Una zerìbah di schiavi — L'asta, la vendita, la separazione — Le
dieci schiave _Abialàñġ_ rapite a tradimento — Il loro quartiere
in _Hèllat-Kàka_ — Scena commoventissima — Brutto rischio — Audaces
fortuna juvat — Uno de' più bei giorni della mia vita — Diffidenza
punita — Il tradimento.
Io ebbi occasione nel 1859 d'introdurmi fra le capanne degli Arabi in
_Hèllat-Kàka_, e di vedere co' miei occhi l'inumano governo che si fa
di membra e d'anime umane.
Ecco là una grande _zerìbah_ (ricinto), la quale circonda otto o dieci
capanne; la porta d'ingresso è chiusa e non viene aperta agli estranei
se non sono compratori di schiavi. Io non era uno di questi, nè avrei
avuto il denaro per esserlo; pure volevo entrare ed osservare quel
luogo di miserie per poter poi descriverlo con chiarezza; e vi riuscii.
«La _zerìbah_, mi diceva il _Ràies_ della mia barca, appartiene a un
Gran-Capo mercante di schiavi, e contiene mercanzia umana; quel Capo
vende bene la sua merce, e quindi ha cura di nutrirla e d'alloggiarla
meglio che può, onde presentarla alla vendita in buona condizione;
nessuno vi troverai legato; sono schiavi fatti da qualche tempo e
provenienti da tribù lontane; vedremo poi come sieno trattati gli
schiavi fatti di fresco, o troppo vicini al loro paese.»
Due o tre fanciulli, una o due ragazze esposti fuori del ricinto
sotto ad una tettoia, servono di mostra. Entriamo nella _zerìbah_
senza paura, benchè un Arabo dall'occhio bieco c'inviti con poca
cortesia a restar serviti. Io do un'occhiata intorno.... saranno state
cinquanta persone; tutti Negri, mariti, mogli, fratelli, sorelle,
padri, madri, fanciulli e bambini lattanti da vendersi separatamente
o a partite, secondo il gusto di chi compra. E tante anime immortali,
riscattate dal sangue e dalle angoscie d'un figlio di Dio, in quell'ora
misteriosa in cui la terra tremò, ed in cui le rupi si squarciarono
e i sepolcri si dischiusero.... tante anime saranno presto vendute,
affittate, ipotecate o scambiate con droghe ed altri valori di simil
genere, secondo la posizione commerciale o la fantasia del compratore!
Quell'Arabo dall'occhio bieco, che ci fece restar serviti è il custode
di tutta questa merce umana; e vuol vederli i suoi Negri sempre
allegri, contenti, a mangiare, ballare, cantare e a ridere vivamente.
Colui che rifiuta di essere di buon umore, o colui che non può sbandire
dall'anima il pensiero della moglie, dei figli, del domestico tetto,
è notato come un soggetto pericoloso, e si trova esposto a tutte le
durezze che un uomo crudo e senza altra legge che la volontà propria
può fargli subire. La vivacità, il brio e l'allegrezza, massime in
presenza dei visitatori, sono loro imposti costantemente, ed essi vi
sono stimolati o dalla speranza di avere un buon padrone, o dal timore
delle punizioni che riceveranno non essendo venduti. L'ora nella
quale io visitai quegl'infelici era ora di riposo, e se ne stavano
distesi per terra, o sopra stuoie, in varie attitudini, all'ombra che
proiettavano le capanne e qualche albero nella _zerìbah_; parte di
essi dormiva, e parte era desta e taciturna; io vidi però alcuni che
piangevano, perchè designati dal Gran-Capo per essere venduti quel
giorno stesso. Verso sera, cioè dopo due o tre ore, doveva incominciar
l'asta; mercanti del _Dàr-Fùr_, del _Kordofàn_, di _Chartùm_, di
_Dòngola_ si trovavano già da alcuni giorni in _Hèllat-Kàka_ per
comperare schiavi e per rivenderli poi nei loro paesi. Tra coloro che
piangevano mi cadde sott'occhio una donna che poteva avere trent'anni,
e a fianco a lei era una bambina, a cui era stato dato il nome di
_Scibàka_, che non ne aveva più che dieci, la quale si teneva stretta
alla madre e la guardava attonita. Entrambe balbettavano un po'
l'arabo ed erano belle assai; parlavano insieme sommessamente per non
essere sentite; ed oh! figliuoletta mia, diceva la madre col cuore
affranto dallo scoraggiamento, questa è forse l'ultim'ora che passiamo
insieme....
— No, mamma, non parlar così, noi saremo vendute ad uno stesso padrone,
e tu sarai sempre mia e io sarò sempre tua.
— Se si trattasse di tutt'altra cosa, direi che tu la indovini, o
figlia, ma io ho molta paura di perderti!
— Coraggio, mamma, non piangere; lo disse proprio il. Capo, che se
saremo buone e ci daremo l'aria la più gaia, egli ci venderà ad uno
stesso padrone.
La madre si asciugò colle mani gli occhi lagrimosi, e si sforzò di
sorridere alla figlia e poi le disse: levati dal collo, o cara,
le perline di vetro, che ti fan parere troppo bella, perchè temo
altrimenti che il caro prezzo che tu costeresti impedirebbe forse
d'essere comperate da uno stesso padrone.
— Or bene, madre, lo farò.
— Ascoltami ancora. Va da quel signore, che par che ci guardi commosso
del nostro stato infelice, e pregalo.... ma pregalo assai a voler
comperarci tutte e due.
La bambina colse il momento che non la vedesse il custode e corse da
me, mi strinse una mano e disse: ah! signore, comprami tu insieme con
mia madre, che è quella là che ci guarda; è buona, sai, e gaia come
son io, e sapremo fare tutto quello che tu vorrai. — Quanto avrei
desiderato di aver denaro! le avrei comperate a qualunque prezzo; il
mio cuore mi diceva che di quelle due anime si avrebbe potuto far
qualche cosa per guadagnarle a Dio. Ma così.... io non risposi; la
parola mi si strozzò in gola; rivolsi gli occhi al cielo e dissi con
tutta l'anima: deh! Signore, abbi pietà almeno di queste due infelici!
— La Negretta, che vide i miei occhi umidi di pianto, si tenne più che
sicura ch'io le avrei comperate, e s'affrettò a confortare la madre. Ma
ecco il custode che entra nella _zerìbah_ affaccendato e di buon umore.
Egli getta un rapido sguardo sopra gli schiavi, ed ingiunge loro di
mostrarsi quanto più possono piacevoli e lieti; poscia li fa mettere a
circolo, e li passa a rassegna per l'ultima volta prima di esporli al
mercato; e ne fa una scrupolosa ispezione per dar l'ultima mano al loro
esteriore.
— Che vuol dire? esclamò egli arrestandosi davanti a _Scibàka_; ove
sono le perline di vetro, o fanciulla?
La fanciulla guardò timidamente sua madre, che colla sveltezza propria
delle Negre rispose:
— Le ho detto io poco fa di levarsele, perchè mi pareva più
convenevole....
— Che sciocchezza! disse il custode con accento perentorio. E
volgendosi verso la giovinetta:
— Rimettile subito al collo, capisci? soggiunse egli facendo girare una
sferza che teneva in mano, e fa presto. E tu aiutala, diss'egli alla
madre; le perline di vetro possono produrre una differenza di cento
piastre egiziane nella vendita.
Fuori della _zerìbah_, in un vasto piazzale, erano raccolti i
compratori che aspettavano il momento dell'asta. Ad un segnale che
diede il Gran-Capo, l'Arabo dall'occhio bieco, il custode, condusse
fuori gli schiavi da vendere, fra i quali _Scibàka_ e sua madre che se
la teneva per mano coll'aria abbattuta ed agitata aspettando il momento
fatale.
Molti spettatori, disposti o no a comperare, secondo che darà
l'occasione, si avvicinano agli schiavi; li palpano, li esaminano, e
parlano dei pregi rispettivi di essi colla stessa noncuranza con cui un
gruppo di stallieri discuterebbe intorno al merito di un cavallo.
La madre di _Scibàka_ intanto guardava e riguardava con occhio inquieto
la moltitudine delle fisonomie che si affollavano attorno a lei
cercando se tra quelle ce ne fosse una cui essa e l'amata sua figlia si
sentissero di poter chiamare padrone con minore ribrezzo.
Un momento prima che l'asta avesse luogo, un uomo, che non si sapeva di
dove fosse venuto, ma che non era certo del _Dàr-Fùr_ nè del _Kordofàn_
nè di _Chartùm_ nè _Dongolèse_, un uomo di color bruno, lungo, magro
e muscoloso, che aveva un camiciotto bleu, logoro e sudicio, si fece
largo in mezzo alla folla come chi voglia incominciare attivamente un
affare, e appressandosi al gruppo di schiavi, si pose ad esaminarli da
uomo che se ne intende.
