VIII.

_Bachìta_ la schiava.

Il 19 dicembre 1859 percorrevo il fiume _Bianco_ per la terza volta, ed

ero diretto a _Kondókoro_ nella tribù dei _Bàri_. — Avevo passata di

poche miglia la paludosa e malsana regione dei _Nuèr_, ed ero entrato

in quella dei _Kìc_. — Erano le ore 4¾ pomeridiane, quando nella camera

della _dahabìah_, ove stavo scrivendo, mi si presentò il turcimanno

_Cher-Allàh_, il quale con accento di pietà e cogli occhi pieni di

lagrime, disse: padre.... or ora spirò... e poi diede in un dirotto

pianto.

Dio! — sclamai alzando gli occhi e le mani al cielo, — abbi

misericordia di lei!

Povera schiava! che ancor non avevi pregustato il dolce della tua

ricuperata libertà!

Era nata questa donna fra le montagne di _Nòba_; ancor piccina fu

rapita dagli Arabi, e dopo qualche tempo i suoi genitori, ch'erano

ricchi in bestiame, riuscirono a riscattarla. A circa vent'anni fu

dalla madre, chè il padre era morto, maritata ad un Negro della stessa

tribù.

Per tre anni vissero in pace i due sposi, che si amavano

appassionatamente, e la loro gioia non fu turbata che dalla perdita di

un bambino. La giovine madre lo pianse con un dolore tanto profondo,

che il marito dovette qualche volta farle dolci rimproveri, vedendo che

non l'acquetavano i conforti.

Finalmente ebbero un altro figlio, ed allora la pena della madre si

calmò, e il suo cuore, riattaccato alla vita da quel secondo bambino,

sentì rimarginare a poco a poco la passata ferita.

Trascorsero poi trentasei lune; e un giorno, verso sera, in cui

la donna si trovava nella sua capanna col figliuolino di tre anni,

aspettando ansiosa il marito che tornasse dal pascolo col suo piccolo

gregge, udì una voce al di fuori che esclamava: povera donna!... quanto

sei disgraziata!... che tu non fossi mai venuta al mondo!... tu vivesti

lieta fin qui, ma ora.... ah! che tu non l'avessi mai conosciuto quel

buon uomo!... e che cosa sarà di te e del tuo figliuolino.... ora che

hai perduto colui, che amavi tanto, e da cui fosti tanto riamata!...

La donna, avvicinatasi d'un salto alla porta, aveva capito che quelle

parole erano dirette a lei. Poteva ingannarsi? — Altre capanne non

erano vicine alla sua; il cuore cominciò a batterle con violenza, ed

involontariamente ella strinse così forte suo figlio fra le braccia,

che quella creaturina levò sopra lei uno sguardo di stupore, e disse:

mamma! che cosa hai che ti fa male?... Nello stesso momento entrò nella

capanna la madre della sposa, tutta convulsa, e corse ad abbracciare

la figlia, annunziandole con voce interrotta da affannosi singhiozzi

che suo marito.... era divenuto schiavo degli Arabi. — Sorpresa ed

atterrita la figlia a così crudele notizia, chinò tosto la fronte sulla

spalla della madre, e scoppiò in un pianto da disperata. — Invano la

madre tentò di calmarla nella dura sorte di tanta sventura. — La mia

vita, gridava ella, è amara come il fiele! io sono da questo istante

una tormentata senza speranza.... no, voglio vederlo ancora.... lo

vedrò.... e perchè vivere altrimenti?... io vorrei esser morta mille

volte piuttosto che averlo perduto!... maledetti Arabi!... ed in virtù

di qual diritto voi ci rubate le nostre gioie?... ecco quello che

vorrei sapere. — Non siamo noi uomini come siete voi? e perchè ora

opprimerete quell'uomo, che è mio? perchè lo sferzerete, l'ucciderete

forse per mangiarne le carni? — Figlia, tu mi spaventi, disse la

madre; io non ti ho sentita mai parlar così; e temo che tu ti lasci

trasportare dal dolore a qualche eccesso. Capisco, tu l'amavi molto

il tuo marito, e sommo dev'essere il dolore che senti per la sua

perdita, da farti perdere quasi la ragione; ma t'acqueta, te ne prego,

per l'amore del tuo figliuolino, che è qui che ti guarda attonito, e

dell'amata tua madre. — La figlia rimase tacita e tremante per qualche

minuto; e traendo il fanciullino verso le sue ginocchia, contemplò

i grandi occhi neri di lui, cavando lunghi e profondi sospiri senza

proferir più parola. Vennero poco dopo per confortarla parenti ed

amiche. — Ella tacque sempre; e a notte bene avanzata fu lasciata

sola col figlio, com'ella desiderava, nella sua capanna. — La madre

fu l'ultima ad abbandonarla, e prima le raccomandò di rassegnarsi al

destino e di non commettere atti imprudenti.

Rimasta sola la povera donna col figlio che dormiva in un angolo della

capanna, gli gettò sopra uno sguardo inquieto.... povera creaturina! —

Ella pensò quindi tra sè — povero figlio! ti hanno rapito il padre....

ma tua madre te lo farà trovare.... sì, senza dubbio, lo ritroveremo;

io conosco press'a poco la via che gli Arabi debbono avere battuta

per condurlo alle loro tende.... e noi la seguiremo finchè l'avremo

trovato; meno male vivere insieme tutti e tre schiavi degli Arabi,

che liberi ma separati da lui. — Donna infelice, che cieca d'amore

non hai presente che il marito, e non comprendi la mala ventura che

imprudentemente tu sfidi! — Due ore avanti che spuntasse il dì, la

Negra, preso un po' di pane che ravvolse nella sua _farda_, e un po'

d'acqua in un piccolo recipiente di terra, s'avvicinò al bambino che

dormiva, e durò fatica a risvegliarlo. Dopo alcuni sforzi egli aprì gli

occhi, e vedendo la madre affaccendata:

— Dove vai, mamma? egli chiese quando essa fece per prenderselo in

braccio.

