Forme di saluto presso i _Dénka_ — Matrimoni — Religione — Buffoni
— Dialogo sulla schiavitù e sul diritto di punizione — Partenza
da Santa-Croce verso _Chartùm_; stato della Missione; morte del
missionario Angelo Melotto; ritorno a Santa-Croce.
Le forme di saluto presso i _Dénka_ sono, per così dire, stereotipate,
invariabili. Ecco qui le loro frasi di complimento allorquando
s'incontrano due uomini per via:
— _Màde_ (_màdó_), ti saluto.
Questa parola deriva, senza dubbio, dalla voce màd — amico mio,
compagno mio, e viene ripetuta più volte alternativamente dai
salutanti.
— _Jín a-ci-nín; ci-nín; ci-nín?_ Hai tu dormito? hai dormito? hai
dormito?
Con questa frase i _Dénka_ vogliono significare: stai bene? ed essa
viene ridetta tre volte contemporaneamente, nell'atto che l'uno dei
salutanti batte la palma della propria mano su quella dell'altro.
— _Jín a-bo-tenò?_ Donde vieni?
— _G¨in a-bo e-pan...._ Io vengo dal paese....
— _Kòg e-pan-tuí a-nin?_ La gente di quel paese dorme?
— _Jéne, a-nin._ Sì, dorme.
— _Dè tòn ci'vtìg e tù-tuí?_ V'ha novella (guerra) uscita di là?
— _A-cin-tòn._ Non v'ha novella (guerra).
— _Ur ko mor ko tind-du ko mìvt-ku ko mèd-ku a-nin?_ Tuo padre e tua
madre e la tua donna e i tuoi figliuoli e i tuoi amici dormono?
— _Jéne, a-nin._ Sì, dormono.
— _Tig-è kòu._ Voltami (mostrami) il tergo.
Con quest'ultima frase i _Dénka_ intendono di lasciar partire l'amico
in pace, e ne esprimono il senso anche col movimento della mano.
E finalmente dicono:
— _Lor à-puat, ko jín a-cin ke bi-jók e-kuér-ig._
— Va col bene, e che tu non cosa incontri per via.
Le donne, le cui abitudini sono riservatissime, non dànno nè ricevono
saluti se non dalle loro antiche conoscenze.
Il matrimonio dipende affatto dalla sostanza del pretendente; e il
padre della ragazza richiesta in isposa la contratta con lui.
I vincoli del matrimonio sono sacri fra i _Dénka_, non ostante
la poligamìa, la quale viene praticata da coloro che hanno mezzi
sufficienti per mantenere più d'una donna. Ogni infedeltà è punita
severamente tanto nell'uomo quanto nella donna.
I figliuoli sono considerati come la prova più evidente
dell'attaccamento che unisce gli sposi, come il suggello dell'affetto
conjugale: e la madre di numerosa prole ha diritto ad onori, che non le
vengono mai contrastati.
Fra la tribù dei _Kìc_ io conobbi un povero pescatore, monogamo,
di nome _Auán-did_ (gran-volpe), il quale aveva otto figliuoli; e
fui assicurato che nessun poligamo n'ebbe mai tanti. In somma dalle
osservazioni ch'io ho potuto fare, i monogami dànno in media più figli
dei poligami. Osservai pure che nelle tribù lungo il fiume _Bianco_ la
popolazione va scemando, al che concorre certo anche l'infame commercio
di carne umana.
Le feste in occasione di nozze si riducono a poca cosa.
La fanciulla viene semplicemente condotta alla sua nuova dimora dai
parenti più stretti, seguiti da un corteggio più o meno numeroso
d'invitati. Giunti alla capanna dello sposo, se questi possiede grosso
bestiame, scannasi un bue, e se ne leva la pelle; le carni tagliate a
grandi pezzi s'arrostiscono sulla viva brace, ed ivi si mangiano dai
due sessi, benchè abitualmente le donne non mangino che nelle loro
capanne.
Che se il fidanzato è un povero pescatore, il convito nuziale si limita
a un po' di pesce.
Qualche volta però, se è lo sposalizio solenne di un Capo, trovasi
legato presso la sua capanna un montone (_gñón amàl_) inghirlandato
d'erbe e di fiori, sul quale monta a cavallo prima la sposa e poi lo
sposo, quindi ad uno ad uno tutti quelli della comitiva; e finalmente
lo _Tièt_ (sacerdote e medico), tenendo in corda il montone, lo fa
girare più volte intorno alla capanna dello sposo, e poi lo lascia
andar nella foresta per esservi divorato la notte dalle bestie feroci;
e tutto questo perchè il Genio malo tenga lontano ogni disgrazia dalla
novella famiglia.
