Le tribù _Dénka_ della vallata superiore del fiume _Bianco_ e la
loro lingua — Stagioni e loro nomi — Il _charìf_ — Una bufera — La
stagion delle piogge, ed accrescimento e decrescimento del fiume
sotto latitudini diverse — Morte di Francesco Oliboni — Un sogno.
Il fiume _Bianco_, dalla tribù dei _Scìr_ (tra il 5º e il 6º gr. lat.
N.) fin dove riceve il fiume delle _Gazzelle_ (_Bàhr-el-G¨azàl_),
scorre lento da sud a nord, nord-ovest, per innumerevoli svolte in
mezzo ad una vasta e paludosa regione; e dagli abitanti che si trovano
sulle rive, o a poca distanza, i quali sono tutti _Dénka_, prende il
nome di _Kir_.
Questo fiume, a nord del paese dei _Scìr_, forma due grandi isole,
degli _Eliàb_ e dei _Bòr_, e a diritta presso il villaggio di _Akuàk_
(tra il 6º e il 7º grado) lascia scorrere un canale, il quale bagna
parte della tribù dei _Bòr_, tutta la tribù dei _Tuìc_, e parte della
tribù dei _Nuèr_; e dopo un lungo corso di circa 180 miglia geografiche
ritorna le sue acque al fiume, presso il _Sóbat_.
A sinistra poi io conosco assai bene un corso d'acqua perenne, chiamato
dagli Arabi viaggiatori _Bàhr-eg-Gemìt_, proveniente dal sud, il quale
si getta nel lago _Giàk_, tra il 6º e il 7º grado lat. N., a pochissima
distanza dal fiume _Kir_, dopo d'aver bagnato le tribù degli _Eliàb_,
dei _G¨òk_ e dei _Kìc_; ma questo fiumicello, se pur non sia un canale,
non è assolutamente da confondersi col fiume _Jèji_, di cui abbiamo
parlato.
Le tribù _Dénka_ che abitano a diritta del fiume sono:
I _Bòr_, tra il 6º e il 7º grado lat. N.
I _Tuìc_, a settentrione dei _Bòr_ e confinanti con essi.
I _Risc_, a nord dei _Tuìc_.
I _Neruà_, a sud-est }
E gli _Ehluàg_, a nord-est } dei _Rìsc_.
A sinistra:
Gli _Eliàb_, tra il 6º e il 7º grado lat. N.
I _Kìc_, tra il 6º e l'8º grado lat. N.[27].
I _G¨òk_, tre o quattro giorni circa di cammino a
sud-ovest dei _Kìc_.
I _Ròl_, a settentrione dei _G¨òk_ e confinanti con essi.
Gli _Atuòt_, a sud dei _G¨òk_.
Oltre alle dette tribù _Dénka_, sulla geografica posizione delle quali
ebbi esatte relazioni, che potei riscontrare anche col fatto, molte
altre se ne trovano che parlano la stessa lingua e sono:
I _Rèk_, a destra del fiume _G¨azàl_ presso l'8º grado lat. N.
I _Lào_, ad ovest, nord-ovest dei _Rèk_.
Gli _Auàn_, a sud-ovest dei _Rèk_.
Gli _Agiàk_, a sud degli _Auàn_.
Che se a queste tribù aggiungiamo quelle dei _Nuèr_, dei _Gianghè_ e
dei _Scìluk_, delle quali abbiamo parlato, e così pure le tribù che
dal fiume _Sóbat_ (9°, 11′, 25″), si estendono fin oltre l'11º grado,
nella penisola del _Sènnaar_, cioè i _Donghiòl_, gli _Agnar-kuèi_,
gli _Abujò_, gli _Aghèr_, gli _Abialàñġ;_ e le tribù dei _Gnièl_, dei
_Beèr_ e dei _Jòm_, nell'interno della penisola stessa, al parallelo
delle montagne dei _Bèrta_, avremo un numero di ventidue tribù almeno,
che parlano la lingua _dénka_; lingua che più d'ogni altra si estende
nella grande vallata del fiume _Bianco_; e le differenze di pronunzia e
di sintassi che esistono fra le diverse tribù che la parlano, sono così
poche da accorgersene appena.