La madre fissò gli occhi sopra quelli del figlio in modo così grave,

ch'egli capì subito che era per avvenire qualche cosa straordinaria.

— Zitto, figliuol mio! ella disse; parla piano; potrebbero sentirti,

e impedirci che ce n'andiamo a ritrovare il padre tuo. Gli Arabi, che

sono bianchi, ce l'hanno portato via, lontano; ma la tua mamma vuol

ritrovarlo, e vivere insieme con lui e col suo caro figliuolo.

La madre così parlando prendeva fra le braccia il bambino,

raccomandandogli il maggiore silenzio; ed uscì dalla capanna.

La notte era fredda; il cielo scintillava di stelle; e la povera

madre si stringeva il fanciulletto al seno, mentre che esso, muto

di spavento, le si attaccava al collo con ambedue le mani. La donna

intanto s'avanzava a passi leggieri e frettolosa, premendole di torsi

alla vista di chi avrebbe potuto conoscerla prima ancora che spuntasse

il giorno; e piangeva dirottamente e singhiozzava da far pietà ai

sassi.

Erano singhiozzi, erano lagrime simili a quelle che potresti versare

tu, o ricca, sulla tomba del tuo marito, o sul letto delle sue agonie;

poichè tu, sebbene coperta di seta e di gioie, sei pure una donna come

quella povera Negra; e le tue miserie e i tuoi dolori non potrebbero

avere, no, una maggiore amarezza.

L'imaginazione non potrebbe rappresentarsi una donna più desolata ed

abbandonata di quella povera Negra, quando s'allontanò dalla propria

capanna. Il pensiero della dura ed atroce condizione, nella quale

dovea trovarsi il marito, e del pericolo ch'essa correva col figlio per

andare in traccia di lui, le si confondeva nello spirito coll'angoscia

che provava lasciando per sempre il suolo nativo, la madre, i parenti

e le amiche. Poi era combattuta dall'imagine de' luoghi ove era

cresciuta, degli alberi sotto i quali aveva scherzato bambina, dei

boschetti, ove in giorni più felici aveva passate tante ore col suo

giovine sposo; e tutto quanto scorgeva in quella serena e fredda notte

stellata pareva le parlasse con voci di rimprovero, e le domandasse

come poteva ella mai lasciare e per sempre tante care memorie!

Ma l'amor coniugale spinto in un parossismo di esaltazione, mentre

ella si figurava nella propria fantasia il miserabile stato del diletto

marito, era più forte di qualunque altro amore.

Il fanciullino era abbastanza grandicello per camminare, almeno qualche

tratto di via, a fianco della madre; ed in qualunque altra occasione

ella lo avrebbe condotto per mano; ma in quell'ora, il solo pensiero

ch'egli potesse venirle rubato, e che essa non avrebbe potuto quindi

più abbracciarlo, la faceva fremere; e lo riteneva al seno stringendolo

convulsivamente, mentre essa non andava, ma correva.

E ad ogni rumore che udiva, o che le pareva di udire, rabbrividiva; una

foglia tremante e un'ombra che vacillava facevano rifluirle il sangue

al cuore e precipitare la corsa; ogni moto di timore pareva aumentare

la forza straordinaria che l'animava.

Il fanciulletto dormiva. Dapprima la novità e il timore lo tennero

svegliato; ma dietro alle ripetute assicurazioni della madre che, se

stesse tranquillo, lo avrebbe condotto al padre suo, egli si strinse

dolcemente attorno al collo materno, e non parlò che per chiedere,

quando si sentì vinto dal sonno:

— Mamma, non occorre ch'io stia svegliato, n'è vero?

— No, mio caro, dormi se ne hai bisogno, che veglierà tua madre.

— Ma, mamma, se dormo non mi porteranno via?

— No, no, sta sicuro: finchè io son viva non permetterò mai che tu sii

separato da me. — Il fanciullo colle sue braccia strinse più forte

il collo della madre, e lasciò cadere la testa sulla spalla di lei,

mentre essa al contatto di quelle braccia calde, e al dolce respiro del

figliuoletto, oh! come doveva sentirsi piena d'ardore e di coraggio!

Ella quindi continuò senza posa il cammino fino a tanto che i primi

chiarori dell'aurora le fecero scorgere il principiare della foresta,

nella quale dovevano essere attendati gli Arabi; e dopo mezz'ora prese

il sentiero che vi s'addentrava. Depose quindi a terra il bambino, e

conducendolo per mano: andiamo innanzi, ella diceva, da bravo! vediamo

quanto sei capace di camminare. — Di lì a poco il fanciullo cominciò

a lagnarsi d'essere stanco, d'aver fame e sete. Allora la povera donna

lo fece sedere, ed ella sedette con lui, sotto una frandosa pianta, e

gli porse da mangiare e da bere di quel poco che aveva portato seco.

Il fanciullino bevette e mangiò qualche cosa, ma si rammaricava e si

crucciava perchè la madre non voleva prender cibo nè bevanda; e quando

egli, cingendole il collo con un braccio, tentò porle in bocca un tozzo

di pane, ella si sentì soffocata, e disse: no, no, amor mio, la mamma

non può nè potrà mangiare sino a tanto che non avrà trovato il padre

tuo. Avanti, figliuol mio, avanti! non perdiam tempo, che non c'incolga

la notte qui nella boscaglia, perchè in tal caso ci divorerebbero le

bestie feroci. Ella si mise poi questa volta a cavalluccio sur una

spalla il bambino, che vi si reggeva abbracciando con ambo le mani il

capo della madre, la quale si precipitò sulla via, sperando d'incontrar

presto una stazione di Arabi, e presso loro il dilettissimo suo marito.