I doveri della donna fatta sposa consistono principalmente nel
coltivare il terreno che circonda la capanna, provvedere, occorrendo, e
preparare i pasti cotidiani, ungere il corpo del marito, e raddolcirgli
le amarezze della vita co' suoi canti e colle sue smorfie.
Il canto fra i _Dénka_ è assai monotono, e la voce de' cantori e delle
cantatrici piagnolosa, per non dire gemebonda, e d'un suono decisamente
nasale.
Tutte le tribù _dénka_ ch'io ho visitato amano la danza, ma non così
come i popoli della montagna.
Esse non hanno alcun amore per le arti, mentre questo è istintivo in
altre tribù poste più al sud.
Nessuno fra i _Dénka_ può dirsi che abbia un vero concetto religioso:
nondimeno essi hanno nella loro lingua non una, ma due parole per
indicare l'Essere Supremo, cioè _Dèn-did_ — pioggia-grande o _Ġáran_.
Inoltre essi usano in modo costante, per designare l'atto d'adorazione
dai Missionari praticato, la voce _a-ciòr_; ed hanno i verbi _ciòr_
e _làm_, che esprimono pregare Iddio; mentre il verbo _vtiég_
significa pregare gli uomini. Di più, nel mio lavoro, il _Sènnaar e lo
Sciangàllah_, ho detto quale idea essi abbiano di Dio, della creazione
e di una vita futura. (Vedi vol. I, pag. 240-242). E qui faccio pure
osservare che del verbo _to_-essere, usato nel tempo passato colla
forma _Tòu_, i _Dénka_, parlando di Dio, esprimono sempre la forma
presente, ancorchè vogliano significare un'esistenza relativamente
a noi passata; per es: Dio è sempre stato e sempre sarà, traducono
— _Dèn-did a-to tin akorièg ko a-to tin akoriég_ — Dio è sempre ed è
sempre. Abbiamo anche veduto con quali frasi tutte le tribù _dénka_,
le quali abitano lungo il fiume _Bianco_ dal 6º al 12º grado lat.
N., chiamino le stagioni, in cui l'anno è diviso, e qual profondo
significato esse racchiudano. Aggiungo ancora che la lingua dei _Dénka_
ha locuzioni per formare le idee astratte[32].
Dalle quali cose io deduco che se l'intelligenza dei Negri _dénka_ è
ora evidentemente inferiore a quella dei Bianchi, tale inferiorità non
è necessaria e senza rimedio, ma è un risultato dell'azione combinata
di molte circostanze le più sfavorevoli allo sviluppo dell'intelligenza
dell'uomo; ed io credo che l'azione energica di queste circostanze,
prolungata da secoli, abbia potuto alterare presso questi Negri,
come presso altri, un tipo primitivo più nobile, imprimendo sopra la
loro fisonomia, riflesso della loro anima, la prova materiale della
loro morale degradazione. Se io quindi esamino le istituzioni e la
maniera di vivere di questi Negri, sono indotto, confrontandoli agli
antichi Germani, ai Galli, ai Bretoni, che non erano meno barbari, a
conchiudere ch'essi possono essere civilizzati, come lo furono quelli,
nel volgere di alcuni secoli.
Tutti i _Dénka_ ammettono due principii indipendenti; l'uno buono,
ch'essi chiamano _Dèn-did_ (pioggia grande) o _Ġáran_; e l'altro
cattivo, che appellano _Giòn-did_ (angelo grande o gran demonio), e
dicono che da questi due principii emanarono gli spiriti buoni (_giòk
a-puat_) e gli spiriti cattivi (_giòk-à-rag_); credono inoltre che
i loro _Tit_ (sacerdoti) conversino spesso col gran demonio e coi
suoi spiriti subalterni e se la intendano con loro. Siccome poi dal
_Giòn-did_ procede ogni male, così essi procurano di placarlo coi
sacrifici, s'egli è adirato contro gli uomini; nè si prendono alcun
pensiero di pregare _Dèn-did_ o _Ġáran_ perchè li protegga, li difenda
o gli aiuti, mentre Egli è sommamente buono, com'essi dicono, e quindi
non può fare che il bene. La credenza negli spiriti maligni è generale
in tutta l'Africa Interna.
Presso i _Dénka_ la foresta è la dimora di tutti gli spiriti maligni,
che cospirano contro gli uomini; e nello stormir del fogliame par loro
d'intendere misteriosi dialoghi.
