Sig. Colonnello,
«L'Imperatore nel porre sotto ai miei ordini il 3º reggimento degli
Zuavi mi ha dato un prezioso attestato di amicizia. Io ho creduto di
non poter meglio accogliere questa truppa scelta, che fornendole
immediatamente l'occasione di aggiungere un nuovo glorioso fatto a
quelli che sui campi di battaglia d'Africa e di Crimea hanno reso così
terribile al nemico il nome degli Zuavi. Lo slancio irresistibile con
cui il vostro reggimento, sig. Colonnello, ha mosso ieri all'assalto, ha
meritato tutta la mia ammirazione. Avventarsi contro il nemico alla
baionetta, impadronirsi di una batteria, sfidando la mitraglia, è stato
l'affare di pochi istanti. Voi dovete essere altero di comandare a
siffatti soldati, ed essi debbono essere felici di obbedire ad un capo
quale voi siete. Io apprezzo altamente il pensiero che hanno avuto i
vostri Zuavi di condurre al mio quartier generale i pezzi d'artiglieria
presi agli austriaci, e vi prego di ringraziarli in mio nome. Io mi
affretterò d'inviare questo bel trofeo a S. M. l'Imperatore, al quale ho
già fatto conoscere la bravura impareggiabile con cui il vostro
reggimento si è battuto ieri a Palestro ed ha sostenuto la mia estrema
destra.
«Vogliate, sig. Colonnello, far noti questi miei sentimenti ai vostri
Zuavi».
L'Imperatore Napoleone, desideroso di mostrare la sua ammirazione pel
cavalleresco alleato e di soddisfare il voto dei Zuavi, decise che il Re
di Sardegna sarebbe pregato di volere accettare i cannoni. E così fu
infatti.
Ma un altro regalo di non minor gradimento pel Re doveva venirgli dai
bravi Zuavi.
L'indomani mattina, quando Vittorio Emanuele si recava a visitare i suoi
valorosi camerati della vigilia, ed a consegnare al Colonnello Chabron
il decreto col quale decorava colla medaglia d'oro la bandiera del suo
reggimento, il più anziano dei Zuavi gli partecipava che il reggimento
lo aveva acclamato suo Caporale e lo pregava di accettare. «Ben
volentieri amici miei» rispose il Re commosso di quel segno di simpatia
«d'ora innanzi io appartengo a voi».
Così Vittorio Emanuele fu nominato Caporale dei Zuavi, come altra volta
Napoleone Bonaparte era inalzato allo stesso grado a Montenotte.
*
* *
In seguito a questi avvenimenti il generalissimo austriaco, sicuro che
ormai l'aspettava una grossa battaglia sul Ticino, aveva pensato a
rafforzarsi, e s'era affrettato a richiamare la divisione Urban da
Varese, dandole per obiettivo Turbigo.
*
* *
Mentre avvenivano questi fatti, gli austriaci in grandi masse, comandati
dall'Arciduca Carlo, dalle alture di Montebello dimostravano, coi loro
movimenti del 19 maggio proseguiti il 20, essere loro intenzione di
stringere in un cerchio di ferro e di fuoco la 1ª divisione
dell'esercito francese, comandata dal generale Forey, prima che fosse
riunita ed in ordine di battaglia; bisognava ad ogni costo arrestare il
movimento girante delle grandi masse nemiche.
Il generale Forey vi si preparò arditamente, ordinando al colonnello
Cambriels di riunire quanti più uomini può della sua divisione in
marcia, e con questo piccolo numero di valorosi, elettrizzati
dall'ardente coraggio del generale e del loro colonnello, con audacia
senza pari si slanciò contro il nemico tre volte superiore di numero, lo
arrestò e gli tenne testa. Ma la lotta ineguale non può durare a lungo,
molti dei bravi cadono colpiti a morte fra i quali il maggiore
Lecretelle che combatteva da eroe alla testa del suo battaglione;
bisognava difendere passo-passo il terreno per impedire al nemico di
avanzare e dare tempo al resto della divisione di arrivare sulla linea
del combattimento; ma il nemico con forze preponderanti pressa, si
avanza, e la resistenza ulteriore diviene ormai impossibile; quando per
grande fortuna in quel critico momento un reggimento di cavalleria
piemontese (Monferrato) comandato dal valoroso generale De Sonnaz si
slanciò vigorosamente all'attacco in soccorso dei fratelli d'armi di
Francia e con ripetute cariche irresistibili, si gettò contro le masse
austriache che ne furono sgominate e costrette a sbandarsi e a cedere
terreno.