Subito che lo vide la madre di _Scibàka_ provò istintivamente un orrore
insuperabile, il quale si aumentava sempre più all'avvicinarsi di
quell'individuo.
Or egli cominciò senza fare alcun complimento un esame minuzioso sopra
quella partita di schiavi: prese la madre di _Scibàka_ per la mascella
e le aprì la bocca per osservarle i denti. La piccola _Scibàka_, ch'era
vicina, per istinto, apriva anch'essa la sua bocca e faceva tutti que'
movimenti che vedeva fare la madre. Quell'uomo poscia le fece tirar su
la misera _fàrda_ (veste), che la copriva per vederla tutta: la voltò e
rivoltò in tutti i sensi, e la fece camminare e saltare per assicurarsi
della sua agilità.
— Qual'è il tuo paese? le disse egli seccamente dopo di averla
osservata da capo a fondo.
— Il paese dei _Scìr_[11], rispose ella guardando intorno come per
cercare chi potesse liberarla.
— Potrebbe anch'esser vero, disse l'amatore, e distese la lunga e larga
sua mano e tirò a sè la giovinetta; le toccò il collo e il busto; le
tastò le braccia, esaminò i denti, e poscia la spinse verso la madre,
la cui fisonomia esprimeva le crudeli angosce che le facevano provare i
movimenti di quello stomachevole straniero.
La giovinetta atterrita si pose a piangere.
— Cessa adunque di miagolare, disse il venditore; non fare smorfie,
poichè principierà subito la vendita.
E di fatto la vendita cominciò.
La madre fu messa all'asta prima della figlia, e seguita la vendita,
essa volse indietro l'occhio inquieto; e sua figlia le stese le
braccia; quindi la madre rivolgendo uno sguardo angoscioso al nuovo suo
padrone ch'era d'età matura e di benevola fisonomia:
— Ah! padrone, vi prego, disse, per ciò che avete di più caro su questa
terra, comprate pure mia figlia....
— Io lo vorrei, ma temo di non poterlo fare; non ho denaro che basti,
rispose egli riguardando con affettuoso interesse la giovinetta, la
quale lanciava intorno sguardi timidi e impauriti.
Il banditore vanta i pregi di lei, e parla a lungo per farla tenere
in molta stima; le offerte si elevano con una rapidità progressiva,
e sorpassano già la somma della quale può disporre il padrone della
madre.... Insomma la giovinetta toccò in anima e in corpo a quell'uomo
sconosciuto, di color bruno, lungo, magro, muscoloso, logoro e sudicio,
pel quale la madre provava un orrore insuperabile. Iddio la protegga!
io sclamai nel momento stesso che quelle due infelici creature emisero
un grido il più acuto e straziante, e corsi via mordendomi per dolore
ambo le mani.
Lo stesso _Ràies_ della mia barca, il 18 febbraio 1860, mi diceva: —
Ora vieni meco, o signore, ch'io ti condurrò a vedere in una capanna
dieci schiave, che furono rapite l'altr'ieri sulla riva destra del
fiume dal mercante * * * che tu devi conoscere; e a quanto
adesso mi fu raccontato quelle donne sono _Dénka_; ma non ho potuto
sapere a quale tribù appartengano; vieni e vedrai tu stesso come sieno
trattati gli schiavi appena strappati dalle loro famiglie, massime
quando la tribù è vicina.
— No, io non vengo; non potrei assistere a tanto spettacolo senza
sentirmi spezzare il cuore; farei di tutto per superarmi, se avessi
denaro da comperarle per ridonarle poi ai loro cari, ma così io non
posso venire; ritorniamo in barca.... Mi spiacerebbe assai che quelle
donne fossero della tribù degli _Abujò_, o degli _Aghèr_, o degli
_Abialàñġ_; le quali tribù tu sai che furono da me visitate l'anno
passato; ma che io voglio visitare pure quest'anno co' missionari
tedeschi. Or dimmi un poco, o _Ràies_: — Quelle schiave, lo sai di
sicuro che sono _Dénka_?
— Eh! senza alcun dubbio, me l'ha detto un _Scìluk_, che ne capisce la
lingua; e mi disse ancora che son tutte, o quasi tutte maritate, e che
tre o quattro hanno il latte; i poveri bambini saranno là che piangono
le loro madri e che ne voglion le poppe!
— E che cosa farà il Turco di quelle donne?
— Le venderà in _Chartùm_ per quel poco che valgono, perchè hanno
partorito, e quindi il loro prezzo non è caro.
— Ma.... e non è ora proibita la vendita degli schiavi in _Chartùm_?
— Sì, è proibita pubblicamente, ma gli schiavi si vendono di nascosto;
e il Divano lo sa, e tace.
— E i compratori di quelle donne come se ne serviranno?
— Trattandosi di donne che hanno partorito, i compratori se ne servono
per lavorare la terra e inacquarla, per la seminatura e per i raccolti,
o le affittano anche a coloro che ne hanno bisogno.
— Quanto tempo durano in vita queste povere donne?
— Veramente, non lo so; secondo la loro complessione. Quelle che sono
vigorose e forti possono durare anche otto o dieci anni; e le scarte
finiscono in tre o quattro.
— E se ammalano?
— Anni sono, i compratori si davano molta pena per farle guarire; davan
loro medicine e una coperta la notte perchè se ne munissero contro il
freddo. Ma tutto ciò serviva a poco o nulla; si buttava via il denaro,
ed eran sempre fastidi, come essi dicono. Ora le fanno andare sino a
tanto che possono, malate o sane; e quando una Negra crepa ne comprano
un'altra: è una cosa più comoda e più vantaggiosa per tutti i versi;
così, ripeto, essi dicono; e come le schiave, vengono trattati anche
gli schiavi.
— Infelici! io dissi fra me, almeno aveste un qualche conforto nei
vostri patimenti, il conforto della religione che unica al mondo può
sostenere l'uomo nei momenti più desolati! ma anche questo conforto
vi manca! oh Dio! qual prova terribile deve essere per voi quella di
vedervi abbandonati da tutti, e sotto il giogo mostruoso d'una violenza
senza fine!...
Di buon mattino ordinai al _Ràies_ di staccare la barca dalla riva e di
scendere il fiume. Durante il cammino io m'era seduto presso il timone,
ov'era il _Ràies_, uomo intelligente e maomettano per la vita.
— E dunque, egli mi disse, che ti pare di quel turco mercante....
rapire quelle povere donne.... e chi sa in qual modo....
— Puoi immaginartelo, io risposi, a tradimento, dopo d'averle adescate
con perline di vetro. Egli è un uomo vile, dispregevole, brutale.
Povere donne! chi sa come e dove andranno a finire!
— Speriamo, soggiunse il _Ràies_, ch'esse cadano in buone mani. Fra i
compratori vi sono molti uomini generosi ed umani.
— Te lo concedo, io dissi, e tu ne saresti uno, che tratti bene, lo
so, la tua schiava; ma secondo la mia opinione, voi, uomini umani e
generosi, siete in qualche modo responsabili delle brutalità e degli
oltraggi che subiscono questi poveri sfortunati. Anche i Turchi, posso
dirtelo, trattan bene gli schiavi; ma se il Divano ritirasse la sua
sanzione e la sua influenza, quanto non sarebbe diminuita la schiavitù
nell'Africa! _Seìd-Pascià_, è vero, ha proibita la schiavitù, fin
dal 1854, nei paesi a lui soggetti, e quindi la compera e la vendita
degli schiavi; pure noi sappiamo che nel _Sudàn_ grande ne è ancora
il numero, e che si possono acquistare a tenuissimo prezzo, se non
nei pubblici mercati, in tanti altri modi che vengono suggeriti, e tu
lo sai, da quelle stesse autorità, che dovrebbero invigilare perchè
la legge fosse osservata. Che importa che i Pascià, gli Ufficiali del
Governo e pochi, pochissimi, nel Sudàn trattino bene i loro schiavi,
se la maggior parte invece nessuna cura si prende della salute e della
vita di quegli infelici, che ammalati abbandona, stroppiati uccide,
morti trascina lungi dall'abitato nel deserto perchè se li mangino le
jene?... Insomma, lo ripeto, sono i vostri sentimenti generosi ed umani
da voi millantati, che autorizzano tante brutalità.
— Sappi però, o signore, continuava il _Ràies_, che la schiavitù
avrebbe luogo medesimamente nell'interno dell'Africa, ove dalle tribù
stesse dei Negri viene praticata....
— Ma forse non con tanta barbarie; e, se mai, credi a me che i
Governi civili d'Europa, qualora fossero assistiti dal vostro Governo,
riuscirebbero se non a torla presto del tutto, a mitigarla d'assai.
La barca intanto progrediva il suo cammino, e giunse dopo circa tre ore
alla riva destra dei _Dénka-Abujò_.
Era mia intenzione di visitare anche quest'anno (1860) il Gran-Capo di
quella tribù, _Akòl-Guorgièb_[12].