Le parole che compongono questa lingua sono ordinariamente
monosillabiche; che se qualche volta il vocabolo è bisillabo o
trisillabo, scomposto che sia ne' suoi elementi, è facile a chi per
poco conosca la lingua rilevare il significato di ciascun elemento.
Ciò non ostante la lingua _dénka_ è pronta, rapida, abbastanza energica
ed armoniosa[28].
Nel lungo studio ch'io feci di questa lingua ebbi a notare diverse
voci onomatopeiche esprimenti specialmente i suoni che emettono le
bestie; e queste voci talvolta sono monosillabiche e talora composte
di due, tre, o anche più sillabe, secondo che semplici o composti
sono i suoni emessi dall'ente che vuol essere indicato; per esempio:
sing. _miòr_, pl. _miûr_ — bove. _Ñġào_ — gatto. _Pér_ — gazzella.
_Kurè_ — tortorella. _Bòu_ — abbaiare. _Ròu_ — ippopotamo. _Tuòt_ —
oco selvatico. _Aluluí_ — anitra selvatica. Il crepitare del fuoco si
esprime colla parola _letututùc_, per esempio: il fuoco crepita — _màg
a-letututùc_, ecc.
Tutte le tribù _Dénka_ da me visitate, le quali abitano lungo il fiume
_Bianco_ dal 6º al 12º grado lat. N., contano cinque stagioni, che
nella loro lingua sono chiamate così:
La prima, _Alè-kèr_.
La seconda, _Alè-jàk_.
La terza, _Alè-ruèl_.
La quarta, _Alè-rùt_.
La quinta, _Alè-mòi_.
La prima stagione, _Alè-kèr_, corrisponde ai mesi di marzo e di
aprile. Questa è la stagione, in cui il sole comincia a rianimare la
vegetazione dapprima presso i _Dénka_ verso il 6º grado, ai primi di
marzo, e così gradatamente fino al 12º grado, ai primi di aprile.
E siccome dopo il 21 marzo il sole ha già passata la linea equinoziale,
così tutti i _Dénka_ chiamano questa stagione _Alè-kèr_ — dopo il
cerchio massimo. Di fatto la parola _Alè-kèr_ è parola composta
della preposizione _alè_ — dopo, e del nome _a-kèr_, che significa
cerchio massimo, equatore. I _Dénka_ usano anche il verbo _kèr_, perf.
_ci-kèr_, che vuol dire _far cerchio_, per indicare principalmente il
giro apparente del sole intorno alla terra.
Le piogge hanno principio fra i _Dénka_ verso il 6º grado, agli ultimi
di marzo; e fra i _Dénka_ verso il 12º grado, agli ultimi di aprile;
sicchè questa prima stagione comincia poco innanzi le piogge.
In questa stagione il clima è reso meno caldo dai venti freschi ed
umidi che spirano dall'est, e dalle nuvole che frequentemente velano il
sole, senza però sciogliersi in pioggia.
La seconda stagione, _Alè-jàk_, corrisponde al tempo che corre tra il
21 aprile e il 21 maggio, tempo in cui il sole è già passato al _zenìt_
di tutte le tribù _Dénka_ poste tra il 6º e il 12º grado, dirigendosi
verso il tropico del cancro.