«La superstizione, figlia della terra dove si produce, vi germoglia
come i fiori dei campi, ed è intimamente legata al luogo che la vide
nascere. Gli abitanti del nord sotto il loro cielo di piombo popolarono
tutte le caverne, tutte le rovine di spettri irritati e vendicativi.
Qui poi la selva impenetrabile, co' suoi nembi di gufi e di
pipistrelli, è riguardata come l'abitazione dei genii malefici, mentre
gli Orientali, che abitano un paese brullo, esposto a tutto l'ardore
d'un sole fiammeggiante, temono soprattutto il mal occhio.
Il carattere insomma della superstizione dipende dalla natura dei
luoghi, e diventa, a così dire, un problema geografico.»
Come in tutta l'Africa, così fra i _Dénka_ non mancano i buffoni,
che fan professione di provocare altrui al riso con motti, lazzi ed
atti stranissimi. Uno di questi, piccolo e grassoccio, con un naso
singolarissimo che faceva ridere a vederlo, con una pelle ruvida,
agilissimo ne' suoi movimenti, un uomo insomma che nessuno avrebbe
riconosciuto della razza dei _Dénka_, i quali, come già dissi, sono
piuttosto lunghi e magri ed hanno una pelle liscia e delicata,
veniva a visitarmi quasi ogni giorno, e qualche volta, convien
che lo dica, disturbava la mia quiete, mentre più spesso mi faceva
passare la malinconia e mi teneva allegro. Egli faceva dei salti
e delle capriole così agili, da produrre, colle sue quattro membra
volteggianti, l'effetto delle ale d'un mulino a vento. Coperto dai
piedi alla testa di ciocche di foglie e di code di diversi animali,
era così comico da non poter figurarselo. I suoi frizzi e le sue burle
parevano inesauribili: tutto gli era permesso, e bisognava lasciar
fare perchè non facesse di peggio; si avvicinava a me, stendendomi
la mano, e mentre io stavo per prenderla, spiccava un salto indietro
come un daino, balzando lontano. Talora mi faceva capire che aveva
fame, voleva da mangiare, e si doveva accontentarlo; tal'altra si
metteva a cantare, e non la finiva più con quella voce che mi produceva
l'effetto d'un babbuino che grugnisce. — Una mattina, in cui ero molto
occupato nello studio del _dénka_, venne accompagnato da una truppa
di giovinetti e di giovinette, e si pose davanti alla porta della mia
capanna, e dopo alcuni gesti burleschi, intonò la sua voce e prese
la parola. Il discorso fu per me inintelligibile; ei si ripigliava
spesso, soffermandosi a certe frasi per lasciar tempo ai circostanti
d'applaudire; allora da tutte le bocche di que' giovinetti uscivano
degli Ih, ih! e degli _à-puat, à-puat!_ — bene, bene! e il baccano
diveniva infernale. A momenti, come per istimolar gli applausi, il
buffone proferiva un _brrr_ di tal potenza da far vibrare il tetto
della mia capanna, e da costringere a ritirarsi i lucertoloni che
facevan capolino dalle fessure di essa. — Io non ne potevo più, e
li cacciai via tutti colle parole d'uso _tig-kè-kòu_ — voltatemi
(mostratemi) il tergo, esprimendone il senso con un movimento un
po' brusco della mano. Il buffone e i giovanetti s'allontanarono per
poco; ma tosto ritornarono; e il buffone quatto quatto entrò nella
capanna senza aprir bocca, prese un mio farsetto che vide appeso ad
una corda, e nudo com'era, se l'indossò; avvicinatosi poi a me con un
tuono imperioso mi disse: _Tig-è-kòu_ — voltami (mostrami) il tergo,
scimmiottando così quanto io avevo fatto dapprima con lui, e mi cacciò
fuori della capanna. — Addio _dénka_ per quest'oggi! io sclamai, e
con gran soddisfazione de' giovinetti che mi circondavano, non potei
trattenere uno scroscio di risa.
La fede nella potenza del caso o del destino domina fra i _Dénka_ come
presso molte altre tribù dell'Africa. Questi Negri credono che gli
avvenimenti non dipendano dalla loro volontà, ma da una forza occulta
che dirige ogni cosa, e che bisogna rendersi favorevole. Da ciò ne
vengono i sacrifici, che fanno di quando in quando al Genio malo, onde
allontanare i maleficî e gli avversi destini.
Nell'abbrutimento meraviglioso, in cui essi vivono, non hanno tuttavia
smarrita ogni traccia di legge morale. Rispettano soprattutto la
donna e la roba altrui, e i trasgressori vengono puniti severamente.
