Da Santa Croce a _Kondókoro_ — Costumi dei _Bàri_ — Tremuoti, venti,
temperatura — I _Bàri_ e la Missione — L'islamismo e la schiavitù —
Conclusione.
Da Santa-Croce mossi verso _Kondókoro_ la mattina del 26 dicembre,
non più solo, ma colla cara compagnia di Giuseppe Lanz. Frattanto il
signor Kaufman doveva incassare e mettere in punto ogni cosa. A questo
scopo io avevo lasciata una barca vuota a sua disposizione, colla quale
si tenesse pronto a partire appena noi fossimo ritornati. Cagione
di tanta fretta era il timore che il fiume giungesse al suo maggior
decrescimento, e non ci permettesse quindi di recarci a _Chartùm_ con
barche assai cariche.
Fino alla sera del 26 dicembre noi vedemmo continue, dalla parte
sinistra del fiume, le abitazioni provvisorie dei _Kìc_, mentre dalla
parte destra, oltrepassata la tribù dei _Tuìc_, eravamo entrati in
quella dei _Bòr_, i quali soggiornavano ancora nell'interno sopra
canali del fiume.
Il 27 dicembre avevamo a destra ancora i _Bòr_, e a sinistra gli
_Eliàb_, tribù che sono quasi sempre in guerra coi negri _Scìr_, i
quali abitano sulle due rive del fiume verso il sud.
A mezzodì dello stesso giorno facemmo stazione in _Akuàk_, presso cui
esce dal fiume il canale delle giraffe (_Bàhr-ez-Zeràf_).
Fin qui la prospettiva per me non ebbe nulla di gradevole. Ma da
questo punto, ecco cangiarsi la stucchevole monotonia delle rive. Alle
altissime erbe e ai folti canneti succedono, a destra del fiume, le
magnifiche boscaglie dei _Bòr_; e già sì veggono frequenti le mimose,
le palme-dòm, l'ebano, i nàbak, le euforbie velenose e giganti, gli
alòk, come dicono gli Arabi, i kakamùt ed altre piante, del frutto
delle quali si pascono i Negri. Ora il fiume, diviso in canali,
raccoglie pochissima quantità d'acqua, e con fatica si può procedere
avanti. Un grande e profondo canale esce a sinistra al 5°, 56′, 44″
lat. N., e rientra al 6° 14′, 30″. L'isola tra questo canale e il fiume
è chiamata dagli Arabi _Gesì-rat-el-Eliàb_, ed è la più grande del
fiume _Bianco_, dopo quella formata dal canale delle giraffe, e dopo le
isole dei _Scìr_. Queste isole favorite dall'umidità e dal calore sono
stupendamente feconde; alcune abitate da poveri pescatori appartenenti
a tribù diverse, i quali compongono una casta al tutto speciale; altre
lasciate incolte; e qui Negri mandriani conducono a pascolare i loro
bestiami; e qualcheduna è riservata alla coltivazione del tabacco,
del sesame, de' fagiuoli, del dùrah e del cotone. Il ricino vi cresce
naturalmente, e sonvi di ricino folti boschetti.
Dal letto poi del fiume sporgono qua e là banchi di conchiglie, sui
quali raro è il caso che non veggansi cercar pasto il falcone e la
cicogna.
Il giorno 29 dicembre, poco prima del terminare dell'isola degli
_Eliàb_, vedemmo sboccar nel fiume, dalla parte destra, due grandi
canali di acqua, ch'escono dal medesimo presso il 5º grado lat. N.
Questi canali navigabili comunicano fra di loro per mezzo di altri
piccoli canali, e formano così una quantità d'isole, che ti sembrano
deliziosi giardini circuiti da artificiali fossati. Immense boscaglie,
quasi ondeggianti per l'ineguaglianza del terreno, accompagnano
il viaggiatore a destra e a sinistra al di là dei canali, ed or
s'avvicinano or s'allontanano da' suoi sguardi sotto aspetti sempre
nuovi e di meravigliosa bellezza. In queste boscaglie i _Scìr_ hanno le
loro stabili dimore durante la stagione piovosa; ma allor ch'eravamo
nella stagione asciutta, essi abitavano le isole, veri luoghi fatati.
Qui vedevi un uomo che custodiva un armento, là una donna e tre o
quattro giovinette che pascolavano un branco di capre; più oltre alcuni
Negri accosciati sotto una pianta che fumavano la pipa; ed altri che
aizzavano bestiami al passaggio di un canale mentre uno li precedeva
a nuoto, segnando loro la via per condurli a pascoli migliori nelle
isole vicine. Drappelli poi di fanciulle precedevano le nostre barche
con battimani, canti e balli, nella speranza di ottenere in dono
delle perline di vetro: tutto in somma concorreva a presentarci i più
incantevoli panorami.
