Il regno dei _Scìluk_ e il loro Governo — Mezzi d'incivilimento
— Punizioni — Diritto di elezione al trono — Residenza reale —
Quanto si possa fare assegnamento della parola di un re Negro —
Il latrocinio — Divisione, carattere e costumi vari dei _Scìluk_
— La schiavitù presso i _Scìluk_ e gli Arabi in _Hèllat-Kàka_ — I
mercanti d'avorio divenuti rapitori e mercanti di schiavi.
Tra i Negri che s'incontrano lungo le rive del fiume _Bianco_, non
havvi che la tribù dei _Scìluk_ che abbia un Re, il quale risiede a
_Dènab_, ed esercita una indeterminata autorità generale, che viene
spesso limitata dalle reciproche gelosie e dal capriccio di alcuni
Capi de' villaggi vicini, i quali compongono una specie di Consiglio di
Stato.
I due più grandi villaggi fra i _Scìluk_ sono _Hèllat-Kàka_, tra il 10º
e l'11º lat. N., villaggio che si estende lungo la riva sinistra del
fiume per quasi tre miglia geografiche, ed è diviso in tante borgate
vicinissime le une alle altre e scostate dal fiume circa un quarto
d'ora di cammino; e _Dènab_ (a 9°, 5′), ch'io ritengo col Kotschy sia
la capitale dei _Scìluk_ e non _Hèllat-Kàka_, come pretesero alcuni.
_Dènab_ trovasi più nel centro della tribù; _Dènab_ è la residenza del
Re; _Dènab_ è abitato puramente dai _Scìluk_, mentre _Hèllat-Kàka_ si
compone di famiglie di tante e diverse tribù; vi si vede l'Arabo bruno
de' _Baggàra_, il giallastro degli _Hossanìeh_, l'uomo di _Nóba_, del
_Kordofàn_, del _Dàr-fùr_, il Negro _dénka_, il mercante dongolèse e
l'indigeno _Scìluk_.
I Negri _scìluk_ sono di mezza statura, ben tarchiati, forti, ruvidi
com'è la loro pelle, han l'occhio vivo, penetrante, feroce; sono per
natura bellicosi e vendicativi; essi vivono per solito di pesca, di
caccia, di furti e di rapine.
Il Monarca, assistito dal Consiglio di Stato, piuttosto che reggere i
suoi sudditi gli opprime.
Il meschino commercio, che da circa ventanni s'è iniziato colle barche
de' mercanti passeggieri, i quali sulla riva del fiume, con perline
di vetro, comprano dalle donne e dalle fanciulle _gherre_, _borme_
(piccoli e grandi vasi di terra cotta), galline, uova, latte, grano di
dùrah (_holcus dùrah_) e, nell'interno della tribù, denti di elefante,
non è possibile che progredisca perchè è strozzato da monopoli
del Monarca e dei membri del Consiglio di Stato, dalle proibizioni
d'esportazione e d'importazione, e dalla capricciosa mutabilità degli
ordine; e con tali vincoli posti al commercio, come potrà mai, io
dico, attuarsi l'industria? e l'arte di lavorare e rendere fruttifero
il terreno, che pure in alcuni luoghi è tanto fecondo, come potrà
introdursi, io domando, e perfezionarsi, se quel po' di agricoltura
che oggi vi si pratica, in modo però da non meritare quasi il nome di
arte, trovasi aggravata di balzelli e vincolata nell'esportazione dei
prodotti?...
Conquistare bisogna simili regioni colla forza, ma con una forza
che tenda ad edificare, non a distruggere; con una forza che emani
da un popolo religioso veramente e civile, il quale sparga qua e là
colonie numerose e forti, che s'affratellino con que' poveri Negri e
s'accomunino fino a stringere matrimoni, e insegnin loro a legarsi
in amichevoli relazioni con tutti, ma specialmente colle tribù che
hanno la medesima origine e parlano la stessa lingua, cercando così
d'infondere nei loro animi il sentimento di nazionalità e far che
incominci a risorgere fra tribù e tribù il commercio che ora è morto;
mentre nessuna tribù osa oltrepassare i propri confini se non per
portare la guerra alla tribù vicina, affrettandosi poi a ripassarli.
I Negri di una tribù, che ordinariamente non supera i venticinque mila
abitanti, vivono sempre isolati, fuggendo ogni altro consorzio umano.
