La stazione di Santa-Croce — La caccia — Il barone De-Harnier
vittima di un bufalo selvatico — Le tribù _Dénka_ della vallata
superiore del Nilo, e i loro costumi.
La stazione di Santa-Croce nella tribù dei _Kìc_, sebbene fosse luogo
assai inopportuno per fondarvi una Missione, attese le qualità malsane
del suo clima, pure venne scelta da noi missionari italiani come centro
provvisorio delle nostre investigazioni:
1.º Perchè in quella Stazione più che in altro luogo ci sarebbe stato
reso facile lo studio della lingua dei _Dénka_.
2.º Perchè colà più che altrove avremmo potuto raccogliere esatte
e sicure relazioni intorno alle tribù che la parlano e alla loro
posizione geografica, intorno al clima, ed ai costumi degli abitanti.
3.º Perchè in quella Stazione potevamo esercitar subito il nostro
ministero coadiuvando, secondo le nostre deboli forze, i missionari
tedeschi, che da qualche tempo vi si erano stabiliti.
Di fatto si trovavano in Santa-Croce alcuni giovinetti e giovinette che
parlavano la lingua _dénka_, i quali erano stati accolti dalla Missione
dopo che il vicerè d'Egitto _Seìd-Pascià_ aveva proibito il commercio
degli schiavi. Alcuni mercanti che si trovavano allora sul fiume
_Bianco_, vedendo che tornando a _Chartùm_ con una tal merce sarebbero
andati incontro a gravi dispiaceri, cedettero questi loro schiavi alla
Missione, presso la quale impararono la lingua araba.
Or questi giovinetti mi tornarono di un grande aiuto nello studio della
lingua dei _Dénka_; ma specialmente mi giovò il negretto _Kaciuòl_, che
mostrava maggiore intelligenza degli altri, e più tardi il mio vecchio
e buon turcimanno _Cher-Allàh_.
Conversando spesso coi Negri, io ho potuto osservare che le donne
mostrano d'avere più intelligenza degli uomini, ed i giovinetti più
degli adulti.
Ora, col mezzo dei giovinetti della Missione, io potei anche registrare
con precisione le tribù che parlano il _dénka_ nella vallata superiore
del fiume _Bianco_, e notarne i costumi, perchè essi appartenevano o
all'una o all'altra di quelle tribù.
Finalmente nella stazione di Santa-Croce noi fummo occupati ogni giorno
nell'istruire i giovinetti e le giovinette, dei quali quattro furono i
battezzati, oltre ad un bambino appena nato, la cui madre mi chiamò a
visitarlo perchè era morente. Io lo battezzai e poco dopo spirò.
La caccia nel paese dei Negri _dénka_ è una delle distrazioni più
dilettevoli che l'Europeo possa desiderare. — Questa è una guerra che
l'uomo fece, quasi sempre vincendo, agli animali per difendersi dalla
loro rabbia, per cibarsi delle loro carni, o per coprirsi delle loro
spoglie. Io, a dir vero, mi dilettavo solo di quest'arte per avere di
che nutrir me e i miei compagni, ch'erano ammalati, e me ne andavo ogni
altro dì, due o tre ore avanti sera, accompagnato il più delle volte
da alcuni Negri, che mi facevano da cani da caccia, ed entravano poi a
parte della mia preda. Mai, ch'io mi sia tornato a casa a mani vuote.
La selvaggina è frequentissima in queste regioni. Vi si trovano
tortorelle, francolini, galline faraone, anitre, oche selvatiche ecc.
ecc. in una quantità così sterminata, che senza il merito d'essere
valenti nell'arte del cacciare, si possono uccidere in un'ora dalle
dodici alle quindici tortorelle, o dai quattro ai cinque francolini, o
dalle sei alle sette galline faraone, o dalle tre alle quattro anitre,
od almeno due oche selvatiche, a scelta del cacciatore; e ciò dico per
esperienza. Quanto poi a' piccoli augelli, questi si levano a nuvole
sotto gli occhi sì che si possono colpire colla clava. Mi ricordo
d'averne uccisi con un sol tiro di fucile, caricato appositamente, dai
settanta agli ottanta, senza contar quelli che si saranno perduti in
mezzo all'erbe.
