In sul principiare del novembre 1847, il nostro ammirabile a

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BIBLIOTECA MINIMA

GHISLANZONI, A.

LIBRO SERIO

Milano

Tip. Editrice Lombarda

1879

PREFAZIONE

_Stamane il mio Editore è venuto

da me.

--Ebbene! gli Ho chiesto, come è

andato lo smercio dei _nostri_ volumetti?

--A meraviglia! in meno di tre

mesi, _Duemila_ esemplari del __Libro

proibito__.

--Ciò si capisce.

--_Mille e cinquecento_ del __Libro

allegro__.

--Anche questo si capisce._

--Stampiamo dunque il __Libro serio__?

--Fate pure; ma vi prometto che

al termine dell'anno non ne avrete

vendute __Cento Copie__.

--Ella crede?

--Son pronto a scommettere.

--Scommettiamo!

--Perdereste.

--Ma, perchè?

--Perchè il mondo è tutto pieno

di gente _onesta_, che va in cerca di

_libri proibiti_ e di gente _seria_, che va

in cerca di _libri allegri_; ma un libro

_serio_ non è cercato nè dalle persone

_oneste_, nè dalle persone _serie_, nè

dalle persone _allegre_.

L'Editore volle fare a modo suo,

e tanto peggio per lui._

__BIOGRAFIE__

ANGELO MARIANI

Nel giugno dell'anno 1873, una nobile, simpaticissima figura di

artista scomparve dal mondo colla morte di Angelo Mariani. Oltrechè

distintissimo suonatore di violino e compositore elettissimo di pezzi

da camera, Angelo Mariani fu a' suoi tempi il più eccellente

direttore d'orchestra, il più sapiente e vigoroso interprete delle

opere italiane e straniere.

Se è lecito dire con gallica frase che un cantante ed un attore

diventano in certa guisa _creatori_ delle parti che sulla scena

rappresentano, a nessuno meglio che ai valenti concertatori e

direttori di spartiti musicali compete il titolo insigne. Non sono

essi che colla loro potenza divinatrice riescono talvolta a

completare, a rinvigorire, a vestire di nuova luce i concetti del

genio? Non sono essi i traduttori e commentatori ispirati, che dalla

pagina morta rilevano i più intimi segreti, i più astrusi

intendimenti di un maestro, per trasmetterli alle ignare moltitudini?

Sotto questo aspetto, Angelo Mariani meritò, primissimo in Italia,

il titolo di creatore. E tale volle essere chiamato per quella sua

maravigliosa potenza di intuizione onde a lui rivelavansi i caratteri

speciali di ciascuna musica, per quella pellegrina facoltà di

assimilarsi lo stile dei singoli compositori e di tradurne le

bellezze, senza distinzioni o predilezioni, col gusto elevato

dell'artista di genio, colla coscienza dell'uomo leale,

coll'entusiasmo dell'italiano.

Angelo Mariani nacque a Ravenna il giorno 11 ottobre 1824. Affidato

all'età di 11 anni all'esimio Pietro Casalini che in quel tempo era

professore di violino all'Accademia filarmonica, perfezionato dippoi

nei segreti del difficile istrumento dal professore Giovanni Nostini,

a quindici anni il Mariani dava concerti in Ravenna sua patria e in

altre città delle Romagne, destando da per tutto la maraviglia co'

suoi precoci talenti.

L'ottimo signor conte don Gerolamo Roberti di Ancona, che allora

dimorava a Ravenna presso l'amico suo cardinale Falconieri, prese a

proteggere il giovane concertista, iniziandolo ai segreti

dell'armonia, nella quale era versatissimo. Il Mariani ricordava

spesso con riconoscenza ed affetto le pazienti cure prodigategli da

quel dotto contrappuntista, dal quale egli aveva appreso l'amore ai

buoni studi ed alle severe discipline dell'arte. E con pari

benevolenza e rispetto il Mariani parlava sovente del padre Levrini da

Rimini, allievo del famoso padre Mattei di Bologna, dalle cui lezioni

egli trasse il maggior profitto.

A diciannove anni, il Mariani fu chiamato a dirigere una banda

musicale a Sant'Agata Feltria, e quivi si diede a far degli allievi in

ogni genere di istrumenti. A quell'epoca, il giovane maestro non

conosceva che il violino ed il pianoforte; ma pure, nel breve giro di

pochi mesi, egli riuscì a trattare perfettamente la più parte

degli istrumenti da fiato, e fra questi la tromba, il trombone, il

bombardino, il flauto ed il clarino, ch'egli qualche volta si prendeva

il diletto di suonare, con grande meraviglia di chi lo udiva. Quegli

studii e quegli esempi preparavano il grande artista, l'insuperabile

direttore di orchestra predestinato a brillare fra le più elette

illustrazioni del teatro italiano. A dimostrare come l'arte fosse

incoraggiata a quei tempi e per quali strettezze anche il Mariani

abbia dovuto passare ne' suoi anni giovanissimi, basterà avvertire

che lo stipendio percepito da lui per la direzione della banda di

Sant'Agata era di lire 50 mensili.

Recatosi a Macerata nel 1843 per suonare la prima viola al teatro

dell'opera, quivi, nel corso della stagione, fece eseguire due

sinfonie ed un grande concerto a tutta orchestra obbligato a sei

istrumenti; delle quali composizioni, che ottennero il massimo

effetto, si parla con molta lode in un articolo pubblicato allora dal

_Messaggere Bolognese_, dove sono ricordate altre composizioni dello

stesso Mariani, già eseguite precedentemente a Ravenna.

Nessun paese è più reazionario dell'Italia, sotto l'aspetto

dell'opposizione che qui incontrano i giovani talenti--Non si ha fede

nei giovani--non si ammette l'intelligenza, se questa non abbia

acquistato autorità dai capelli canuti e dalle rughe del volto. Non

si vuol tener conto di questa verità fisiologica, che il giovine di

vent'anni entra nel mondo colle idee nuove della sua epoca, informato

di tutti quei progressi che gli adulti non sono più in grado di

assimilarsi, dacchè il loro spirito si è in certo modo ossidato

nei pregiudizi di altri tempi. Non è qui il luogo dove ci sia

permesso di sviluppare ampiamente questo tema, e di mostrare i danni

che derivano all'Italia da questa sua eccessiva venerazione per gli

uomini del passato, da questa diffidenza gelosa dei giovani ingegni.