Con quella speranza nel cuore tirò innanzi, e non s'arrestò che verso

il mezzogiorno, allorchè vide due donne arabe sedute sotto un albero,

che la guardavano sospettose. A quella vista la tensione straordinaria

dei nervi di quella povera Negra tutt'a un tratto scemò, ed ella

sentissi estenuata per la stanchezza e per la fame; potè a stento

avvicinarsi alle due donne, presso le quali depose il bambino, e

sedette sfinita co' piedi feriti, lacerati e grondanti di sangue.

— Donde vieni e dove vai con questo bambino? — le chiesero quelle

donne, curiose di saper qualche cosa.

— Vengo dal paese di _Nóba_, rispose con quel po' d'arabo che aveva

imparato da piccina, e vado in cerca del mio marito, e padre di questo

bambino; egli mi venne rapito ieri dagli Arabi col suo piccolo gregge;

mia madre me ne diede la prima il triste annunzio; io mi risolsi

d'andarmene in cerca finchè l'avessi trovato, dicendo fra me: meno male

vivere insieme tutti e tre schiavi degli Arabi, che liberi, ma separati

da lui.... e se voi, o donne, ne sapeste qualche cosa, non vogliate

nasconderlo a una moglie sventurata, a un infelice figliuolo!

L'aria d'inquietudine e di scoraggiamento della povera Negra fece

impressione a quelle due donne, le quali commosse le dissero che

veramente ier notte era stato condotto in casa del loro Capo un Negro

schiavo di _Nóba_, il quale poteva avere trent'anni, ed era di media

statura....

— Proprio lui, esclamò la Negra, battendo palma a palma, e cogli

occhi fuori dell'orbita e brillanti d'emozione. Balzò quindi in piedi,

prese il bambino in braccio, e si pose in atto di correre.... ma non

conosceva il sentiero che menava alla stazione.... e scongiurò quelle

donne che gliel volessero indicare.

— No, no, non è bene che tu ti presenti senza essere accompagnata

da qualcheduno della tribù alle nostre tende; tu diverresti, col tuo

figliuolo, schiava del Capo, che è un padrone duro, che tratta assai

male i suoi schiavi....

— Oh Dio! gridò la Negra, il vostro Capo vuole ammazzarmi il marito....

e cadde svenuta e come morta.

All'aspetto di quel viso immobile e di quelle membra irrigidite, le due

donne arabe si sentirono comprese d'un fremito di pietà; e l'emozione

impediva loro quasi di respirare; e l'una si sforzava di richiamare

ai sensi la povera Negra, mentre l'altra teneva sulle ginocchia il

bambino, che attonito fissava gli occhi sbarrati sulla madre, ma non

piangeva; egli era giunto a quel punto in cui la sorgente delle lagrime

è inaridita.

— Povera donna! dicevan esse, piene di compassione, l'han fatta venir

meno le nostre ultime parole!

Dopo qualche minuto ella aprì i grandi occhi neri, e lanciò intorno

uno sguardo smarrito; e subito un'espressione d'agonia sconvolse il suo

volto, e si alzò bruscamente gridando: ah! il mio figlio! mio figlio!

me l'hanno rapito!

Il fanciulletto, udendo quella voce, saltò dalle ginocchia dell'Araba,

e correndo alla madre la recinse colle braccia.

— Oh! egli è qui, egli è qui! esclamò ella.

— Le due donne allora: non temere, dissero con accento affettuoso,

nessuno ti farà del male.

— Iddio vi benedica! soggiunse la Negra coprendosi il volto colle mani

e singhiozzando, mentre il fanciulletto, vedendo ch'essa piangeva,

tentava di salire sulle ginocchia di lei.

Le due donne arabe quindi le ripeterono che non era bene ch'ella si

presentasse col solo bambino alle loro tende, ma che conveniva restasse

nascosta, finchè esse fossero andate a casa e tornate a prenderla coi

loro mariti.

Frattanto il bambino, sfinito del tutto, si lamentava; e la madre:

— Povero figlio! diceva accarezzandolo; tu non hai l'abitudine ancora

di camminar molto, ed io t' ho fatto correre assai. Or, riposa, amor

mio; e lo stese a terra supino, tenendo la di lui mano nelle sue,

finchè fu addormentato. In quanto a lei, non avrebbe potuto prender

sonno; e consunta dall'impazienza gettava lunghi sguardi sul sentiero,

che presto doveva condurla al marito col suo bambino; e pochi minuti le

parvero un secolo.

Finalmente ella vide comparire le due donne coi loro mariti, i quali

la condussero col figlio in una capanna, ove furono lasciati liberi e

trattati con umanità e benevolenza.

Qui la Negra non faceva che chiedere di vedere il marito; e lo chiedeva

con tali accenti di ardente supplicazione, da intenerire il cuore

più duro. Ma il Capo che già sapeva ogni cosa, e che non era uomo da

commoversi facilmente, non volle permettere ch'ella vedesse il marito

se prima non era divenuta sua schiava; ed essa, pur di vederlo e

d'abbracciarlo, era disposta anche a questo.