E in questa mancanza assoluta di comunicazioni, essi rimarranno sempre,
quali sono, ignoranti di tutto, timidi, creduli, superstiziosi. Ignari
di quanto succede a non molta distanza dal proprio paese, immagineranno
cose straordinarie e prodigiose.
Alcuni anni sono Lakonò, Gran Capo d'una tribù sul fiume _Bianco_,
raccontava a un certo Solimàn Kàscef che a dieci giorni di cammino dal
luogo ov'essi si trovavano, esistevano miniere d'oro inesauribili, le
quali erano custodite da esseri mostruosi, che avevano la testa di cane
e che si pascevano di carne umana[9].
Qualunque educazione ricevano i Negri da Missionari premurosi e
zelanti, lo spirito rimane sempre frivolo e vano, la loro attività
sopita, infermo il ragionamento. Sono bambini incapaci di regolarsi
da sè, che si trastullano dei gingilli, si dilettano al racconto delle
storielle, sorridono alla favola, ammirano i giuochi di prestigio, ma
sdegnano affatto la scienza, e non vogliono saperne di religione.
Come sopita in loro è la ragione, così lo è l'immaginazione. È vero
che i popoli barbari, per lo più, amano molto la poesia, la quale
somministra i più brillanti colori, ond'essi si compiaciono di
tracciare i graziosi quadri d'un'ingegnosa mitologia. I Greci non hanno
aspettato Pericle per creare l'Iliade; e l'Arabo selvaggio, nomade,
predatore, recava alla Mecca, assai prima dell'islamismo, il tributo
de' suoi versi. Vi s'incontravano allora poeti sporchi, affamati,
seminudi, a lunga ed unta capigliatura, cantare le gesta degli Eroi o
i saggi dell'amore con quella forbitezza di lingua, con quell'eleganza
ardita, con quella grazia ingenua che noi ancora ammiriamo, e di cui
n'è prova il _Moallakàt_ di _Sciànfara_.
Nulla, assolutamente nulla di tutto questo presso i Negri. Le loro
canzoni rassomigliano ai ritornelli che balbettano i fanciullini;
e il più delle volte si compongono di parole slegate, dalle quali
difficilmente si può dedurre un concetto. Tali sono i Negri _scìluk_,
e tali sono tutti i Negri da me visitati entro il bacino del fiume
_Bianco_.
Insomma, fuori d'un miracolo di Dio, il quale può tutto, io non
vedo altro mezzo che valga a mettere in sulla via della civiltà
i popoli selvaggi dell'Africa Interna che una forza bene intesa e
l'incrociamento di razze.
Il Re dei _Scìluk_ punisce con delle multe i furti e le rapine; e gli
omicidi colla morte a colpi di lancia o di bastone.
Ciascun villaggio ha il suo Capo, che viene eletto dal Re e che deve
invigilare alla osservanza degli ordini superiori, quando si tratta
specialmente della vendita dei denti di elefante, la quale non può
seguire che dietro il consenso del Monarca, a cui va pagata la tassa.
Uno che fosse colto in flagranti sarebbe tosto punito e spogliato di
tutto ciò che possiede.
Il regno dei _Scìluk_ non è ereditario, come scrisse qualche
viaggiatore. Quando io visitavo per la terza volta questo regno e
mi trovavo a _Dènab_ il 7 dicembre 1859, il Re, di nome _Mievdòk_,
era già morto sin dal febbraio dello stesso anno, e nelle sue ultime
agonie veniva finito con tre colpi di lancia da uno dei suoi parenti
più stretti, perchè disdice ad un Monarca sì grande il morire, come
essi ripetono, d'una morte troppo comune. Egli sen giaceva ancora
insepolto, ben chiuso in una capanna, perchè non era stato eletto il
successore, che si diceva dover essere il figlio di un suo fratello
chiamato _Ghèu_. «La scelta però dipende dal voto del popolo, e appena
il successore sarà stabilito in carica, il defunto Monarca verrà
seppellito sotto un tamarindo presso la residenza reale;» così diceva
a' miei barcaiuoli un vecchio _Scìluk_, che mostravasi dolente di una
nuova elezione, e che meglio era, andava ripetendo, di vivere senza Re.
_Dènab_; con questo nome vengono chiamate diverse borgate, che per
notevole estensione si succedono l'una all'altra lungo il fiume; e
in mezzo a queste, un po' distante dalla riva, abita il Gran Re dei
_Scìluk_, a cui nessuno, pel dovuto rispetto, può presentarsi se non
procedendo carpone.