Anche il Mariani ebbe a lottare per alcun tempo contro tale

pregiudizio; senza di che, all'età di 17 anni, egli avrebbe preso

il posto di direttore in una delle principali orchestre dell'Italia, e

tosto il di lui nome sarebbe stato inscritto fra quelli dei più

valenti.

Pel Mariani la lotta non fu però così lunga e crudele come per

la più parte dei giovani. Il di lui talento imponeva simpatia e

rispetto anche ai più anziani maestri; le gelosie e le cabale dei

mediocri non ebbero forza di contrastargli lungamente il posto

meritato.

Il celebre baritono Tamburini avea istituito in Faenza, sua patria,

una Società Filarmonica, dove tosto si era adunata una eletta

schiera di giovani intelligenti e volonterosi per addestrarsi agli

esercizi della musica istrumentale. Il posto di maestro e direttore di

quella giovane orchestra venne affidato al Mariani, il quale diede

allora tali saggi di intelligenza e di coltura musicale, da ottenere

le testimonianze più lusinghiere di stima dai suoi giovani alunni.

Fu in Faenza, in mezzo alle cure della nuova Società Filarmonica,

che il giovane maestro diè vita a non poche composizioni, per le

quali fu sommamente lodato anche dai più illustri cultori

dell'arte.

Ecco una lettera molto lusinghiera, che il Rossini dirigeva in

quell'epoca al Mariani:

«Pregiatissimo sig. Mariani,

«Ho fatto far copia della di lei _Sinfonia_ in _sol minore_ per

eseguirla nei prossimi esercizi od accademie di questo liceo.

«Il suo lavoro è rimarchevole considerandolo specialmente come

lavoro di un esordiente. Bello è il piano, logica la condotta e

felicissimi i pensieri. Di questa sua bella composizione voglia

aggradire i rallegramenti di chi si pregia di dirsi

«Suo devotissimo servo

«GIOVACCHINO ROSSINI»

«_Bologna, il 16 agosto 1844_.»

Incoraggiato dalla ammirazione pubblica e dalle felicitazioni dei

più insigni maestri dell'arte, il Mariani lasciò presto il suo

impiego di direttore d'orchestra della Società Filarmonica di

Faenza, e trasferitosi a Bologna, quivi d'altro non volle occuparsi

per alcun tempo che dello studio dei classici. Rossini lo colmava di

gentilezze, lo incoraggiava coi più lieti pronostici--il vecchio

maestro Marchesi gli dava lezioni di perfezionamento nella difficile

scienza delle armonie.

Nell'autunno e carnevale del 1844-45, chiamato a Messina per

concertare le opere e dirigere l'orchestra di quel teatro, Mariani

dovette cedere alla forza del pregiudizio, in quanto i così detti

professori di quell'orchestra protestassero accanitamente di non voler

suonare sotto la direzione di un _ragazzo forestiero_.--A quell'epoca,

un artista nato a Ravenna, nel cuor dell'Italia, era un _forestiero_

pei signori professori del teatro di Messina!

Ma l'_Accademia filarmonica_ non permise che il Mariani si partisse da

quella città col rammarico di uno sfregio immeritato. Per riparare

al gravissimo torto di pochi _professori_ mestieranti, quella

Società di eletti musicisti invitò il giovane maestro a dirigere

parecchi concerti, dove non poche composizioni di lui vennero eseguite

con grande successo. Il principe De-Liguori, intendente generale di

quella provincia, commise al Mariani di scrivere diverse marcie e

pezzi da concerto per la banda del reale Orfanotrofio, e i nuovi

lavori ottennero tal voga, che più tardi i medesimi avversarii del

giovane artista dovettero rendergli giustizia e riconoscere i propri

torti.

Nell'anno 1845, il Mariani si recò due volte a Napoli, dove strinse

relazione coll'illustre Mercadante, dal quale ebbe conforti e

consigli. In quella occasione scrisse parecchi componimenti vocali,

che vennero appunto eseguiti nella sala del celebre maestro, con molto

aggradimento dei pochi ma eletti uditori. In questo genere di

composizioni da camera, il Mariani doveva più tardi elevarsi a tale

altezza da rivaleggiare coi più famosi, e vincerli spesso.

Nel maggio del 1846 venne a Milano, e qui cominciò pel Mariani la

vera, la grande carriera del maestro concertatore: qui il di lui nome

acquistò quella voga di popolarità che decide le sorti di un

artista. A quell'epoca il pubblico delirava per Verdi. Quella che oggi

vien chiamata, quasi con dispregio, la _prima maniera_ del più

drammatico, del più popolare, del più affascinante dei moderni

compositori, fanatizzava in allora le masse del pubblico italiano per

la insolita gagliardia dei concetti e dei modi. Nel 1846, la musica di

Verdi presagiva la rivoluzione del 1848--era musica febbrile,

convulsa, esuberante; in essa era tutta l'agitazione di un popolo, era

tutta una Italia impaziente di giogo straniero e anelante alla pugna.

I critici slombati e pedanti, i quali nelle opere dell'artista non

veggono che la forma, ed altra perfezione. non riconoscono se non

quella che è il prodotto del calcolo, della pazienza, della

imitazione, sono nel loro pieno diritto di inneggiare enfaticamente

alle ultime produzioni del Verdi al solo scopo di riprovare le prime e

di gettarle tutte in fascio alle fiamme[1]. No! noi non saremo così

ingrati verso l'illustre maestro, da obliare le grandi e nobili scosse

che egli ha prodotto in noi colle sue prime musiche; non ci accuseremo

di cretinismo per avere nella nostra giovinezza, preso parte a questo

delirio di tutta Italia, pel quale, alle prime rappresentazioni del

_Nabuco_, dei _Lombardi_, dell'_Ernani_, gli spettatori balzavano

dalle seggiole ed acclamavano al maestro come le turbe acclamano ai

profeti. Non è esagerazione ciò che scriviamo. La prima musica

del Verdi ha suscitato entusiasmi quali la storia del teatro non

ricorda più solenni e più universali. Il pubblico, non diremo

d'Italia, ma del mondo, non aspettò il _Macbeth_, nè il _Ballo

in Maschera_, nè il _Don Carlo_, per riconoscere il genio di Verdi.

Il genio di Verdi era tutto là, nel _Nabuco_, nell'_Ernani_, in

quelle prime musiche esuberanti, dove prorompeva tutta intiera, nella

sua giovanile schiettezza, l'indole appassionata e gagliarda del

grande maestro.