I suoi ospiti però la sconsigliavano dal farlo, e la esortavano a

tornar libera col suo figliuolino nel proprio paese; ma invano: essa

preferì d'essere schiava col figlio in compagnia del marito, piuttosto

che di andarsene separata da lui; e dopo dieci giorni fu consegnata

col bambino al Capo della tribù, il quale la condusse bensì subito,

ma senza il bambino, a vedere il marito. Questi giaceva, legato come

un cane, tutto insanguinato in un angolo d'una vecchia ed oscura

capanna, sulla nuda terra; l'atmosfera n'era insoffribile; e miriadi

di zanzare irritavano colle loro punture le piaghe dell'infelice. Ma

fra tutti i patimenti fisici che provava, il più intollerabile, quello

che dava il colmo alla misura delle sue angustie, era una sete ardente

che non poteva estinguere. Appena egli vide entrare nella capanna il

Capo colla Negra, che non conobbe: un po' d'acqua.... datemi un po'

d'acqua! ve ne scongiuro — e ciò disse nella propria lingua, che il

Capo non intendeva. La Negra mandò un grido soffocato, e come un lampo

sparì dalla capanna; ma tornò subito con un recipiente d'acqua e corse

all'assetato per dargli da bere, sollevandogli la testa. Egli bevette

con ardore febbrile, e poi ringraziò la Negra dicendole: tu m'hai

recato un gran sollievo! Ella si assise in terra, si cinse le ginocchia

colle braccia, e lo guardò fissamente, senza che le fosse dato di

proferir parola.

Lo schiavo pure la guardò, ma non potendo raffigurarla, perchè la

capanna era oscura:

— Chi sei tu, buona donna, le chiese, che parli la mia lingua e senti

tanta pietà del misero mio stato?

— Non mi conosci?... io sono tua moglie, e il bambino è qui fuori....

io venni con lui in cerca di te, e ti ho ritrovato.... Or sono contenta

di poter vivere insieme, meno infelice che di trovarmi separata

dall'amor mio, poichè io mi diedi schiava allo stesso tuo padrone col

nostro caro bambino.

— Quanto coraggio! e quanto amore per me! tu hai voluto assoggettarti

ad una vita di chissà quali patimenti per alleviare quelli di tuo

marito! ma.... fosti mal consigliata. Io conosco per prova questo uomo

crudele ed interessato. Noi saremo presto tradotti e venduti al mercato

a diversi padroni; e così ciascuno di noi sarà più infelice di prima.

Oh! potessi io almeno pensare altrimenti di te, o cara, e del bambino!

potessi dire che sono stato venduto io, e non tu nè il figlio! che voi

siete al sicuro; che quello che avverrà non avverrà che a me solo!...

ma noi tenteremo di fuggire tutti e tre prima d'essere venduti.... sì

lo tenteremo. Qui non v'è alcuno che possa menomamente proteggerci.

E questo uomo bianco è capace di tutto.... e non indietreggia dinanzi

a qualunque misfatto. Se avessi cuore di dirti quello che ho sofferto

in questi pochi giorni ch'io mi trovo presso lui, ti si rizzerebbero i

capelli, e rabbrivideresti d'orrore.... è impossibile resistere!...

Il Negro disse tutto questo rapidamente e con un penoso stringimento di

gola.

— No, no, soggiunse la Negra singhiozzando, voglio che tu mi prometta

che non tenterai di fuggire.... Guai a noi se la nostra fuga venisse

scoperta! egli diverrebbe furioso come una iena contro di noi; e non

finirebbe più di maltrattarci, ci venderebbe sul mercato ad altri

bianchi, e noi saremmo presto dilacerati dal loro ferro, o bruciati dal

fuoco, o fatti pasto nei loro banchetti.

— Olà! basta, disse il Capo, sieno finiti i pianti e le smorfie. Ora

mostratevi allegri, ve lo comando; guardatemi, guardatemi bene in

volto.... e tremate. Egli levò quindi il pugno in aria, e sclamò:

vedete questo pugno? è duro come il ferro, ed è divenuto tale a

forza di battere i Negri; non ne ho trovato un solo ch'io non potessi

uccidere al primo colpo. Vi avverto che non mi sfugge nulla, siatene

pur certi; ciascuno deve essere sempre pronto al suo dovere, ed

ubbidire senz'altro quando io parlo; questo è l'unico mezzo di trovarsi

bene con me; non v'aspettate la menoma dolcezza; io sono un uomo senza

pietà.

Quindi s'avvicinò al Negro, e dandogli rabbiosamente una spinta col

piede disse: _Belàl_! (era il nome imposto da lui a quello schiavo)

levati su. Non te l'avevo detto che ti avrei insegnato a vivere come

conviene? Credo che avrai trovata buona la lezione che ti diedi; e tu,

o _Bachìta_, (era il nome imposto alla schiava), impara a sue spese a

non voler mostrarti, come lui, ostinata a fuggire.

— Via, sorgi, animale! continuò il Capo, spingendolo ancora col piede.

_Belàl_ non intendeva, e _Bachìta_ l'avvisò di levarsi.

Egli allora, debole e coperto di piaghe, fece sforzi dolorosi per

alzarsi, e il Capo si pose a ridere brutalmente.

_Belàl_ stavasi ritto in faccia a lui col guardo mesto, e colla fronte

calma.

— Ah! va bene! tu puoi starti in piedi! — soggiunse il Capo guardandolo

dalla testa alle piante — credo che non ne avesti abbastanza. Adesso,

_Belàl_, inginocchiati, e domandami perdono per aver tentato due volte

di fuggire.

_Belàl_ rimase immobile, perchè non intese ciò che gli era stato

comandato.

— In ginocchio, cane! — riprese il Capo percuotendolo colla frusta,

e facendolo poi cadere con un pugno — tu non sai quello che ti può

avvenire: credi che ciò che hai avuto sia qualche cosa? non è nulla,

te lo dico io, proprio nulla; ti converrebbe di essere attaccato ad un

albero col fuoco acceso disotto....

— Ma.... perchè, o padrone, tratti così mio marito, disse _Bachìta_

tremante e desolata, mentre egli non intende la tua lingua, e non sa

quindi quello che tu gli dici?

_Belàl_ cadendo in terra, vi si rotolò, torcendosi le braccia nel

parossismo della rabbia, e disse: sì, fuggiremo, e se quel mostro

d'uomo ci coglierà nella fuga, ci ammazzi pure; meglio è morire che

essere trattati in questo modo.