Io vidi un giovane a cui fu tagliata la mano, perchè aveva rubato
due braccialetti di rame e alcune perline di vetro. E un uomo sui
trent'anni, che osò scherzare licenziosamente con una donna che non gli
apparteneva, fu battuto quasi a morte e poi scacciato dalla tribù.
Durante la mia dimora nella tribù dei _Kìc_, dopo le funzioni del mio
ministero, m'occupavo principalmente nello studio della lingua del
paese, senza la quale è impossibile adempiervi a dovere la propria
missione. Oltre a che mi trovai nella necessità, insieme co' miei
compagni, di esercitare i mestieri del cuciniere, del fornajo, del
cacciatore, del falegname, del lavandajo, del sarto ecc. ecc.
Prima di chiudere questo capitolo voglio trascrivere un dialogo ch'io
tenni con un Negro _dénka_ intorno alla schiavitù ed al diritto di
punizione.
— Senti, io gli chiedevo un giorno, quanti saranno, press'a poco, tra
uomini e donne, quelli che vengono rapiti a questa tua tribù dagli
Arabi, dai mercanti e dai dongolèsi nel corso di un anno?
— Io non saprei dirtelo con precisione, ma certo non meno di quindici
o venti, quasi tutti giovani, poichè si possono vendere a più caro
prezzo.
— Che cosa ne dici della schiavitù?
— Che vuoi che te ne dica... mi pare ch'ella sia un'infamia da parte di
coloro, dai quali viene esercitata.
— E presso voi è praticata la schiavitù?
— No, per noi non sono schiavi che i prigionieri fatti in guerra.
— E questi son forse venduti da voi, o ve ne servite nei vostri bisogni?
— Noi gli scambiamo coi prigionieri nostri fratelli, che si trovano
presso la tribù nemica; e se qualcheduno ci resta, lo vendiamo ai
mercanti o ai turchi.
— E perchè venderlo, se tu mi dicesti pur ora che la schiavitù è
un'infamia da parte di coloro, dai quali viene esercitata?
— Perchè fanno così anche i nostri nemici.
— Ma.... se essi adunque fanno il male, perchè farlo anche voi? Ignori
forse che non è lecito di comperare e di vendere l'uomo, come si
farebbe di qualunque merce?
Il Negro tacque; ed io dico ch'era la prima volta ch'egli udiva parlar
così, poichè m'accorsi che le mie parole fecero una strana impressione
sopra quel cuore selvaggio ed incolto, e nel suo occhio rotondo e
penetrante brillò qualche cosa, che fu tosto seguita da un curioso
sorriso, abituale alla razza dei Negri. Poi egli continuò:
— Ma... non siete voi Bianchi che rubate i Negri, che li mangiate, che
li comperate e li vendete come fossero bovi o denti di elefante?
— Sì, io risposi, così fanno i Turchi e gli Arabi, ma non i Bianchi del
mio paese, i quali in tal caso sarebbero severamente puniti. Davanti
alle nostre leggi la libertà dell'uomo è sacra ed inviolabile; Dio
stesso ci comanda di rispettarla, d'amarci tutti come fratelli e di
non far male a nessuno, nè manco ai nostri nemici, ai quali dobbiamo
perdonare, se vogliamo che Dio perdoni a noi.
— Tutto va bene, egli soggiunse, ma io non comprendo come si debba
perdonare al nemico. Quando potrà egli allora correggersi delle sue
colpe, se nessuno lo punisce? Continuerà a molestarci, e con tanto più
coraggio, quanto meno temerà d'essere punito.
— E a chi spetta tra voi il diritto di punizione?
— Spetta alla persona che rimase offesa.
— E s'ella è impotente a contraccambiare l'offesa ricevuta?
— In tal caso i parenti e gli amici accorrono a vendicarla; e se questi
non bastano, tutta la tribù.
— Dimmi: la misura della punizione da chi viene determinata?
— Dalla consuetudine. Presso noi, per ogni delitto è stabilita la pena
corrispondente.
— Quali sono le pene che ordinariamente vengono inflitte?
— Secondo le circostanze.... il taglio di un dito o delle dita della
mano o del piede, il ferro rovente sulla viva carne, e qualche volta
l'esilio, e tal'altra la morte; vi sono poi le multe, a cui vengono
condannati i delinquenti.
— Le stesse pene sono forse applicate anche alle donne?
— No, alle donne cattive s'applicano pene meno severe, poichè si
ritiene che la colpabilità nella donna sia minore che nell'uomo, e
perchè essa è più sensibile al castigo.
— Tu mi dicesti che il diritto di punizione spetta alla persona, che
rimase offesa; e ciò avviene, lo so, qualora si tratti di uomini o di
donne. Ma se un uomo commette ingiustizia contro una donna, o una donna
contro un uomo?...