Mariani si presentò come direttore di orchestra al teatro Re, dova

si eseguivano i _Due Foscari_ dalla signora Angiolina Bosio[2], dal

baritono Corsi e dal tenore Volpini, tre artisti allora esordienti che

poi divennero famosi. L'appaltatore teatrale Angelo Boracchi, che

allora teneva al suo stipendio quell'esercito di giovani cantanti, da

cui uscirono la Bosio, la De-la-Grange, il Fraschini, il Ferri, il De

Bassini, il Corsi ed altri celebri, riconobbe il talento del Mariani e

tosto lo scritturò per l'autunno al teatro Carcano, ove dovevano

prodursi grandiosi spettacoli. E fu in quella stagione che il giovane

direttore di orchestra si fece anche ammirare come violinista,

suonando con nuova squisitezza l'_a solo_ dei _Lombardi_, di cui ogni

sera il pubblico entusiasta chiedeva la replica. Quei saggi

promettevano un grande suonatore da concerto; se non che, l'amore

delle grandi esecuzioni complesse fece trascurare al Mariani

l'esercizio dello istrumento di Tartini, e per tal modo il direttore

di orchestra ed il compositore assorbirono più tardi il violinista.

Nella primavera del 1847, il nome di Mariani era celebre. Le sue prime

composizioni per canto, fra le quali vuolsi ricordare il _Giovane

accatone_, pubblicata dal Ricordi, si ripetevano ammirate da tutti i

dilettanti di Milano.

In quell'anno, per cura dell'intelligente ed audacissimo Boracchi[3]

il Carcano venne riaperto con spettacolo d'opera, e il Mariani

richiamato a dirigere l'orchestra. Fu una stagione memorabile, pel

numero e la valentia degli artisti scritturati, per la varietà

delle opere, per lo splendore inusato della messa in scena, per la

singolarità degli aneddoti che in quella ricorrenza si produssero,

pei tumultuosi entusiasmi del pubblico, forieri di rivoluzione. Si era

aperta la stagione coll'opera _Giovanna d'Arco_, eseguita da una

Ranzi, dal tenore Volpini e dall'autore della presente biografia, che,

in allora ignaro affatto di ogni disciplina musicale, cantava da

baritono[4]. Nè in appresso, nè mai, al teatro Carcano suonarono

più clamorose ovazioni. Il celebre tenore Moriani[5], attore e

cantante insuperabile, si produceva nel _Rolla_ del Ricci e veniva

acclamato il Modena del canto. Uranio Fontana, che divenne più

tardi, a Parigi, maestro di canto all'Accademia Imperiale ed al

Conservatorio, faceva eseguire la sua nuova opera i _Baccanti_,

scritta sullo stile di Verdi, su quello stile tanto criticato in

allora dalla massa dei maestri impotenti, nondimeno imitato da tutti.

La messa in scena di quell'opera del Fontana diede luogo ad un curioso

episodio, del quale l'autore di questo scritto può dire con

Cicerone: _pars magna fui_. Non dispiaccia ai nostri lettori di veder

qui riferito un frammento di storia teatrale, che riflette vivamente

le condizioni dell'epoca.

Le prove dei _Baccanti_ procedevano affrettate e scompigliatissime. I

cantanti principali non erano ben sicuri delle loro parti; la prima

donna, per certe sue antipatie verso l'autore dell'opera, poneva la

miglior volontà del mondo acciò tutto camminasse alla peggio; i

cori e l'orchestra non aveano fatto prove sufficienti. In ogni modo,

stringendo il tempo e volgendo al termine la stagione, lo spartito

doveva andar in scena. Quando il maestro e gli artisti meno se lo

aspettavano, furono invitati alla così detta prova generale.

Proteste da parte del Fontana, resistenza assoluta da parte

dell'impresario, minaccie inesorabili da parte dell'Autorità

politica, che da ogni nonnulla vedeva insorgere il temuto spettro

della rivoluzione.

Si dà principio alle prove. I suonatori, svogliati e insolitamente

ribelli all'arco del loro conduttore--i coristi male imbeccati e

peggio diretti--la prima donna raffreddata e smorfiosa--tutto sembra

cospirare contro il povero maestro perchè la sua opera abbia a

riuscire una parodia. Tanto fa, che a metà dell'atto primo,

l'ottimo Fontana, uomo di temperamento nervoso e di carattere oltre

ogni dire irritabile, comincia a dare in ismanie, e da ultimo, fatto

fascio delle partiture e recatesele in braccio, a fuggire protestando.

Non era che il prologo della commedia. In teatro un tumulto da non

dire. Gli artisti e il direttore di orchestra domandavano la

sospensione delle prove; ma l'impresario, pressato e minacciato dalle

Autorità politiche, ad esigere che si tirasse innanzi alla meglio,

dovendosi all'indomani produrre la nuova opera ad ogni costo.

Simile ad un generale di armata che prevede la mala riuscita di un

attacco, ma nullameno sente l'obbligo di sobordinarsi ad una

volontà più potente della sua, il Mariani si leva in piedi, e si

prova, con una arringa commoventissima, ad infiammare l'ardore dei

suoi incruenti soldati.

Le prove vengono riprese; fra il male ed il bene si giunge alla fine,

si spengono i lumi, e ciascuno se ne va pe' fatti suoi, pronosticando

per l'indomani uno di quei fiaschi colossali che al teatro Carcano,

segnatamente a quell'epoca, prendevano le proporzioni di un tumulto

popolare[6].

All'indomani, il maestro Fontana, l'autore della nuova opera, venne di

buon mattino a visitarmi. Egli era profondamente addolorato. Egli mi

domandava affannosamente se non vi era modo di impedire per quella

sera la minacciata esecuzione del suo primo spartito musicale. Vi era

qualche cosa di straziante nella sua parola, vi era la disperazione di

un giovane ingegno che protesta come può meglio, che reagisce colle

ultime forze della sua volontà contro la prepotenza della

speculazione; vi era la angoscia di un padre che, a costo di perdere

sè medesimo, vuol salvare ad ogni modo la sua creatura minacciata.

Le smanie del povero maestro mi commossero siffattamente, ch'io

deliberai di venire in suo aiuto, rendendo impossibile per quella sera

la rappresentazione del nuovo spartito.

Scrissi all'impresario una lettera, nella quale, protestando contro

l'indegnità che egli stava per commettere, lo invitava a ritirare

gli annunzi dei _Baccanti_, avvertendolo che io, per quella sera ed

altre successive, mi sarei reso irreperibile, fino a quando la

esecuzione della nuova opera non fosse migliorata da ulteriori

concerti.