Questa è la stagione, in cui i Negri _dénka_ seminano la prima volta
fra l'anno il terreno di fagiuoli e di _dùrah_; per la qual cosa essa
vien chiamata anche stagione della semina, _akòl-rór a-puòk_ — tempo
in cui la gente semina. E siccome i Negri _dénka_ cominciano la semina
del grano dopo che il sole passò al loro zenìt, così questa stagione è
da essi chiamata _Alè-jàk_, colla quale espressione vogliono indicare
— dopo che il sole cadde co' suoi raggi perpendicolarmente sulle loro
terre, — mentre la voce _alè_ vuol dire _dopo_, ed _ajàk_, ovvero
_a-juàk_, caduta. I _Dénka_ usano pure il verbo _juàk_, perf. _ci-juìk_
— cadere dall'alto.
In questa stagione le piogge son già incominciate, e da per tutto
animata è la natura.
La terza stagione, _Alè-ruèl_, corrisponde ai mesi di maggio, giugno,
luglio, agosto, settembre, nei quali mesi cadendo più abbondanti le
piogge, il clima offre una temperatura ancora men calda; il perchè
questa stagione è nominata, da tutti i _Dénka_, _Alè-ruèl_ — dopo
il calore, da _alè_ — dopo, e _ruèl_ — sole o calore; _ruèl_, perf.
_ci-ruèl_, significa anche riscaldare.
La quarta stagione, _Alè-rùt_ — dopo le piogge copiose, corrisponde ai
due mesi di ottobre e di novembre.
Questa è la stagione, nella quale i Negri _dénka_ raccolgono i frutti
della seconda semina, che non è però praticata da tutte le tribù, ma
da alcune soltanto, e specialmente da quelle del nord, allorquando il
sole ripassa al loro zenìt dirigendosi verso l'equatore. Per la qual
cosa questa stagione è detta altresì stagione del ricolto, _akòl rór
a-kuàgñ_ — tempo in cui la gente raccoglie.
La quinta stagione finalmente, _Alè-mòi_, corrisponde ai tre mesi di
dicembre, gennaio, febbraio, e volendo comprendere i _Dénka_ del nord,
dobbiamo aggiungere anche il marzo.
E questa è la stagione della siccità, ed appellasi dai _Dénka Alè-mòi_,
cioè dopo l'affogamento, da _alè_ — dopo, e _mòu_, perf. _ci-mòu_ —
affogare, poichè, mentre durante le piogge copiose vengono allagati
tutti i consueti pascoli in vicinanza al fiume, in questa stagione
invece è arso il terreno e ogni erba disseccata.
Il viaggiatore che spinto dal desiderio di vedere e d'apprendere se
ne va, durante la stagione asciutta, a visitare i Negri _dénka_ nella
vallata superiore del fiume _Bianco_, non può farsi un'idea di ciò
ch'essa diviene nella stagion delle piogge (_charìf_).
Io vi passai tutto il _charìf_ del 1858 nella Missione di Santa-Croce
(6°, 47′), co' miei compagni missionari Angelo Melotto, Daniele
Comboni, Giuseppe Lanz, il quale vi si trovava da un anno.
Che orrore! Le piogge cominciano sul finire di marzo, e cessano nel
novembre; ma cadono in maggior copia nell'agosto e nella prima metà
di settembre. In questi due mesi un mare di acqua circonda le nostre
capanne poste sur un breve rialto, e l'umidità che vi regna copre di
muffa le casse, le vesti, la carta, tutto insomma, e tramanda un odore
inqualificabile; le formiche brulicano da ogni parte, strisciano gli
scorpioni, qualche rettile fa capolino dalle fessure delle pareti e del
tetto, e miriadi di zanzare molestano giorno e notte collo stucchevole
ronzìo e co' loro malaugurati pungiglioni. I missionari Melotto e
Comboni sono ammalati di febbre e sentono il bisogno d'un po' di brodo
che li ristori; ed io quasi ogni dì nella palude, affondando nell'acqua
e nel pantano fin sopra la metà delle gambe, procuravo loro le carni,
galline faraone, o francolini, anitre, od oche selvatiche che dànno
un brodo saporitissimo. L'isolotto, ov'erano le nostre capanne, non
misurava più di cento passi in lunghezza e dieci o dodici in larghezza.