Il vecchio mio turcimanno _Cher-Allàh_, il quale conosceva bene il
sentiero che conduceva all'abitazione del Capo distante dalla riva
del fiume quasi un'ora di cammino, andò solo senza alcuna scorta per
annunziargli la nostra venuta. Ma il Gran-Capo era partito per _Dim_,
villaggio nell'interno, e non sarebbe venuto che il giorno dopo.
_Cher-Allàh_ tornò alla barca verso le undici antimeridiane non più
solo, ma accompagnato da un servo del Gran-Capo di nome _Ciòl_, il
quale parlava e intendeva bastantemente l'arabico idioma che aveva
appreso dagli arabi _Abù-Ròf_, ed era il principale confidente di
_Akòl-Guorgièb_. Io avevo conosciuto _Ciòl_ già da un anno, e me
n'ero servito vantaggiosamente nella esplorazione che feci allora
nell'interno del paese. Or bene, fatti i complimenti d'uso, egli mi
disse:
— Domani adunque tu verrai a visitare co' tuoi compagni il Gran-Capo
degli _Abujò_, _Akòl-Guorgièb_, ed io ti sarò guida; e, come ho inteso
dal tuo Turcimanno, tu vuoi poscia introdurti fra i _Dénka Abialàñġ_;
ma io non ti consiglierei davvero a mettere in pericolo la tua vita....
— Come?... non ti capisco, io dissi, sappi che anche l'anno passato
ne visitai la tribù presso le rive del canale _Tarciàm_, e vi fui
ricevuto con molta cordialità dal loro capo _Fadièt-Niàr-Buòn_, a cui
promisi anzi che mi sarei stabilito con alcuni miei compagni nella
tribù stessa; ed egli se ne mostrò soddisfattissimo. Come dunque or
tu mi dici, o _Ciòl_, che non mi consiglieresti d'introdurmi fra gli
_Abialàñġ_ perchè metterei in pericolo la mia vita?
— _Ciòl_ allora mi raccontava che un mercante turco essendo passato di
là colla sua barca, ed avendo veduto delle donne che attignevano acqua
al fiume, le rapì a tradimento, ed uccise cinque persone. «Immaginati
adunque, egli mi diceva, quanto gli _Abialàñġ_ debbono essere irritati
contro i Bianchi, fra i quali essi non sanno ancora ben distinguere il
_Frangi_ dal _Turco_, come lo so io.»
— E quante erano, io domandai, quelle donne?
— Erano nove, tutte donne maritate, ed una fanciulla sugli otto o nove
anni, che son dieci. Ora gli _Abialàñġ_ sono nelle furie, e cercano
ogni mezzo per riavere le loro donne, o per vendicarsi contro i
Bianchi.
— Senza dubbio, soggiunse quindi il _Ràies_ della mia barca, queste
sono le dieci schiave, di cui mi parlò quel Negro _scìluk_, le quali, o
signore, io volevo farti vedere in _Hèllat-Kàka_.
— Certamente!... io risposi; poi rimasi silenzioso per qualche minuto,
colla testa appoggiata alle mani, pensando a quello che avrei dovuto
fare. Mi scossi alla fine ed esclamai: Oh! s'io potessi francheggiar
quelle donne e ridonarle alle proprie famiglie!... che opera santa!...
qual trionfo per me ritornando con esse nella loro tribù!... con quanto
giubilo vi sarei da tutti ricevuto!...
— Senti, amico, io dissi a _Ciòl_, tu devi pure sapere ove ora si
trovano le dieci donne _Abialàñġ_....
— Lo so di certo che si trovano in _Hèllat-Kàka_. Io e alcuni
_Abialàñġ_, poco tempo dopo che furono rapite, le vedemmo da questa
riva passare in barca, e le seguimmo co' passi e coll'occhio fino al
momento dello sbarco. Allora abbiam chiamato l'uomo bianco, che ci
rispose per mezzo di un interprete, e ci domandò che cosa volevamo da
lui. Noi chiedemmo di comperare le schiave, ma non è stato possibile
d'accordarci nella qualità del prezzo, poichè egli pretendeva piastre
egiziane, e noi non potevamo dare che vacche.
— Ebbene; saresti tu disposto, o _Ciòl_, di venire con noi in
_Hèllat-Kàka_?... Io sono risoluto di liberar quelle donne, e di
liberarle senza piastre egiziane.
— E perchè no, rispose _Ciòl_ un po' titubante; quando io sono con
voi non ho di che temere. — Disse poi ad alcuni Negri di avvertire il
Gran-Capo della sua partenza, e montò in barca.
I missionari tedeschi, ch'erano meco, approvavano la mia risoluzione; e
ciò m'era di grande conforto. Il _Ràies_ però mi diceva:
— Vedi bene, o signore, che ti metti in un bel cimento; spero
tuttavia che tu n'esca al meglio, e conta pure sulla fedeltà mia e de'
barcaiuoli.
— E più che in ogni altro, io soggiunsi, pongo la mia confidenza in
Dio; Egli mi aiuterà, ne son certo. Volgi, o _Ràies_, la prora al sud,
fa spiegare la vela, e ritorniamo ad _Hèllat-Kàka_.
Era il mezzodì del 19 febbraio quando partimmo, e alle tre ore circa
pomeridiane fummo in _Hèllat-Kàka_. Appena arrivati, io e i tre
missionari tedeschi Francesco Morlang, Antonio Kaufman e Giuseppe Lanz,
col turcimanno _Cher-Allàh_ e col servo _Ciòl_, preceduti dal _Ràies_,
movemmo difilati al luogo delle schiave _Abialàñġ_. Il Ràies già
conosceva l'_uakìl_ (il rappresentante), a cui erano state affidate;
ed egli doveva presentarmi a lui in persona. Noi seguivamo taciturni
il _Ràies_; ed eccoci finalmente al quartiere degli schiavi, uomini e
donne, ch'era formato d'una specie di fila di capanne male allineate,
le quali avevano qualche cosa di squallido e di desolante. — Mi sentii
mancare il cuore quando le vidi. — Io volli osservare di dentro la
prima, ch'era assolutamente vuota, con nessun altro mobile che un
mucchio di paglia stomachevole pel sudiciume, gettata in un canto,
sulla nuda terra, resa dura dai tanti piedi che l'avevano calpestata.
Tutte le altre capanne erano abitate da schiavi, alcuni dei quali
erano seduti fuori a prender aria perchè non ammalassero, legati come
fossero cani rabbiosi. E sebbene non fossero là che da pochi giorni, io
non vidi tra loro che uomini tristi, cupi, imbrutiti, e donne deboli
e scoraggiate, donne che non erano più donne, ma che erano proprio a
livello dei loro compagni.
— Quale è la capanna, io chiesi al _Ràies_, delle schiave _Abialàñġ_?
— Eccola qui, egli rispose.
La porta di quella capanna era aperta ed attraversata da un _angarèb_
(letto arabo), sul quale stavasi sdraiato un giovane dongolèse, che
vedendoci a comparire si alzò presto in piedi, si ritirò in disparte e
fu tanto sorpreso di questa nostra improvvisa venuta, che dimenticò di
farci que' complimenti che sogliono sempre farsi da un mussulmano.
— Sono qui le schiave _Abialàñġ_? io gli domandai.
— Appunto, egli rispose, sono in questa capanna.
— E quante sono?
— Ora son nove; erano dieci, ma la decima, che è una giovinetta di otto
o nove anni, se l'ha presa seco nella barca il suo padrone, il quale si
recò pel paese dei _Nuèr_ per comperare del grano.
— Tornerà egli presto?
— Fra pochi giorni; così egli promise.
— E queste schiave quando saranno poste in vendita?
— Appena il padrone sarà ritornato.
— Avrei desiderio io di comperarle; e tu, m'immagino, avrai facoltà di
venderle, in mancanza del padrone.
— Veramente io non sono l'_uakìl_, rispose, ma vado a chiamartelo, e
son qui subito.
— Aspetta.... intanto ci permetterai di dare un'occhiata alle schiave,
n'è vero?
— Quando non volete altro, questo posso fare anch'io.
Egli tirò in disparte l'_angarèb_ che, come dissi, attraversava la
porta della capanna, e poi se n'andò per l'_uakìl_, e noi entrammo.