La residenza reale è tutta chiusa da un ricinto quadrato (_zerìbah_),
e si compone di circa sessanta capanne di paglia, di cui altre hanno
il tetto acuminato, ed altre rotondo come una cupola. Quasi tutte
sono abitate dalle donne di Sua Maestà, il quale passa la notte e il
giorno or nell'una or nell'altra come meglio gli aggrada. Quattro o
cinque di queste capanne son destinate per le donne incinte, e otto
o dieci per quelle che soffrono comecchessia incomodi di salute; una
grandissima capanna poi, che si distingue fra tutte l'altre anche per
la sua forma, è riserbata per la tesoreria. Essa contiene i più grossi
denti d'elefante e d'ippopotamo, maravigliose corna di rinoceronte e di
diverse antilopi, preziose pelli di animali feroci, i più bei campioni
di perline di vetro, stoffe di tela e sciabole donate al Monarca da
mercanti arabi, turchi, europei. Questa capanna è considerata come
luogo sacro, e solamente le persone che sono in grazia di Sua Maestà
possono porvi il piede.
Ai quattro angoli fuori del grande ricinto della residenza reale
sono quattro piccole _zerìbeh_, ciascuna delle quali contiene
intorno a cinquanta Negri scelti fra i più forti della tribù; e
questi costituiscono la guardia nobile dell'Augusto Monarca. Davanti
all'ingresso s'inalzano parecchi superbi tamarindi, dei quali il più
maestoso copre colla sua ombra il seggio reale; e qui s'uniscono a
consiglio i Capi, qui si danno giudizi, qui si pronunciano sentenze.
I padri, che posseggono belle e graziose ragazze, si tengono onorati
di poter presentarle ai piedi del Re; così che io credo che il Re dei
_Scìluk_ conti più donne del Gran-Sultano dei Turchi.
Per conoscere quanto si possa fare assegnamento della parola di un re
Negro, leggiamo ciò che lasciò scritto M. Jules Poncet, negoziante e
viaggiatore ch'io conobbi di persona in _Chartùm_, nel suo libro: _Le
fleuve Blanc, e les chasses a l'éléphant_:
«En 1860, mon frère Ambroise s'arrêta au-dessus de Dénab, pour essayer
d'obtenir du roi des Schellouk la permission de chasser dans ses
États. Comme ce Monarque n'a jamais voulu recevoir aucun blanc, mon
frère dut lui envoyer notre reis Oued-Khalled, et un de nos employés
nommé Messaad, qui ayant habité chez les Schellouk, parlait bien leur
langue; mon frère envoyait à sa majesté à titre de cadeau plusieurs
sacs en indienne, pleins de différentes verroteries. Nos émissaires
partirent de la barque, traversèrent deux gros ruisseaux pour arrivar
à la résidence royale. Ils s'assirent sous un tamarinier, et quelques
minutes après s'être fait annoncer, le roi sortit de son palais, tenant
sa pipe d'une main et son bâton de l'autre, du reste nu comme tous ses
sujets; il alla s'asseoir sous son arbre particulier. Un Nègre vint
alors dire à nos gens de s'approcher. Ils marchèrent dans la direction
du roi jusqu'à une distance de quinze pas, puis s'agenouillèrent en
marchant sur les pieds et les mains, selon l'usage, jusqu'à la distance
de trois ou quatre pas de sa majesté, qui reconnut d'abord Messaad, à
qui il dit: Messaad, pourquoi es tu venu? Ce dernier répondit, ce qui
était la vérité, que les Schellouk, après avoir tué son frère l'anné
précédente, l'avaient dépouillé de tous ses biens, et qu'à la suite de
ces malheurs, il s'était retiré auprès d'un blanc, qui lui avait donné
des armes et des hommes pour chasser; que ce même blanc le saluait,
e lui envoyait par ma médiation quelques sacs des verroteries, avec
prière de lui permettre de chasser l'éléfant, ainsi qu'à lui Messaad,
connu de tous les Schellouk, et duquel l'on n'avait rien a craindre.
«Le roi, sans dire un seul mot, ouvrit les sacs qu'il regarda
attentivement, en prit deux contenants les plus belles verroteries;
puis il distribua le reste à ses gens. Il parut satisfait, et après
avoir gardé le silence quelques minutes, il dit à Messaad: Retourne
auprès de ton blanc, et dis-lui que je donne pleine permission à
Messaad de chasser dans mes États, et que, dès demain, j'en avertirai
les chefs de tous les villages.