Intanto giunsero al generale Forey i desiderati rinforzi del resto della
sua divisione.
Il combattimento si fece sempre più accanito da ogni parte; il generale
Forey ordinò al brigadiere Beuret un supremo attacco alla baionetta; gli
austriaci non resistendo all'urto sono obbligati a cedere terreno; si
arrestano, però, al Cimitero di Montebello del quale fanno la loro
estrema base di difesa. Bisognava sloggiare il nemico da quell'ultimo
formidabile riparo; ancora uno sforzo: e, gridando ai suoi bravi
soldati:
«--Allens, mes enfants, arrachons a l'ennemi son dernier abrì! Suivez
votre generale».--Il valoroso Forey si slanciò alla testa dei suoi
contro la posizione nemica. Il Cimitero fu investito con slancio furioso
ed il terreno venne seminato di morti e feriti--primo a cadere
mortalmente colpito fu il generale di brigata Beuret; ma niente arrestò
la foga degli assalitori che, scavalcato il muro del Cimitero
investirono il nemico colla punta della baionetta menandone strage.
Alle ore sei e mezzo il nemico era in rotta precipitosa verso Casteggio,
inseguito alle reni per buon tratto di via. La vittoria di Montebello,
nella quale la 1ª divisione comandata dal prode generale Forey si
copriva di gloria, inaugurava brillantemente la campagna che doveva
procedere di vittoria in vittoria.
In questo combattimento anche le brave truppe piemontesi comandate dal
valoroso De Sonnaz ebbero la loro parte di gloria.
*
* *
Il 4 di giugno a Magenta e a Ponte Vecchio si decideva delle sorti di
quella memoranda giornata.
Avanti e dentro Magenta il combattimento fu accanito oltre ogni
credere. Gli austriaci vi avevano concentrate tutte le truppe del loro
centro lasciando la sola brigata Rammindz in riserva. Le truppe degli
alleati fecero sforzi i più eroici per sloggiarli; i loro soldati
caddero sotto il fuoco violento dei ripetuti contrattacchi. Nel momento
il più caldo e decisivo il generale d'artiglieria Auger ebbe
un'ispirazione felice; seguendo il movimento dell'estrema destra riuscì
a piantare, un dopo l'altro, 42 pezzi d'artiglieria sull'argine della
ferrovia ed il loro fuoco a mitraglia fece orribili vuoti nelle file
nemiche, e portò lo sgomento nelle brigate del 1º 2º 7º e 3º corpo che
combattevano unite: i francesi e due battaglioni di bersaglieri italiani
si slanciarono con impeto irresistibile contro il nemico che non resse
all'urto tremendo, si ruppe e si dette alla fuga. Alle 8 di sera le
truppe francesi entrarono a Magenta. Gli austriaci vi perdettero due
bandiere, quattro cannoni e circa quindicimila uomini fra morti, feriti
e prigionieri.
La vittoria di Magenta ebbe per immediata conseguenza non solo la
sollevazione di Milano e di tutta la Lombardia, ma pur quella dei Ducati
e delle legazioni pontificie.
Il giorno 8 di giugno, dopo un accanito combattimento di tre ore i
francesi sloggiarono gli austriaci, comandati dal Principe di Sassonia
ed occuparono Melegnano.
Il giorno 10 gli austriaci sgombrando Lodi batterono in piena ritirata
sulla sinistra dell'Oglio.
Il giorno 16 occupate forti posizioni dietro il Chiese attesero di piè
fermo gli alleati. Lonato e Castiglione furono i due punti salienti sui
quali la linea spiegò la sua azione.
L'imperatore Napoleone e Vittorio Emanuele conosciuta la ritirata dei
nemici nell'interno del quadrilatero ordinavano il passaggio del Chiese
e l'occupazione delle ultime colline che tra questo fiume e il Mincio
rannodano la grande catena delle Alpi alla pianura Lombarda.
Il giorno 23 al Maresciallo Mac-Mahon venne ordinato di fare
ricognizioni generali tra il fronte dell'esercito e il Mincio.
Intanto all'imperatore Francesco Giuseppe giunsero grandi rinforzi:
cambia, perciò, tattica e risolve di prendere l'offensiva. Divise le sue
forze in due grossi corpi di armata, il 23 passava il Mincio sopra 11
ponti gettati fra Peschiera e Goito, spingendo avanti forti
ricognizioni, onde conoscere al giusto le posizioni degli alleati.