I costumi dei _Scìr_ sono assai bizzarri, e quasi al tutto conformi
a quelli dei _Bàri_, dei quali dirò tosto qualche cosa, dietro le
relazioni avute dai Missionari di _Kondókoro_.
Anche la lingua di questi Negri è quella dei _Bàri_, lingua assai dolce
e armoniosa.
La mattina del primo gennaio 1860 entrammo nella tribù dei _Bàri_, ove
il fiume prende il nome di _Ciufìri_, nel quale si trovano sparse qua e
là diverse ed eleganti isolette, che ne dividono il corso in più rami,
il cui letto poco profondo rende difficile oltremodo la navigazione.
La riva destra s'inalza notabilmente, il terreno diventa sabbioso,
e le boscaglie non vi sono più così fitte come prima; mentre la riva
sinistra si fa sempre più bassa e paludosa, e la foresta vi sparisce
quasi del tutto.
Il primo monte che ci si offerse agli sguardi nella tribù dei _Bàri_,
a sinistra del fiume, è chiamato dagli indigeni _Gnárkègni_, e dagli
Arabi _Gèbel-el-hadìd_ (monte del ferro); e quindi a destra, più a sud,
vedemmo le montagne di _Belegnàn_, di _Lokòja_ e di _Longhè_, le quali
ci annunziavano vicina la Missione di _Kondókoro_.
Verso il mezzogiorno del 2 gennaio giugnemmo a _Libo_, villaggio posto
sulla destra del fiume tra il 4º e il 5º gr. lat. N., distante non più
d'un'ora di cammino da _Kondókoro_. In questo villaggio visitai tosto
la modesta tomba del mio collega ed amico Angelo Vinco, che primo fra'
Missionari s'era introdotto nella tribù dei _Bàri_, e avea fissata la
sua stazione in _Libo_, ove morì e fu seppellito il 23 gennaio 1853. —
Nessun monumento segna il luogo ove riposano le sue ossa! — La tomba è
circondata da gigantesche euforbie. I Negri di quando in quando vanno
a cantarvi una canzone, colla quale ricordano gli splendidi regali da
lui ricevuti, e che non furono superati da nessun altro Bianco. — Io
vi lasciai il tributo delle mie lagrime e la promessa di ricordarlo
sempre, finchè avrò vita.
Finalmente alle ore tre pomeridiane dello stesso dì abbracciammo in
_Kondókoro_ il missionario Francesco Morlang, che, con dolorosa nostra
sorpresa, ci annunziava la morte di Luigi Viehweider avvenuta nella
notte del 3 agosto 1859, dopo due mesi di penosissime febbri e sei di
dimora in questa Stazione.
Le disposizioni del Provicario Apostolico, ch'io esposi a Francesco
Morlang, missionario zelantissimo e coraggioso, produssero nel suo
animo quella stessa impressione che n'aveano avuta i Missionari di
Santa-Croce.
Francesco Morlang, terzo Presidente nella stazione di _Kondókoro_, mi
parlò a lungo intorno alla tribù dei _Bàri_, presso i quali si trovava
da circa quattr'anni; e i suoi racconti corrispondevano pienamente
a quelli del primo Presidente Bartolomeo Mosgan, il quale dopo un
anno e qualche mese di residenza fra i _Bàri_, sfiduciato d'ottenere
qualche cosa di buono da quella tribù, l'abbandonava nel marzo 1854,
trasferendosi presso i _Kìc_, ove fondò la stazione di Santa-Croce;
corrispondevano ancora a quelli del secondo Presidente Antonio
Überbacher, che affaticato e stanco, dopo quasi tre anni di continua
dimora in _Kondókoro_, vi moriva nel febbraio 1853 senza la più piccola
soddisfazione, tanto naturale all'uomo, di veder coronate le sue
fatiche d'un esito felice.
I _Bàri_, oltre al possedere gli altri difetti comuni alle razze negre,
sentono in sommo grado l'indipendenza, ed hanno un'indole superba e
feroce. Lieve querela viene il più delle volte terminata a colpi di
lancia o di bastone, ed è causa d'una guerra sanguinosa e fatale.
Il Morlang mi diceva che fra i _Bàri_ più sono quelli che muoiono di
morte violenta che di malattia.
Il Negro _bàri_ col crescere dell'età moltiplica i suoi nemici, che
non gli permettono di vivere una lunga vita. Perciò rari fra loro sono
i vecchi, senza paragone più che fra i _Dénka_, sebbene le qualità del
clima vi sieno migliori d'assai.