L'Europeo che si trova in queste regioni si crede come trasportato ad
un'età in cui l'umana specie, per così dire nascente, vedesi circondata
da ogni parte, e quasi assediata da una moltitudine innumerevole di
forze incognite, nemiche, orride e terribili. La superficie della
terra è qui ancora come una vasta arena, dove l'uomo è in mezzo ai
muggiti, ai rugghi, agli urli, ai sibili, ai fremiti d'ogni sorta di
animali. Egli non potrebbe uscire di notte dalla propria abitazione
senza affrontare da vicino la morte. A lui s'avventerebbero sitibondi
di sangue i leoni, le tigri, i leopardi, le pantere, e tacitamente
strisciando lo minaccerebbero del loro veleno gli insidiosi serpenti.
E veramente fa meraviglia che i Negri _dénka_, in un paese dove una
natura così feconda produce e porge asilo a mostri cotanto formidabili,
non dispieghino una maggiore potenza contro di essi. È vero che i
_Dénka_ danno la caccia all'ippopotamo, all'elefante, al coccodrillo;
ma non osano sfidare gli animali feroci della foresta.
E sì che l'uomo, munito d'intelligenza e di non so quale istinto
che genera in lui l'amore della gloria, l'entusiasmo dell'eroismo
e del sacrifizio, ha assalito coraggiosamente altra volta le tigri,
i leoni, i leopardi e le pantere, che dovettero mordere la polvere
dinanzi a lui e rintanarsi dentro inacessibili nascondigli. Così è,
tra le mani dell'uomo, in apparenza sì delicate e impotenti, tutto s'è
trasformato come per incanto, tutto s'è accomodato a' suoi bisogni, ed
ha obbedito a' suoi desideri. Il legno, il ferro, la pietra, l'aria,
l'acqua, il fuoco, tutto insomma è diventato arma irresistibile o
insidia inevitabile. E la terra ha riconosciuto l'uomo per suo re, e
gli animali bruti lo temono come un Dio. Ciò avvenne in Europa, ove nei
tempi più remoti la caccia fu uno dei primi doveri d'ogni uomo sano e
forte; e perciò i grandi cacciatori furono per lunga pezza gli eroi più
onorati, i semidei per eccellenza. Che se parliamo dell'Oriente, chi
non sa che l'uomo vi spiegò più che altrove la sua potenza contro gli
animali feroci?
I poemi indiani sono ricchi di descrizioni di caccie, fatte in un
linguaggio che non teme il confronto della poesia europea; e io credo
di far cosa grata al lettore ponendogli qui sott'occhio il presente
estratto del Mahabharata.
«Il giovine re, dotato di coraggio eroico, destro del pari e nel
cavalcare un destriero focoso, e nel domare un elefante furibondo,
sempre vincitore, o ch'egli adoperasse la lancia o la mazza, o che
maneggiasse la scimitarra o l'arco, simile di maestà al capo degli
Immortali, di splendore al Dio potente della luce, era l'amore e
l'ammirazione del popolo. Un giorno accompagnato da immenso esercito
composto di fanti, di cavalli, di elefanti e di carri, volle recarsi
a una vasta e densa foresta per darsi ai piaceri della caccia. Mentre
avanzavasi in mezzo alle acclamazioni de' guerrieri, agli acuti
suoni della conca e della tromba confusi col rumore de' carri, col
nitrire de' cavalli, e coi gridi selvaggi degli elefanti, una folla
di donne desiose di vedere il giovine eroe in tutta la pompa della
sua grandezza, si precipita sui terrazzi delle case presso cui dee
passare: — Ecco l'intrepido Vasù, gridano trasportate dalla gioia: è
desso! è desso! — Indra, armato de' suoi folgori, s'avanzerebbe con
meno splendore! e mille mani leggiadre gli gettavano a gara nembi di
fiori sul capo, mentre virtuosi bramini tendendo le braccia al cielo
pregavano al monarca i favori di Brahma. — Numeroso corteggio di
cittadini d'ogni condizione segue vogliosamente insino alla foresta
il diletto sovrano, che portato da un cocchio rapido quanto è nel suo
volo Superna, la celeste cavalcatura di Vishnù, s'inselvò ben tosto
in recessi impenetrabili alla luce, dove tutto inspirava un terror
sacro, soggiorno squallido abbandonato dall'uomo, nè da altri abitato
che dal selvaggio elefante, dalla tigre e da altre bestie feroci,
che incessantemente contristavano le aure coi loro tremendi ruggiti.