— Se un uomo commette ingiustizie contro una donna, è il marito che
deve vendicarla, e se ella non ha marito, i suoi parenti. Che se è una
donna che offende un uomo, in tal caso la punizione viene inflitta da
un'altra donna a ciò deputata, ma non mai dall'uomo, fosse pur anche
l'offeso, quando non sia il marito, il quale della propria donna può
fare tutto quello che gli piace.
— Fammi attenzione (_ñġiég-e-nòm_); tu mi dicesti ancora che la
misura della punizione viene determinata dalla consuetudine, e che
presso voi, per ogni delitto è stabilita una pena corrispondente;
ma.... possono occorrere certe circostanze che diminuiscono la colpa
nell'offensore....
— È vero, rispose il Negro; ma se è così, noi ricorriamo allo _Tièt_
(sacerdote e giudice) ed al Gran-capo (_Bègñ-did_) perchè essi decidano
sulla proporzione della pena.
— E quale età debbono avere compiuto i giovinetti e le giovinette
perchè sieno capaci di punizione?
— A un di presso questa età, egli disse, accennando due giovinetti
ch'erano presenti, ed avevano circa dieci anni.
— V'è mai avvenuto di punire qualcheduno che fosse innocente?
— Per quanto io mi sappia, ciò non è mai avvenuto, e difficilmente può
avvenire, imperciocchè non si puniscono che coloro che sono colti in
flagranti.
— Quanti saranno, press'a poco, i condannati a morte nel corso di un
anno?
— Uno o due tutt'al più; ma vi son degli anni in cui non havvi alcuna
condanna.
— E i condannati all'esilio, o al taglio delle dita?
— Medesimamente.
— Forse più spesso sarà applicata la pena del ferro rovente, e delle
multe, n'è vero?
— Senza dubbio; e la pena delle multe più che quella del ferro rovente.
— Qual'è la pena maggiore a cui va soggetta la donna colpevole?
— È quella d'essere venduta come schiava dal marito.
— E qual'è la colpa che la rende meritevole di tanto gastigo?
— È quella d'essere venuta meno al dover conjugale.
— Si dà mai caso che il marito perdoni alla moglie infedele?
— Certo, che si dà; ma allora il marito, adirato contro di lei, subito
la percuote, la discaccia dalla sua capanna, e tutti la guardano di mal
occhio e la disprezzano; ma se i suoi genitori vivono ancora, essa fa
ricorso a loro, e li prega e li scongiura perchè l'aiutino a pacificare
l'offeso marito; piange il suo peccato, e promette che non lo farà più.
— E qualora i genitori riescano ad acquetare il marito?...
— Questi allora invita i genitori colla figlia a ritornare nella
propria capanna; gli asperge con acqua, e poi dice loro di sedere;
mangiano qualche cosa tutti insieme, e la pace è bell'e fatta.
— Dimmi un po': come la passa il seduttore?
— Il seduttore dovrà pagare dieci vacche al marito di quella donna, se
ella fu consenziente al mal fatto, altrimenti egli è punito coll'esilio
o colla morte.
— Senti ancora, qui fra voi succedono mai alterchi, contrasti tra due o
più persone, e in conseguenza busse e ferimenti?...
— Sì, accadono, ma non di spesso. E se l'alterco è fra uomini finisce
prestamente, poichè lo _Tièt_, o il _Bègñ-did_, si mette di mezzo e
li rappatuma; ma la cosa si fa seria, e può alle volte mutarsi in una
catastrofe se altercano donne; esse non la finiscono più; e il peggio
che peggio è che gli uomini non possono intromettersi lì per lì per
farle venire a una conciliazione, nè manco i mariti; e frattanto il
loro sangue s'accende sempre più, e le dispute durano per giorni e
giorni e con gravissime conseguenze. Tu, o signore, che da un pezzo
abiti fra noi, ne devi essere stato testimonio.
Una volta, verso le sei ore pomeridiane, tornandomi dalla caccia,
vidi due donne d'una trentina d'anni ciascuna, le quali parlavano
assieme a bassa voce: m'accorsi però che il loro colloquio era animato,
e osservai inoltre che altre donne qua e là disperse, e disposte
a piccoli gruppi, stavano come in aspettazione dell'esito di quel
colloquio. Io, curioso, mi soffermai sotto una pianta in modo da
non essere veduto e da veder tutto sino alla fine. Il colloquio fra
quelle due donne terminò subito, e sì l'una che l'altra, gesticolando
furiosamente, stringendo il pugno, e battendosi il capo, si diresse, a
breve distanza, verso uno di quei monticelli che formano le formiche, e
vi montò sopra; e allora, cominciarono a scagliarsi contro imprecazioni
inaudite; e quindi discesero dalle loro tribune, e s'incontrarono
con impeto, si saltarono addosso, si avviticchiarono come due tigri,
e principiarono a lacerarsi il viso, il collo, il petto a morsi e a
unghiate con una furia che metteva orrore. A un tratto eccole staccarsi
e correre ancora sulle loro tribune, e poi nuove imprecazioni, ingiurie
sanguinose, accuse incredibili, minacce le più feroci; finchè, essendo
caduto il sole, l'una sfidò l'altra per il domani, alla stessa ora.