L'uomo _bàri_ bisognoso di qualche cosa non s'umilia domandando, ma
pretende o rapisce se può; e nel caso che regni la fame nel proprio
paese, ed egli non possa in altro modo soddisfarla, vende senza pietà
ai mercanti d'avorio e ai dongolèsi i suoi figliuoli; e per qualche
pugno di grano lascia che la moglie e le figliuole sieno da essi
disonorate.
Allorquando i _Bàri_ di _Kondókoro_ esercitavano il loro commercio con
altri _Bàri_ della stessa tribù, o colle tribù vicine, permutando il
loro ferro, il sale, il tabacco ed altro con dùrah, sesame, bestiami
ecc., non erano così miserabili come lo divennero dacchè s'introdusse
fra loro un malinteso commercio, e con esso, fin dal 1844, l'infame
razza dongolèse, che con altri vizi vi portò pure quella turpe malattia
la quale dagli indigeni viene curata col ferro rovente, che sì negli
uomini che nelle donne serve di medicina ad un tempo e di punizione
della loro immoralità.
I _Bàri_, come tutti i Negri, amanti dell'ozio, vedendo che colla
vendita dei denti di elefante potevano procacciarsi da vivere con minor
fatica che per lo passato, cominciarono a trascurare l'agricoltura,
a cui dapprima erano dediti, e il consueto commercio. Ma ora che
scarseggiano d'avorio ed hanno perduta la voglia di lavorare, il
latrocinio è all'ordine del giorno. I più forti opprimono i più deboli
costretti qualche volta a morir di fame, com'è succeduto nell'anno 1859
sotto gli occhi stessi de' Missionari. Parecchi allora trovarono scampo
ritirandosi presso i _Bèri_, tribù potente e feroce all'est dei _Bàri_,
ed altri presso i _Scìr_; pochi restarono in _Kondókoro_.
I Bàri non hanno alcun Governo; professano tuttavia grande rispetto
ai loro _Kimàk_ (Signori) che posseggono molto bestiame, ed ai
_Bunèk_ (Sacerdoti). I _Bunèk_ sono per lo più uomini scaltri i quali
esercitano la medicina, gittano le sorti pronosticando l'avvenire di
una persona, e debbono inoltre comandare alla pioggia. Questi Negri
tengono, come si suol dire, la fortuna pel ciuffo, ma qualche volta
avviene che sguizzi loro di mano e che il popolo infuriato gli ammazzi.
Tale fu la sorte del famoso _Bunèk Níghila_, il quale poco tempo prima
ch'io giugnessi in _Kondókoro_ venne barbaramente trucidato dai _Bàri_,
che poi se ne divisero il numeroso bestiame di cui mangiarono le carni,
lasciando in una deplorevole miseria tutta la sua famiglia.
Non si può negare però che i _Bunèk_ non abbiano una perfetta
cognizione dell'efficacia di certe erbe e radici, e non sappiano quindi
alleviare ed anche guarire alcune malattie.
L'arte del medicare viene anche esercitata da qualche donna, la quale
in tal caso prende il titolo di _Bunìt_ ed è, si può dire, venerata dal
suo sesso.
Havvi pure fra i _Bàri_ una classe di persone, che s'occupano
esclusivamente in lavorare il ferro, di cui abbonda il paese; e fanno
lance, frecce e diversi strumenti con grande abilità e maestria. Essi
vengono chiamati col nome di _Tumonèk_ e sono disprezzati dai mandriani
e dagli agricoltori, come lo sono i pescatori che pur si dicono
_Tumonèk_; nome che dato ad un agricoltore o ad un mandriano sarebbe
un insulto bell'e buono. I _Tumonèk_ non hanno mai la parola nelle
pubbliche adunanze.
Per convocare il popolo alla danza (_lerì_) che ha luogo ordinariamente
la notte, per adunarlo alla guerra, per invitarlo a partecipare della
gioia o del dolore di una grande famiglia, di un _Màtat_ o di un
_Bunèk_ (capo o sacerdote), usano i _Bàri_ di battere un gran tamburo
che, come la danza, è chiamato _lerì_. Questi Negri hanno pure cornette
e pifferi; ma il principale strumento musicale è il tamburo, che,
secondo la maniera colla quale si batte, manda un suono che esprime il
dolore o la gioia di un paese; anima i danzanti o dispone al pianto
quelli che seguono il funebre convoglio; chiama alla guerra e ne
annunzia poi la vittoria o la sconfitta. Questo tamburone altro non è
che un tronco d'albero vuoto, chiuso alle due estremità da una pelle
tesa.