Snidati dalle loro tane s'avventano essi rabbiosi sui cacciatori
accaloriti nell'inseguirli; e a questi è mestieri di tutta la loro
destrezza e vigoria per farsi padroni di una sì terribile preda.
Dusmanta è primo a porgere esempio d'intrepidezza e d'audacia, e tigri
furibonde cadono atterrate dalla sua mazza, o ferite dalle sue frecce.
Da tutte le parti sbucano leoni ed elefanti, e coperti di schiuma e
di sudore si recano a torme presso le acque per ispegnervi il fuoco
che li divora; ma i più cadono rifiniti sulle rive degli stagni, e
muoiono mandando orribili ruggiti. Altri, disperati, ricalcano le loro
orme, si avventano furibondi sugli imprudenti nemici, e pestandoli
colle zampe e avvinghiandoli colle enormi proboscidi, ne fanno una
terribile vendetta. Così la foresta poc'anzi tanto romorosa, altro
non presenta oramai che un campo funesto di strage, sacro al silenzio,
ingombro di cadaveri, allagato di sangue, e sparso di tronchi di lance
spezzate, di mazze, di archi, di frecce e di schegge d'armi d'ogni
sorta. Intanto i cacciatori stimolati dal potente bisogno della fame
riducono a pezzi molti cervi ed altri animali selvaggi, che sottrattisi
dal dente micidiale delle fiere, erano caduti anch'essi sotto i loro
colpi; ne arrostiscono le carni sminuzzate sopra una brace ardente,
se ne satollano, e dànnosi per qualche ora al riposo.» (Framm. del
Mahabharata, trad. in francese da Chezy).
Povero _Sudàn_! poveri _Dénka_! quanto siete lontani dall'imitare
un simile eroismo di quasi quattro mille anni sono, e dall'aver
trasformate le vostre foreste in sacri campi di silenzio e di gloriose
memorie!... Presso voi gli animali bruti delle boscaglie ne sono ancora
gli assoluti padroni!
Qualche Europeo appassionato per la caccia osò talvolta di penetrare
là dove soggiorna più frequente il selvaggio elefante o il bufalo, e
d'inseguirli con un'audacia più unica che rara.
Tra i più arditi cacciatori dell'elefante, ch'io conobbi fra i _Dénka_,
furono certo i fratelli Poncets; ed uno fra i più audaci cacciatori del
bufalo credo sia stato il barone De-Harnier, che perì vittima di questo
feroce animale.
Ecco quanto scrive in proposito M. Jules Poncet[31].
«Ayant dit quelques mots en passant de ce kharif (époque des pluies)
que nous passâmes a Sainte-Croix, je raconterai aussi une catastrophe
arrivée sous nos yeux dans cette même saison. Il s'agit de la mort
accidentelle de M. le baron De-Harnier qui, à l'arrivée des pluies,
avait renvoyé sa barque à Khartoùm et s'était établi chez les Chir
pour se livrer au plaisir de la chasse. Vers le 5 août, ce pauvre
baron nous fit parvenir à Sainte-Croix une lettre écrite du pays des
Chir, dans laquelle il nous priait de lui envoyer une barque pour
le chercher, qu'il s'ennuyait beaucoup, surtout depuis qu'il avait
perdu son compagnon, M. Wilkin, et son domestique Gaspard. Nous fîmes
immédiatement venir de notre établissement de Mongok des hommes pour
accompagner la barque qui partit de suite et revint vingt-cinq jours
après avec le baron et tous ses effets, car, par hasard, les vents
du nord soufflèrent favorablement. Il s'établit à la mission et
nous passâmes ensemble deux mois et plus, pendant lesquels le baron
De-Harnier chassait et s'occupait d'histoire naturelle.