«Nos deux émissaires se trouvant très-satisfaits de cette promesse,
le remercièrent en termes flatteurs, et se retirèrent en marchant
sur leurs pieds et leurs mains comme ils étaient venus. Ensuite, ils
s'en vinrent raconter a mon frère le résultat de leur ambassade. Le
lendemain, Messaad et ses hommes sortirent pour aller chasser. Dejà ils
étaient en route, quand mon frère les rappela d'àprès un contre-ordre
de sa majesté, que deux émissaires lui avaient apporté peu après leur
départ.
«Les députés de ce monarque remirent à mon frère de la part de leur
maître, deux boeufs en cadeau, et lui dirent que son conseil l'avait
déterminé a retirer sa parole pour cette permission de chasse, ajoutant
que les Turcs prenaient le prétexte de chasser pour s'emparer de ses
États, et que, d'après cette réflexion, sa majesté ne permettait pas à
Messaad de chasser, et qu'en outre, il invitait mon frère de partir de
suite avec ses gens.
«Un de ses émissaires, qui s'appelait Cheik Abder-Rhamàn, nous assura,
en langue arabe, que c'étaient les conseillers seuls du souverain qui
l'avaient fait revenir sur sa promesse.»
I Negri _scìluk_ sono il popolo più turbolento, più audace, più
traditore, più ladro di tutta la vallata del _Bàhr-el-Àbiad_. Il Re
però e tutti i Capi sanno reprimere colla forza questa loro indole
perversa, nell'interno della tribù; ma non impediscono che venga
dispiegata al di fuori, anzi la favoriscono col ricever parte dei loro
furti. I genitori stessi avvezzano i loro ragazzi a rubare. Fra questi
Negri il latrocinio è ammesso come cosa naturalissima, sempre però
fuori della loro tribù, quando non si tratti di derubare un forestiero.
— Mi ricordo che un giorno, giusto nel paese dei _Scìluk_, stanco di
starmi seduto in barca nel mio ristretto e disagiato casotto, montai
sulla riva e m'addentrai nel bosco non più di cento passi, perchè i
miei barcaiuoli m'aveano avvertito che non conveniva allontanarsi
troppo dal fiume per timore dei Negri. Eran circa due ore dopo il
mezzodì; avevo appena mangiato un boccone; m'acconciai comodamente
all'ombra di una pianta a fare il chilo, e deposta da banda la mia
pezzuola e la tabacchiera d'argento, che mi tenevo cara assai non
tanto pel suo valore intrinseco, quanto per la persona che me l'aveva
regalata, m'addormii. Svegliatomi dopo alcuni minuti, non trovai più
nè pezzuola nè tabacchiera. Alcuni giovinetti Negri, che ho veduto
poi a qualche distanza fuggir via, se n'erano serviti. È incredibile
l'audacia di questi monelli. Non c'è luogo dove non penetrino, malgrado
la più oculata sorveglianza; strisciano, guizzano, si schiacciano
contro terra, coperti d'erba, di paglia, di foglie; rischian la vita
per un nonnulla. Io stetti lì ancora un cinque minuti, mortificato,
immobile sotto l'albero, colle braccia incrociate, e lo sguardo fisso a
terra, esclamando di tratto in tratto: — Ah! che birboni!!... e tornai
poi in barca a rintanarmi nel mio casotto.
Del resto i Negri _scìluk_ nelle loro grandi spedizioni si raccolgono
in numero di cento e più, e discendono o rimontano il fiume sopra
leggiere piroghe, armati di lancia e di scudo e muniti di grossi
utensili, per dare la caccia all'ippopotamo e al coccodrillo. Essi
vanno disciplinati; hanno dei Capi, degli statuti, dei diritti
riconosciuti in un certo senso persino dal Governo. Se discendono il
fiume, spiano continuamente gli Arabi della riva sinistra e i _Dénka_
della riva destra, e tirano specialmente alle loro vacche. Qualora
riescano ad impossessarsene le spingono nel fiume, e d'isola in isola
le conducono presso alle loro abitazioni. I _Scìluk_ poi del sud fanno
le loro spedizioni lungo il _Sóbat_ e fino all'imboccatura del fiume
delle Gazzelle (_Bàhr-el-G¨azàl_), cercando di derubare per sorpresa i
_Gianghè_ della riva sinistra o i _Nuèr_ della riva destra.