No, non le descrivo.... non voglio descriverle.... non posso; mi sento
l'anima troppo inclinata a maledire ed imprecare contro i trafficanti
di schiavi! Sarei d'altronde ben crudele se volessi mettere alla
tortura tanti spiriti gentili, cui toccasse di leggere questa pagina
lacerante e sanguinosa. Faccio riflettere solamente che sono nove
giovani madri ch'io dovrei descrivere appena strappate all'amore dei
loro cari; sono madri per la perdita delle quali si disperano i mariti,
e bambini lattanti le piangono e ne bramano il latte; sono madri
strozzate fra i ceppi più duri; sono madri che avanti d'essere rapite
non han potuto dare l'ultimo amplesso all'amata famiglia; or eccole
lì accovacciate fra le loro immondezze, ignude, smunte, affamate, le
quali, dopo d'avere indarno invocata la morte, aspettano coll'apatia
dell'abbrutimento di mutar destino! Oh tremendi giudizi di Dio! io
dicevo rivolgendomi convulsivamente ai compagni, e torcendo in cento
guise le mani, senza sapere quello che mi facessi; non posso più
reggere a questa vista! quanta espressione di dolore e di angoscia su
que' volti e su quegli occhi, che più non piangono! ah! no, il cuore
non ha più lagrime da spandere; esso non ha altro che sangue, e manda
sangue tacitamente! Ah! Cristo Gesù, io sclamai alzando gli occhi al
cielo, Voi, che a così caro prezzo avete redenta l'umanità intiera
dalla schiavitù di satana, deh! salvate tante creature infelici anche
dalla schiavitù degli uomini!...
Ah! sì; tutti unanimi innalziamo ardenti voti a Dio, perchè
l'Associazione Internazionale per l'esplorazione e l'incivilimento
dell'Africa Centrale, fondata a Bruxelles il 12 settembre 1876, dietro
l'iniziativa di S. M. il Re dei Belgi, consegua presto il nobile e
santo suo scopo! e ci sia dato di sollevare un grido in nome di Dio
stesso perchè questa orrenda macchia dell'onore umano sia levata per
sempre dalla faccia del mondo! E voi madri, specialmente, voi che
avete appreso accanto alla culla dei vostri figli ad amare l'umanità, a
simpatizzare con tutti coloro che soffrono; in nome del sacro amore di
madre, in nome delle vostre gioie materne, in nome della sollecitudine
tenera e profonda colla quale dirigete le giovani vite, in nome delle
vostre ansietà per l'avvenire dei vostri figli, ve ne scongiuro,
abbiate pietà della madre che ha un cuore come il vostro, ed a cui
non è conceduto di proteggere, di guidare e di educare il figlio delle
sue viscere! Per l'ora dolorosa dell'agonia di vostro figlio, per la
rimembranza del suo sguardo moribondo che non potrete obliare giammai,
per quegli ultimi gridi che hanno lacerato il vostro cuore quando non
potevate nè salvarlo nè sollevarlo, per la desolazione di quella culla
vuota e di quella camera silenziosa, io ve ne scongiuro, abbiate pietà
di quelle madri, a cui il traffico degli schiavi strappa nei paesi
dell'Africa Interna i loro figli, e pregate il Signore, come sapete voi
pregarlo, perchè finisca una volta tanta sventura!!..
Mentre noi contemplavamo inorriditi quelle miserabili creature trattate
colla più ributtante crudeltà, sopraggiunse l'_uakìl_, cui erano state
affidate le schiave da vendere. Questi appena mi vide, mi salutò per
nome, e disse d'avermi veduto più volte in _Chartùm_; e poi salutò il
_Ràies_, e gli chiese:
— Che cosa desidera da me questo tuo signore, che mi mandò a chiamare?
— Egli desidera di comperare le schiave che si trovano in questa
capanna.
— Così è, io soggiunsi, bisogna che le comperi per ricondurle nella
loro tribù, ch'io debbo visitare per ordine superiore.
— E tu lo sai, o signor mio, a quale tribù esse appartengono?
— Lo so di fermo che son donne _Abialàñġ_, senza le quali non mi
sarebbe possibile d'introdurmi nel loro paese; e so tante altre cose,
che è inutile ch'io ti ripeta, perchè tu pure le sai meglio di me.
A questo punto l'_uakìl_ mi pregò di seguirlo, e mi condusse sotto
un'acacia, ove eravam soli, e là s'impegnò un dialogo importante che
durò più di mezz'ora; e finalmente io conchiusi, avvicinandomi alla
capanna delle schiave:
— Senti; a me sembra che si potrebbe accomodare ogni cosa chiamandomi
io debitore verso il tuo padrone del prezzo che sarà tra noi convenuto;
prezzo che verrà da me consegnato a lui in _Chartùm_. E tu che ne dici?
— È impossibile; così non mi ci posso adattare assolutamente. Il mio
padrone è troppo scaltro da non vedere che in _Chartùm_ egli non potrà
legalmente esigere da te il prezzo delle schiave, ancorchè tu te ne
obblighi con uno scritto.
— E dunque?... cedimi, io dissi, medesimamente le schiave; e potrai
rispondere al tuo padrone ch'io le ho volute ad ogni modo; che se egli
avrà delle pretensioni su di esse, io saprò rispondergli davanti al
Divano e al mio Consolato in _Chartùm_, dacchè io conosco benissimo la
maniera colla quale le ha rapite, a tradimento, ferendo non so quante
persone, ed uccidendone cinque, tre uomini e due donne; gli dirai che
tu hai dovuto consegnarmele, poichè altrimenti, arrivato in _Chartùm_,
io n'avrei mosso lamento contro di lui e contro di te presso le
autorità competenti. — L'_uakìl_; così meno ancora, disse, mi ci posso
adattare.
— Ebbene, non c'è tempo da perdere; disciogli intanto dai legami
le schiave; pel resto vedrai tu poi come meglio giustificare il tuo
procedere davanti al padrone.
Il _Ràies_ della mia barca e alcuni dongolèsi ch'erano presenti
all'ultima parte del dialogo, cercavano di persuadere l'_uakìl_ a
condiscendere a' miei desideri. L'_uakìl_, perplesso da prima, messo
un sospiro, alla fine s'indusse a fare sciogliere le schiave per
consegnarmele. Un servo, dietro l'ordine avuto, cominciò a levare le
pesanti catene che stringevano i piedi delle sventurate; un altro servo
con un coltellaccio tagliava i grossi legami di pelle che tenevano
raccomandata al collo di esse una stanga lunga e forcuta; le mani erano
già sciolte, nè si legavano a tergo che durante la notte. Frattanto
il Negro _Ciòl_ e il mio turcimanno _Cher-Allàh_ confortavano quelle
povere donne, assicurandole che noi eravamo venuti per liberarle e per
ricondurle alle loro case.
La cosa fin qui era andata a meraviglia; di meglio non s'avrebbe
potuto sperare, ed io pregavo il Signore perchè avesse a terminare
felicemente; non vedevo l'ora però di trovarmi al sicuro nella
barca colle povere schiave, e di partir presto da _Hèllat-Kàka_. Un
andirivieni ch'io osservavo da un quarto d'ora in poi di certuni,
accigliati in viso, che mormoravano non so che tra' denti... alcune
espressioni che udivo da certi altri... ecco davvero un brutto affare
per quello sfortunato mercante!... l'_uakìl_ non avrebbe dovuto cedere
alle pressioni di quel signore!... E vi fu chi disse: le schiave non
sono ancora partite, e non se n'andranno!.. a momenti saranno qui gli
Arabi muniti di lancia, e stiamo a vedere come se la caverà questo
signore. Tutto ciò m'impensieriva assai, e mi faceva temere qualche
brutto tiro da parte specialmente degli Arabi. Io raccomandai al
_Ràies_ e al mio Turcimanno di starsene bene all'erta e di avvisarmi
appena s'accorgessero d'un allarme. — Le schiave erano pronte e noi
eravamo lì lì per partire, quando tutt'a un tratto il _Ràies_ mi si
presenta con gli occhi spalancati, e mi dice: Signore t'arresta per
carità!... entrino le schiave nella capanna... son qui gli Arabi armati
contro di noi... ti raccomando prudenza se ti è cara la tua e la nostra
vita. — Poco dopo eccoci circondati da uno stuolo di Arabi, il cui
Capo:
— Che vuol dire tutto questo, gridò ad alta voce, rivolgendosi
vivamente verso di me; sappi che noi rispondiamo d'una maniera sola
a chiunque abbia delle pretensioni in questo nostro paese; e che il
miglior partito che tu possa scegliere è di andartene via tosto co'
tuoi compagni e di lasciare le schiave che costano denaro.
— _Hàder_, eccomi pronto a' tuoi cenni, io risposi con un accento tanto
sommesso quanto il suo era prepotente, e fatto cenno a' miei compagni
di seguirmi, senza dir altro, presi il sentiero che conduceva alla
barca.
Dopo alquanti passi mi accorsi d'avere a fianco l'_uakìl_; lo guardai
fiso senza dir verbo; ed egli non trovava parole per assicurarmi
che non era complice per nulla in ciò ch'era avvenuto, che non aveva
neanche sospettato che un orecchio straniero avesse spiato il nostro
colloquio e l'avesse poi riferito agli Arabi, ch'era spiacentissimo
di questo incidente; e mi pregava, mi scongiurava a non giudicarlo
severamente; e a prova di quanto asseriva, mi prometteva che avrebbe
fatto di tutto per darmi in mano le schiave prima ancora che sorgesse
il sole del giorno dopo.