_Bachìta_ quindi per ammansire il Capo gli disse:

— Padrone! _Belàl_ ti ha ringraziato ed ha promesso che non penserà più

a fuggire, avendo omai seco la moglie e il figlio.

Il Capo si allontanò, risoluto di non spingere pel momento le cose

più oltre; ed ordinò di slegarlo, convinto di ciò che gli avea detto

_Bachìta_.

Passarono poi venti giorni, che furono per _Bachìta_ un'angoscia

continua.

_Belàl_ stavasi quasi sempre solo nella sua capanna, triste,

melanconico, pensoso, colla testa appoggiata sopra una mano; parlava

spesso e gestiva da sè; e qualche volta contraeva il volto, come

all'apparizione improvvisa d'una immagine orribile. S'egli usciva dalla

capanna, _Bachìta_ tremando ne seguiva cogli occhi ogni passo e ogni

gesto; talor l'accompagnava; lo cercava, lo chiamava. — Cosa pensi? gli

domandava cento volte il giorno. — Ed egli rispondeva sempre: nulla!

Una mattina ella lo vide più inquieto, più triste, più stravolto del

solito sotto una pianta, colle braccia incrociate sul petto, e cogli

occhi spalancati e fissi al suolo. _Bachìta_ piena d'affanno gli corse

da vicino, s'assise, gli strinse una mano e gli disse a bassa voce,

risoluta, con un accento in cui si sentiva tutto lo strazio dell'anima

sua:

— Ascolta, mio caro, io non posso più vivere così! Mi sento morire! Non

mi voler ridurre alla disperazione! Parla una volta, te ne scongiuro,

dimmi che cosa pensi!

— Nulla.

— Non è vero! tu vuoi fuggire; e avresti il cuore di lasciarmi sola col

figlio?

— No!

— Ebbene, qualche altro pensiero t'ingombra la mente forse peggiore...

e voglio saperlo... io non parto di qui, nè ti lascio partire se non mi

giuri che non fuggirai, che starai sempre con me, che mi amerai sempre;

te ne prego in nome del bene che ti voglio, in nome di nostro figlio

che tu ami tanto.

— Lo giuro — disse il Negro levando gli occhi da terra e fissandola in

viso con uno sguardo attonito e pauroso.

— Lo giuri! gridò la Negra balzando in piedi e mettendogli le mani

sulle spalle, giuralo un'altra volta.

— Lo giuro.

— Giuralo per l'amore, che nutristi sempre, e che pur ora nutri per me.

— Lo giuro.

— Giuralo ancora pel figlio tuo, che ami tanto.

— Lo giuro.

_Bachìta_ lo guardò fisso, lasciò cadere le braccia, e mormorò in

accento di profonda costernazione: — Non ti credo; hai qualche cosa

negli occhi che non mi lascia credere.... e diede in uno scoppio di

pianto.

Quindi il Capo fece chiamare _Bachìta_ e _Belàl_, perchè ciascuno si

ritirasse nella propria capanna; egli vedeva mal volentieri che si

parlassero insieme; temeva che s'accordassero per fuggire, sebbene il

figlio fosse sempre guardato nell'abitazione del Capo stesso.

Nel momento di separarsi, _Bachìta_ disse al marito: ricordati che me

l'hai giurato....

Questa vita però diveniva sempre più odiosa a _Belàl_. Tentò una volta

di uccidersi; ma non vi riuscì. Il Capo allora lo fece battere finchè

a lunghe striscie si vedessero fesse le carni e qua e là squarciate

in larghe piaghe. _Bachìta_ non era presente; ma sapeva il castigo che

gli veniva inflitto; e il suo cuore sanguinava internamente al pensiero

di tanta ingiustizia verso il povero desolato, che doveva trovarsi ai

piedi del Capo come una canna infranta.

Crudeltà sì orribili e fatti così atroci sembrerebbero incredibili

se non fossero veri; e provengono, in moltissime circostanze,

dall'inasprimento graduale delle due parti; il padrone diviene

più crudele, perchè lo schiavo diventa più ostinato; e così quegli

aumenta le percosse e i maltrattamenti a misura che in questo cresce

l'ostinazione; e reciprocamente imbrutiscono.

Il Capo avrebbe voluto spedire i suoi schiavi al mercato di _el-Obèid_,

nel _Kordofàn_, per esservi venduti; ma _Belàl_, nello stato in cui

si trovava, non avrebbe potuto sostenere le fatiche del viaggio. Egli

intristiva ogni dì più; non voleva più mangiare nè bere; era divenuto

affatto insensibile agli ordini del padrone e alle preghiere della

moglie, la quale gli diceva col cuore trafitto:

— Mangia, amor mio, chè tu hai fame! Bevi, te ne scongiuro, chè tu hai

sete!

— No, egli rispondeva laconicamente, io non ho fame, nè sete.

— Ma questa tua fissazione.... ti condurrà alla morte....

— Alla morte; ripigliò lo schiavo con aria cupa, tu non hai bisogno di

dirmelo; lo so anch'io, e lo desidero.

_Bachìta_ si sentì scossa da un tremito, e non parlò più.

Dopo due giorni si presentarono a lei due donne con aria mesta e

cogli occhi lagrimosi, le quali le recavano il triste annunzio che suo

marito era morto. Erano le due donne arabe, ch'ella aveva vedute nella

boscaglia.

_Bachìta_ alzò le mani al cielo; diede una lunga occhiata al suo

bambino che le stava a fianco; i suoi grandi occhi si dilatarono per

l'orrore, ma non versarono una lagrima; il colmo della sventura aveva

impietrito il cuore di quella donna.

Da questo momento ella aborriva il Capo, e se qualche volta era pur

costretta di vederlo, la paura la faceva fuggire inorridita.

Egli se n'avvide, e propose di venderla al più presto col figlio sul

mercato di _el-Obèid_. Ma la Negra voleva ad ogni costo tornare in

patria.