Durante la spedizione, che può durare anche più di un mese, essi dànno
la caccia agli ippopotami e ai coccodrilli[10]. Da questi ultimi hanno
il muschio, di cui fanno mercato; e dei primi conservano la pelle e i
denti canini, ricercatissimi specialmente da qualche Inglese.
I _Scìluk_ appetiscono assai la carne dell'ippopotamo che tagliano a
lunghe striscie; quindi la sospendono a corde tese all'ombra e all'aria
aperta, non mai al sole; e passate circa ventiquattr'ore hanno la carne
secca che può servir loro di nutrimento per qualche mese. Rarissime
volte mangiano la carne del coccodrillo, che è molto indigesta e sa
di muschio. Vidi a mangiarne una volta i miei barcaiuoli, e io avrei
proprio desiderato di assaggiarla, tanto più che quel coccodrillo
l'avevo ucciso io stesso con un colpo di carabina; ma non mi fu
possibile di accostarne briciolo alla bocca; il puzzo spiacente che
mandava mi sconcertò talmente, che dovetti uscire di barca per non
rigettare.
I _Scìluk_ sono divisi in due classi. Quelli che si trovano ad
_Hèllat-Kàka_, o più a nord, che sono assai pochi in confronto
degli altri, vengono, per così dire, considerati come schiavi degli
Arabi da quelli che abitano più a sud, i quali si estendono fin
quasi al lago _No_, formato dalla mescolanza delle acque del fiume
Bianco (_Bàhr-el-Àbiad_) con quelle del fiume delle _Gazzelle_
(_Bàhr-el-G¨azàl_ o _Kèilak_). In realtà però i _Scìluk_ del nord
vollero emanciparsi dal predominio tirannico del Re e de' suoi
Consiglieri, mescolandosi cogli Arabi, dei quali non si può dire
che sieno schiavi. Questi _Scìluk_ non hanno stabili abitazioni,
sono erranti; io ne vidi attendati fin presso al 14º grado, e vivono
unicamente di pesca, di caccia e di furti; mentre i _Scìluk_ del
sud hanno stabili dimore ed esercitano, sebbene con poco amore e con
poco studio, anche l'agricoltura. Essi coltivano il _dòkn_ (_holcus
dùrah_), e i campi sono per lo più alquanto discosti dalle abitazioni.
Avvicinandosi il tempo della raccolta, i coltivatori abbandonano le
capanne e fanno dimora in mezzo ai loro seminati, per frastornar gli
uccelli che non mangino il grano, e per guardarli dai ladri. Allora non
riposano la notte che sopra grandi alberi per difendere così la loro
proprietà senza il timore d'essere assaliti dagli animali feroci.
Il _Scìluk_ è per natura infingardo, poltrone, come ordinariamente sono
tutti i Negri. Bere la _merìssah_ (specie di birra), fumar la pipa al
suono del tamburo e della _rabàba_ (strumento simile alla ghitarra)
presso donne e fanciulle, che gesticolano, ballano, e cantano a più non
posso, è il più bel divertimento, l'unica sua ambizione.
In tempo di pace, la quale non si prolunga mai oltre il mese della
luna nel quale s'è conchiusa, i Negri _scìluk_ fanno _el-sùk_ (il
mercato) cogli Arabi _Baggàra_, cogli _Abù-Ròf_, coi _Dénka_. Nei loro
mercati essi vendono ai _Baggàra_ della riva sinistra del fiume ed
agli _Abù-Ròf_ della riva destra correggie d'ippopotamo e muschio di
coccodrillo; e ai _Dénka_ carne secca e tabacco, ricevendo in cambio
grano di _dùrah_.