Inviata quella lettera all'impresario, io mi rifugiai nella casa di un

amico, e quivi stetti ad attendere i fati.

Trattandosi di spartito affatto nuovo, non era possibile trovare un

baritono che mi supplisse per quella sera. Nullameno, la cocciutaggine

degli agenti di polizia tenne fermo nell'imporre all'impresario che lo

spettacolo non venisse mutato. Il conte Bolza[7] era onnipotente a

quell'epoca. Ma questa volta egli aveva a lottare contro un cervello

balzano, che non riconosceva nè avea mai riconosciuto il potere di

alcuna autorità costituita. Furono spedite delle spie in ogni

caffè, in ogni trattoria della città; furono, perfino, nella

supposizione che io mi fossi recato a Pavia, inviati dei gendarmi a

cavallo su quello stradale, per arrestare il fuggiasco baritono. La

polizia consumò la giornata in codeste strategie, e contando pur

sempre di raggiungere il suo intento, lasciò che la folla, avida

del nuovo spettacolo, invadesse il teatro.

E quella folla era davvero imponente. Alcuni _amici_, avvertiti in

segreto che la rappresentazione non avrebbe potuto effettuarsi per

l'assenza ostinata del baritono, erano accorsi in teatro onde favorire

il tumulto.

Frattanto, sul palco scenico gli artisti si abbigliavano da Baccanti;

e il conte Bolza, vero rappresentante della cocciutaggine tedesca,

attendeva nel camerino del teatro che i suoi emissarii gli

conducessero innanzi il baritono ammanettato.

Ma venne il momento in cui non erano più lecite le illusioni. Il

teatro echeggiava di grida, di fischi e d'altri rumori più

_riottosi_. Il buttafuori, apparso finalmente al proscenio, più

pallido e più balbuziente che mai, dopo aver letto al pubblico la

lettera che quella mattina io aveva scritta all'impresario,

annunziò che la promessa rappresentazione dei _Baccanti_ non poteva

altrimenti aver luogo. Il turbine non si descrive. E fu un turbine da

far crollare le pareti.

Per la prima volta, in Milano, fu gridato: abbasso la polizia! abbasso

Bolza! morte all'Austria!--Il vulcano latente della rivoluzione

cominciava a sprigionarsi.

Si adunarono di fretta altri artisti per sostituire il _Nabucco_ al

nuovo spartito del Fontana. Mariani, sovreccitato da quella

straordinaria effervescenza di pubblico, si levò in piedi per dare

il segnale dell'attacco.--Quella grande e vigorosa sinfonia, che era

stata alla Scala, pochi anni addietro, la rivelazione di un nuovo

genio musicale, rispondeva siffattamente alle febbrili agitazioni del

momento, da somigliare ad un grido d'allarmi lanciato nella

folla.--Gli spettatori salirono sulle panche sventolando i fazzoletti;

tutti i pezzi più concitati dell'opera, quali le due arie del

profeta, i due finali concertati e il corale dell'ultimo atto, si

dovettero ripetere fra i clamori entusiastici del pubblico.--Alla fine

della serata, il conte Bolza fece chiamare il Mariani nel camerino del

teatro, e apostrofandolo vivamente, lo minacciò dell'arresto

personale _per aver dato alla musica del Verdi una espressione troppo

evidentemente rivoltosa ed ostile all'imperiale governo_.--Il Mariani

mi ha più volte ricordato questo aneddoto, accompagnandolo di un

sorriso di compiacenza. Il conte Bolza, nella sua poliziottesca

ingenuità, era stato uno dei primi a riconoscere il lato più

saliente e più caratteristico di quell'ingegno predestinato.--E i

_Baccanti?_ domanderà qualche lettore curioso.--Io me la cavai con

poche ore d'arresto nelle prigioni di Santa Margherita, e il Mariani

frattanto ebbe agio di concertare la nuova opera fino a piena

soddisfazione dell'autore, e ad ottenere una esecuzione che valse un

trionfo al Fontana ed a tutti[8].

Angelo Mariani fu per avventura il primo in Italia che, accoppiando

l'ufficio di maestro concertatore a quello di direttore d'orchestra,

insegnasse coll'esempio il miglior mezzo per ottenere nelle grandi

esecuzioni musicali una vera unità di concetto. Chiamato a Vicenza

nel 1847 per dirigere le opere a quel teatro Eritennio, egli ebbe

quivi occasione di rivelarsi completamente. A festeggiare il nono

Congresso degli scienziati italiani si pensò di riprodurre sulle

scene dell'antico teatro Olimpico l'_Edipo_ di Sofocle. A concertare e

dirigere i cori espressamente musicati dall'illustre Pacini fu

prescelto il Mariani, il quale finalmente potè capitanare un

esercito di oltre cinquecento musicisti e spiegare tutta la possa del

suo talento dinanzi a un pubblico numerosissimo e composto delle

più elette intelligenze italiane e straniere. Gustavo Modena, il

grande attore, prendeva parte a quella rappresentazione. Fu un

successo inaudito, e le ovazioni toccate all'energico direttore della

musica non furono da meno di quelle che largamente vennero raccolte

dal tragico illustre e dal celebre autore della _Saffo_.--Dopo quella

rappresentazione, il Mariani uscì dal teatro Olimpico colla aureola

della celebrità sulla fronte, e nessuno, fino all'ultimo della sua

carriera, ebbe mai a contendergli il primato.

In sul principiare del novembre 1847, il nostro ammirabile artista fu

chiamato a Copenaghen per dirigere gli spettacoli al teatro di corte.

Quivi egli scrisse non poche composizioni da camera, ed una _Messa

da Requiem_ in suffragio di re Cristiano VIII, che venne eseguita

nella chiesa cattolica di Copenaghen il 5 gennaio 1848, e ripetuta, il

venerdì santo dello stesso anno, in occasione di un concerto sacro

dato a benefizio dei feriti nella guerra pei Ducati dello

Schleswig-Holstein. Le onorificenze ottenute e le laute profferte

della Corte non valsero a trattenere il Mariani a Copenaghen dacchè

l'eco della rivoluzione italiana ebbe scosso le sue fibre di patriota

e di artista. Egli corse a Milano per arruolarsi nelle file dei

volontari, e dopo aver preso parte infino all'ultimo alla lotta

nazionale, sconfortato dalla dolorosa catastrofe, accettò un

contratto per Costantinopoli, e partì alla volta di quella

città.