Dalla situazione dei belligeranti è provato che gli austriaci portavano
in campo nell'imminente battaglia 150 mila fanti, 13 mila cavalli e 688
pezzi di cannone, mentre gli alleati mettevano in linea 140 mila fanti,
15 mila cavalli e 522 pezzi d'artiglieria.
Il giorno 24 i due eserciti si pongono in marcia l'uno verso l'altro,
senza sapere che andavano rispettivamente ad urtare il grosso del
nemico.
Il Maresciallo Baraguay partito alle tre del mattino per la strada di
montagna che va da Esenta su Solferino, trovava i posti di Fontana e le
Grotte occupati dagli austriaci e impegnava un accanito combattimento.
Il Maresciallo Mac-Mahon, che si era messo in marcia alle due e mezzo
antimeridiane per la gran strada che da Castiglione va a Mantova, a
cinque chilometri dal primo villaggio, vedeva il 7º cacciatori a cavallo
incontrare gli avamposti del nono corpo austriaco, che aveva occupato
casa Merini.
Il Maresciallo fece prendere dai suoi immediatamente casa Merini e se ne
servì di base per lo spiegamento delle sue forze.
Così avvenne di tutti gli altri corpi in marcia, i quali si urtarono
contro il nemico pure in marcia.
L'imperatore Napoleone ai primi colpi di cannone era montato a cavallo e
senza indugio diede gli ordini per la battaglia.
Per descrivere le vicende di quel sanguinoso e memorabile combattimento,
il più glorioso che ebbe a sostenere la Francia dopo la battaglia di
Marengo ci vorrebbe un volume.
A Solferino l'esercito francese si coprì di gloria.
*
* *
L'armata Sarda secondo gli ordini ricevuti da Vittorio Emanuele doveva
portarsi il 24 a Pozzolengo. Il quartiere generale ordinava alla 1ª 3ª e
5ª divisione di esplorare il terreno con cura, mediante numerose
ricognizioni. In conseguenza la brigata granatieri della 1ª divisione,
postasi in moto alle 4 del mattino, era preceduta da un battaglione di
bersaglieri, uno di fanteria, uno squadrone di cavalleggeri
d'Alessandria ed una sezione d'artiglieria; la 3ª divisione aveva spinto
quattro ricognizioni sulla strada che costeggia il Lago e la ferrovia;
la 5ª inviò il suo capo di Stato Maggiore Colonnello Cadorna con l'8º
bersaglieri, un battaglione dell'11º, una sezione d'artiglieria ed uno
squadrone cavalleggeri di Saluzzo per la strada Sugana nella direzione
di Pozzolengo.
La ricognizione della 1ª divisione che costituiva la destra
dell'esercito Sardo, incontrati gli avamposti austriaci in Val di
Quadri, attaccò il nemico, ma essendo questi in forze assai superiori
dovette retrocedere fino verso Fenile Vecchio per ricongiungersi al
grosso della divisione. Questa si slanciò sulla posizione austriaca e se
ne impossessò; ma gli austriaci rinforzati gagliardamente tornarono alla
carica e vi fu un momento in cui i granatieri Sardi furono per essere
sopraffatti, ma l'arrivo della brigata Savoia li salvò. Sulle alture di
Monte Polperi l'arrivo di nuovi rinforzi rende il combattimento
ostinato, micidiale; nè Piemontesi nè austriaci, guadagnano terreno, ma
infine gli austriaci sono obbligati alla ritirata, e La Marmora fa
avanzare i suoi che occuparono Madonna della Scoperta; là vi ricevè il
rinforzo della brigata Piemonte e si mette in marcia per Pozzolengo.