C'era da diventar matti, se Iddio non ci avesse assistiti.
Al principiare del _charìf_ i Negri mandriani s'internano a drappelli,
e a poco a poco, nelle boscaglie, ove hanno di quando in quando le loro
stazioni chiamate _ûn_, vicino sempre a grandi pozzanghere, le quali
consistono in quaranta o cinquanta casotti messi quasi a cerchio, e
costruiti con sei o sette pali sostenenti una tettoia di rami e terra,
sotto la quale havvi un monticello di cenere, su cui siede e riposa
tutta una famiglia. Nel mezzo poi della stazione trovansi, durante
la notte, i bestiami, e qua e là accesi mucchi di sterco bovino,
che esalano un odore sì acuto e spiacevole ed un fumo sì denso, da
potervisi reggere appena; quell'odore però e quel fumo servono a tener
lontane le zanzare. Dopo qualche tempo, crescendo le piogge, tutti que'
drappelli giungono all'ultima stazione, lontana dal fiume al più il
cammino di una giornata.
Quivi hanno capanne ben costruite, ed è il migliore soggiorno di que'
negri mandriani, i quali, cessato il _charìf_, fanno tosto ritorno ai
loro casotti presso il fiume.
I Negri _dénka_ pescatori invece, che sono assai pochi, rimangono
sempre sulle rive del fiume.
Fortissimi tuoni accompagnano le prime burrasche, le quali non durano
più di due o tre ore, ma si ripetono talvolta per tre o quattro giorni
consecutivi.
Chi non ha visto in quelle regioni tropicali l'addensarsi e il
dissiparsi della bufera, è ben difficile che possa imaginarsi la
battaglia degli elementi scatenati e riottosi.
Gli urli di cento bestie feroci dall'interno della boscaglia ne
annunziano la venuta; i Negri s'affaccendano di raccogliere il bestiame
nelle _zerìbeh_, e corrono poi a rinchiudersi nelle loro capanne. —
L'orizzonte s'intorbida; il cielo si oscura; immensi globi di nuvole
fumose, che pigliano gli aspetti più strani, più mutabili, più paurosi
e più fantastici, s'avanzano precipitosi dalla parte orientale, e
cacciati dal vento rotolano furiosamente per lo spazio interminato,
ondeggiano, si avvolgono, s'incontrano con altri globi di nuvole di
forme incredibili provenienti dal sud; repente guizzano i lampi ed
illuminano di riflessi sanguigni le masse fluttuanti; il tuono scroscia
e la romba si diffonde, mentre qua e là cadono i fulmini rovinando
annose piante ed uccidendo talora qualche animale. Le fumose masse
si mescono in una, il vento continua impetuoso e gagliardo; la gran
massa nebulosa si commuove, si agita, si agglomera, si scompiglia, si
precipita in una corrente vorticosa, che cede al soffio prepotente,
e si dilegua lontano, sparpagliandosi dietro uno strascico di vapori
grigiastri, che lambiscono le cime degli alberi della foresta.
Qualche volta però, mescolati in uno gli immensi globi di nuvole,
s'acqueta il vento, e l'acqua allora cade sulla terra a dirotta, come
venisse riversata da un'immensa fontana.
In ogni mese della stagion delle piogge il fiume va soggetto a
repentini accrescimenti, ma poco stante il livello torna ad abbassarsi.
Io osservai però che il subitaneo crescere e calare del fiume succede
specialmente nei primi mesi della stagione piovosa.
Posso dire inoltre con sicurezza che i due grandi affluenti del fiume
_Bianco_, cioè il _Sóbat_ e il _Bàhr-el-G¨azàl_ cominciano a crescere
e a decrescere nello stesso tempo, in cui cresce e decresce il fiume
_Bianco_; dal che io conchiusi fin d'allora che si l'uno che l'altro di
questi due affluenti doveva provenire dal sud a latitudini molto vicine
all'equatore.