Un _Inno_ di omaggio al sultano Abdull-Medijd ed altri pezzi vocali e

istrumentali, tra cui una notevolissima Cantata, _La fidanzata del

guerriero_, compose il Mariani a Costantinopoli. Di questi pezzi,

editi dal Ricordi, ed accolti assai favorevolmente dal pubblico, si fa

menzione analitica nella _Gazzetta Musicale_ dell'anno 1850.

Dopo altre peregrinazioni artistiche, mai sempre accompagnate dei

più felici successi, il Mariani, nel 1852, venne dal municipio di

Genova definitivamente nominato al posto di maestro concertatore e

direttore di orchestra al teatro Carlo Felice; posto che l'egregio

artista occupò fino all'ultimo, con quanto lustro di quel teatro

tutti sanno. Dopo tale avvenimento, l'orchestra del Carlo Felice, se

non per numero e valentia individuale di professori, potè chiamarsi

la prima d'Italia per quella fusione di elementi, per quella sintesi

perfetta, da cui si creano le grandi esecuzioni e gli irresistibili

successi. Affezionato alla città dei Dogi per le cordiali simpatie

ivi conquistate, pel consorzio di una popolazione vivace ed

intelligente, per le dolcezze del clima, per gli incantevoli

spettacoli del mare, egli abitava negli ultimi anni il piano superiore

del grandioso palazzo eletto dal Verdi a sua dimora. Quivi, nella

stagione invernale, il grande Maestro compositore rivelava al possente

suo interprete i più riposti intendimenti delle sue musiche; di

là partivano le faville che, trasmesse agli artisti, alle orchestre

ed alle masse corali, elettrizzavano i pubblici di Genova, di Bologna,

di Vicenza, di Sinigaglia e di Reggio nelle solenni esecuzioni del

_Don Carlo_, del _Ballo in Maschera_ e dei _Vespri Siciliani_.

Perocchè, nelle vacanze del teatro Carlo Felice, Mariani non

istette mai inoperoso. Le città più cospicue d'Italia facevano a

gara nel valersi de' suoi talenti, e il di lui intervento nella

direzione di uno spettacolo voleva dire solennità artistica,

avvenimento di interesse mondiale.

Nelle tappe gloriose dell'illustre concertatore e direttore

d'orchestra, furono ammirabili le prime rappresentazioni del _Ballo in

Maschera_, dell'_Africana_, del _Don Carlo_, del _Profeta_ e del

_Lohengrin_.

Nessuna di queste opere ebbe mai in altro teatro d'Italia una sì

completa e splendida interpretazione, come al Comunale di Bologna per

opera principalissima del Mariani. I Bolognesi amavano questo artista

fino al delirio. Le prime donne, le celebri danzatrici del teatro

Comunale erano gelose de' suoi successi. Gli enfatici telegrammi, che

da Bologna si diramavano alle cento città d'Italia, non parlavano

che di lui.--In quelle grandi vittorie dell'arte il nome del generale

in capo ecclissava la fama e il valore dei combattenti. E frattanto

alle ovazioni del pubblico si aggiungevano le congratulazioni e i

ringraziamenti degli insigni maestri. Meyeerber, dopo una audizione

del _Profeta_, gli scrive per affermargli che la esecuzione italiana

ha posto in rilievo delle bellezze non prima avvertite; Wagner sembra

smettere per un istante i suoi corrucci contro l'Italia, per stringere

la mano al suo interprete affascinante; Verdi non scrive lettere, non

spedisce telegrammi; ma apprezzando quant'altri il talento dell'amico,

gli prepara una festosa e cordiale accoglienza e una franca parola di

encomio pel primo incontro.

Nel 1861, al Carlo Felice di Genova si produsse per la prima volta la

famosa opera di Herold, lo _Zampa_, nuovamente tradotta in lingua

italiana, e il Mariani, con talento e sapere, completò lo spartito

di non pochi recitativi e dialoghi a grande orchestra. L'esito dello

_Zampa_ fu tanto solenne, che la medesima opera si dovette riprodurre

alla primavera successiva, e più tardi, a Madrid, sollevò il

più grande entusiasmo.

Fra le composizioni notevoli del Mariani voglionsi ricordare: la

_Trascrizione_ del _Ballo in Maschera_, la _Cantata_ pel matrimonio

della principessa Pia di Savoia col re di Portogallo, eseguitasi, la

sera del 28 settembre 1862, al Carlo Felice, alla presenza degli

augusti sposi e di tutta la famiglia reale. È voce che quella

composizione venisse dal Mariani improvvisata in meno di due giorni.

Nel 1864, la città di Pesaro inaugurava con pompa un monumento a

Rossini. Saverio Mercadante aveva, per quella solenne circostanza,

composto un inno grandioso dove opportunamente si intrecciavano i

più stupendi pensieri melodici del Pesarese. Il concerto e la

direzione di quella festa musicale vennero affidati al Mariani, e il

successo fu così splendido e solenne, che Rossini, Mercadante ed

altri illustri gliene resero grazie con ogni maniera di onorevoli

testimonianze. Rossini gli inviava un ritratto colla dedica umoristica

in dialetto romagnolo: _Offert a qù lù dei bei neez e d'la

plezza culour dei cutaroni, a Anglet Mariani ex canonich d'la piazza e

vece Rossini._

La lettera che il Mercadante diresse al Mariani in quella occasione

merita di essere riferita:

«Maestro carissimo,

«Per le relazioni di tutti gli artisti amici miei, convenuti a

Pesaro dalle diverse città d'Italia onde assistere alle feste ad

onore dell'immortale Rossini, seppi come foste con intelligenza e

giustizia unanimamente proclamato il Gran Direttore di orchestre

vocali e istrumentali, e ciò per le profonde cognizioni dell'arte

stessa, come per lo distinto ingegno educato alle discipline del

buon gusto e del vero. In quanto a me, tale giudizio non mi giungea

nuovo, poichè fino dai primi momenti che mi ebbi il bene della

vostra interessante conoscenza, fui convinto che avreste fatto voli

nel nostro difficile arringo, e previdi che sareste presto giunto al

distintissimo grado in cui il mondo colto meritamente vi ha

collocato. Per sì fatto convincimento e per le morali qualità

che tanto vi distinguono, mi ritenni dal farvi particolari

raccomandazioni per la migliore esecuzione del mio Inno, certo del

vostro zelo e tutto fiducia nella sentita amicizia che da sì

lungo tempo ci lega. In ogni caso, avrei attribuito alla debolezza

della composizione il mancamento di effetto. Mi è quindi

impossibile potervi esprimere i sentimenti di mia riconoscenza,

poichè avete così immensamente contribuito al felice successo

di quella composizione, complicata non poco nelle sue diverse parti!

