Quanto alla direzione dei venti: i venti del nord nel paese dei _Bàri_
principiano sul terminare della stagione piovosa e continuano fino al
marzo.
Ai venti del nord succedono quelli dell'est, e durano circa un mese;
ma si rinnovano poco prima dei venti del nord. Questi venti dell'est
cagionano ai Missionari dolori di capo, inappetenze e febbri.
I venti del sud cominciano sul finir di aprile, e continuano fino al
settembre. Nel settembre poi ed ottobre predominano quelli dell'ovest.
Nei primi tre mesi delle piogge i temporali provengono più comunemente
dalla parte sud, sud-est; nei mesi poi di giugno, luglio ed agosto ci
vengono direttamente dal sud; ed in settembre ed ottobre dall'ovest; ma
questi ultimi temporali, come quelli che talora derivano dal nord-est,
non apportano mai piogge copiose.
Quanto alla temperatura: secondo le osservazioni fatte dai Missionari
in _Kondókoro_ nel 1858, il maggior calore era ordinariamente fra le 4
e le 5 pomeridiane, e la temperatura meno calda al levar del sole.
Nell'ora più calda, in casa, | Al levar del sole non
il term. non segnò | segnò
|
mai più nè mai meno | mai meno
di di | di
|
nel genn. 30 R. 27 | nel genn. 18 R.
» febb. 31 » 26 | » febb. 20 »
» mar. 31 » 21 | » mar. 19 »
» apr. 26 » 24 | » apr. 18 »
» mag. 24 » 19 | » mag. 17 »
» giug. 26 » 22 | » giug. 18 »
» lugl. 24 » 20 | » lugl. 17 »
» agos. 23 » 19 | » agos. 16 »
» sett. 26 » 18 | » sett. 16 »
» ott. 27 » 20 | » ott. 18 »
» nov. 27 » 22 | » nov. 20 »
» dic. 28 » 24 | » dic. 18 »
In quest'ultimo mio viaggio da _Chartùm_ verso _Kondókoro_, che durò
dal 1º dicembre 1859 fino al 29 marzo 1860, il massimo calore nei
primi giorni era intorno alle tre pomeridiane; ma più mi avvicinavo
all'equatore, la temperatura si faceva più calda verso le quattro ore.
Il giorno più caldo l'ebbi il 15 dicembre fra le paludi dei _Nuèr_,
in cui il termometro segnò 28 R. nella camera della _dahabìah_ alle 3½
pomeridiane; e il giorno meno caldo l'ebbi l'8 dicembre sul finir del
paese dei _Scìluk_, in cui il termometro non segnò più di 25 R. verso
le 3 pomeridiane, ed al levar del sole 13½.
I Bàri, benchè sapessero che il Morlang gli avrebbe abbandonati e che
più nessun Missionario sarebbe rimasto fra loro, se ne mostrarono
indifferenti. Non può dispiacere ai _Bàri_, mi diceva il Morlang,
la nostra partenza, mentre tante volte i loro Capi, che pretendono
d'essere mantenuti a spese della Missione colle loro famiglie,
tentarono di scacciarci colla forza. Essi han conosciuto che principale
scopo della Missione è d'istruirli ed educarli a religione e civiltà;
ma non vogliono intenderla; e quando noi parlavam loro di religione,
essi rispondevano francamente e con ischerno: convertite prima i vostri
servi (dongolèsi), e poi penserete a noi; dateci ora da mangiare,
giacchè calcate il nostro terreno, o fate ritorno ai vostri paesi. E
si noti che il terreno della Missione era stato già comperato, ed a
caro prezzo, non una, ma due volte dal Provicario Apostolico Ignazio
Knoblecher, e che i Missionari, ogni anno, han dovuto far regali ai
tre proprietari del medesimo terreno, Lutverì, Leghè, Vanì, ed al loro
Gran-capo (Màtat) chiamato _Medì_. Senza un gran regalo non era dato a
noi neppur di seppellire i nostri morti.
Il 16 gennaio 1860 tutto era pronto per la partenza, ed alle ore
dieci antimeridiane io comandai ai nostri barcaiuoli di discendere il
fiume. Quand'ecco io vedo balzare nella _dahabìah_ tutto furioso il
Gran-capo _Medì_ con altri Negri armati, i quali ci strappano, si può
dir, di mano l'unico fra i 47 battezzati, la maggior parte adulti, che
promettesse qualche speranza di buona riuscita[33], e un altro buon
giovinetto suo compagno, poco più che dodicenne, non però battezzato,
di nome _Ladò_, senza padre e senza madre, che m'avea pregato per
carità di prenderlo meco offerendomisi qual servo fedele[34]; e tutti
e due doveano venire con noi dietro il consenso del Gran-capo e dei
loro parenti. Ma come, da un momento all'altro, questi hanno mutato
consiglio? — io dicevo tra me. — Qual può essere stata la cagione di
tal cambiamento?...