— Se tu non sarai buona, le diceva allora il padrone, e se non ti

mostrerai allegra, io ti venderò separata dal figlio, e lui manderò

tanto lontano che non potrai vederlo mai più.

Ella si sforzò d'esser tale, quale la pretendeva il Capo, nella

speranza che la si venderebbe col figlio ad uno stesso padrone.

Fu comperata da un Arabo, che per circa quattro anno trattò madre e

figlio con umanità; ma venuto disgraziatamente a morte, il suo erede

li condusse sulla piazza di _el-Obèid_ per esservi venduti. Uno o

due giorni dopo il loro arrivo, i due schiavi furono consegnati ad un

sensale, vecchio del mestiere, il quale disse che la vendita doveva

aver luogo al domani.

La povera _Bachìta_ fu condotta col figlio in un gran cortile, per

passarvi la notte, ov'erano raccolti molti altri Negri e Negre di

diverse tribù e d'ogni età, i quali se la ridevano allegramente.

— Ah! benissimo, sempre così, figliuoli miei, sclamò il sensale: i

Negri a me affidati debbono esser sempre di buon umore! È _Mahàmmed_,

a quel che pare, la causa di tanto baccano: soggiunse egli volgendosi

con tono di approvazione verso il Negro che faceva delle buffonate, le

quali eccitavano gli applausi clamorosi degli altri Negri; applausi, ai

quali _Bachìta_ e il figlio erano ben lontani dal prender parte.

_Bachìta_ s'assise colla faccia appoggiata ad una siepe, e coll'amato

suo figlio fra le braccia.

Coloro che esercitano il traffico di carne umana fanno studiatamente

ogni sforzo per mantenere l'allegrezza nei loro magazzini, essendo

questo il miglior modo di tener distratti gli schiavi e di far

dimenticare ad essi la loro condizione.

— Eh via! che fai tu qui pensosa? chiese il sensale indispettito

avvicinandosi a _Bachìta_; e distribuendo poi a lei e al figlio un

certo numero di schiaffi e di calci, uscì dal cortile, dopo d'aver

ingiunto a tutti di tenersi tranquilli e di dormire.

_Bachìta_, sempre ferma al suo posto, piangeva pensando al domani

col cuore affranto dallo scoraggiamento, poichè ella presentiva che

il suo caro figliuolo sarebbe stato venduto in anima e in corpo al

primo venuto per quanto brutale e crudele egli fosse, purchè avesse

denaro per comperarlo; che sarebbe stato condotto Dio sa dove, e che

non l'avrebbe veduto mai più. Ella pensava a tutto questo per tutta la

notte senza poter chiuder occhio, e di tratto in tratto stringevasi la

sua creatura fra le braccia.

Ma ecco che spunta il giorno; la viva merce umana si leva da terra;

entrano nel cortile compratori d'ogni paese; l'asta incomincia, e il

figlio di _Bachìta_ viene aggiudicato ad un mercante di _Chartùm_,

mentre la madre passa nelle mani d'un mercante di _el-Obèid_.

Il _Chartumèse_ prese allora il giovinetto duramente per un braccio, e

lo spinse in un canto dicendogli con voce rauca: — aspettami qui.

L'asta continuava, e il mercante nubiano aveva l'intenzione di

comperare altri schiavi per condurli poi sul mercato di _Chartùm_ e

venderveli a più caro prezzo.

Frattanto il giovinetto vedendo che sua madre veniva condotta via da un

altro padrone, le si slanciò incontro gridando ed aggrappandosi alla

povera e sdruscita sua farda. Il Nubiano gli corse dietro scagliando

orribili imprecazioni contro la madre e contro il figlio, cui percosse

con varî colpi di sferza.... Ah! no, non batterlo così, disse la madre

soffocata dal dolore.... egli è mio figlio. — Ed il mercante le rispose

con un'alzata di spalle.

Il giovinetto continuava a gridare.... guardava la madre con aria

compassionevole e sempre più si stringeva a lei. Ma quel miserabile

uomo glielo strappò, strappandole insieme una parte della meschina sua

veste, mentre l'infelice sclamava con voce lacerante: mamma, mamma mia!

La madre coll'anima trafitta dai gemiti del figlio fu strascinata

alla casa del suo padrone. Ella lo supplicò che il figliuol suo non

fosse bastonato; ed egli si pose a ridere dicendo: che ho io a fare

col mercante che ha comperato il tuo figliuolo? In quel momento parve

alla madre le si spezzasse qualche cosa nella testa: e al furor suo

s'aggiunse una specie di vertigine.... tutto s'intenebrò agli occhi

suoi, e fino al dì seguente non seppe più nulla di questo mondo.

Riacquistati i sensi, quella donna era triste, taciturna, dispettosa.

Il padrone minacciava di batterla se non si fosse mostrata un po' gaia.

Ma a nulla valsero le sue minacce, e dopo un anno fu costretto

di venderla. Ella passò quindi di mano in mano, sino a tanto che,

illanguidita, sbattuta e ammalata la comperò un miserabile uomo di

_Bùri_, villaggio sulla riva sinistra del fiume _Azzurro_ assai vicino

alla città di _Chartùm_. Qui la povera Negra era divenuta più triste,

più melanconica, più cupa, più irritabile di prima, e più impaziente

dell'orribile giogo della schiavitù. Ed anche da qualche tempo quella

impazienza prendeva il carattere d'una follia furiosa. Due volte si

gettò nel fiume per annegarsi e due volte fu salvata. Ella era giunta

a quel punto della vita, in cui per lei era meno amaro il morire che il

vivere.

_Bachìta_ contava allora quaranta e più anni; e quindici n'aveva

passati nella più dura schiavitù, fra le pene più atroci; aveva perduto

il marito, che amava tanto; e al figlio pensava ora come a creatura

morta.