Tutti i gruppi di donne qua e là dispersi s'unirono in due, e ciascuno
accompagnò la parte che proteggeva. Io m'avviai alla mia abitazione
crollando il capo, e dicendo fra me: questo è veramente un saggio della
ferocia femminile che non dimenticherò mai più; domani vorrò ritrovarmi
nello stesso luogo, e vedrò come l'andrà a finire;... possibile ch'io
non riesca a metter pace fra quelle donne?...
Il giorno dopo, alla stessa ora, le due donne furono ai loro posti,
ma questa volta attorniate e incoraggiate dal proprio partito, che le
rendeva più fiere. — A qualche distanza si vedevano Negri spettatori.
— Di tratto in tratto s'ode fra i due gruppi di donne un confuso grido
simultaneo di molte voci; i due gruppi s'avvicinano a poco a poco. — Io
provavo un senso di compassione e di orrore. — Si sentono interiezioni
di rabbia e di vendetta. Nessuno, se non ha veduto, può farsi
un'idea della figura di quelle Negre. Erano faccie convulse, cogli
occhi fuori dell'orbita, colla bocca aperta, e la lingua sporgente;
eran visi di febbricitanti e di epilettiche, illuminati da sorrisi
indefinibili, contratti come da uno spasimo atroce. Esse pestavano i
piedi e sbuffavano, e quindi cominciò una mischia così crudele, ch'io
non potrei descrivere, perchè non ebbi il coraggio d'assistervi più
a lungo, e tornai a casa risoluto di voler metter pace fra quelle
donne, e pensando quale sarebbe stata la via più sicura per ottenere
l'intento.
Mi posi d'accordo col Capo della tribù e collo _Tièt_, ed ottenni di
parlare colle donne che sostenevano la parte principale di quella
tragica scena, e riuscii ad acquetarle con tante perline di vetro
quante ne hanno voluto, delle più belle che possedevo.
Il 15 gennaio 1859 lasciammo la Missione di Santa-Croce (6°, 40′ lat.
N.) per ritornare a _Chartùm_, ove impaziente ci attendeva un nostro
confratello, Alessandro Dal-Bosco.
Fu durante questo viaggio ch'io esplorai, per la prima volta, co' miei
compagni Angelo Melotto e Daniele Comboni, il fiume _Sóbat_ e le tribù
_Dénka_ nella penisola del _Sènnaar_ per cercarvi un luogo opportuno
ove fondare la Missione-Italiana.
Dopo faticose ricerche, il punto che a noi parve migliore da stabilirci
fu sul canale _Tarciàm_, presso il villaggio _Miegiòk_, nella tribù
degli _Abialàñġ_.
Giugnemmo in Chartùm il giorno 4 aprile 1859, ove trovammo il Dal-Bosco
molto ammalato, e solo.
Il missionario Matteo Kirchner, che da più di un anno esercitava
provvisoriamente le funzioni di Provicario Apostolico in _Chartùm_,
udita la morte di monsignore Ignazio Knoblecher, avvenuta in Napoli
nell'aprile del 1858, si risolse di tornare in Europa e di recarsi
a Vienna presso il Comitato della Missione-Africana, e poi a Roma
presso la Propaganda per intendersela su alcuni punti risguardanti
la vacillante Missione. Prima di partire da _Chartùm_, egli mi
scriveva una lettera, che mi venne ricapitata in Santa-Croce, colla
quale mi consigliava di tornare a _Chartùm_ co' Missionari italiani,
raccomandandomi però di esplorare, durante questo viaggio, le tribù
_Dénka_ del _Sóbat_ e della penisola del _Sènnaar_. Scrisse pure a
Giuseppe Lanz, presidente in Santa-Croce, dicendogli che al più presto
possibile mandasse avviso ai Missionari in _Kondókoro_ di trattenersi
in quella Stazione finchè fosse eletto il nuovo Provicario.