Il 13 gennaio, alcuni mercanti fra i _Bàri_ avevano spedito 150
soldati dongolèsi in un paese posto fra le montagne di _Belegnàn_ e
quelle dei _Liria_, a sud-est di _Kondókoro_, per vendicare, dicevan
essi, il sangue di 5 loro servi, che pochi giorni prima erano stati
colà trucidati senza alcun motivo, mentre si recavano ai _Liria_
per comperare denti di elefante. Or questi soldati avevano costretto
per via alcuni giovani _Bàri_ di _Kondókoro_ a seguirli, fra i quali
un parente del Gran-capo _Medì_, il quale, sapendo un po' di arabo,
avrebbe dovuto servir loro d'interprete. I soldati dongolèsi diedero
alle fiamme quel paese, ne uccisero gli abitanti, ad eccezione delle
donne e dei fanciulli che divennero loro schiavi, portaron via tutto
il bestiame, e festosi per la vittoria riportata e pel grosso bottino,
pensavano di ritornare a _Kondókoro_. Quando tutt'a un tratto i _Liria_
calarono dalle montagne numerosissimi e precipitaronsi loro addosso
uccidendone in pochi istanti 120, e mettendo gli altri in fuga. I
giovani _Bàri_ morirono quasi tutti, anche il parente del Gran-capo.
— L'infausta notizia giunse in _Kondókoro_ poco prima della nostra
partenza. — _Medì_, come l'ebbe intesa, montò sulle furie, imprecò
ogni male a tutti i forestieri che si trovavano in _Kondókoro_, disse
ch'erano stati la rovina del suo paese, voleva ad ogni modo veder morto
un giovine copto, che era stato il promotore della spedizione contro i
_Liria_. — Ecco, senza dubbio, la cagione del subitaneo cambiamento del
Gran-capo e dei parenti dei due giovinetti, che ci furono strappati di
mano, mentre essi piangevano e avrebbero voluto seguirci.
Nell'ora stessa che noi lasciammo _Kondókoro_ vi giugneva una grande
_dahabìah_ da _Chartùm_, e un'altra la seguiva a poca distanza, tutte
e due condotte da soldati del Governo egiziano, capitanati da un
Circasso, il quale per ordine superiore avrebbe dovuto fra due mesi
ricondurre a _Chartùm_ 500 schiavi. — E tanto vitupero pure adesso
continua!
E vi sarà ancora chi osa dire che la schiavitù è tolta?... Legga
costui, se non le ha mai lette, le dolenti pagine, ma vere,
dell'illustre viaggiatore Giorgio Schweinfurth, là dove descrive la
tratta del l'uomo[35], e poi mi dica se la schiavitù è tolta.
In sul finire di quel capitolo: «L'Egitto, egli dice, la più antica,
la più feconda delle terre istoriche, ha qui una grande missione
da adempiere; ma che vuoi sperare dall'islamismo? Con esso non c'è
alleanza possibile.
«Per aprir la via del Signore, dice il Corano, uccidete coloro
che vorrebbero uccidervi, ma non siate voi i primi a cominciare le
ostilità, perchè Dio non ama i peccatori; uccideteli dovunque gli
incontriate; scacciateli da dove vorrebbero scacciar voi; perchè la
tentazione dell'idolatria è peggiore della morte.» Figlio del deserto,
l'islam fa un deserto di tutti i luoghi dove penetra. Supporre che
possa esser capace di progresso, è un sogno, un'illusione attinta nei
libri. I suoi fedeli rassomigliano ai germi di vegetazione, che dormono
nelle sabbie delle valli deserte: una scossa di pioggia, un nulla, può
suscitarli ad una vita effimera; le piante si levano un giorno; poi, al
contatto del soffio fatale, inaridiscono, e tutto ridiventa sterile.
Domandate agli Europei che dimorano in Egitto, se gli abitanti di
quel paese potrebbero seguire le nostre usanze senza rinunziare al
maomettanismo; e vi risponderanno con una negativa, e poi aggiungeranno
non esservi luogo a sperare che quel popolo abbia mai a cambiare
di culto. Dei nostri costumi, gli Egiziani adottarono unicamente il
vestiario; ma vestano all'orientale o all'europea, i sudditi del Kedìve
non mutano le loro idee sulla schiavitù. È moda nel bel mondo egiziano
d'aver la casa piena di schiavi, e la cosa è colà indispensabile.