— Staremo a vedere, gli dissi; io adunque non partirò che domani; e
tu rifletti intanto che senza le schiave non potrò visitare la tribù
degli _Abialàñġ_, e me n'andrò difilato a _Chartùm_, ove hai moglie
e figliuoli, ed ove spero di rivederti. Vedi bene che allora non ti
rincresca, ma troppo tardi, di non avermi consegnato quelle donne....
_selàm aalèk_ (io ti saluto); e lo lascia così.
Come fummo tutti in barca, ordinai al _Ràies_ di scostarla dalla riva
e di gettar l'áncora per evitare ogni possibile assalto, durante la
notte, da parte degli Arabi. Le armi da fuoco erano cariche; non era
a temer nulla; potevamo riposarci tranquilli. Ma io non avrei potuto
dormire, e non dormii; la mia anima era troppo agitata: pensavo alle
schiave _abialàñġ_, al grave pericolo incorso in _Hèllat-Kàka_, alle
ultime parole dell'_uakìl_, che avrebbe fatto di tutto... per darmi in
mano le schiave... prima che sorgesse il sole di domani... e speravo
che ciò sarebbe avvenuto, che Dio avrebbe esaudito i voti ardenti del
mio cuore... e m'immaginavo di vederle in barca con noi riboccanti di
gioia per la libertà ottenuta... Oh! il senso della libertà quanto è
sublime!... Come sarà bello, come sarà dolce per queste povere madri
di rivedere le proprie famiglie, e di contemplare il volto dei loro
figliuoletti resi ancora più cari dalle rimembranze dei pericoli corsi
e dei crudeli timori di non più rivederli! Oh! quanto ci saranno grati
i mariti, ai quali avremo ridonate libere le mogli! E tutta la tribù
quale opinione non concepirà di noi! Quanto bene fra loro ci sarà dato
di fare, coll'aiuto di Dio!... È vero che la Missione cattolica è stata
richiamata dal fiume _Bianco_ a cagione del terribile clima che non
permette ai Missionari di vivere, fatte poche eccezioni, più di due o
tre anni; ma coi debiti riguardi e colla grazia del Signore, scegliendo
una stazione migliore di quella di _Chartùm_ e di Santa Croce, qual
sarebbe la stazione ch'io vorrei stabilire nella tribù degli _Abialàñġ_
presso il canale _Tarciàm_, perchè non potremo noi vivere?... Sono
vissuto anch'io... Ah! sì, io farò tutto il possibile affinchè Roma
conceda, almeno a noi missionari italiani, di ritornare fra questa
tribù.
Con tali pensieri passai tutta la notte; e già cominciava a sorgere il
mattino, e dalla parte di _Hèllat-Kàka_, ove tenevo fissi gli sguardi,
non vedevo a comparire nessuno. Presto sorgerà il sole, dicevo, e
l'_uakìl_ non si farà vedere nè solo nè colle schiave; ormai ho perduta
ogni speranza! Povere schiave! quanto io vi compiango! qual piena di
angoscie e di patimenti vi aspetta! poteste almeno confortarvi in Dio
e in una futura giustizia, chè allora meno tremenda vi si presenterebbe
la vita; ma languire nella degradazione, subire il giogo di una barbara
servitù, perdere gradualmente la facoltà di sentire, senza una speranza
di felicità più o meno vicina... questa deve essere la prova più
crudele, io penso, che l'uomo possa sostenere quaggiù.
— Ecco che il sole si alza, mi diceva il _Ràies_, e l'_uakìl_ non s'è
ancora veduto; veramente... mi pare che due uomini s'avanzino; eccoli
là, o signore; e vengono dal quartiere degli schiavi.
— Oh! fosse l'_uakìl_, io sclamai, che mi desse qualche buona
notizia!... ma io ne temo assai.
— Sì, è proprio lui in persona... è lui in compagnia di un _faqìh_
(sacerdote) dongolèse ch'io pure conosco; e vengono, senza alcun
dubbio, per concertare qualche cosa di buono intorno alle schiave;
altrimenti non si sarebbero lasciati vedere.
Di fatto, l'_uakìl_, giunto col _faqìh_ a trenta o quaranta passi dalla
riva del fiume, mi chiamò per nome, dicendo che gli premeva di parlare
con me solo. — Io feci avvicinare la barca alla riva, smontai, ed
eccomi a lui, ansioso d'ascoltarlo.
— Sappi, o signore, egli disse allora, che ier sera ci unimmo a
consiglio in cinque persone, e dopo lunga e matura deliberazione fu
deciso che conveniva rilasciarti le schiave, a condizione però che tu
stesso te le venga a prendere dalla capanna, ove si troveranno slegate,
senza che nessuno di noi le custodisca. Ma vieni solo, o accompagnato
da due o tre uomini al più, per non dar troppo nell'occhio.
— In una parola, io soggiunsi, voi volete fare di me un ladro; tuttavia
accetto volentieri la vostra proposta; ma dimmi... non è pericoloso
l'esporsi così di giorno... se ci colgono gli Arabi ci fanno in brani:
tu sai il brutto tiro di ieri, ch'io non mi sarei mai aspettato.
— Sta sicuro, o signore; fidati di me; oggi non ti può capitar nulla
di sinistro; il Capo arabo, che ti si presentò ieri co' suoi bravi è
partito stanotte per la tratta dei Negri; del resto fu una smargiassata
la sua, perchè ti sapeva _Frangi_ incapace di vendicarti; non avrebbe
fatto così con un _Turco_.
— E quando debbo venire?
— Mezz'ora dopo che noi saremo partiti, rispose; ma prima permetti che
ti dica, in un orecchio, che sarà bene che tu faccia un regalo, e un
bel regalo a questo _faqìh_, poichè se la cosa andò a terminare così, a
lui principalmente ne dobbiam dare il merito.
— Che cosa dovrò dargli, che non ho denaro?
— Un sacchetto di perline di vetro, che so che ne possiedi di
bellissime.
— Ehi! _Cher-Allàh_! portami qui due sacchetti di perline di vetro,
delle più belle che abbiamo; e ne consegnai uno all'_uakìl_ e un altro
al _faqìh_, i quali partirono contentissimi.
Passata mezz'ora, me n'andai io pure al quartiere degli schiavi col
missionario Antonio Kaufman, col turcimanno _Cher-Allàh_ e col Negro
_Ciòl_. — Fuori delle capanne non vedemmo anima viva; tutte erano
chiuse, ad eccezione della capanna delle schiave _abialàñġ_, che se
ne stavano dentro ritte in piedi, bell'e slegate, guardandosi l'una
l'altra senza capirne nulla. — Appena però videro il negro _Ciòl_
e il turcimanno _Cher-Allàh_ mandarono un grido di gioia, che mi
fece piangere di tenerezza; ma io tosto imposi loro silenzio con un
movimento della mano; e _Ciòl_ e il Turcimanno fissarono gli occhi
sopra gli occhi loro in modo così grave ch'esse dovettero subito
immaginarsi che avvenisse qualche cosa di straordinario. — Zitto, o
sorelle, disse _Ciòl_,... parlate piano,... potrebbero sentirci gli
Arabi,... e allora voi siete perdute;... noi siamo ladri... ladri buoni
venuti per furarvi di soppiatto, e per liberarvi dalle mani dei ladri
cattivi;... vi raccomando il maggiore silenzio. — E tutti uscimmo con
precauzione dalla capanna, senza che ci vedesse, o che ci volesse
vedere, nessuno. — Quel _faqìh_, che Iddio lo benedica! non poteva
aver meglio disposto le cose. — La via che dal quartiere degli schiavi
metteva alla barca era calcolata un quarto d'ora di cammino; ma noi
l'avremo fatta... in cinque minuti.
Or eccoci in barca, al sicuro. — Sii lodato, o mio Dio, io dissi fra
me, che traesti queste creature infelici dalla casa della servitù! Ah!
perchè esse non sanno lodarti e ringraziarti con me! In mezzo a tanta
gioia, il mio cuore ribocca di compassione per loro che non t'intendono
e non ti sentono; ma verrà tempo.... sì verrà.... e venga presto, in
cui possano intenderti e sentirti.... e allora piovan pure sopra di
loro le sventure come un diluvio da tutte parti, ch'esse troveranno
rifugio nel tuo seno, o Dio di libertà!...
— Ah! Ah! presto, io dissi poi loro che mi guardavano aprendo i grandi
occhi attonitamente, voi vedrete e abbraccerete i vostri mariti e i
vostri figliuoli.... siete voi contente così?...
— Presto! ripeterono in coro, quasi non comprendessero il significato
di quelle parole. Io dico ch'esse credevano di sognare. — Nella loro
testa tutto era tenebre e confusione. A primo tratto quelle povere
vittime, consunte ed imbrutite dalle privazioni e dagli acerbi
maltrattamenti, stentavano a comprendermi; tutto il loro sangue a
quelle mie parole — presto voi vedrete e abbraccerete i vostri mariti e
i vostri figliuoli, — era rifluito verso il cuore; cangiossi il colore
delle loro labbra, e le vidi quasi venir meno. Una specie di languore,
un inesprimibile bisogno di riposo invadeva le loro membra; ed i
nervi che si trovavano in una violenta tensione dall'istante del loro
rapimento, cedevano ora sotto l'influenza d'un profondo sentimento di
sicurezza.