Il Colonnello Cadorna della 5ª divisione avanzandosi per la strada
Sugana incontra alle cascine di Ponticello gli avamposti del corpo di
Benedeck; per rendersi conto della loro forza spiegò immediatamente le
sue poche truppe, mandando ad avvisare il generale Mollard onde
accelerasse la marcia. Gli austriaci, che erano in forze preponderanti,
accettarono la sfida e, malgrado la resistenza eroica delle poche truppe
che loro stanno di fronte, riescirono ad impadronirsi delle alture della
Casetta e S. Martino occupandole solidamente. Alle 10 del mattino il
generale Mollard vedendo sboccare la brigata Cuneo la spiegò in due
linee fra la strada Sugana e Casa Nuova e procedè all'assalto. Il 7º e
l'8º reggimento si slanciarono alla baionetta sostenuti dal fuoco di una
batteria e da alcune cariche dei cavalleggeri di Monferrato, giungono
due volte sul culmine dell'altura, ma non riescono a scacciarvi il
nemico che la tiene solidamente e sono costretti alla fine di ritirarsi,
protetti dalle batterie della sopraggiunta divisione Cucchiari; la
brigata Acqui si portò anche essa in linea e tutte queste truppe si
precipitarono sotto una pioggia di fuoco all'assalto di S. Martino e se
ne rendono padroni; ma Benedeck lanciò le sue riserve intatte sul
fronte e sul fianco dei Piemontesi; ed è allora che la 5ª divisione
mitragliata a pochi passi, contrattaccata vivamente, balena e non
trovandosi sostenuta fu costretta a ripiegare e a retrocedere in buon
ordine fino a mezza strada di Rivoltella. Il generale Mollard ridotto
alle sole sue forze prende posizione alla Cascina di Retinella colla
brigata Pinerolo in prima linea e vi si tiene.
Intanto il generale Fanti--riserva generale dell'armata Sarda--era stata
inoltrata secondo gli ordini imperiali verso Solferino, ma alle 12 le
altre tre divisioni strette seriamente da Benedeck con grandi forze,
domandando rinforzi, il Re Vittorio Emanuele dava l'ordine di spedire la
brigata Piemonte a Madonna dello Scoperto, ove La Marmora avrebbe preso
il comando superiore, mentre la brigata Aosta, col quartier generale, si
sarebbe rivolto a S. Martino.
All'arrivo della brigata Aosta, il generale Mollard, che era l'anima di
tutti i movimenti offensivi, la formò su due linee colla sinistra alla
ferrovia; la brigata Pinerolo si collocò alla sua diritta identicamente
disposta, aggregandosi il 7º reggimento, mentre l'8º stava in riserva.
Il punto di direzione di queste truppe è la Contracania, mentre sei
compagnie con due pezzi di cannone si volgono sulla sinistra austriaca
dietro le alture di S. Girolamo. Appena fosse giunta in linea la 5ª
divisione era dato ordine di cominciare l'attacco generale. Ma in quel
punto scoppiò un forte uragano che obbligò la sospensione di qualunque
operazione.
Fin dalle prime ore del mattino si combatteva con gran valore e con
straordinario accanimento--erano le sette di sera e per quanti sforzi
eroici si fossero fatti dai nostri non si era potuto sloggiare il nemico
dalle alture di S. Martino, da dove opponeva indomita resistenza.--Molte
erano state le perdite. Vi era rimasto ucciso il colonnello Rovetta e il
Maggior Bosio del 6º reggimento: feriti il generale Cerale, il generale
Arnaldi, il colonnello Vialardi del 5º, il Colonnello del 6º, i maggiori
Polastri, Botteri e molti altri ufficiali.
Cessato l'uragano fu deciso di fare uno sforzo supremo con un assalto
generale per strappare al nemico il possesso di posizioni con tanto
accanimento disputate; il piano concepito stava per essere posto in
esecuzione con quella simultaneità da cui solo potevasi sperare
vittoria.
Il 14º era all'estrema destra, poi verso sinistra veniva il 7º, indi
Aosta, poscia Casale, e un battaglione dell'8º, in ultima Acqui. L'8º
battaglione bersaglieri col 14º, il 1º con Aosta, il 5º col 17º.
Cerale, che quantunque ferito non si ritirava dall'azione, domandava al
generale Mollard aiuto di artiglieria e tosto venti pezzi erano condotti
dal valente maggiore Revel e posti in buona posizione.
Appena le truppe si posero in movimento, un fracasso assordante delle
artiglierie che battevano di fronte e di fianco, avvertiva il nemico che
i nostri stavano per piombargli addosso. Centinaia di tamburi battevano
la carica, le trombe dei bersaglieri la suonavano ai punti estremi ed al
centro; un urrah generale scoppiava da un punto all'altro delle colonne
convergenti che, a baionetta spianata, si slanciavano sulla posizione e
ne toccavano la cima. I generali, gli ufficiali, tutti alla testa dei
loro soldati, incuoravanli col grido «Avanti, avanti». Il nemico ne fu
scosso, non sostenne l'urto tremendo, cominciò ad oscillare ed infine
voltate le spalle si diede alla fuga; e allora l'Avogadro, comandante
il 2º squadrone di cavalleria, collo assenso del colonnello Ricotti lo
assalì con carica brillantissima, lo sbaragliò e lo pose in rotta
disordinata verso Pozzolengo, lasciando nelle nostre mani numerosi
prigionieri.
