respirato in un ambiente di giovanili entusiasmi; la fiducia

nell'avvenire della patria era risorta nel suo fervido cuore.

Libro serio · 第 2 / 7 段