— Lasciamole riposare qualche ora, io dissi, e tu, cuciniere, prepara
intanto da mangiare anche per queste povere donne, che debbono sentirsi
sfinite.
Dormirono quasi tre ore continue; dormirono un sonno tranquillo, come
non l'avevano ancora fatto dopo quel momento terribile, in cui erano
state rapite. Svegliatesi bevettero del brodo e mangiarono qualche cosa
con gusto; quindi parvero rinvenute da morte a vita. — Mi fissavano
gli occhi addosso, e si sforzavano d'esprimermi in cento modi i loro
ringraziamenti, la loro gratitudine, perchè le avevo liberate dalle
mani dei Bianchi cattivi, come dicevano, cominciando così a distinguere
anch'esse Bianchi da Bianchi.
— No, non ringraziate noi, io diceva loro, ringraziate Iddio, e a Lui
siate grate perchè è Lui, che vi ha liberate; è Lui che per mezzo
della nostra coscienza ci ha obbligati a fare verso di voi quello
che abbiam fatto, e che ci obbliga a fare sempre così in simili
circostanze. — Parlai loro della grandezza di Dio, d'un Redentore pieno
di compassione, e di una celeste patria — Donai quindi a ciascuna
un piccolo Crocifisso dicendo: ecco qui il Redentore di tutti, il
figliuolo di Dio che, fattosi uomo, nella natura umana volle morire
sulla Croce per salvare tutti noi dalla schiavitù di satana. Io volendo
essergli seguace giurai d'imitarlo additando agli uomini le vie del
bene, e procurando di emancipare, se mi fosse possibile, tutti gli
schiavi, anche a costo di espormi ai più gravi pericoli, acciocchè
nessuno sia costretto a vivere separatamente dalla sua famiglia, da'
suoi parenti ed amici, e a morire in terra lontana. Così ho fatto con
voi, sorelle mie, perchè questo Crocifisso mi ha insegnato a fare
così. Sicchè voi, tutte le volte che vi rallegrerete della vostra
libertà la quale avete ricuperata, ricordatevi che la dovete a Lui,
a questo Crocifisso, e a Lui mostrate la vostra riconoscenza amandolo
sempre. E ogni volta che vedrete questo Crocifisso, pensate alla vostra
emancipazione; pensate a ciò che Egli ci ha insegnato cioè, l'amore a
Dio soprattutto e l'amore al prossimo nostro per l'amore che dobbiamo a
Lui.
Tutto ciò dissi loro per mezzo del mio buon turcimanno _Cher-Allàh_, il
quale piangeva ripetendo queste dottrine, che per lui non erano nuove,
ma le udiva ogni giorno da me, che lo apparecchiavo a farsi cristiano;
e le riceveva con quella fiducia e con quella docile fede che
l'Evangelo richiede; e siccome le sentiva profondamente, così sapeva
esporle con tanto affetto e con tale efficacia da far vibrare nei cuori
di quelle povere Negre alcune corde rimaste sino allora silenziose.
Io non potrò dimenticare mai il giorno 20 febbraio 1860, che fu per me
uno dei più bei giorni della mia vita!
Giorno stupendo sotto tutti gli aspetti! Le acque biancastre del fiume
si agitavano un poco per il vento leggiero, che, contro il solito,
spirava dal sud favorevole al nostro cammino, e scintillavano ai
raggi del sole. Ad un'ora pomeridiana partimmo da _Hèllat-Kàka_ a vele
spiegate e a seconda della corrente.
In meno di due ore, gridò il _Ràies_, noi saremo sulle rive dei _Dénka
Abujò_; e il Negro _Ciòl_ lo ripeteva alle donne _abialàñġ_.
Quante inesprimibili sensazioni non doveano essere racchiuse nei
cuori di quelle Negre all'avvicinarsi della barca alla loro tribù! Chi
avrebbe potuto indovinare tutto ciò che agitavasi nel loro seno! Avrei
scommesso ch'esse non osavano credere a quella gioia incomparabile che
le attendeva, e tremavano internamente che uomo gliela potesse rapire.
Giunti alle sospirate sponde degli _Abujò_, molti Negri eran là che
ci aspettavano ansiosi di sapere s'io fossi riuscito a liberare le
schiave. _Ciòl_ fu il primo a smontar sulla riva. Tutti i Negri gli
corsero intorno per sentire dalla sua bocca... cose nuove, cose grandi,
inaudite, mentre vedevano che le schiave _abialàñġ_ erano ritornate
libere. Ciòl raccontò loro qualche cosa in fretta perchè gli premeva
sbrigarsi e far atto di presenza di sè al Gran-Capo _Akòl-Guorgièb_, il
quale, come gli fu detto, era nelle furie perchè egli aveva pernottato
fuori della _zerìbah_ senza il suo permesso.
Io smontai pur sulla riva col mio Turcimanno, e dissi a _Ciòl_: noi
ti seguiremo; ho vivo desiderio di vedere il tuo Signore, di dargli un
affettuoso saluto, e di offerirgli il regalo, che fin dall'anno passato
gli avevo promesso. Ma ancora stasera voglio ritrovarmi in barca,
poichè penso di viaggiare tutta la notte, ed essere domani mattina per
tempissimo fra gli _Abialàñġ_ per consegnare le donne ai loro mariti.
— Sarà difficile però, rispose _Ciòl_, che tu possa, o signore,
persuaderle a rimanersene in barca. Nella notte fa troppo freddo in
questa stagione, e perciò esse non potrebbero dormire. Sono stanche,
poverette! ed hanno bisogno di riposo. Per altro.... interrogale, e
vedi che cosa ti risponderanno.
Il mio Turcimanno, prima ancora d'interrogarle, m'avvertiva in un
orecchio che con grande suo dispiacere aveva sentito _Ciòl_ a far
loro certi discorsi.... da metterle quasi in dubbio sulla nostra buona
fede....
— Basta, basta; ho capito tutto.... Non c'è tempo da perdere; tu,
o mio _Cher-Allàh_, colla tua solita prudenza fa di consigliarle a
restare in barca, assicurandole che noi non saremmo capaci di trarle in
inganno. Qualora però esse non vogliano accettare il tuo consiglio, non
insistere, perchè faresti peggio. Va adunque, e sappimi dire.
_Cher-Allàh_ ritornò tosto cogli occhi spalancati per lo stupore e
disse:
— Signore, signore, le donne _abialàñġ_ si rifiutano assolutamente
di passare la notte in barca con noi; esse vogliono andare presso il
Capo _Akòl-Guorgièb_ per riposarsi nelle capanne, ove, dicono, possono
meglio che nella barca ripararsi dal freddo; ma promettono che domani
ritorneranno da noi perchè le conduciamo nel loro paese.
— Non lo credere, _Cher-Allàh_; esse non torneranno più. _Ciòl_ si
metterà d'accordo col Gran-Capo, e da questa bella occasione vorranno
tutti e due trar partito per aumentare il loro bestiame; vedrai che la
cosa andrà a finire così senza dubbio, io dissi a lui sotto voce.
— Dopo averle colmate di tanti benefizi, esse, ingrate! ti
contraccambiano in questo modo....
— No, mio caro _Cher-Allàh_, non parlare così; queste povere donne non
ne hanno la menoma colpa. Abituate a sentirsi raccontare ed a vedere
dalla loro infanzia tanti pessimi esempi dei Turchi, che sono bianchi,
come possono fidarsi così presto della buona fede de' Missionari,
specialmente se qualcheduno ne insinui il dubbio nei loro cuori? Tutta
la colpa sarà di _Ciòl_ e del Gran-Capo _Akòl-Guorgièb_, dato il caso
che mettan su gli _Abialàñġ_ contro di noi, arrogandosi il merito della
liberazione delle schiave per cupidigia di guadagno, mentre essi ci
conoscono perfettamente.
— Che cosa risposero adunque le schiave? domandò _Ciòl_ al mio
Turcimanno.
— Risposero che vogliono venire presso il Gran-Capo, e che domani
mattina torneranno con noi alla barca.
— Se potranno, io soggiunsi fra me, o se, potendo, vorranno.
I due missionari Antonio Kaufman e Francesco Morlang desideravano
conoscere di persona il Gran-Capo degli _Abujò_, _Akòl'Guorgièb_,
e chiesero a _Ciòl_, se egli credeva opportuno che venissero essi
pure con noi. _Ciòl_ rispose che il suo Signore gli avrebbe veduti
volentieri; e partimmo tutti insieme colle donne _abialàñġ_.