Io ebbi l'occasione di assistere ad una danza di mille e più persone,
tra uomini e donne. Essa doveva cominciare dopo caduto il sole; ma già
fin dal mattino le grida d'allegria e gli apparecchi, specialmente
della gioventù, annunziavano che la doveva essere una gran festa.
Era l'annuale commemorazione d'una strepitosa vittoria riportata sui
_Liria_, tribù belligera posta a sud-est dei _Bàri_. — Mezz'ora prima
del cader del sole, i danzatori e le danzatrici eran tutti al loro
posto, in un vasto piazzale a cielo scoperto, le donne e le ragazze
dipinte colla massima cura di bianco, di rosso, di giallo sul fondo
della loro pelle lucida e nera come l'ebano; e quelle vestivan pelli
di montone, queste cingevano alle reni una fascia larga un quattro
dita, dalla quale pendevano davanti spessi cordoncini di cotone o
catenelle di ferro, ed alcune avevano a tergo una lunga coda di vacca;
anelli poi d'avorio, di rame o di ferro ne decoravano le gambe e le
braccia, e numerose file di perline di vetro a vari colori adornavano
il collo; gli uomini poi ed i fanciulli, in atteggiamento di guerrieri,
in divisa di gala, formavano una siepe compatta, irta di lance; e gli
uni avevano certi berrettoni delle forme più strane, e gli altri mazzi
di piume ondeggianti sul capo, e pelli e code di bestie feroci che
pendevano da ogni parte del loro corpo. — Mostrarsi nelle danze sotto
un aspetto sempre nuovo e bizzarro è per questi Negri una soddisfazione
incomparabile. — Già si erano requisiti tutti gli strumenti musicali
disponibili, e n'era risultato un miscuglio indescrivibile di tamburi,
di tamburoni, di corni, di pifferi e di cornette, a cui dovevano
aggiungersi i vigorosi battimani delle donne. Ma ecco che incomincia
la festa, vero delirio. — Suonano i tamburi. — Un buffone apre la
danza, lanciando furiosamente le braccia in ogni direzione senza mai
perdere la misura del tempo; ritorconsi le sue gambe come quelle d'un
acrobata, ed or s'allungano parallelamente al suolo, or vi si puntano
verticalmente, ed or sollevansi in aria; e tutti questi movimenti si
seguono con una rapidità, una furia vertiginosa, e fra lo strepito
d'una musica tanto monotona quanto selvaggia. Egli fa scambietti
e capriole con una foga e un eccitamento degni del più infatuato
_dervisc_. — Io mi aspettavo ad ogni tratto di vederlo cadere, colla
schiuma alla bocca, in preda ad un accesso d'epilessia. — In capo a
una mezz'ora, il buffone riposa, e dopo una breve pausa si rimette a
saltare e a contorcersi con più lena che mai, invitando ed animando
i circostanti a dar principio tutt'insieme alla danza. — Al suon
de' tamburi s'unisce allora quello de' tamburoni, de' corni, de'
pifferi, delle cornette e dei battimani, per cui ne risulta una musica
d'inferno. — Uomini e donne quindi, fanciulli e fanciulle si mettono
in orgasmo, e nell'ebbrezza della gioia cominciano una specie di danza
sfrenata, accompagnata da salti, contorcimenti, urli non più uditi e
stringimenti di spalle così nuovi, così bizzarri da non poter farsene
un'idea da chi non ha veduto. Oh! che bocche! che occhi! che sorrisi
satanici! che facce stravolte!... mi par di vederle tuttora; ed or
mi s'eccita il riso come alla vista di una gran mascherata; or mi si
stringe il cuore come all'imagine d'una gran baldoria di pazzi; e se
considero la bellezza selvaggia del quadro, ci provo la voluttà d'un
artista. — Circa alle due dopo la mezza notte, tutti tornarono alle
loro capanne.
Nella tribù dei Bàri son frequenti le scosse di tremuoto. Il
missionario Francesco Morlang, nei quattro anni che dimorò nella
Stazione di _Kondókoro_, attesta d'averle sentite ogni anno, ed in tre
epoche differenti:
1.º Pochi giorni prima del cominciar delle piogge, continuando per
circa un mese, e facendosi sentire specialmente la notte dalle sei alle
otto volte.
2.º Poco prima delle piogge copiose di agosto.
3.º Sul finire della stagione piovosa: ma queste ultime scosse sono
assai leggiere in confronto delle altre, che più d'una volta furono
così veementi da scrostare le pareti della casa della Missione, e da
produrvi considerevoli fenditure.