Sire,
«Secondo il desiderio della Maestà Vostra, io partirò il 23 da Genova
per Caprera, e sarò fortunato quando voglia valersi del mio debole
servizio.
«La dimissione mia, chiesta al Governo della Toscana ed al generale
Fanti, non è ottenuta ancora. Prego Vostra Maestà si degni ordinare
venga ammessa.
«Con affettuoso rispetto di Vostra Maestà
«Devmo
«_G. Garibaldi_»
Ed il prode, insieme ai suoi vecchi amici che vollero dimettersi con
lui, Schiaffino, Basso, Froscianti, Elia, Gusmaroli, Stagnetti, Rossi ed
il figlio del generale Menotti si ritirarono a Caprera e colà vissero in
famiglia, amandosi come fratelli e passando le giornate a fare lavori di
muratura per condurre a termine la casa di Garibaldi, a dissodare quella
parte di terra dell'isola che si prestava alla coltivazione, a cacciare
e pescare per provvedere al loro nutrimento.
Garibaldi era da poco a Caprera quando ricevette una lettera dal
colonnello Turr con la quale gli proponeva in nome del Ministro Rattazzi
di organizzare la mobilizzazione della guardia nazionale, includendovi i
volontari.
Garibaldi rispondeva al Turr dando la sua piena adesione, e il Turr si
recava da S. M. il Re con la lettera ricevuta, e dopo di avere conferito
col Ministro Rattazzi scriveva al generale di recarsi a Torino.
Garibaldi non indugiò e arrivato a Torino prendeva alloggio all'Hôtel
Trombetta.
Il 1º di gennaio i patrioti di Torino Sineo, Bottero, Brofferio, Leardi,
Turr ed altri, vollero dare un banchetto al generale e mentre questi
siedeva a mensa cogli amici, una immensa folla lo acclama dalla piazza.
Garibaldi dovette affacciarsi e parlare al popolo: disse essere pieno di
speranze nell'avvenire della patria; avere fiducia intera nel Re
galantuomo e molto confidare nel forte carattere del popolo subalpino;
concludendo che egli non avrebbe deposta la spada finchè l'Italia non
fosse interamente unita e libera.
Ma la dimostrazione del 2 gennaio organizzata dagli studenti
universitari fu anche più imponente. Garibaldi fu costretto a parlare
dal balcone dell'Albergo: disse di andare superbo di quella
dimostrazione che lo assicurava dello amore della gioventù per l'Italia,
pronta a liberarla dal fango nel quale le potenze straniere volevano
cacciarla; concludendo così: «Ho chiesto un milione di fucili--ed oggi
vi dico che bisogna formare la Nazione armata per essere padroni dei
destini della patria nostra».
Questo discorso elettrizzò la gioventù ma ebbe un grave contraccolpo;
poichè il giorno appresso tutto il corpo diplomatico protestava presso
S. M. il Re contro le parole pronunziate da Garibaldi; e il Ministro fu
obbligato a dare le dimissioni, e il generale Garibaldi fece pubblicare
dalla Gazzetta del Popolo la seguente sua lettera:
Agli Italiani,
«Chiamato da alcuni miei amici ad assumere la parte di conciliatore fra
le frazioni del partito liberale italiano, fui invitato ad accettare la
presidenza d'una società che si sarebbe chiamata «La Nazione Armata».
«Credetti potere essere utile; mi piacque la grandezza del concetto ed
accettai.
«Ma siccome la Nazione Italiana armata è tal fatto che spaventa quanto
c'è di sleale e prepotente tanto dentro che fuori d'Italia, la folla dei
moderni gesuiti si è spaventata ed ha gridato; Anatema!
«Il governo del Re galantuomo fu importunato dagli allarmisti, e per non
comprometterlo mi sono deciso di desistere dall'onorevole e grande
proposito.
«Di unanime accordo con tutti i soci--dichiaro dunque sciolta la società
della Nazione armata--ed invito ogni italiano che ami la patria a
concorrere alla sottoscrizione per l'acquisto di un milione di fucili.
«Se con un milione di fucili l'Italia in cospetto dello straniero _non
fosse capace di armare un milione di soldati, bisognerebbe disperare
dell'umanità_!
«L'Italia si armi e sarà libera»!
Torino 4 gennaio 1860.
_G. Garibaldi_
Il Conte Benso di Cavour veniva incaricato di formare il nuovo
Ministero.
Il 17 gennaio 1860 il colonnello Turr riceveva dal generale Garibaldi la
lettera seguente:
Fino 17 del 1860.