Entrate nella dimora di un ricco Egiziano; troverete adagiato sopra
un divano un uomo silenzioso e contemplativo, di cui nulla turba
il riposo. Alieno da ogni nobile passatempo, ogni attività gli è
sconosciuta; egli ignora la caccia, la pesca, l'equitazione, il modo di
condur un battello; fino il passeggio è estraneo alle sue abitudini. Se
ha sete, leva una mano, e chiama «_Ja, uàled!_» (Ehi, ragazzo!) e uno
schiavo gli porge da bere. Vuoi fumare o dormire? «_Ja, uàled!_» ed è
servito, senza ch'egli muova un dito.
Se un bel giorno non ci fossera più _aulàd_ (ragazzi), che ne sarebbe
di questi grandi signori sui loro divani? Ora una tale letargica apatia
invade tutti gli Stati Orientali. Perchè la schiavitù si abolisca,
bisogna prima che l'Oriente si trasformi e risorga a nuova vita. Se un
tal cambiamento è impossibile, la schiavitù rimarrà per l'Egitto una
necessità, per quanti impegni il Governo si assuma contro di essa.
Si è spesso parlato de' vantaggi da cui lo schiavo è circondato,
degli agi di cui gode. Certo tra l'_uàled_ degli Orientali e l'antico
servo della gleba degli Europei, il contrasto è grande; tuttavia gli
Europei facevano dello schiavo un membro utile alla società, mentre
gli Orientali ne fanno un ozioso. Caricare delle pipe, porgere un
bicchiere, preparare il caffè, sono occupazioni indegne d'un uomo; e i
vantaggi che l'_uàled_ ne trae furono caramente pagati colle angoscie
della lotta, il viaggio nel deserto, la fame, la fatica, le malattie
contagiose, che uccisero tanti suoi compagni, e si aggravarono anche
sopra di lui.
Ma la conseguenza più dolorosa di questa caccia dell'uomo è lo
spopolamento. Ho veduto distretti interi del _Dàr-Fertìt_ convertiti
in deserti pel rapimento di tutte le ragazze del paese. Gli Arabi e
i Turchi vi diranno che salassano soltanto delle tribù senza valore,
gente che, se avesse modo di moltiplicare, adopererebbe la potenza
del numero ad esterminarsi fra loro. — Io penso tutto il contrario.
— È giunto il tempo in cui l'Africa deve partecipare al commercio
del mondo. Bisogna pertanto che la schiavitù sia abolita. Anzichè
mantenerla, meglio varrebbe che Turchi e Arabi e tutti quanti i popoli
inattivi scomparissero dalla terra: dal momento che lavorano, i Negri
sono loro superiori.»
Giugnemmo il 24 gennaio in Santa Croce, e il 29 marzo in _Chartùm_
lieti d'abbracciare il missionario Alessandro Dal Bosco alquanto
ristabilito in salute.
Dopo due mesi ci recammo tutti in _Assuàn_, ove il Provicario
Apostolico Matteo Kirchner ci attendeva con impazienza. Colà passammo
quasi due anni; e finalmente, essendo stata ceduta la Missione
dell'Africa Centrale ai Padri Francescani, noi tornammo in Europa.
Ma i Francescani non valsero a sostenerla che per circa due anni,
e quindi essa venne affidata a Monsignor Comboni, che coll'ardente
suo zelo e colla sua instancabile attività riuscì a fondare qua e là
diverse Stazioni, ove bravi missionari, assistiti da alcune suore del
Buon-Pastore, ottennero frutti che fino allora non erano stati mai
ottenuti.
Secondo ciò che ne dicono gli annali di questa Missione pare che
l'aurora d'un giorno migliore cominci a sorgere per la disgraziata
razza africana.
Ed ora che da ogni parte la mano della beneficenza si stende a mostrare
gli abusi, a riparare i torti, ad alleviare i patimenti, e a far
conoscere ed amare al mondo gli infimi, gli oppressi e gli obliati; ora
che per l'iniziativa del Re de' Belgi surse il Comitato Internazionale
per l'esplorazione e l'incivilimento dell'Africa Centrale; in questo
generale movimento par sia giunta, io dico, l'ora propizia anche
per l'Africa, che da secoli incatenata e grondante sangue ai piedi
dell'umanità incivilita ne implora gli aiuti.
Ah! sì, Dio faccia spuntare il giorno, in cui la schiavitù distrutta
come tante altre iniquità dalla faccia della terra, non sia altro che
una memoria, in cui i quadri, quali in questo mio libro ho descritti,
non abbiano altro pregio che di ricordare ciò che più non esiste.