Il combattimento aveva durato dalle sette del mattino fino alle nove di
sera: quattordici ore! fu uno dei più lunghi ed ostinati combattimenti
che gli annali delle battaglie ricordino.
Trofei della vittoria furono cinque cannoni, non pochi prigionieri, fra
cui parecchi ufficiali.
Così la sera del 24 giugno prendeva posto, tra le glorie dell'esercito,
la battaglia di S. Martino.
La memorabile giornata del 24 fu chiamata di Solferino e S. Martino dal
nome dei luoghi sui quali ne venne deciso l'esito.
Le truppe alleate hanno dovunque combattuto con grandissimo valore. I
Piemontesi si diportarono in modo degno di grande lode, dacchè è certo
che le loro 3 divisioni 1ª 3ª 5ª hanno avuto a fronte 7 brigate
austriache, quasi un terzo di forze superiori; e, quel che è peggio,
situate in ottime posizioni difensive.
Bella la vittoria di S. Martino--tale da rendere immortali quanti vi
presero parte.--Molti furono gli atti di supremo valore che
meriterebbero di essere qui ricordati. Ma per farlo non basterebbe un
intero volume. Merita di essere segnalato quello di un valoroso giovane
tenente Besozzi Giuseppe, ufficiale d'ordinanza del colonnello
comandante il 17º reggimento: questo bravo, quantunque ferito due volte
gravemente, con ferrea volontà, con sforzo sovrumano volle continuare il
suo servizio--e resistette per tutto il tempo che durò il combattimento;
solo acconsentì a farsi medicare quando cambiata la linea del suo
reggimento non trovossi più esposto al fuoco nemico.
Questo valoroso veniva decorato colla croce dell'ordine militare di
Savoia e portato all'ordine del giorno dell'esercito.
Dopo le vittorie di Solferino e di S. Martino, Napoleone III emetteva il
seguente ordine del giorno:
Soldati!
«Noi abbiamo preso tre bandiere, trenta cannoni e seimila prigionieri.
L'esercito Sardo ha lottato con grande valore contro forze superiori.
Esso è degno di marciare al vostro fianco. Soldati! tanto sangue versato
non sarà inutile per la gloria della Francia e dell'Italia e per la
felicità dei popoli».
_Napoleone._
*
* *
Mentre l'Urban, lasciata una forte retroguardia a Varese, contromarciava
col grosso della sua divisione su Gallarate diretto al Ticino, Garibaldi
ignaro di questa improvvisa ritirata, levato nel tempo stesso il suo
campo da Induno, per Arcisate, Rodero, Casanova arrivava a Como fra il
tripudio di quella cittadinanza che da quattro giorni paventava di
rivedere ad ogni istante gli austriaci.
La vittoria delle armi alleate spalancava loro le porte di Milano,
mentre gli austriaci erano obbligati a ritirarsi precipitosamente.
Quest'avvenimento fortunato ebbe per immediata conseguenza non solo la
liberazione della Lombardia ma la sollevazione dei ducati, delle
Legazioni e dell'Umbria.
*
* *
Nel giorno 20 di giugno una forte colonna di soldati svizzeri al soldo
del Papa, partiti da Roma assaliva Perugia che si era ribellata al
governo papale. La patriottica città, quantunque la gran parte della
gioventù fosse in Lombardia a combattere con Vittorio Emanuele e con
Garibaldi, oppose una valorosissima resistenza, dapprima dall'alto
delle mura, poi nelle contrade, combattendo corpo a corpo, cedendo il
terreno alle forze soverchianti palmo a palmo, finchè, i bravi Perugini
sopraffatti dovettero cedere. I vincitori, satelliti della tirannide
vaticana, inferociti per la resistenza incontrata, si vendicarono
mettendo a saccheggio la città, seminando strage, non rispettando
neppure gli inermi e le donne; la strage di Perugia perpetrata da armati
al soldo del Papa andrà alla storia come fatto esecrando.