In una mia lettera inviata da Santa-Croce al professore Francesco Nardi
in Padova, 15 marzo 1858, notavo che il dì 26 febbraio fu burrascoso,
e che cadde la pioggia per quasi mezza giornata; e scrissi ancora che
il primo di marzo crebbe notevolmente il fiume, ma che due giorni dopo
l'avemmo allo stesso livello di prima.
Il repentino accrescimento del fiume era dovuto probabilmente alle
piogge cadute presso l'equatore oltre al 5º grado, mentre sappiamo
che fra i _Bàri_, secondo le osservazioni fatte dai Missionari in
_Kondókoro_, la stagion delle piogge comincia coi primi di marzo, e
termina verso la fine di novembre. E dissi probabilmente, perchè per
un caso accidentale e fuor di tempo poteva essere caduta una pioggia
copiosa anche fra i _Bàri_, qual fu la pioggia del 26 febbraio a
Santa-Croce nella tribù dei _Kìc_.
Nel 1858, perfin nel gennaio, e nel dicembre stesso, caddero alcune
piogge fra i _Kìc_, com'io fui testimonio; e per citare qualche
fatto anche fuori di questa tribù, l'undici febbraio 1859 sul fiume
_Sóbat_, il che è più sorprendente, da un momento all'altro, io e i
miei compagni Angelo Melotto e Daniele Comboni, alle due circa dopo la
mezzanotte, fummo sorpresi da una pioggia così copiosa, che trapassò
le stuoie del povero casotto della nostra barca, e bagnò da per tutto
senza lasciarci un posticino asciutto, ove poter riposare il resto
della notte. Il dì seguente io fui colto da un fortissimo dolor di
denti, e i miei compagni scossero una buona febbre.
Tali piogge straordinarie e fuor di tempo possono succedere in ogni
mese e sotto latitudini anche diverse; ma vengono tosto assorbite
dall'arsicciato terreno. La vera stagione del _charìf_ comincia da
quando il terreno, già inzuppato da tre o quattro piogge di seguito,
più non le assorbe.
Or questa stagione in _Kondókoro_ (tra il 4º e il 5º grado lat. N.)
ha incominciamento coi primi di marzo, e termina verso la fine di
novembre; e le piogge cadono in maggior copia sul finir di aprile e nel
mese di maggio; qualche anno però sono più abbondanti sul terminare
di luglio fin verso la metà di agosto, ed allora sono scarse, in
confronto, nell'aprile e nel maggio.
A Santa-Croce invece (tra il 6º e il 7º grado), come ho detto, osservai
che la vera stagione del _charìf_ incomincia sul finire di marzo e
cessa nel novembre; e le piogge cadono in maggior copia nell'agosto e
nella prima metà del settembre.
Nel paese dei _Scìluk_ (tra il 9º e il 10º grado) poi le vere piogge
incominciano nel mese di aprile.
E nel dipartimento di _Chartùm_ (tra il 15º e il 16º grado) la stagione
piovosa è nel giugno, luglio e agosto. Dunque abbiamo un accordo tra il
progredire dei paralleli e il tempo dell'incominciamento delle piogge a
latitudini diverse.
Quanto poi all'accrescimento e decrescimento del fiume:
In _Kondókoro_ comincia a crescere agli ultimi di febbraio, e tocca
la sua massima altezza verso la fine di maggio, o nella prima metà di
agosto, secondo che maggiori o minori caddero le piogge o nell'uno
o nell'altro tempo. Comincia poi a calare verso la fine di agosto,
e continua fino alla metà circa di febbraio, nel qual tempo il fiume
tocca la sua maggiore bassezza.
In Santa-Croce comincia a crescere ai primi di marzo, e tocca la sua
massima altezza ai primi di settembre; e principia a calare sul finir
di settembre, e continua fino agli ultimi di febbraio, in cui tocca la
sua maggiore bassezza.