Non dubito però che nel vostro squisito sentire comprenderete da

quanta gioia e commozione il mio cuore sia stato preso nel ricevere

la lieta nuova, ed in ispecial modo dal contenuto della vostra

cortesissima ed affettuosa lettera sul proposito direttami. Vogliate

pertanto estendere questi miei sensi ai componenti le numerose e

scelte intelligenze musicali che sì religiosamente s'inspirarono

in voi. Ciò posto, fareste cosa gratissima all'animo mio se, per

mezzo di accreditato giornale, fossero a ciascuno fatti gradire i

miei debiti ringraziamenti; preghiera questa che pure ho fatto al

nostro comune amico Liverani.

«Se avete gridato il mio nome, permettete che alla mia volta io a

piena voce gridi «Viva Mariani!!» e ciò con accompagnamento

di coro composto della mia commossa famiglia, degli amici e

dell'intero musicale Collegio, al quale fu letta la vostra lettera,

accolta con generale entusiasmo; e quei cari giovanetti erano

visibilmente commossi, non solo dalle parole a mio riguardo

adoperate, ma bene anche per la tanta vostra gentilezza verso i loro

amati ed estimati maestri ed alunni compagni di studio, che li hanno

rappresentati in sì memoranda circostanza.

«Conservatemi sempre la vostra preziosa amicizia ricordatevi

qualche volta di me, che tanto vi stimo, e credetemi per la vita.

«Vostro affezionatissimo

«S. MERCADANTE.»

Dopo quel memorabile _festival_, Mariani ricevette il diploma di

_Cittadino Pesarese_.

Tutti i particolari fino a qui riferiti dimostrano con quanta

rapidità un artista dotato di eccezionale talento e animato dal

vero amore dell'arte possa toccare a meta elevatissima. Mariani

all'età di quarant'anni era giunto a quello stadio della carriera

dove ogni lotta viene a cessare, dove all'ingegno riconosciuto, alla

fama solidamente stabilita non si presentano che nuovi allori da

cogliere. Bologna e Venezia furono l'ultimo campo de' suoi

trionfi.--Wagner deve al Mariani gran parte della buona accoglienza

che i Bolognesi fecero al _Lohengrin_ ed al _Tannhauser_. Cultore e

amante passionatissimo dell'arte sua, Mariani non faceva differenza

tra maestro e maestro, non ostentava predilezioni, e in presenza del

dovere, dissimulava le individuali antipatie. Rossini e Meyerbeer,

Bellini e Verdi, Donizetti e Wagner, i grandi come i mediocri, i

famosi come gli oscuri, gli antichi come i nuovi imponevano del pari

alla sua nobile coscienza di artista. Dalle sue manifestazioni

confidenziali era facile arguire a che tendessero le sue predilezioni.

Italiano nella formosissima regolarità del volto, nel fuoco degli

sguardi, nella vivacità del carattere, nel fervore del sangue,

negli istinti dell'amore e del gusto, si comprende che egli doveva

adorare Bellini e Donizetti, esaltarsi alle immaginose e fervide

concezioni del Verdi.--Musicista profondo, uomo di scienza nel pretto

senso della parola, soleva riporre uno speciale fervore nello studio e

nella interpretazioue degli spartiti venuti d'oltr'alpe. Al suo

orgoglio di artista italiano piaceva trionfare di ciò che in musica

si chiama difficile ed astruso. La musica di Wagner fornì a lui una

solenne occasione di far valere tutta la potenza intuitiva del proprio

genio, tutta la estensione del proprio sapere.

Allo scopo di studiare gli autori stranieri e di affermarsi alle

difficili prove, egli intraprese non pochi viaggi. Le di lui

escursioni a Parigi ed a Londra si rinnovavano periodicamente ogni

anno, e in compagnia del Verdi andò espressamente a Parigi nel

1867, per assistere a parecchie rappresentazioni del _Don Carlos_, che

egli pel primo doveva presentare all'Italia.

Angelo Mariani, sotto l'aspetto di compositore, appartiene alla scuola

più schiettamente italiana. I suoi canti da camera ritraggono

l'indole di Bellini e la foggia del Gordigiani; le sue partiture

istrumentali, tuttochè elaborate con molto sapere, rivelano l'amore

istintivo di quella aurea semplicità che era proprio dei grandi

maestri antichi. Tutto ciò che vi ha in esse di complicato e di

astruso non è che una stentata concessione alle esigenze di quei

pochi innovatori di cattivo gusto che a forza di vociare sono quasi

riusciti a parere moltissimi[9].

Angelo Mariani, come abbiamo accennato, fu bellissimo d'aspetto--nella

prima giovinezza, la squisita regolarità de' suoi lineamenti, il

fulgore dell'occhio, le soavi gradazioni delle tinte davano al suo

volto un'aria di gentilezza quasi donnesca. Più tardi, i tratti si

pronunziarono più virilmente, gli sguardi si svolsero con

espressione più severa ma pure simpatica e affascinante. Il di lui

aspetto negli ultimi anni era davvero imponente, e il flusso magnetico

che ne usciva giovava non poco ad accrescergli autorità.

In teatro, dall'alto del suo sgabello, egli dominava ad un tempo

l'orchestra, il palco scenico e la folla ammirata degli spettatori.

Era il nume delle armonie, il Prometeo che sprigiona la luce.

Severissimo e qualche volta irritabile nell'esercizio del suo dominio

musicale, egli era, nel consorzio privato, un buono e solazzevole

camerata. Parlava con entusiasmo di arte e di artisti, e nel narrare i

molteplici episodii della sua fortunosa carriera riusciva

piacevolissimo e attraente. Giovò a moltissimi, ebbe amici in buon

numero, pochi nemici, pochissimi detrattori.

Salito al primo rango nell'arte sua, egli non potè mai (e ciò

gli fu grande cordoglio) raggiungere il posto da lui vagheggiato nella

prima giovinezza, il posto di direttore al teatro della Scala. Vi fu

un'epoca (credo nel 1865) in cui il suo voto accennò di compiersi,

e già l'eminente musicista muovea per trasferirsi a Milano[10],

onde mettervi in scena l'_Africana_, allorquando la subitanea

convalescenza di un altro maestro poco innanzi gravemente ammalato,

gli intercluse per l'ultima volta la nobile meta.