«Son animal de prédilection pour la chasse était le buffle. Il en avait
déjà tué vingt-sept. Le samedi, 23 novembre 1861, jour fatal, il se
leva de bonne heure, sans même donner le moindre soin a sa toilette,
prit son fusil, et étant accompagné de ses deux domestiques habituels,
il entra dans la forêt avec l'intention de revenir une demi-heure
après. Il revint en effet, mais rapporté mort et défiguré sur un
angrèb. Ayant vu de très-près un buffle, il fit feu sur lui; mais ne
l'ayant pas tué, il s'empara de la carabine de l'un de ses domestiques
avec laquelle il tira un second coup sur ce buffle qui cependant ne
tomba pas; mais qui, furieux de sa blessure, lança un coup de corne
dans le côté du domestique, qui cependant avait eu la présence d'esprit
de se coucher par terre. Croyant pouvoir sauver ce dernier du danger
qu'il courait, le baron s'arme de la carabine de son autre domestique
qui s'était lâchement enfui, puis, au moment où il se dispose à tirer
son troisième coup, le buffle qui l'avait aperçu s'élance en fureur
sur lui, et le perce de plusieurs coups de ses cornes, à la tête, à
la poitrine et aux cuisses. Nous le trouvâmes ainsi abîmé et roulé
aux pieds de quelques arbustes, noyé dans son sang. Quel spectacle
affreux! Nous en frisonnâmes d'épouvante et nos coeurs se brisèrent
de douleur en songeant aux souffrances que notre infortuné compagnon
avait dû éprouver. Nous remarquions, l'espace de quinze et vingt pas,
des lambeaux de ses vêtements, des boutons de son paletot épars ça et
là. Son anneau fut retrouvé a 10 pas de son cadavre. Le buffle avait
disparu, mais il fut retrouvé mort deux jours après dans les environs.
Sa tête fut envoyée au frère du malheureux chasseur.»
Il bufalo non assalta sempre; ve ne son di vigliacchi, che feriti vanno
incontro al cacciatore, ma s'arrestano a mezza via, e dopo un istante
di esitazione, fuggono impauriti. — Altri invece dopo il primo assalto,
non assaltan più. — Altri d'indole mite e benigna, ricevuta una palla,
dànno indietro, scrollano la testa, e poi si voltano tutt'a un tratto
a guardare con aria attonita l'assalitore, come se volessero dimandare:
— Che vuoi da me? Che t'ho fatto? Perchè cerchi di uccidermi? — Alcuni
però si mettono a correre e a saltare qua e là, irrigando il terreno di
sangue, mandando altissimi muggiti, divincolandosi e scontorcendosi in
mille modi. Vi sono de' bufali indomabili, che non vogliono chinar la
testa se non traendo l'ultimo respiro; bufali che, versando ruscelli
di sangue per la bocca, continuano a minacciare e a colpire colle
corna gli assalitori; bufali che, trafitti da quattro o cinque palle,
alzano ancora il collo con un movimento superbo che fa retrocedere
atterriti i persecutori; bufali che hanno un'agonia più spaventevole
della loro prima furia, che calpestano la loro vittima e la straziano
rabbiosamente, correndole poi intorno colla testa alta; e guardando
qua e là con una cert'aria di sfida, cadono finalmente, si rialzano,
barcollano un pezzo prima di ricadere, e barcollando s'allontanano a
lento passo dal luogo dove furono colpiti, per andar a morire in pace
sotto una pianta.