Nel dipartimento poi di _Chartùm_ il fiume comincia a gonfiarsi nel
mese di luglio, e a calare nel mese di settembre.
Nell'Egitto finalmente cresce nei mesi di agosto e di settembre, e
principia a calar nell'ottobre.
L'umidità che regna durante il _charìf_ è cagione di febbri
intermittenti e d'altre malattie, che ordinariamente sono negli
indigeni senza gravità e di non molta durata; ma il passaggio dalle
capanne, ov'essi erano ben riparati, alle altre stazioni, ove dormono
la notte all'aria aperta, arreca ad alcuni pericolose e fatali
infiammazioni. Un altro male, a cui di sovente vanno soggetti, è quello
ch'essi chiamano _vtiòu_ e gli Arabi _frentìt_[29]. Il _charìf_ però è
molto più avverso agli europei.
Io giunsi in Santa-Croce, co' miei compagni missionari Francesco
Oliboni, Angelo Melotto, Daniele Comboni, Isidoro Zili, il 14 febbraio
1858 a due ore di notte; tutti in perfetta salute. Trovammo in quella
stazione il missionario Giuseppe Lanz e un artigiano polacco, i quali
vi dimoravano da un anno, ed erano dolentissimi per la morte avvenuta
pochi giorni prima del sacerdote Bartolomeo Mosgan, instancabile
compagno del Provicario Knoblecher e di Angelo Vinco nei viaggi e nelle
fatiche apostoliche. Qualche giorno dopo il nostro arrivo, Isidoro
Zili dovette ritornare a _Chartùm_ colla stessa barca che lo avea
condotto in Santa-Croce, molestato dalla febbre che ogni dì veniva a
visitarlo. — E Francesco Oliboni, uomo sanissimo e robustissimo, cadde
ammalato d'infiammazione la mattina del 19 marzo, e subito sentì la
gravità del suo male; disse che in pochi giorni avrebbe finita la sua
mortale carriera; domandò tosto ed ottenne i conforti della religione,
e poi tutto tranquillo, com'era suo costume anche nelle più amare
vicende, non faceva che parlare della Missione, che incoraggiare noi
fratelli, che ci mostravamo abbattuti, a tener fermo; promise che
giunto in paradiso avrebbe pregato per tutti. Noi piangevamo curvati
a canto del suo giaciglio, e lo assistavamo col cuore pieno d'amore.
Ciascuno voleva rendergli qualche segno d'affetto, di che egli era
stato prodigo con tutti. Io appena trovavo il fiato di raccomandargli
l'anima a Dio, e a momenti sentivo mancarmi il cuore, e provavo una
specie di vertigine. La mia voce penetrava senza dubbio nell'orecchio
del moribondo, perchè egli scoteva di tanto in tanto dolcemente la
testa con un sorriso, e ripeteva i cari nomi di Gesù e di Maria. Gli
davo di quando in quando a baciare il Crocifisso; ed allora il suo
sguardo, vago dapprima e come smarrito, diveniva fisso e brillante,
e tutto il suo volto s'illuminava d'ineffabile gioia; e congiungeva
le gelide mani, e mi pareva gli si riempissero gli occhi di lagrime
e volesse dire: questo bacio mi ravviva e mi fa bene al cuore....
muoio contento.... benedici al Signore, o anima mia! — L'ultimo
giorno della sua vita, che fu il 26 marzo, poche ore prima di morire
mi guardò, mi strinse la mano e disse con voce soffocata e appena
intelligibile: «scrivendo in Europa salutami i miei.... teneramente....
il Superiore.... gli amici.... chi... chi... ci toglierà mai l'amore
di Cristo?» Quindi una subita prostrazione lo invase, i suoi occhi si
chiusero, e il suo volto prese quella sublime espressione che precede
gli ultimi momenti: il suo respiro divenne lento e penoso; il largo
petto gli si sollevava ed abbassava con forza; io gli diedi a baciare
ancora una volta il Crocifisso; lo chiamai.... ma egli non m'udì.