Le biografie degli artisti da teatro offrono mai sempre degli episodii

piacevoli e bizzarri, i quali, tuttochè interessanti, disdirebbero

in una narrazione che insorge da una tomba[11]. Ogni gaia ricordanza

si offusca dinanzi a questo pensiero: «Mariani non è più.»

La città di Genova diede splendida testimonianza di stima e di

affetto all'illustre trapassato. Ravenna volle possedere la salma

dell'amato cittadino; l'arte italiana prese il lutto. Quale sia per

essere l'arte dell'avvenire è assai difficile pronosticarlo[12]; ma

questo rimarrà sempre con grandi nomi e grandi opere dimostrate,

che la prima metà del corrente secolo segnò per la musica

italiana una fase luminosissima. E gli astri di quell'epoca pur troppo

si vanno spegnendo con una rapidità che sgomenta!

(_Lecco_--1875).

GIOVANNI PACINI

Un fecondo e immaginoso operista, che fu, nei primordî della sua

carriera, il competitore di Rossini, poi, l'emulo di Bellini, di

Donizetti, di Mercadante e di Verdi; che seppe investirsi delle

progressive trasformazioni dell'arte, conservando pur sempre nelle sue

musiche una limpida impronta di originalità, moriva in Pescia il

giorno 6 dicembre dell'anno 1867, in età di anni settantaquattro.

Questo ispirato, inesauribile maestro, si chiamava Giovanni Pacini.

Predestinato a lottare colla prevalente superiorità dei genî

più luminosi che illustrarono la prima metà del corrente secolo,

e a guadagnarsi il suo posto d'onore a traverso le prove dei più

difficili confronti; i grandi, i solenni trionfi non mancarono a lui,

ma delle cento sue opere, dove a sprazzi rivelasi una gran luce di

fantasia, sol'una, la _Saffo_, andò famosa pel mondo e fu degna di

assidersi fra i più insigni capolavori dell'arte italiana.

La biografia di questo infaticabile maestro può fornire degli utili

insegnamenti. Noi la riassumeremo in poche pagine, studiandoci innanzi

tutto di essere esatti e sinceri.

Pacini nacque a Catania, e non già a Siracusa, come scrisse il

Fetis in quel suo emporio di inesattezze e di assurdi che s'intitola

_Dizionario biografico dei musicisti_.

Il padre di Pacini era artista di canto, e più volte ebbe a

prodursi nelle opere del figlio, dapprima in qualità di tenore,

quindi di buffo. Giovanni era attratto allo studio della musica da una

vocazione irresistibile. Iniziato in età giovanissima all'arte del

canto sotto la direzione del maestro Marchesi di Bologna, in breve,

per impulso proprio, apprese anche a suonare il cembalo ed a comporre

qualche pezzo sacro.

Il maestro Marchesi si affrettò a coltivare nel giovanetto i

pronunziatissimi istinti, ponendolo a studiare l'accompagnamento

pratico, e affidandolo poscia al celebre padre Mattei, che fu, si

può dire, il maestro dei più insigni maestri dell'epoca nostra.

Dalla scuola del Mattei, Pacini passò più tardi, in Venezia, a

quella di Bonavventura Furlanetto, e quivi fu compiuta la sua

educazione musicale.

In età di sedici anni, Pacini produsse il suo primo spartito al

teatro di Santa Radegonda in Milano. Non era che una farsa e portava

per titolo _Annetta e Lucindo_; quindi pel medesimo teatro compose

l'_Escavazione del tesoro_, che l'_erudito_ signor Fetis nel suo

voluminoso Dizionario intitola: _Evacuazione_. Questi due primi

componimenti del maestro giovinetto ebbero il più favorevole

incoraggiamento.

Scrisse poi alla Pergola di Firenze una prima opera in due atti,

intitolata l'_Ambizione delusa_; quindi, tornato a Milano, fece

rappresentare al teatro Re tre operette, la prima col titolo: _Dalla

beffa al disinganno_, la seconda: _Il Matrimonio per procura_ e la

terza: _Il Carnovale di Milano_. La poesia delle tre farse era scritta

dall'abate Anelli, poeta di argutissimo ingegno.

Ma le prime opere che davvero posero in luce il nome di Pacini, furono

l'_Adelaide e Comingio_, l'_Atala_ e la _Sacerdotessa d'Irminsul_, le

quali vennero riprodotte in quasi tutti i teatri d'Italia, esclusi la

Scala di Milano, il San Carlo di Napoli, il Regio di Torino e la

Fenice di Venezia, che a quell'epoca erano considerati i soli teatri

di cartello. Per ottenere al giovine maestro che una sua opera fosse

prodotta in uno di questi insigni teatri, si volle il soccorso di una

di quelle circostanze che decidono qualche volta le sorti di un

individuo.

Nell'autunno del 1819 si era ammalato il basso De-Grecis che doveva

sostenere alla Scala una parte di somma importanza nel _Finto

Stanislao di Gyrowets_. Per supplire a questo celebre artista,

l'impresario dovette ricorrere al buffo Pacini, il quale, assumendo di

prodursi entro tre giorni colla parte destinata al De-Grecis, mise a

patto che il proprio figlio venisse scritturato per scrivere un'opera

alla Scala in quella stagione.--Così furono aperte al giovane

maestro le porte del grande teatro, dove con lieto successo venne

rappresentata la sua opera: _Il barone di Dolshein_. La seconda opera

che il Pacini compose pel teatro alla Scala fu il _Falegname di

Livonia_. Nel libro pubblicato dall'illustre maestro che s'intitola:

_Le mie memorie artistiche_, si legge una curiosa statistica delle

paghe che a quell'epoca venivano retribuite ai compositori di musica.

Pel _Barone di Dolshein_ il maestro intascò cento zecchini; per la

_Sposa fedele_ trecento bavare, pel _Falegname di Livonia_ dugento

zecchini. Rossini, alla medesima epoca, della sua _Bianca e Faliero_

ebbe cinquecento zecchini. È da notarsi che la più parte di

queste opere, apparse in quella che noi chiameremo la prima epoca

dell'illustre maestro, vennero composte in uno spazio brevissimo di

tempo. Pacini, a' suoi primi anni, scriveva delle farse in tre o

quattro giorni, e l'opera grandiosa, la _Sacerdotessa d'Irminsul_,

composta su libretto del Romani, fu condotta a fine in ventotto

giorni.