I Negri _scìluk_, come tutti i Negri ch'io ho conosciuto in sulle
rive del fiume _Bianco_, hanno una maniera singolare onde preservarsi
dal freddo della notte. All'avvicinarsi della sera essi accendono un
gran fuoco, ne attivano la combustione, e allorquando le legna sono
ridotte in cenere, vi s'avvolgono con tutto il corpo unto d'olio di
ricino, formandosi così come una crosta di cenere che serve loro
di vestimento, nel quale dormono saporitamente e assai meglio che
tanti poveri sventurati qui da noi, i quali sui loro letti non hanno
abbastanza da coprirsi nella stagione invernale. Appena che coll'alba
sorge il mattino, si spogliano del loro inviluppo notturno, lavandosi
con molta cura nelle acque del fiume, e ricomparendo poi nel vecchio
loro costume, di cui la natura sola n' ha fatto le spese, e che essi
non sarebbero disposti a mutare con nessun altro. La è questione
d'abitudine; non vogliono saperne di camicia e di calzoni; essi hanno
dell'eleganza ben altra idea da quella che noi n'abbiamo; torturano
gli orecchi, le labbra, il naso con grossi anelli di ferro e di rame;
bizzarri abbigliamenti portano al collo, alle braccia, ai fianchi,
ai piedi; si tingono il corpo di terra rossa; alcuni tengono irti i
capelli; altri li voglion rasi e si coprono il capo con una pasta di
cenere intrisa con olio, a cui danno diverse forme più o meno ridicole,
ma tutte in modo da farli parer mostruosi. Ecco le loro galanterie; qui
sta tutta la loro ambizione; così è — de gustibus non est disputandum —
e tanto basti.
Un contrassegno, un'impronta particolare, fatta con un ferro rovente,
il più delle volte sulle spalle, sulle guance, o sulla fronte serve a
distinguere tribù da tribù, e talora villaggio da villaggio.
Le ragazze dei _Scìluk_ sono piuttosto brutte; laide se le consideriamo
dal lato materiale, e laidissime dal lato morale. Esse vanno affatto
ignude fino al momento del loro matrimonio, il quale ha luogo, come
presso tutte le tribù negre del fiume _Bianco_, intorno ai vent'anni.
Allora si coprono con due pelli di capra o di montone, davanti e di
dietro, le quali pelli s'uniscono solamente alla cintura, lasciando
scoperta la parte esteriore delle coscie. Un numero maggiore o minore
di bovi, secondo il potere dello sposo, è la dote della futura sua
moglie. La dote vien consegnata ai genitori di lei, i quali dovranno
conservarla per farne la restituzione al marito, nel caso che la
moglie, stanca di lui, volesse fare ritorno alla propria famiglia; e
questo non è solo costume particolare dei _Scìluk_, ma di tutti i Negri
lungo le rive del fiume.
I _Scìluk_ sono cupidi di schiavi, ma specialmente gli abitanti del
nord, i quali s'uniscono quasi sempre cogli arabi _Baggàra_ nelle loro
spedizioni per la tratta di altri Negri, dei quali fanno poi crudele
mercato.
Il luogo, nel quale venivano raccolti i poveri schiavi, era
_Hèllat-Kàka_, ove traevano mercanti di molti paesi per comperare...
carne umana. Nel 1859, quand'io mi trovavo appunto sul luogo, mi fu
detto che ve ne erano stati venduti presso a 500, quasi tutti dell'età
di otto o dieci anni. Molti di quegli infelici muoiono in breve tempo,
altri di stento ed altri di nostalgia. I loro padroni prima di esporli
in vendita, gli ingrassano, come si fa de' polli d'India; cercano di
guarirli dalla nostalgia colla musica, co' balli, col canto; ne evirano
alquanti, e insegnano o fanno loro insegnare qualche parola araba; il
che ne aumenta il prezzo, che è ordinariamente cento piastre egiziane
(quasi venticinque lire italiane) per un ragazzo, duecento per una
bimba, circa ottocento per una giovane di diciassette o diciott'anni,
bella, la quale sappia parlare un po' l'arabo e che non abbia ancora
partorito; ed altrettante per un giovinetto evirato. Il Re dei _Scìluk_
ha un tanto per cento sugli schiavi venduti da' suoi sudditi. Se muore
uno schiavo, il suo corpo vien gittato nel deserto e fatto pascolo
delle belve; se egli ammala, e la sua malattia è creduta contagiosa
e difficile a guarire, lo si adagia alla meglio sopra il fusto di
un albero nell'interno della foresta, ed accanto gli si pone un vaso
d'acqua e qualche cosa da mangiare; e lo si lascia là ignudo giorno e
notte, esposto all'aperto, qualunque sia la stagione. Avviene talvolta
che l'acqua venga meno, che gli manchi il cibo, che il male aggravi;
egli allora invoca aiuto, smania, si contorce... Gridi pur l'infelice
quanto ha fiato, pianga, urli, si disperi, che nessuno avrà pietà di
lui... Oh potesse almeno discendere da quella pianta malaugurata!...
Non gli è possibile; v'è legato così, da non potersi per niun modo
svincolare. — Tutto ciò mi parrebbe incredibile, s'io stesso non fossi
stato testimonio d'un simile fatto.