Trovammo il Gran-Capo accovacciolato davanti alla sua capanna. Appena
lo vidi io corsi a lui per dargli e per ricevere il saluto che è in uso
fra i _Dénka_; ma non così i due compagni missionari, ai quali Ciòl
fè cenno, quando furono a una certa distanza, d'aspettare, ed egli,
deposta la lancia e la clava, si presentò al Gran-Capo, a cui disse
ch'erano miei amici _frangi_ e non _turchi_; ed io abbassai la testa in
segno di approvazione. Quindi il Gran-Capo (_Bègñ-did_) così mi parlò:
«sono lieto di conoscere i tuoi amici e di stringere io pure amicizia
con loro; spero che anch'essi serberanno cara memoria di questo mio
paese quando saranno lontani; se buone sono le loro intenzioni verso
di me, come sono le mie verso di loro, la nostra amicizia potrà
essere vantaggiosa ad ambe le parti. Sono quasi le precise parole che
egli pronunciò nell'occasione ch'io lo visitai la prima volta colla
buon'anima del mio compagno Angelo Melotto[13]; e come allora, le
pronunciò pure adesso lentamente, a pause, come se le avesse studiate
prima, e facesse di tratto in tratto uno sforzo per rammentarsele.
Finalmente essi furono ammessi al suo cospetto, e gli s'inchinarono
più volte, mentre egli stette fermo al suo posto, immobile, guardandoli
fissamente senza dir nulla.
Poco dopo il Gran-Capo ordinò a un suo servo, che gli stava vicino
osservandolo attentamente e in atteggiamento di umile venerazione,
che stendesse due pelli sul terreno per sederci, e ci fece portare del
latte.
Io gli presentai il regalo che fin dall'anno passato gli avevo
promesso, e che consisteva in un paio di babbuccie rosse, in una
_fàrda_ (veste che si cinge alle reni), e in una scure; cose ch'egli
aveva molto desiderato, e per le quali mi si mostrò obbligatissimo.
Dopo di che ci diede licenza di ritirarci in una grande capanna che
era stata apparecchiata per noi; ed egli ordinò a _Ciòl_ di condurgli
davanti le schiave _abialàñġ_, colle quali parlò a lungo fino a notte,
ma non ho potuto sapere di che cosa. Poco dopo ci venne apprestata la
cena, cioè pasta di _duràh_ cotta nel latte. Durante la cena io sentii
_Akòl-Guorgièb_ a disputare e a discutere calorosamente con alcuni.
Erano le nove pomeridiane quando comparve sull'uscio della nostra
capanna il Turcimanno con due Negri.
— Vi presento, o signori, ei diceva, due Negri _abialàñġ_; questi è il
marito di una di quelle donne, che voi avete riscattate; e quest'altro
è il fratello della giovinetta che non si trovava nella capanna delle
schiave in _Hàllat-Kàka_, perchè il Turco se l'aveva condotta via in
barca.
I due _Abialàñġ_, deposte le lance, ci baciarono la mano e ci fecero
mille ringraziamenti; ma il fratello della giovinetta.... oh! quanto
era contristato! Io lo confortai come ho potuto, e dissi all'altro:
— E tu, domani di buon'ora, potrai andartene con tua moglie per terra
fra gli _Abialàñġ_; o se la via è troppo lunga, vieni con noi in barca,
è ce ne andremo tutti insieme, e più presto, se il vento non ce lo
impedisce.
— Magari potesse farlo! sclamò il Turcimanno, volgendosi indietro
per paura che qualchedun'altro l'avesse sentito; ma egli nol può.
_Akòl-Guorgièb_ non gliel permette; egli pretende dagli _Abialàñġ_ il
prezzo di due vacche per ogni donna.
— Come s'intende! che cosa ha da fare egli colle donne? Le donne sono
state liberate da noi, e a noi sta di consegnarle ai loro mariti.
— Pur troppo è così; ma la cosa andò a finire nè più nè meno di quello
che tu, o mio signore, hai preveduto. Ecco il motivo della calorosa
discussione di poco fa tra questo povero Negro e il Gran-Capo.
Il Turcimanno non aveva ben terminate quest'ultime parole che _Ciòl_
venne a chiamar lui e i due Negri _Abialàñġ_, dicendo che il suo
Signore voleva parlare con loro.
_Cher-Allàh_ tornò da me dopo mezz'ora tutto tremante....
— Che c'è di nuovo? io gli chiesi.
— Ah! signore, _Akòl-Guorgièb_ e _Ciòl_ non son più quelli di prima,
essi non fanno che un gran parlare a quattr'occhi.... ci deve esser per
aria qualche cosa.... Io non vedo Torà che sorga l'alba per potermene
andare.... Fui a un pelo di prendermi delle sferzate....
— E perchè?
— Perchè ho condotto qui da voi i due Negri _abialàñġ_ senza il suo
permesso; e mi disse che guai a me, se parlerò più con loro, e se mi
muoverò più da questa capanna.
Durante la notte nessun di noi potè chiuder occhio. Per due o tre
fessure e per una finestrella della nostra capanna, noi potevamo
osservare un andar continuo e un venire di gente, un correre, un
gridare, uno strepitar di lance; e le donne a gruppi sulle porte dei
loro abituri presso accesi fuochi che guardavano con tanto d'occhi,
parlavano, gesticolavano e a momenti mandavano acutissimi strilli;
e noi chiusi là dentro, in mezzo a tanto tafferuglio, senza capirne
nulla.
— E che vuol dire tutto questo? io chiesi al Turcimanno.
— Dal senso di qualche discorso che ho potuto intendere, mi pare,
o signore, che sieno venuti degli _Abialàñġ_; certo sono i mariti
delle donne da noi liberate i quali pretenderanno le loro mogli; e il
Gran-Capo non vorrà cederle, in qualunque modo, senza il prezzo, come
t'ho detto ancora, di due vacche per ognuna.
— E chi sa quello che Ciòl e _Akòl-Guorgièb_ daranno ad intendere sul
conto mio agli _Abialàñġ_?
— Io indovino; essi daranno loro ad intendere che tu le hai liberate,
quelle donne, per riguardi dovuti al Gran-Capo, per l'amicizia che
tu professi per lui, e che altrimenti non te ne saresti dato alcun
pensiero. Questo discorso, fra gli altri, fece _Ciòl_ alle donne, fin
da quando eravamo in barca; che ingrato!
— Mi dispiacerebbe assai se ciò fosse, perchè così non solo noi non ne
avremmo alcun merito presso gli _Abialàñġ_, ma, volendoli visitare,
essi non ci riceverebbero con quelle dimostrazioni di gioia, colle
quali fummo accolti l'anno passato. Non credere però, o _Cher-Allàh_,
ch'io me ne dolga per me, ma, se mai, per la nostra missione. Eh! caro
_Cher-Allàh_, noi, in quanto a noi, ci conviene fare il bene per il
bene; non dobbiamo contar mai sulla lode o sulla gratitudine che ne
possono derivare, chè quasi sempre ne andremmo ingannati; le nostre
azioni mirino a Dio solo, che ne è giusto rimuneratore.
_Cher-Allàh_ gettò sopra di me uno sguardo attonito, come se il suo
spirito fosse stato percosso da una nuova idea, e poscia:
— Ah! signor mio, sclamò egli, tu dici il vero.
La mattina il Gran-Capo, _Akòl-Guorgièb_, si presentò a noi, e senza
cerimonie e riguardi disse: «ritornate pure alla vostra barca; quanto
alle donne _Abialàñġ_, penserò io ad inviarle per terra al loro paese,
poichè esse non vogliono venire con voi.»
Ritornati in barca continuammo il cammino lentamente, atteso il vento
contrario, e con molta cautela, avendo inteso che altri schiavi erano
stati fatti sulle rive dei _Dénka_; e anche questa volta fra gli
_Abialàñġ_ da un mercante turco. — A certe svolte del fiume non era
possibile di procedere avanti se non rimorchiati, e bisognava attenersi
alla riva sinistra, mentre la riva destra era così ingombra di spessi
cespugli e d'alberi spinosi da non permettere a' barcaiuoli di poter
tirare la barca.
Eccoci finalmente tra i due canali _Tarciàm_ e _Ñġàen_, luogo degli
uccisi e delle donne rapite. Qui il Turcimanno _Cher-Allàh_, messo piè
sulla riva, ode da alcuni Negri che i due _Abialàñġ_, da noi veduti
presso il Gran-Capo _Akòl-Guorgièb_, erano già ritornati a prendere
diciotto vacche, che il Gran-Capo degli _Abujò_ esigeva quale riscatto
delle nove donne; ode ancora che un altro Turco, oltre a quello che
fece schiave le donne da noi liberate, era passato di là subito dopo
con due barche, e ch'era riuscito ad uccidere a tradimento due uomini
e una donna, e a fare schiavi due donne e un uomo. Il _Ràies_ della
nostra barca asseriva d'averlo veduto in _Hèllat-Kàka_poco prima della
nostra partenza, e ch'era un inviato del Divano.