Il territorio ove si trovano le tribù _Dénka_ della vallata superiore
del fiume _Bianco_ è situato fra il 9º e il 6º grado di latitudine
nord, e la sua maggiore lunghezza è dai cinque ai sei gradi, tra il
fiume _Sóbat_, e il _Bàhr-el-G¨azàl_. Giudicando da ciò che osservai
io stesso, e da quanto me ne dissero i giovinetti della Missione
appartenenti a tribù diverse, gli abitanti ammonterebbero a circa
quattrocento mila: dappoichè non meno di venti sono le tribù; ogni
tribù ha intorno a quaranta _zerìbeh_; ed ogni _zerìbah_ comprende, a
un di presso, cinquecento persone.
I _Dénka_, oltrechè presentare i caratteri comuni alla razza negra, ne
offrono di così spiccati, che te li fanno immediatamente riconoscere
in mezzo alle folle di Negri più numerose. Gli occhi, di rimarchevole
grandezza, sono leggermente rilevati all'angolo esterno, il cranio è
piccolo e notevolmente schiacciato alle tempie, la pelle è liscia e
delicata, il corpo magro assai e rilassato; la statura media eccede
quella degli Europei, il busto, paragonato all'altezza delle gambe, è
piuttosto corto, e dà ai movimenti un'impronta particolare; pochissima
è la loro agilità, se la confrontiamo con quella di altri Negri.
I _Dénka_ di alcune tribù, arrivati all'età di circa dieci anni, si
fanno cavare i sei denti di mezzo della mascella inferiore, perchè i
loro antenati han sempre usato di fare così, nè sanno addurre altre
ragioni.
Nessuno veste fra gli uomini, e fra le donne soltanto le maritate
cingono alle reni due pelli di capra o di montone, e così pure le
ragazze, dopo i dieci o dodici anni, allorquando s'allontanano dalle
proprie abitazioni.
Le minuterie di vetro non sono molto in pregio presso i _Dénka_. I
grani di vetro azzurro, chiamati mangiùr sul mercato di _Chartùm_,
ed altri granellini bianchi detti _gnaotèt_, sono i soli dei quali
s'adornano, le donne specialmente.
Le principali armi fra i _Dénka_ sono la lancia e il bastone o la
clava; le frecce e l'arco non sono usati che da qualche tribù.
Io vidi più d'una volta questi Negri giocare di scherma colla lancia, o
col bastone; ma mi fecero sempre ridere. Non posso dire la stravaganza
e la goffaggine dei loro tiri. Erano mosse da funamboli, salti senza
scopo, contorsioni e sgambettate, e colpi annunziati molto prima con un
gran giro del braccio; flemma beata, che avrebbe dato modo a un bravo
de' nostri tiratori di adossare a que' _Dénka_ un prodigioso carico
di legnate, o di crivellare il loro corpo di ferite, senza il menomo
pericolo di rimanere offeso. E intanto molti altri Negri eran là a
contemplare i combattenti, a bocca aperta, volgendosi a me di tratto in
tratto per cercare ne' miei occhi l'espressione della meraviglia; e io
li contentavo fingendo un'ammirazione benevola.
Questi Negri ordinariamente non si cibano che una volta al giorno,
verso il calar del sole. Il nutrimento principale è il latte e il
_dùrah_, se ne hanno, ch'essi mangiano in grani cotti nell'acqua.
A tanta frugalità suppliscono alcune radici, erbe e frutti, che le
donne raccolgono nelle boscaglie e presso al fiume e ai torrenti. La
carne per essi è un cibo de' più favoriti; ma non ne mangiano che rare
volte, o quando l'animale muore da sè, o nelle feste dei matrimoni, o
nell'occasione dei sacrifici, ch'essi fanno sempre al Genio malo per
placarlo nelle loro avversità. Pel tabacco poi, che usano masticar per
diletto, lasciano volentieri il cibo più squisito.
Non hanno fra loro alcun governo che li regoli; professano tuttavia
grande rispetto alle persone che posseggono molto bestiame, e nei
litigi s'acquetano facilmente alle loro decisioni. Tali persone vengono
onorate col nome di _Bègñ-did_ (Grandi-signori).