Queste lettere, con altre ancora provenienti da Europa, ci furono
spedite da Alessandro Dal-Bosco col mezzo di un vapore che solcava
per la prima volta le acque del fiume _Bianco_, ed era diretto da M.r
Lafarque, mercante francese, il quale ce le consegnava il 13 novembre
1858. Il presidente Giuseppe Lanz spediva la lettera del Kirchner
col mezzo dello stesso vapore ai Missionari di _Kondókoro_, acciocchè
fossero bene informati dello stato in cui trovavasi la Missione dopo la
morte del Provicario Apostolico Ignazio Knoblecher.
La risposta relativa alla lettera del Kirchner ci venne recata l'8
dicembre dallo stesso M.r Lafarque, che col vapore tornava a _Chartùm_,
ed era scritta da Francesco Morlang presidente nella Stazione di
_Kondókoro_. Eccone il tenore:
«Cari fratelli, non è possibile di poter resistere più a lungo fra
questi Negri....» E dopo d'aver dipinto al vivo la deplorevole loro
condizione, i pericoli e le sofferenze, a cui andarono soggetti,
conchiude dicendo: «Questa Missione cominciò col fumo, e come
un fumo svanì. Appena arriverà la barca col nuovo missionario,
Luigi Viehwaider, e colle provvisioni per _Kondókoro_, fermatela e
scaricatela in Santa-Croce, e poi speditela vuota a noi con un'altra
barca, affinchè possiamo caricarle tutte e due degli oggetti che più
c'interessano, se i negri _Bàri_ ce lo permetteranno, poichè essi,
udita dai mercanti la morte del Provicario Apostolico, pretendono
d'essere i padroni di tutto ciò ch'egli possedeva in _Kondókoro_.»
Vennero due barche in Santa-Croce col nuovo Missionario la sera del
13 gennaio 1859, una delle quali conteneva le provvisioni per questa
stazione, e l'altra per la stazione di _Kondókoro_.
Il 15 gennaio con una delle due barche io partiva da Santa-Croce co'
miei compagni missionari per ritornare a _Chartùm_, e coll'altra il
sacerdote Luigi Viehwaider continuava poi il viaggio per soffermarsi in
_Kondókoro_ fino al ritorno in Africa del nuovo Provicario, che doveva
essere Matteo Kirchner.
Noi giugnemmo in _Chartùm_, come dissi, il 4 aprile, e vi trovammo
Alessandro Dal-Bosco molto ammalato. Daniele Comboni tartassato da
febbri continue desiderava di tornarsene in Europa. E Angelo Melotto
stanco dalle fatiche del viaggio, e molestato quasi ogni giorno da
fortissimi dolori di capo, diveniva sempre più debole; mai però che
si lamentasse de' suoi mali o mostrasse desiderio di ripatriare per
ristabilirsi in salute. Egli amava di passeggiar solo in giardino,
e quando, dopo caduto il sole, entrava nella sua stanza, spossato,
per cercarvi un po' di riposo, ed io lo visitavo, e' non faceva che
parlarmi della futura Missione Italiana sul _Tarciàm_, e mi pregava
a non voler abbandonarne il pensiero, qualunque fosse per essere
la decisione del Comitato di Vienna. Poveri Negri, egli soleva dire
spessissimo, quanto mi fate compassione! quanto io v'amo.... e quanto
vorrei fare per voi, mi costasse pur anche cento volte la vita....
lo sa Iddio. Ma.... le mie forze diminuiscono ogni dì più, caro
don Giovanni, e mi sento consumare a poco a poco. — Io badavo a lui
continuamente; finchè la sera del 27 maggio lo vidi strascicarsi nella
stanza più presto del solito e distendersi sul povero suo letticciuolo
accanto alla finestra aperta, perchè altrimenti gli pareva di non poter
respirare, e teneva gli occhi immobili e fissi al cielo. Corsi allora e
sedetti a lui vicino, lo confortai e mandai pel medico Peney, che venne
dopo alcuni minuti; questi gettò uno sguardo sopra l'ammalato e rimase
per alcuni istanti silenzioso, e poi mi chiese:
— Quando s'è fatto in lui questo cangiamento?
— Veramente, risposi, è da tre o quattro giorni ch'io lo veggo triste,
malinconico, pensoso, che non mangia proprio nulla; e giusto poco fa
egli mi diceva che fu preso nel giardino da un capogiro, che lo fece
cadere a terra; e chi sa quante volte ciò gli sarà accaduto; ma non
parlò mai, forse per non contristarmi, sapendo quanto io l'amo.
Il medico mi strinse la mano e crollò il capo, volendo dire: non c'è
più speranza di poterlo salvare.