Era la notte del quattro dicembre 1859, la terza volta che percorrevo
il fiume _Bianco_ fra _Chartùm_ e Santa Croce; la mia barca era ferma
presso _Hèllat-Kàka_; quella notte per me fu una delle più agitate del
viaggio; non mi sentivo bene; non potevo prender sonno; avevo tante
cose per la mente che m'inquietavano — il pensiero d'aver perduto così
presto la cara e dolce compagnia degli amati miei fratelli missionari,
coi quali solevo dividere il tempo in utili e preziose conversazioni,
Francesco Oliboni ch'era morto poco dopo il nostro arrivo nella
missione di Santa Croce, Angelo Melotto ch'era morto poco dopo il
nostro ritorno da Santa Croce a _Chartùm_, Isidoro Zili ch'era pur
morto in _Chartùm_, Alessandro Dal Bosco che vi lasciai gravemente
ammalato, Daniele Comboni che sofferente di febbri era tornato in
Europa. E i missionari tedeschi?... quasi tutti erano morti. Ma ancora
più m'inquietava il pensiero del richiamo, che per mezzo mio ordinava
il Prov. Apostolico Matteo Kirchner, col beneplacito di Roma, de' pochi
missionari superstiti dalle stazioni di Santa Croce e di _Kondókoro_
sul fiume _Bianco_. Ecco, io sclamavo allora, troncato d'un sol colpo
il filo delle mie speranze... dopo tante e tante fatiche sostenute,
dopo il sacrificio di tante vite! oh quanta maledizione pesa su questo
suolo africano! quanto incomprensibili sono i giudizi di Dio!... ma
sia fatta la volontà sua. E voi, anime a me tanto care, che or vi beate
lassù nel cielo della vista del Padre universale e onnipotente, il cui
Figlio incarnato sparse per tutti il preziosissimo suo sangue, ah!
pregate affinchè lo Spirito Santo che dall'uno e dall'altro procede
infiammi col fuoco dell'amor suo i gelidi cuori di tanti poveri Negri,
e illumini le oscure loro menti perchè sieno fatti degni di entrare in
grembo alla vera Chiesa da Gesù Cristo fondata... deh! pregate anche
per me, che ignoro la sorte che m'attende, affinchè il Signore mi
conceda, quando a lui piacerà, di rivedervi in cielo. — A un'ora dopo
la mezza notte, appena addormentato mi svegliai; tutti i barcaiuoli e
il mio servo dormivano profondamente; a me non riuscì più di chiuder
occhio; udivo ad intervalli il latrato dei cani _scìluk_ e il ruggito
del leone; quindi in un momento di silenzio mi tuonò all'orecchio
improvvisamente una voce squarciata e selvaggia, che non tacque più fin
quasi all'alba; essa veniva dalla foresta, ed ora mi pareva d'averla
vicina, ora la sentivo lontana, poi tornava a risonare più vicina,
a seconda del vento che spirava, e sempre in tono di lamento, di
disperazione; e prorompeva di tratto in tratto in grida acutissime, che
mettevan freddo nelle vene. Io svegliai allora il servo e i barcaiuoli
perchè essi pure ascoltassero quelle grida; e tutti eravam persuasi
fossero le grida d'un infelice che domandasse soccorso. All'alba del
giorno, io con tre barcaiuoli e il servo movemmo verso quella parte
della foresta donde era venuta la voce, e dopo breve cammino scoprimmo
il cadavere d'uno schiavo in mezzo a un lago di sangue, che alcuni
cani, più fortunati di lui! leccavano. — Gittammo un grido di stupore.
— Accanto al cadavere era una donna che accarezzava il suo volto
sanguinoso, singhiozzando, ridendo convulsivamente, mormorando con
voce infantile parole di disperazione e d'amore. Il cadavere, caldo
ancora, aveva sei ferite nel petto; aveva un occhio crepato, morsicate
le braccia e le mani, e stava disteso in terra sotto l'albero, sopra
il cui fusto era stato legato quand'era vivo, ed ora vedevasi ancora
la fune e un piccolo vaso di terra senz'acqua. Chi fosse quella
donna, pazza di dolore, non l'abbiam potuto sapere; nessuno capiva la
lingua che parlava.... Ah! forse sarà la moglie, io dissi, di questo
sventurato!... Ma e chi l'ha ucciso così crudelmente?... e perchè?...
mistero!