In musica Pacini era improvvisatore. Da ciò forse la breve

vitalità di molti suoi spartiti, quasi tutti ingemmati di

felicissime melodie, quasi tutti improntati di un marchio

originalissimo, ma nondimeno incompleti e in alcune parti meno che

mediocri.

Gli ingegni come quelli del Pacini sono destinati a produrre l'oro

greggio. Sono dessi che forniscono la ricca miniera, dove tutta una

generazione di musicisti può attingere dei tesori inestimabili.

Questo spontaneo ed esuberante improvvisatore ha aperto un ricchissimo

emporio ai ladri dell'avvenire. Chi saprà derubarlo per bene,

otterrà forse maggior fama e più duratura.

Rossini diceva: «Guai se quest'uomo sapesse la musica! nessuno

potrebbe stargli a paro.» S'egli avesse meditate le proprie

composizioni, e imposto un freno alla sua foga estemporanea, Pacini

avrebbe dunque sorpassati i suoi emuli? Noi ci permettiamo di

dubitarne. Vi hanno degli ingegni frettolosi, ai quali la ponderazione

e la lima nulla giovano. Basti ricordare che i più illustri poeti

estemporanei riuscirono il più delle volte meno potenti di impeto e

di ispirazione nei loro poemi meditati.

Le _Memorie artistiche_ del Pacini che noi abbiamo sott'occhio ed alle

quali informiamo la nostra breve biografia, non contengono episodi di

molto rilievo. Più che altro esse rivelano, nello stile, nella

sovrabbondanza dei superlativi, e nella cortigianeria delle lodi, il

carattere dell'uomo? Ma quando mai il Pacini ebbe tempo di esser uomo?

Dai sedici fino ai settantaquattro anni, in ogni luogo ov'ebbe a

trasferirsi, sotto ogni condizione di tempi, egli fu sempre e poi

sempre maestro.

Vediamo di seguirlo rapidamente nelle tappe più interessanti e

più gloriose della sua carriera artistica.

Le opere che più illustrarono il Pacini in quella che suolsi

chiamare la sua prima epoca, furono _L'ultimo giorno di Pompei_, _Gli

Arabi nelle Gallie_ e la _Niobe_.

Il celebre tenore Rubini va debitore del suo più luminoso successo

ad una cabaletta di quest'ultima opera; cabaletta che anche oggigiorno

si ripete nei concerti da qualche artista privilegiato e che ebbe

l'onore di parecchie trascrizioni felicissime.

Pacini possedeva in grado eminente il genio della _trovata_. Nessuno

ha potuto sorpassarlo, pochissimi stargli a paro nella spontaneità,

nella eleganza, nella arditezza di quegli slanci lirici della melodia

che si chiamarono le _cabalette_.

Oggi la cabaletta non è più, come la era pochi anni addietro,

una inevitabile perorazione delle arie e dei duetti. Dovremo noi

dedurne che il gusto del pubblico sia mutato; che quanto ieri aveva

potenza di elettrizzare le masse e di rapirle a immediati entusiasmi,

verrebbe oggi riprovato quale una risorsa volgare dei talenti

stazionari?--Non è più verosimile che la cabaletta sia caduta in

disgrazia a causa dello spietato abuso che taluni ne hanno fatto, e

della impotenza dei moderni compositori a creare quelle facili e

originali melodie, dalle quali soltanto le cabalette traggono effetto?

I palliativi qui non giovano; non è il caso di abbagliare il

pubblico coi fuochi di artifizio. La _cabaletta_ è il madrigale,

l'anacreontica, l'epigramma dell'opera in musica--concetti qui si

vogliono e non suoni--si esigono cuore e fantasia, non contrappunto;

convien proprio, per fare qualche cosa di eletto e di affascinante,

esser artisti di ispirazione, non vacui professori di armonia o di

acrobatismo orchestrale.

Dateci qualche cosa che rassomigli nella vivace freschezza del

pensiero, nell'impeto della spontaneità, nella schiettezza della

eleganza, alle famose cabalette del Pacini, del Donizetti, del Bellini

e di tanti altri ispirati, e le masse più intelligenti vi

risponderanno coll'ammirazione entusiastica. Non sono trascorsi dieci

anni dacchè il pubblico domandava con grida frenetiche la replica

della cabaletta _Di quella pira_, che non va posta fra le più

elette del Verdi; e della _Norma_, della _Favorita_, del _Ballo in

maschera_ non vediamo anche oggigiorno accolte con preferenza, e

applaudite, e _bissate_ queste simpatiche concitazioni della melodia,

che si vorrebbero da taluni critici eliminate dall'opera moderna.

Rovani direbbe: gli è che una buona cabaletta vuol esser fatta con

_vino d'uva_--e pur troppo la più parte dei giovani maestri non

chiudono nelle loro botti che _vino Grimelli_[1].

_L'ultimo giorno di Pompei_ e _Gli Arabi nelle Gallie_ vennero più

volte riprodotte nei principali teatri d'Italia e dell'estero. Con

queste due opere, Pacini sostenne decorosamente il suo posto a fianco

dei tanti illustri competitori coi quali aveva a lottare. È però

da notarsi che nella sua prima giovinezza, carattere vero da artista,

lo spigliato e versatile maestro non pose mai, nel condurre a fine le

sue opere, quell'impegno che la fortuna seconda e le esigenze di una

fama prestamente conquistata parevano imporgli.

Nelle _Memorie artistiche_ vediamo leggermente accennato a questo

difetto, laddove il fecondo compositore ricorda un episodio avvenutogli

a Milano. Doveva il Pacini scrivere per le massime scene della Scala

un'opera nuova, la _Giovanna d'Arco_. «Non nasconderò (sono

parole del maestro) che una avventura galante che mi aveva fatto

perdere il cervello, mi distolse dal lavoro. La stagione teatrale

volgeva al termine e a me mancava ancora un intiero atto. L'impresario,

vedendo che io poco pensava a dar compimento all'impegno assunto, dopo

avermi più volte ammonito, espose alla Direzione degli spettacoli

quanto accadeva; la quale, non perdendo tempo, inviò rapporto al

direttore di polizia signor conte Torresani, che, fattomi chiamare con

tutta gentilezza, mi fece intendere che se entro il termine di otto

giorni non avessi ultimato lo spartito, Santa Margherita mi

aspettava![2]. Capii benissimo qual vento spirava, per cui pensai di

non dare occasione di porre in pratica la garbatissima offerta»[3].

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