— O Dio! è tremendo! io sclamai, rivolgendomi al mio servo fedele
_Cher-Allàh_, ch'era presente e che aveva bagnato di lagrime il nero
suo volto.
Partito il medico, l'infermo volle confessarsi, ricevette il Viatico,
egli stesso domandò l'Estrema Unzione.... Il dolce suo viso divenne poi
tutto raggiante di speranza e di fede. Di quando in quando rivolgeva
verso me i cilestri e grandi suoi occhi.... Era lo sguardo calmo e
lucido di un'anima disciolta per metà dai legami di questa terra. —
Io vegliai tutta la notte presso a lui raccomandandolo al Signore,
e l'osservavo declinar rapidamente; pure pregavo Iddio perchè non
volesse rapirmi il compagno e l'amico; ma era giunto a tal punto, che
l'affezione più tenera non poteva conservare la menoma illusione ch'ei
potesse rimettersi. A mezza notte tutt'a un tratto emise un grido
straziante di dolore, dopo del quale perdette i sensi, nè più ritornò
in sè stesso.
— Prega, prega, io dissi allora a _Cher-Allàh_, il quale m'era vicino,
che anche questa prova finisca presto! essa mi lacera il cuore....
Alle ore nove antimeridiane del giorno 28 maggio i suoi dolori erano
cessati, e il suo volto aveva uno splendore misterioso e solenne,
che imponeva silenzio anche ai singhiozzi dolorosi di quanti erano
presenti.
Tutti ci avvicinammo attorno a lui rattenendo il respiro....
— Don Angelo! io dissi dolcemente.... ma egli era morto....
Pochi giorni dopo, Daniele Comboni partiva per l'Europa, ed io
ricevetti lettera, che fra l'altre cose mi parlava pure della nuova
elezione del Provicario Apostolico Matteo Kirchner, il quale capitò in
_Chartùm_ verso la metà del novembre 1859.
Egli, col beneplacito di Roma e del Comitato di Vienna, ordinò:
che i pochi Missionari superstiti del _Sudàn_ dovessero raccogliersi
quanto prima in _Assuàn_, rimpetto a _File_;
che le Stazioni di _Chartùm_, di Santa-Croce e di _Kondókoro_ venissero
affidate ad alcuni Negri, fedeli guardiani;
che ogni anno si dovessero visitare da tre o quattro Missionari, per
turno.
Diede quindi a me l'incarico di partir tosto pel fiume _Bianco_ colla
grande d_ahabìah_ della Missione e con tre altre barche vuote fino
a Santa-Croce e a _Kondókoro_, per caricarle della suppellettile
e condur via i Missionari e que' giovinetti orfani, che avrebbero
voluto seguirci. Mi raccomandò pure di esplorare un'altra volta, co'
Missionari tedeschi, il _Tarciàm_, nel ritorno da _Kondókoro_ e da
Santa-Croce verso _Chartùm_.
Frattanto il Provicario Apostolico si sarebbe recato in _Assuàn_ a
prepararvi la nuova Stazione, ove avremmo dovuto raccoglierci tutti.
Con questi ordini io feci vela pel fiume _Bianco_ il primo dicembre, e
il 22 dello stesso mese giunsi in Santa-Croce, ove sani e lieti trovai
i due missionari Giuseppe Lanz e Antonio Kaufman, il quale era venuto
in questa Stazione da _Kondókoro_, con quella stessa barca che aveva
condotto in _Kondókoro_ il missionario Viehweider.
Questi due Missionari, udite ch'ebbero le disposizioni del Provicario
Apostolico intorno alla Missione ed i motivi che lo avevano indotto ad
attuarle, non seppero darsi pace, e vi si assoggettarono a malincuore,
dicendo che questo nuovo progetto di missione toglieva a' Missionari
ogni speranza di giovare ai poveri Negri, come avrebbero desiderato.
Il pensiero poi di dover passare due volte il deserto per visitare
le Stazioni del fiume _Bianco_ gli atterriva più, che una continua
dimora nel _Sudàn_, ove se nel corso di pochi anni morirono parecchi
Missionari, non era tanto da incolparsi il clima, quanto le molte cure
e diverse, delle quali essi erano soverchiamente aggravati, trovandosi
tutt'al più due soli in una Stazione lontana, ov'era impossibile prima
d'un anno di sperare soccorsi. Essi dicevano che sarebbe stato miglior
partito quello di concentrare tutti i Missionari sul fiume _Bianco_ in
una sola stazione che non fosse troppo lontana da _Chartùm_, affinchè
tornassero più frequenti e più facili le relazioni; e così uniti
tentare un'ultima prova.