Il 17 febbraio 1860, essendo io di ritorno da _Kondókoro_ e da Santa
Croce coi missionari tedeschi Francesco Morlang, Antonio Kaufman,
Giuseppe Lanz, con due laici, membri pure della missione, e con
quattro giovinetti Negri e sei giovinette, catecumeni, m'arrestai colla
_dahabìah_ davanti alla maggiore borgata di _Hèllat-Kàka_, distante dal
fiume circa un quarto d'ora, per comperare delle uova, delle galline,
de' fagiuoli e due o tre montoni da mangiare durante il resto del
viaggio fino a _Chartùm_.
Nella mia assenza di circa due mesi, la popolazione araba di
_Hèllat-Kàka_ s'era aumentata di forse duecento abitanti provenienti
dalle montagne di _Tèghele_, i quali, come gli altri Arabi che da
parecchi anni erano qui stabiliti, non avendo che poco bestiame,
scelsero a loro dimora questa posizione perchè assai opportuna per la
tratta dei Negri. Gli schiavi venivano poi venduti o qui sul luogo, o
sui mercati di _Dàr-Fùr_ e di _Kordofàn_.
_Hèllat-Kàka_, dal tempo che Seid Pascià vicerè dell'Egitto proibì la
compera e vendita degli schiavi, n'era divenuta l'emporio, e gli Arabi
crescevano ogni di più. Le loro capanne sono spartate da quelle dei
Negri _scìluk_ e compongono il gruppo principale di questa contrada.
Due de' miei vecchi barcaiuoli, che da parecchi anni conoscevano
questi Arabi, mi dicevano che non era che da poco tempo ch'essi avevano
migliorata d'assai la loro condizione, da quando, cioè, cominciarono
a tener commercio con alcuni mercanti d'avorio che percorrevano il
fiume _Bianco_, dai quali compravano ogni anno buon numero di schiavi,
qualche volta con piastre egiziane, ma il più delle volte con grossi
denti di elefante, ch'essi ritraevano dagli Arabi dell'interno. Così è,
alcuni mercanti di _Chartùm_, ch'io ho conosciuto, Turchi specialmente,
i quali viaggiavano sul fiume _Bianco_ coll'unico scopo di sordido
guadagno, vedendo che la quantità dell'avorio diminuiva sempre più, che
i concorrenti aumentavano e che crescevano le spese; nè avendo i mezzi
da procacciarsi carabine di grosso calibro, e di assoldare uomini per
dar la caccia agli elefanti, come facevano gli Europei, ricorsero ad
uno spediente assai facile onde provvedere ai loro interessi, abusando
ferocemente della impunità dei loro atti ingiusti e crudeli. Questi
mercanti non s'allontanano mai dal fiume, ed allorchè veggono in sulle
rive donne e fanciulle venute per lavarsi e per riempiere d'acqua le
loro _bórme_ (vasi di terra), o giovinetti che guardano il bestiame,
o qualche casotto di poveri pescatori, si fanno subito annunziare dai
Negri loro turcimanni quali buoni amici, che vanno in cerca di denti di
elefante per comperarli, e mostrano alcune perline di vetro delle più
belle, e ne promettono in dono per adescare gl'innocenti; anzi dalla
barca ne gettan loro alquante file. Le donne allora, e i giovinetti
specialmente, provocati dai doni bugiardi dei traditori, si raccolgono
in buon numero; approfittano quindi gl'inumani del timore, che ispira
loro lo scarico dell'armi da fuoco; uccidono i più forti che potrebbero
opporre una resistenza; altri feriscono; molti mettono in fuga, e
s'impadroniscono così a sangue freddo delle donne e de' fanciulli. Gli
sventurati vengono tosto condotti in _Hèllat-Kàka_, ove il padrone
della barca lascia un suo rappresentante chiamato _uakìl_, perchè
procuri di venderli al più presto; mentre egli ritorna in traccia
di nuova preda. Qualche volta questi mercanti avevano l'abilità di
provvedersi di grano di _dùrah_ a buon mercato, con quattro o cinque
sole fucilate, che spaventassero i Negri venditori, i quali per campare
la vita lasciavano volentieri la loro merce. Non era più possibile di
porre il piede sicuri sopra una riva, ov'erano state commesse tali e
tante crudeltà. I Negri non potevano più fidarsi, e con ragione, degli
stranieri, e studiavano ogni modo per vendicarsi.