*
* *
Ventiquattro ore dopo la battaglia di Magenta l'intero esercito
austriaco era in ritirata sull'Adda; le avanguardie degli alleati
entravano in Milano, ed anche il piccolo corpo dei cacciatori delle Alpi
poteva proseguire la sua marcia fortunosa.
Il 4 e 5 giugno Garibaldi li impiegò a riordinare le sue forze, a
chiamare nuovi volontari, perlustrare in tutti i sensi le strade
circostanti, e lanciare scorridori che si spinsero fin presso le porte
di Milano.
Dal 5 al 6 s'imbarcava con tutta la sua brigata, meno alcune compagnie
lasciate a Como, alla volta di Lecco e nel giorno in cui l'esercito
alleato varcava il Ticino, egli toccava la destra sponda dell'Adda. Non
vi si fermò a lungo; chè il dì appresso tenendo sempre ai monti ripigliò
la marcia per Caprino e Almeno.
Mentre Garibaldi era in via per Caprino e Almeno, accompagnati da una
lettera di Cavour si presentarono al generale Garibaldi, Turr e Teleki,
ambedue colonnelli nell'esercito della libera Ungheria, che nel 1849
combattè strenuamente contro l'Austria.
Il generale accolse i due valorosi magiari come fratelli e da quel
giorno quei bravi seguirono Garibaldi con vera devozione.
Alle ore tre di mattino del 7 la brigata dei cacciatori delle Alpi con
alla testa il suo generale passava il Brembo sul ponte S. Salvatore e
per la strada occidentale del monte Luvrida riusciva a Voltezza, ed a
passo di carica scendeva in Bergamo.
Vi arrivava però troppo tardi, chè il nemico, erasi precipitosamente
ritirato. Garibaldi pensò immediatamente d'inseguire i fuggenti sulla
strada di Crema, ma appena incominciata la marcia venne informato che un
corpo d'austriaci stava per arrivare in ferrovia per portare rinforzo
al presidio. Richiamò in fretta la brigata dalla strada di Crema,
distribuì e rimpiattò i suoi cacciatori alla stazione e nei dintorni, in
modo che il nemico non potesse scappargli; senonchè a pochi passi da
Seriate uno spione avvisò la colonna viaggiante che i Garibaldini erano
a Bergamo; il comandante austriaco fatto fermare il treno, fece smontare
le truppe, e protetto da fiancheggiatori e da esploratori s'inoltrò con
tutta cautela verso la città, ove sarebbe stato ben accolto; ma il
Bronzetti inviato con due compagnie per la strada di Seriate lo
incontrò, e, senza contare i nemici, li assalì con impetuoso ardimento,
lo arrestò, lo sbaragliò costringendolo a riprendere in fretta la
vaporiera.
In quel giorno i sovrani entravano nella capitale Lombarda; e Garibaldi
era chiamato in Milano da Vittorio Emanuele. Le accoglienze fatte al
comandante dei cacciatori delle Alpi furono degne del grande animo del
Re, e caldi gli elogi a lui ed ai suoi compagni.
Intanto il generale Urban fin dal giorno 7 si era accampato sull'Adda,
nei dintorni di Vaprio e vi si era trincerato. Era questa una posizione
forte; ma, dopo l'entrata di Garibaldi a Bergamo, la sua importanza era
di molto diminuita perchè poteva essere minacciata di fronte e di
fianco. Sarebbe bastato che il generale Cialdini, il quale formava
l'avanguardia del nostro esercito, si fosse affrettato verso l'Adda, e
il generale Garibaldi fosse calato, con mossa combinata, da Bergamo,
perchè quella divisione nemica fosse inevitabilmente disfatta. Quali
frutti non si sarebbero colti da questa semplicissima manovra!
La rotta di Vaprio avrebbe precipitato la ritirata dell'esercito
austriaco più della rotta di Magenta; gli alleati avrebbero potuto
marciare senza intoppi e con celerità, e, arrivando molto prima nella
destra del Mincio, avrebbero troncato a mezzo il concentramento nemico.
Per questo mancato accordo del generale Cialdini con Garibaldi, l'Urban
potè restare impunemente tre giorni sull'Adda, e per altrettanti
Garibaldi indugiarsi a Bergamo.
La mattina dell'11 giugno l'Urban lasciava Vaprio ritirandosi per la via
di Crema, e la sera del giorno stesso Garibaldi, abbandonato Bergamo, si
mise in marcia per Martinengo alla volta di Brescia; il 12 riprendeva
il cammino per Palazzolo, da dove passava a Polasco, mentre l'Urban con
la sua divisione si trovava a Pontoglio.