Un solenne e glorioso sorriso illuminò il suo volto.... indi mise un
sospiro e passò dalla mortale alla vita eterna.
— Addio, caro amico e fratello, le porte del paradiso ti si son chiuse
dietro, e noi non vedremo più il dolce tuo volto! Sventurati coloro
che dopo averti veduto entrare in cielo, si ritroveranno nella fredda e
cupa atmosfera della vita, che tu hai lasciata per sempre!
Parte della notte e del dì seguente io m'ingegnai al meglio di fare
una cassa per collocarvi la salma dell'estinto. Dopo ventiquattr'ore
fu portato nella chiesuola della Missione, ove compiute le cerimonie
religiose, venne poi seppellito a poca distanza presso la tomba di
Bartolomeo Mosgan sur un piccolo rialto sabbioso, ombreggiato da poche
piante, e circondato da una siepe di secchi pruni. Quel luogo sacro ai
due estinti era segnato da due croci di legno, che si vedevano sempre
stando nelle povere nostre capanne, e sulle quali era scritto: «Io sono
la resurrezione e la vita; chi crede in me, sebbene morto, vivrà.»
Anch'io dovetti pagare il mio tributo al _charìf_, passato in
Santa-Croce; ma fortunatamente lo pagai sempre solo la notte con dolori
insoffribili di denti, con qualche febbre da leone, con accessi di
delirio e con sogni così stravaganti e paurosi, da non farsene un'idea.
Fra i tanti che ricordo ne debbo io raccontar uno, che spaventò il
povero mio compagno Melotto il quale dormiva nella stessa capanna, e
che mi costò quasi la frattura di una gamba...
Una sera, tornato dalla caccia, mi coricai sul mio _angarèb_[30] più
presto del solito, perchè non mi sentivo bene.
— Che cosa ha don Giovanni? chiese con premura il mio compagno ch'era
ammalato da alcuni giorni.
— Mi sento stanco, io risposi: ho il polso piuttosto frequente, la
pelle liscia e molto calda.... temo di avere un po' di febbre; ma spero
di scuoterla stanotte; l'ho scossa ancora, provocando il sudore.... e
così dicendo m'accomodavo il zanzariere intorno all'_angarèb_.
— Per carità! don Giovanni, che non ammali.... che cosa sarebbe allora
di noi?...
— Speriamo che no, io soggiunsi; e quindi mi rinvolsi ben bene in una
coperta di lana, e dopo cinque minuti fui addormentato.
Nel cuor della notte, mi trovai in un'oscura foresta, seduto sur
una pietra di un profondo torrente; e stanco, sudato, ansante stavo
aspettando qualcheduno, che non comparve. — Io sono perduto! sclamai
— A stento potei accendere un lanternino che avevo meco, e levandomi
da sedere vagai più di mezz'ora per quel torrente pieno di spine,
scontorto, ristretto e precipitoso. Oh Dio! non mi si presentano che
seni, sporgimenti, anfratti, che nella mia fantasia sconvolta pigliano
forme cotanto strane, che m'agghiacciano il sangue nelle vene, e mi
tolgono il respiro. Qui parmi di vedere mostri di belve frementi,
là scheletri arruginiti. Frattanto s'ode il bramito di cento bestie
feroci; il vento sbuffa terribilmente, e rotto dai grossi rami degli
alberi della foresta manda orribili fischi, quasi gemiti lamentosi e
lugubri; e di quando in quando que' gemiti sembrano cangiarsi in grida
acute. — Queste grida, dicevo fra me, possono esser prese facilmente,
dalle orecchie credule e superstiziose, per grida di orrore e di
disperazione; ma io so che altro non sono che gli effetti strani che
produce il vento.