Quanto agli usi praticati da questi _Dénka_ nel caso di gravi malattie
o morti, e nei matrimoni; e quali idee abbiano di Dio, della creazione
e di una vita futura, vegga il lettore: _Il Sènnaar e lo Sciangàllah_,
mie memorie, vol. I, pag. 229-243.
La coltivazione presso tutti i _Dénka_ che abitano le rive del fiume
_Bianco_, tra il 6º e l'8º lat. N., è quasi totalmente trascurata. Essi
piantano, durante la stagion delle piogge, un po' di grano di _dùrah_
presso le loro stabili dimore discoste dal fiume, ove minore è la
quantità degli insetti, ma senza punto lavorare il terreno, che atto
sarebbe ad abbondanti produzioni.
Qui sono le donne che debbono pensare al mantenimento della famiglia e
alla costruzione delle capanne. Gli uomini, se sono mandriani, tutt'al
più portano a casa alcuni frutti, che raccolgono nella boscaglia, e di
tanto in tanto qualche gallina faraona o francolino, che hanno la sorte
di uccidere col bastone; e se son pescatori procurano che alla famiglia
non manchi mai il pesce; e qualche rara volta vanno a casa con un bel
pezzo di coccodrillo o d'ippopotamo.
I _Dénka_ della vallata superiore del fiume _Bianco_ non hanno
bestiame minuto, o poco assai; ma posseggono grosse mandre di bovi, per
allevar le quali si dànno molto pensiero, mentre qui è riposta la loro
grandezza.
Fra questi Negri, i _Tuìc_ e i _Kìc_ sono i più miserabili, perchè sono
i più pigri e i più indolenti fra tutti i _Dénka_ del sud; e sì che
le loro terre non sono punto ingrate. Essi per due terzi dell'anno si
nutrono dei frutti della foresta. I mesi di luglio, agosto, settembre,
ottobre, novembre e dicembre sono per essi i più bei mesi, poichè
questa è l'epoca della maturazione dei frutti. Una sorta di vite
selvatica, molto simile alla lambrusca, porge i suoi frutti nel luglio,
ma l'uve sono un po' asprigne e spiacevoli. In questo mese l'_avàlval_,
specie d'arbusto, dà pure i suoi frutti che sono piccole bacche nere,
simili per la forma a quelle del ginepro, ma sono piene di sugo e dolci
assai. Nel dicembre le donne raccolgono dal limo delle paludi e degli
stagni il così detto _alób_, il cui frutto somiglia molto a quello del
melagrano; ha forma quasi rotonda, e racchiude in sè un gran numero
di granellini, che si trovano in cellulette formate da una pellicola
biancastra, il cui sapore è un po' amaro; lo stelo della pianta _alób_
è tutto nell'acqua, su cui si distendono quattro o cinque larghe
foglie, in mezzo alle quali sorge un bel fiore bianco, che veduto in
distanza ricorda il tulipano. Quando l'_alób_ sia bene disseccato al
sole, se ne estraggono facilmente i granellini, che vengono poi ridotti
in farina, la quale serve di nutrimento alle tribù _Dénka_ nei mesi di
febbraio, marzo, aprile, maggio e giugno, che sono i mesi di fame. I
poveri pescatori allora dopo d'aver pescato inutilmente per tutto il
giorno, passano gran parte della notte nella palude, con delle fiaccole
in mano, dando la caccia ai ranocchi e ad altri animali.
I mandriani si nutrono invece di radici, e dello scarso latte delle
loro vacche.
Durante la stagione asciutta, molti dei _Kìc_ del nord mandano a
pascere i loro bestiami sulla riva destra del fiume, e perciò sono
quasi sempre in guerra coi _Tuìc_; e i _Kìc_ del sud per motivo pure
dei pascoli si trovano in continue dispute cogli _Eliàb_ del nord: e
così dicasi delle altre tribù. Io fui spesse volte testimonio delle
loro querele, e riuscii qualche volta a pacificarli, donando alcune
perline di vetro e qualche anello di rame ai Capi dell'una e dell'altra
parte.