Chi nel giorno 13 giugno avesse potuto guardare a volo d'uccello sulla
terra Lombarda vi avrebbe scorto: l'imperatore Napoleone colla sua
guardia imperiale a Gorgonzola, il re Vittorio Emanuele a Vimercate in
mossa per Palazzolo, la più avanzata sinistra degli scaglioni francesi a
Treviglio sulla sinistra dell'Adda, il più avanzato scaglione piemontese
a Romano sulla sinistra del Serio, lo scaglione austriaco più vicino,
divisione Urban, a Pontoglio e Garibaldi marciare coi suoi cacciatori da
Palazzolo a Brescia; marcia pericolosa perchè fatta su strada parallela
a quella del nemico, quattro volte più forte, e minacciante sul fianco.
Ma il generale destreggiandosi con grande avvedutezza, facendo uso delle
poche guide, comparendo or quà or là su tutti i punti della linea
nemica, spingendo a marcia forzata i cacciatori delle Alpi, affranti ma
non domi, all'alba del 14 si trovava già alle porte di Brescia, la
quale, incitata da infuocate parole dell'illustre patriota Giuseppe
Zanardelli, non aveva atteso neghittosa l'arrivo del corpo liberatore,
ma era già tutto pronto per dare a colui che li emancipava potente
aiuto. Dopo l'entrata in Brescia accolto dalla popolazione delirante,
Garibaldi cessava di godere di quella indipendenza che era il principale
fattore dei suoi successi.
*
* *
Mentre i cacciatori dello Alpi eransi fermati nella sera del 14 di
giugno per pernottare a S. Eufemia a due chilometri circa da Brescia, il
generale Garibaldi riceveva nella notte stessa un ordine dal quartier
generale espresso in questi termini: «S. M. il Re desidera, che
domattina ella porti la sua divisione su Lonato, dove sarà raggiunto
dalla divisione di cavalleria comandata dal generale Sambuy composta di
quattro reggimenti di cavalleria di linea, con due batterie a cavallo».
_Generale Della Rocca._
Ebbe anche l'ordine il generale di ristabilire il ponte del Bettoletto
sul Chiese a monte del ponte di S. Marco.
Sul fare dell'alba del 15 Garibaldi lasciata una compagnia a S. Eufemia,
e fatto perlustrare tutto intorno il paese si pose in marcia. Giunto a
Rezzatto e non avendo notizia della divisione di cavalleria che doveva
seguire, fermò la colonna e mandò al Re, a mezzo del tenente Trecchi, un
rapporto scritto col quale informava che, quantunque avesse sul fianco
destro la divisione Urban pure egli procedeva avanti per eseguire gli
ordini ricevuti. Infatti pattuglie delle guide a cavallo avevano
rapportato che avamposti nemici stavano sulla strada tra
Rezzato-Castenedolo e Villa-Boffalora. Per non lasciarsi dietro al suo
fianco destro truppe nemiche sì prossime, scaglionò i suoi sei
battaglioni nel modo seguente. Due del 1º reggimento agli ordini di
Cosenz, dietro le case Carbone in Tre Ponti; un battaglione del 2º con
una squadra di carabinieri genovesi sotto il comando di Medici, in
Bettola di Ciliverghe, dove la strada da Brescia a Lonato si biforca,
l'una sul ponte di S. Marco, l'altra a sinistra sul ponte del
Bettoletto; l'altro battaglione del 2º reggimento, e i due del 3º
coll'artiglieria e con i rimanenti carabinieri genovesi Garibaldi stesso
li condusse in persona al ponte del Bettoletto; al colonnello Turr
addetto al suo Stato Maggiore il generale ordinava di occupare con due
compagnie del 1º reggimento lo sbocco di Tre Ponti verso Castenedolo e
nel tempo stesso riconoscere bene il nemico; a tutti Garibaldi
raccomandava di difendere ad ogni costo la strada da Rezzato a Tre Ponti
e Bettola di Ciliverghe aspettando l'arrivo della divisione di
cavalleria piemontese; mandò il capitano Corte del suo Stato Maggiore ad
avvisare Cialdini che era sul Mella, della sua mossa e si mise
senz'altro per la via di Molinetto. Intanto il generale Rupprecht, che
colla sua brigata formava l'avanguardia della divisione Urban dal Mella
al Chiese, mandava ricognizioni sulla strada tra Rezzato, Tre Ponti e
Bettola-Ciliverghe, mentre si portava col grosso a Castenedolo.