Tutto d'un tratto mi s'affacciò una via lunga e stretta, fiancheggiata
da giganteschi tamarindi. Io presi quella via, e dopo circa un quarto
d'ora di cammino, eccomi giunto ad un vecchio castello. Il portone
che metteva in esso era spalancato. Io mi sentii lavorar la fantasia
entrando, fra quelle tenebre e quel silenzio, in quella solitaria
drammatica dimora. Ma la stanchezza e il bisogno di riposarmi vinsero
la paura; tirai avanti, dopo d'aver chiusa la gran porta con due
catenacci di ferro; e salito per lo scalone, che ripercoteva il
rumore de' miei passi, traversai alcune sale misteriose, e mi trovai
nel centro ov'era una gran camera con un letticiuolo in un angolo
della stessa. Chiusi accuratamente la porta, ne tolsi la chiave,
mi posi a letto, e considerando che le apparizioni, le streghe ed i
folletti non entravano nel mio credo, mi pareva di poter calcolare
su una nottata tranquilla, senza che occorresse prendere nessun'altra
precauzione; e soffiato sul moccolo del lanternino, e spentolo, dopo
qualche minuto m'addormii. — Il mio sonno però fu breve. — Mi svegliai
impaurito. — Parvemi sentire un andare e un venir a pesta leggiera,
fuori della porta della mia stanza. — M'alzai a sedere sul letto e
tesi l'orecchio, dicendo tra me: che diamine succede! — Ma, io sono
al sicuro;... e riprendo l'interrotto sonno, poichè ero molto stanco.
Di nuovo mi scossi, risvegliato da un aspro fragore di ferri e da un
rumore confuso di grida e di gemiti; insomma ero certo che qualche
cosa avveniva nel castello. Quando, tre volte io sento pùm! pùm! pùm!
sulla porta della mia stanza; ed io domanda atterrito: chi v'ha là! —
Nessuno risponde. — Dopo qualche minuto si ripetono le tre battute; ed
io chieggo a bassa voce, perchè mi mancava il fiato: che cosa volete?
— Nessuno risponde. — Si ritorna a picchiare; e questa volta non potei
cavar parola, nè fare il menomo movimento. — Udii una voce femminile,
che disse: levati presto, ed apri questa porta, altrimenti io passerò
dal foro della serratura. A quella voce fui compreso da un sentimento
d'orrore indescrivibile e dallo spavento di qualche terribile cosa.
— Di lì a poco dal buco della serratura uscì fuori un moscone — me
n'accorsi dal ronzìo — e fece tre o quattro volte il giro di tutta la
camera, e poi s'arrestò in mezzo ad essa. — Quando, sentii il fruscìo
delle vesti di qualcuno che si moveva verso il mio letto e fremetti;
vidi allora, sebbene fosse spento il lume, colle luci dello spirito
una figura di donna, vecchia, brutta come un demone, vestita d'un
costume il più strano, la quale a poco a poco s'avvicinava a me, colle
mani alzate, colla bocca aperta, e cogli occhi spalancati. Io non
potevo reggere a quella vista, e mi coprii il capo col lenzuolo; ma il
lenzuolo era trasparente, e mio malgrado vedevo sempre più da presso
quello spettro infernale. — Curvai la gamba diritta, per esser pronto
in ogni caso a spingerlo lontano; e quando una punta d'acciaio mi fu
posta al fianco per trapanarlo, e una fredda mano toccò la mia, emisi
un ruggito, e scagliando un colpo di piede contro a quella vanità che
mi parea persona, mi svegliai coperto d'un gelido sudore. Ma la gamba
invece aveva colpito sì fortemente l'orlo dell'_angarèb_, che subito la
credetti fratturata.
— Od Dio! gridò allora il mio compagno, don Giovanni! don Giovanni!!
don Giovanni!!!
— Nulla, nulla, io risposi; ho sognato; e gli raccontai il sogno.
Per quindici giorni dovetti poi curare la mia povera gamba, che
fortunatamente non aveva sofferto che una grave contusione.