Condannata a lavorare, vecchia com'era, tutto il giorno dai primi

albori del mattino sino a notte avanzata presso la gente, a cui

veniva dal suo padrone affittata, sotto la più severa ed incessante

sorveglianza, destinata a patir sempre, a goder mai, disprezzata,

schernita, percossa, senza libertà, senza patria, senza famiglia, senza

una speranza di felicità più o meno vicina.... quale creatura maledetta

da Dio.... oh! come poteva ella mai sentirsi attaccata alla vita!!! E

pure?...

Mentre un giorno la povera Negra da _Bùri_ si recava a _Chartùm_

seguendo il sentiero lungo il fiume, s'incontrò per avventura coi

giovani della Missione cattolica, i quali accompagnati dal loro maestro

se n'andavano verso _Bùri_ nell'ora del passeggio avanti sera. La Negra

si fermò a squadrarli meravigliata.... e tutt'a un tratto manda un

grido di gioia, poichè ha ravvisato fra questi suo figlio, che tosto

riconosce la madre....

— Chi è costei? chiese il maestro al giovine, fuori di sè per

l'allegrezza.

— È mia madre.... mia madre!

— E tu, o donna, conosci questo giovine?

— Se lo conosco! è mio figlio.... mio figlio! rispose.

Questi due nomi, madre e figlio, furono pronunciati dalla donna Negra

e dal giovinetto Negro con tanta espressione di affetto da non poter

dire.

Oh! prezioso e solenne momento per una madre infelice di ritrovare il

figlio, cui credeva perduto, e per sempre, e di rivederlo così ben

vestito, pasciuto e contento!... Sì, che la tapina non aveva che un

sucido cencio che le cingeva le reni, ed era smunta, affamata, oppressa

sotto il peso delle fatiche, che il barbaro suo padrone le imponeva;

ma da questo momento, io dico, meno crudele doveva tornare a lei la

sventura e meno discara la vita.

Dopo il fortunato incontro passò lungo tempo, nè si seppe più nulla di

lei, per quante ricerche sieno state fatte dai Missionari e dal suo

figliuolo. Quando il venti novembre 1859, anno di fame in _Chartùm_,

pochi giorni avanti la mia partenza pel fiume _Bianco_, verso la

mezzanotte io sento picchiare alla porta del cortile, ove solevo

dormire sotto una grande _rekùba_ coi giovanetti della Missione; sbalzo

dall'_angarèb_ su cui ero sdraiato, corro alla porta e domando: chi

v'ha là! — Risponde una voce: «sono la povera schiava di _Bùri_, che

viene a ricoverarsi presso il suo figliuolo nella casa della Missione.»

Io le aprii la porta, ed ella entrò continuando: «sono stanca di vivere

una vita peggiore della morte; più non valgo a sostenere le dure

fatiche, che m'impone l'inumano mio padrone; e non potendo eseguire

quanto mi viene da lui comandato, io sono ogni giorno fortemente

battuta; tel dica questo magro mio corpo coperto di piaghe; e voi che

siete buona gente, deh! non vogliate abbandonare una donna infelice;

liberatemi, voi che lo potete, da un cane rabbioso che mi perseguita,

come avete liberato mio figlio da' suoi persecutori! — Il figlio era

presente, e fissava la madre versando grosse lagrime senza proferir

parola.

La Missione l'accolse benignamente in seno, e pensò subito a

riscattarla.

Dopo due giorni venne sborsato al padrone della schiava il prezzo del

riscatto, che fu di trecento piastre egiziane (circa settanta cinque

lire italiane).

Parve allora a quella povera donna d'essere passata dalla morte alla

vita; dalla dominazione del male a quella del bene, dal duro carcere

d'un essere condannato alla libertà d'un'anima perdonata.

Qual penna varrebbe a descrivere la gioia di quel giorno, in cui venne

sborsato il prezzo del suo riscatto, di quel primo giorno di libertà?

poter essa agire, parlare, respirare, uscire di casa ed entrarvi senza

essere sorvegliata.... senza correre alcun pericolo.... chi varrebbe,

dico, a rivelare i sentimenti di quell'anima libera all'ombra della

Missione, che le guarentiva i diritti che Dio ha dato all'uomo? Com'era

bello, com'era dolce per una madre contemplare il volto dell'amato

suo figlio cui credeva perduto, reso ora più caro dalla rimembranza

dei mille pericoli corsi! Tanta gioia che riversavasi dal suo cuore

allontanava da lei il sonno.

Nulla possedeva, è vero, quella donna che potesse considerare come cosa

propria al mondo; nondimeno non poteva dormire; tanto era grande il suo

contento!

O voi, che togliete all'uomo la libertà, in qual misura renderete conto

a Dio!

Mentre _Bachìta_ trovavasi libera e beata nella Missione Cattolica

col diletto suo figlio, capitò dall'Europa in _Chartùm_ il Provicario

Apostolico Matteo Kirchner, ed io venni da lui incaricato di partire

pel fiume _Bianco_ colla _Stella-Mattutina_ (grande _dahabìah_ della

Missione) e con tre altre barche vuote per richiamare, col beneplacito

di Roma, i missionari Francesco Morlang presidente e Luigi Vichweider

da _Kondókoro_ (tra il 4º e il 5º lat. N.), e Giuseppe Lanz presidente

e Antonio Kaufman da Santa-Croce (6°, 40′ lat. N.), e per condur via

meco i giovanetti negri e le giovinette, ch'erano presso i Missionari

nelle dette stazioni, mentre il Provicario sarebbe tornato in _Assuàn_,

rimpetto a _File_, per fondarvi una nuova Stazione.