I _Ròl_, posti ad ovest, nord-ovest dei _Kìc_, secondo le relazioni
dateci dai mercanti in avorio che li visitarono, sono i più simpatici
e i più intelligenti fra tutti i _Dénka_ della vallata superiore del
fiume _Bianco_.
I _Ròl_ furono i primi, fra i Negri _dénka_ dell'interno, che accolsero
con piacere nel loro paese i Bianchi, i quali vi si recarono per
comprarvi avorio, e per dar la caccia agli elefanti.
La tribù dei _Ròl_, come tutte quelle dell'interno, meno pigra delle
tribù _Dénka_ lungo le rive del fiume _Bianco_, è ricca di grano e di
miele, di cui fa anche commercio; e stretta in alleanza colle tribù
vicine essa vive sempre in pace.
_Fatìl_ è luogo santo in questa tribù, presso il quale i fratelli
Poncets, mercanti d'avorio, ebbero per alcuni anni un loro
stabilimento. Ecco quanto scrive in proposito Jules Poncet:
«En ce lieu, et à cinq pas de notre enceinte sur le bord d'une rivière,
il existe une grande hutte où est enterré un kodjour de qui est née
une jeune fille ventriloque, qui est parvenue à se faire une immense
fortune. Elle est respectée, si non aimée, de tout le monde. Elle
venait chaque matin sur la tombe de son père, entourée de plusieurs
hommes et femmes. Elle frottait avec ses mains la terre, en demandant
au mort, d'une voix naturelle, si l'on devait ou non faire telle
chose. Elle répondait alors du ventre oui au non, même en discours
très-prolongés. Nos domestiques n'ayant jamais rien compris à cette
pratique de jongleur en éprouvèrent toujours des sentiments de crainte.
Les Nègres, qui sont plus simples encore, croient réellement entendre
la voix du père, sortant de dessous terre, et ils en sont dans la plus
grande admiration. Aussi ces ordres souterrains sont-ils immédiatement
exécutés.
Cette demoiselle qui est jeune, coquette et trèsjolie, fait souvent
dire par son père qu'un tel ou une telle doit lui donner tant de
vaches, tant de chèvres ou autres choses de son goût, en sorte que par
cette jonglerie elle a tout ce qu'elle désire.»
Tutti i _Dénka_ ch'io visitai lungo le rive del fiume _Bianco_ sono
fumatori appassionati, e tuttavia non coltivano la pianta della
_Nicotiana tabacum_ che in pochissima quantità, la quale non basta per
tutto l'anno a soddisfare il loro appetito; e finito il tabacco empiono
le grandi loro pipe d'una certa erba secca e di carboni d'un legno
aromatico, che riaccesi danno con quell'erba un fumo, che non è affatto
spiacevole.
A proposito, mi ricordo che una notte, verso la mezzanotte, da un
momento all'altro, sentii dalla mia capanna i vagiti angosciosi d'una
bambina di otto o dieci mesi, a cui era morta la madre nel darla alla
luce. Il padre era un miserabile pescatore, che abitava vicino alle
capanne della Missione, e non aveva che quest'unica figlia, che amava
teneramente. Essa era custodita fra il giorno e nutrita or dall'una e
or dall'altra delle donne di poveri pescatori che dimoravano a qualche
distanza lungo il fiume; ma la notte la si lasciava dormire nel casotto
del padre, adagiata in una pelle di capra, e sospesa per mezzo di due
corde al tetto di quell'abituro. Il padre soleva la notte andarsene
alla caccia dei ranocchi e di altri animali, poichè eravamo nella
stagione, in cui mancava il pesce. Prima di partire però, anche questa
volta prese seco la indispensabile pipa, ne accese i carboni, diede una
occhiata all'innocente sua creaturina che dormiva placidamente, distese
sopra il suo corpicciuolo un po' d'erba secca perchè l'aria della notte
non le facesse male, l'accarezzò.... e partì; ma non si avvide che
un carbone acceso della sua pipa era caduto sull'erba che copriva il
petto della bambina; e di lì a poco quel carbone bruciava le carni di
quell'infelice. Ecco il motivo de' vagiti angosciosi, che mi laceravano
il cuore. Io pensai tosto che il padre non dovesse trovarsi presente,
ed accorsi là frettoloso imaginandomi che qualche cosa di straordinario
fosse accaduta a quella bimba, che non aveva sentito mai a piangere;
tanto era buona! — La presi in braccio; ella mi si strinse al collo,
e s'acquetò subito: le feci qualche carezza, la portai nella mia
capanna, la posai sul letto, ed accesi il lume. Poverina! — io sclamai
— che piaga! — l'esaminai attentamente, la medicai meglio che ho
potuto, la fasciai, e allo spuntar del giorno, tornato il padre dalla
caccia, gliela consegnai assicurandolo che in pochi dì ella sarebbe
perfettamente guarita. — Questa fu la prima volta ch'io vidi piangere
di tenerezza un Negro adulto.