Verso le quattro pomeridiane dello stesso dì, mentre io e i miei
compagni missionari eravamo occupati a scrivere nella camera della
_dahabìah_ la quale era ferma e un po' scostata dalla sponda, quattro
Negri _Abialàñġ_ chiamavano il Turcimanno, dicendo che avrebbero voluto
parlargli. Il Turcimanno, senza che nessuno di noi se n'accorgesse, si
fece condurre alla riva da uno dei nostri giovani catecumeni, di nome
_Fathàllah_, sopra una piccola e leggiera piroga ch'era legata a poppa
della _dahabìah_.
I Negri lo persuasero facilmente a ritirarsi con loro in una bassura
distante dal fiume circa due tiri di fucile, ripetendo che avevano
interessanti discorsi da fare con lui. _Cher-Allàh_, il quale quanto
era buono altrettanto era semplice ed incapace di sospettar male di
nessuno, vi andò, e lo seguì pure _Fathàllah_, curioso naturalmente di
udire i loro discorsi. Ma essi, fatte poche parole sulle schiave da noi
liberate, dissero al Turcimanno:
— Or tu devi condurci alla barca perchè desideriamo di vedere e di
parlare coi Bianchi che vi si trovano.
— Volentieri, rispose, e vedrete quale accoglienza sincera e cordiale
vi faranno i miei Signori, che son tanto buoni, sapete; e come tali
li conoscerete sempre più quando verranno ad abitare fra voi; pregate
intanto la Gran-Pioggia (_Dèn-did_, Dio) perchè ciò avvenga presto.
Non appena il Turcimanno e il giovine _Fathàllah_ presero il sentiero
per accompagnarli alla barca, si sentono colpiti da una lancia vibrata
loro alle spalle, e mandano un fortissimo ed acutissimo lamento.
I barcaiuoli diriggono a quella parte gli sguardi; veggono i Negri
fuggenti e il giovine solo, che con una corsa da disperato veniva
verso il fiume. Essi gridano allora ad una voce: il Turcimanno, il
Turcimanno, presto si accorra ad assistere il Turcimanno! A questo
grido noi balziamo spaventati fuori della camera, mentre il giovine
catecumeno, scendendo dalla riva cade colla faccia per terra, nè più si
muove. Io montai tosto sulle spalle di un barcaiuolo e mi feci portare
presso lui, nella fiducia di battezzarlo.... gli versai l'acqua sul
capo dicendo con voce tremante e convulsa: se sei vivo, io ti battezzo
nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo.... lo chiamai
tre volte.... poveretto!... non rispose.... era morto. — La cruda
lancia l'aveva trafitto; e nessun di noi sapeva comprendere com'egli
avesse potuto reggere ad una corsa così violenta, dopo tanta ferita!...
Il Turcimanno, che trovammo disteso per terra, fu colpito presso la
scapula diritta; ma fortunatamente la lancia non s'internò molto da
produrre, a mio avviso, una ferita mortale. Da due barcaiuoli venne
trasportato nella camera della _dahabìah_, adagiato in un letto, e
subito medicato con arnica.
Il cadavere del giovine _Fathàllah_ fu deposto in quella piroga ch'egli
poco prima aveva guidata e rimorchiato all'altra riva del fiume fra
i pianti dirotti delle giovinette della missione e dei tre superstiti
suoi compagni.
Davanti ad una scena sì dolorosa, crudele ed orribile, lascio
pensare ad ognuno come il cuore di noi missionari dovesse sanguinare
internamente.
Io, per me, non misi alcun grido: il colpo era stato troppo profondo,
perchè il mio dolore potesse manifestarsi con lagrime e gemiti. — Ero
seduto solo presso la piroga, e l'occhio avevo fisso al cielo.
Intanto era giunta la notte, calma, immobile e splendida. Le
innumerevoli stelle nell'azzurro del firmamento mi parevano tanti
sguardi scintillanti, aperti, d'un altro mondo sopra la terra
intenebrata: e da quel cielo lontano sentivo come una voce che mi
parlava al cuore parole di conforto e di rassegnazione. Passai tutta
quella notte recitando alcune preci all'anima del trapassato, ed
assistendo il povero ferito, il quale diceva di sentirsi piuttosto
male, e si godeva ch'io continuassi a parlargli del divin Redentore e
de' suoi patimenti, nei quali egli trovava un dolce conforto; ed io gli
dicevo:
— Povero il mio _Cher-Allàh_! ti senti male n'è vero...? ed io soffro
a vederti così; ma tu non perderai la pazienza nelle tue sofferenze...
e quando ti parrà di non poter resistere al dolore.... mira Gesù Cristo
in croce, che patì tanto per noi...!
— Sì, farò come tu mi dici, e Dio m'aiuterà certo.
— Sì, t'aiuterà; pensa che non c'è palpito nè lagrima d'oppressi che
sieno dimenticati da questo divino Consolatore. Egli porta nel suo
cuore paziente e generoso i dolori di tutto il mondo... Sopporta
adunque pur tu, o fratel mio, con pazienza e con rassegnazione il
dolor tuo, e sta sicuro che, per quanto è vero che c'è un Dio, verrà il
giorno della retribuzione.... e per tutti.... anche per quegl'infelici
che hanno tentato di assassinarti.... come hanno assassinato il povero
_Fathàllah_; ma noi vogliam pregare per loro, come c'insegnò Gesù
Cristo....
— Sì, padre, tu l'hai detto più volte, che questo Crocifisso morente in
croce perdonò ai suoi crocifissori.... dunque anch'io perdono.
_Cher-Allàh_ stringeva colle mani un Crocifisso, e contemplava con
adorazione la maestà di quel volto, ove splendeva una pazienza sublime,
e lo sguardo divino commosse l'anima di lui sino nelle più intime
fibre. Allora egli mi diede un'occhiata espressiva, colla quale pareva
volesse dirmi qualche cosa....
— Parla, parla, o fratel mio, dimmi.... io sono qui per assisterti in
tutto quello che desideri.
— Una carità ti domando, o padre.... battezzami subito.... Tu m'hai
insegnato che senza il battesimo, nessuno può entrare nel regno dei
cieli a goder Dio per sempre.... e s'io morissi, e tu non fossi in
tempo di battezzarmi....
— Tranquillati, o _Cher-Allàh_; in questo caso, il desiderio che tu hai
d'essere battezzato supplirebbe al battesimo di acqua. Tuttavia voglio
accontentarti, abbenchè io non veda che tu sia in pericolo di morte;
spero anzi che tu guarisca, e presto.
— Perdona, padre, alla mia ignoranza.... Io mi metto nelle tue mani....
Quelle cose che tu mi hai insegnate, le ascoltai volentieri.... e le
credo con tutta l'anima mia.... e provo un piacere che non ti so dire,
a sentirmele ripetere.... ma non saprei recitarle a memoria, perchè io
sono un povero ignorante.... e la memoria specialmente non mi serve.
Io lo disposi a ricevere questo sacramento, e poi lo battezzai.
Da questo momento il cuore di _Cher-Allàh_ riboccò d'una gioia così
grande che m'è impossibile di esprimerla; bisogna averlo veduto, per
averne una qualche idea; quella gioia, bisognerebbe averla provata
per apprezzarne la grandezza. Egli si sentì rinascere il cuore,
e provò celesti ineffabili emozioni. Gli acuti dolori che prima
sentiva tanto, non voleva più sentirli.... e non li sentiva più. — Il
sentimento del dolore rimase sopraffatto da quello della gioia d'esser
cristiano, seguace di Cristo; e pregava per tutti, ma specialmente
per la conversione de' suoi fratelli africani.... e pregherà ancora,
mentre egli vive presentemente nella casa dei Missionari cattolici in
_Chartùm_[14].
Fattosi il mattino, ordinai a quattro barcaiuoli di prendere con loro
una vanga e di seguirmi. Poco distante dal fiume venne scavata una
fossa profonda; e tornati alla barca, feci levare il cadavere dalla
piroga. Noi sacerdoti coi giovanetti della Missione recitammo le solite
preci pei defunti; e quindi due compagni del povero _Fathàllah_,
assistiti da due barcaiuoli, ne portarono il cadavere al sepolcro,
preceduti da tutti noi altri. Fu seppellito in silenzio, colmata la
fossa, ricoperta d'erbe, e benedetto quel tumulo.
Nessuna pietra segna il luogo ove riposa il vostro fratello — io
dissi allora ai giovinetti della Missione che piangevano — ma il
suo e nostro Salvatore conosce questa tomba, da cui egli risorgerà
immortale per partecipare alla gloria degli eletti. Voi lo sapete,
quanto era buono _Fathàllah_! Quanta premura metteva nell'apprendere
il catechismo! Quanto desiderava di essere battezzato!... Dio se l'ha
voluto con lui.... sia fatta la sua volontà. E voi, figliuoli miei, lo
dimenticherete mai, il fratello, nelle vostre preghiere?... procurerete
sempre d'imitarne le virtù...? Tutti abbassarono il capo in segno
d'affermazione, e risposero.... con un gemito!