Allora il Provicario pregava _Bachìta_ perchè volesse, in compagnia

d'un'altra Negra, ch'era cristiana, partir meco sul fiume _Bianco_ per

lavorare il pane a' barcaiuoli della grande _dahabìah_, promettendole

che quando fosse ritornata, ella sarebbe venuta co' Missionari nella

novella Stazione presso l'amato suo figlio. _Bachìta_ v'acconsentì

volentieri, e partimmo insieme il primo dicembre 1859.

Durante il viaggio ella mi parlava spesso del figlio, e non vedeva

l'ora di rivederlo e di star sempre con lui. Mi narrava le avventure

della sua vita, specialmente dopo d'essere fuggita da _Nóba_ in cerca

del marito; e me ne disse tante da farci un romanzo.

Quant'io ho detto non è che un embrione di ciò che avrebbe potuto

dettare una penna meglio esercitata che la mia; ed oserei dire che

nessuno varrebbe a descrivere ciò che quella donna espresse col

linguaggio della parola, degli occhi e del gesto.

Io pure le parlavo spesso del figlio, e le dicevo che fu riscattato da

noi Missionari sul mercato di _Chartùm_ per istruirlo e per educarlo

alla nostra religione, che è religione d'amore, che c'insegna di non

far male a nessuno, e di giovare, potendo, a tutti, perchè tutti siamo

fratelli, figli di un solo padre che è Dio, il quale non ebbe mai

principio nè può aver fine, che dal nulla ha creato cieli e terra,

che tutto regge e governa, che non può fare e voler che il bene, che

conosce e penetra ogni cosa, che ha una potenza infinita, una bontà

senza limiti, una bellezza ineffabile.

Le parlavo del figliuolo di Dio, di Gesù Cristo; della sua venuta

al mondo, della sua vita, della sua passione e della sua morte per

redimere l'umanità decaduta, ed insegnare a tutti la via che conduce al

cielo.... anche a te, o _Bachìta_.

Povera la mia _Bachìta_! e tu non conoscevi Gesù Cristo, che ti

amò sempre, e ti ama tanto perchè fosti abbandonata da tutti e

maltrattata.... nè pur lo conosceva tuo figlio, ma or che lo conosce e

n'è divenuto seguace, oh! quanto è felice! ed io voglio che tu lo sia

con lui.... e lo sarai senza dubbio se ascolterai i miei consigli....

Gli occhi rotondi di _Bachìta_ si riempivano di pianto, e da essi

cadevano vive lagrime. Io pure piangevo di tenerezza, poichè pareami in

quel momento che un raggio di fede, un raggio d'amore divino penetrasse

nelle tenebre di quell'anima pagana.

— Ah! padre, diceva allora _Bachìta_, io voglio essere quello che è

divenuto mio figlio.

— E lo sarai; Gesù Cristo ti aiuterà, come ha aiutato il tuo figliuolo,

e così potrete essere un giorno ambidue angeli del cielo.

_Bachìta_ recitava ogni mattino e ogni sera il _Pater noster_ e l'_Ave

Maria_ colla Negra compagna e col turcimanno _Cher-Allàh_; e fra il dì,

durante il lavoro, non faceva che parlare colla sua collaboratrice di

Dio, di Gesù Cristo, e del proprio figliuolo; e sospirava il momento

di vederselo e di goderselo da vicino. Ma oh! sventurata, che più

non l'avresti veduto qui sulla terra!... Fra le paludi dei _Nuèr_ fu

colta da un sì terribile vaiuolo, che la trasse improvvisamente al

sepolcro.... Su quel sepolcro tutti piangemmo _Bachìta_; ed io rimasto

poi solo m'inginocchiai e dissi: eterno Iddio! Dà pace a quest'anima,

che visse tanto oppressa, e fa che risorga immortale per partecipare

alla gloria degli eletti; e che questa terra di maledizione sia una

volta liberata dall'obbrobrio della schiavitù!

«Quando l'Africa possederà una razza emancipata e colta, — e

bisogna bene che prenda una volta o l'altra la sua parte nel gran

dramma dell'incivilimento umano, — la vita vi si spiegherà piena

d'una magnificenza e di uno splendore appena sognati dai popoli

settentrionali.»

«In quel misterioso e lontano paese dell'oro, dei diamanti, dei

profumi, delle palme ondeggianti, dei fiori sconosciuti, della

fertilità prodigiosa, nasceranno nuove forme per l'arte e splendori

inauditi; e la razza nera, liberata dal disprezzo e dall'oppressione in

cui la tengono, disvelerà forse le ultime e più magnifiche rivelazioni

della vita umana. Essa dolce ed umile di cuore, disposta a lasciarsi

guidare da un genio superiore e ad appoggiarsi alla sua forza, tenera

e semplice come i fanciulli e sempre pronta a perdonare, sarà forse

l'espressione più pura della vita cristiana, intima e vera. Forse quel

Dio che castiga coloro che ama ha fatto passare la misera Africa per

la fornace della prova, onde fondare in essa quel nobile e possente

regno cui stabilirà quando tutti gli altri avranno fallito alla loro

missione, poichè gli ultimi saranno i primi.»

«Allora la ricordanza della casa di servitù sarà per la razza nera,

come l'Egitto per l'Israelita, un argomento di gratitudine verso colui

che gli ha riscattati!»

«Poichè, mentre gli uomini di Stato fanno dispute, e gli uomini sono

sbalzati qua e là dall'onda agitata degli interessi e delle passioni,

la gran causa della libertà umana resta tra le mani di Colui del quale

è stato detto:

«Egli non si ritirerà, nè perderà coraggio finchè non abbia stabilito

la giustizia sulla terra.

«Egli libererà il misero e l'afflitto, che non hanno soccorsi.

«Egli salverà la vita dei poveri e la guarentirà dalla violenza e

dall'oppressione, ed il loro sangue sarà prezioso agli occhi suoi»[26]

Il fiume Bianco e i Dénka: Memorie · 第 16 / 30 题