Nel paese dei _Dénka_ dopo l'8º grado di lat. N. non s'incontra nessuna
città, nessuna borgata propriamente detta, ma soltanto gruppi di
capanne e piccoli casolari di tre o quattro famiglie, sparsi qua e là
presso qualche campo coltivato nella stagione delle piogge.
Le capanne hanno una forma cilindro-conica e si elevano sopra una base
d'argilla battuta; somigliano assai a quelle dei _Scìluk_; il tetto
però è meno acuminato e sporge dal cilindro che lo sostiene circa un
piede.
La suppellettile di una capanna non può essere più semplice; una o due
pelli di bue che coprono il suolo, e sulle quali si sdraia e riposa o
dorme tutta la famiglia; due o tre vasi di terra cotta da conservarvi
l'acqua, il latte ed altro; tre o quattro scodelle ed altrettante
coppe; qualche pelle di capra o di montone; una specie di mortaio
per triturarvi l'_alób_; qualche bastone d'ebano; una o due spazzole
di giunco che servono a tener pulita la capanna; alcune lance ed
altrettanti scudi, secondo il numero degli adulti che si trovano nella
famiglia; e in qualche capanna un tamburone (_lén-did_); ecco tutto.
Le frecce, il turcasso e l'arco non sono usati che presso le tribù
dell'interno.
L'abitazione dei Capi (_Bègñ-did_) non si distingue da quella del resto
degli abitanti se non per il numero e per l'ampiezza delle capanne che
la compongono.
Essi non esercitano alcun diritto sui Negri della loro tribù, e
sdegnano ogni pompa esterna, contenti del numeroso bestiame che
posseggono; nè per ciò meno grande è la loro autorità, mentre nessuno
della tribù oserebbe, senza il permesso del proprio Capo, mettersi in
lotta con un vicino, accettare una tregua, o deporre le armi.
Sicuri del loro prestigio questi Capi non hanno altro segno della loro
dignità, che l'alterezza dell'atteggiamento; e ve n'ha che per maestà
di aspetto, nobiltà di portamento e di gesto, potrebbero rivaleggiare
con qualcheduno de' nostri potentati. Io solevo riceverli nella mia
capanna con quel rispetto col quale avrei accolto uno de' nostri
principi d'Europa, se avesse avuto il coraggio di venire a visitarmi.
Facevo distendere il più bel tappeto per terra, e gli invitavo a
sedersi; ordinavo fosse loro portato il _scìbuk_, e poi qualche bibita
dolce ch'essi gustavano assai. E bisognava vedere quanto aggradivano
tali attenzioni, e qual piacere mostravano d'avermi ospite nel loro
paese.
Nella capanna di ogni Gran-capo è un enorme tamburo analogo ai nostri
timballi, che gli Arabi chiamano _noggàra_, fatto con un tronco
d'albero. I lati della cassa sono di diverso spessore, di maniera che
lo strumento, quand'è percosso, rende due suoni affatto distinti; e
secondo il modo con cui viene battuto, questo tamburo dà tre differenti
segnali: uno per la guerra, un altro per la caccia, il terzo per
riunire a festa; e centinaia d'uomini si adunano con incredibile
rapidità.