Per far fronte al nemico e rigettarlo come aveva ordinato il generale
Garibaldi, Medici fece costrurre una barricata al biforcamento della
strada Brescia-Bettola-Ciliverghe appoggiata alla Cascina Lana che
occupò militarmente; pose tre compagnie nel Cimitero di Ciliverghe
munendo i muri di feritoie. Cosenz dal suo canto fece occupare Osteria
di Rezzato, casa Bassalini che sta a destra della strada bresciana a
capo del sentiero di Tre Ponti, munendo i muri di feritoie, lasciando
in riserva il primo battaglione. Così la difesa era ordinata col fronte
a Castenedolo, la destra a Osteria di Rezzato, il Centro a Tre Ponti, la
sinistra a Bettola-Ciliverghe.
Una ricognizione nemica si spinse stendendo la sua catena di cacciatori
fin sotto il giardino di casa Bassalini; e fu presto respinta. Alle otto
di mattina il nemico molto rinforzato si avanzò a destra e a sinistra
del canale Lupo, con forti riserve nelle cascine Chizzola e Chidone fra
Tre Ponti e la strada ferrata. Il colonnello Cosenz deliberò di opporre
attacco ad attacco; il colonnello Turr si recava di persona a Rezzato e
dava ordine al comandante della compagnia posta all'Osteria di mandare
una parte dei suoi uomini per un sentiero traversale in forma di testa
di colonna che accennasse a girare la sinistra della catena nemica.
Ciò fatto Turr raggiunse Cosenz il quale, spinte due compagnie da casa
Bassalini a risoluto attacco di fronte, costringeva il nemico a
ripiegare; e tanto fu l'ardore dei nostri da riuscire a sloggiare il
nemico anche dalle due cascine Chizzola e Chidone, ed occupare l'argine
della strada ferrata e il ponticello sul Lupo.
I nostri, rinforzati da una compagnia del Bronzetti e da altra del
Lipari, non si arrestarono, assalirono il cascinone chiamato
Fenile-Ospitale e, sebbene fortemente difeso, riuscirono a cacciarne il
nemico e l'occuparono.
In questo frattempo il capitano Croce, che calla sua compagnia formava
l'ala spinta più avanti della estrema nostra sinistra scoprì molte forze
nemiche ammassarsi sulle alture di Castenedolo; avvisatone Cosenz,
questi riconoscendo di non essere in numero da potere assalire la intera
brigata Rupprecht, fece suonare l'alto e l'assemblea a sinistra per
prepararsi a ricevere l'urto nemico. Ma il colonnello Turr riunite quel
che potè di forze, e chiamando a sè la restante debole riserva, deliberò
di assalire il nemico sul roccolo che prende nome da S. Giacomo e fece
suonare la carica; udito questo segnale il Cosenz, per non produrre un
movimento slegato nella sua linea fece esso pure suonare la carica. I
nostri si avanzarono arditamente fin presso alla falda del poggio di
Castenedolo; ma il nemico suonata a sua volta la carica su tutta la
linea si rovesciò imponente di forze su quelle scarse dei cacciatori
delle Alpi che, minacciati di aggiramento, dovettero ripiegare. Nel
tempo stesso il colonnello Turr spinse arditamente alla carica i suoi,
ma il fuoco micidiale dei nemici che coronavano il roccolo boscoso li
arrestò sul ponte S. Giacomo; qui il Turr avanti a tutti comandava a
voce sonora... «Passo di carica, avanti...» allorchè una palla gli
trapassava il braccio sinistro poco sotto la scapola; non si arrestò per
questo il bravo soldato ma seguitò a comandare e incoraggiare i militi
allo assalto. Ma il nemico, numeroso assai, dalla forte posizione
seminava la morte; a fianco di Turr, colpito da una palla alla gola
cadeva il tenente Gradenigo; nel medesimo istante era colpito
mortalmente il Bronzetti e, al sergente Gnocchi che lo sorreggeva, una
palla gli traversava l'omero. Non era possibile più sostenersi e i
nostri dovettero ripiegare.
Ma il Cosenz non si sconfortava; formata dalla prima compagnia e dai
resti di altre che potè raccogliere una piccola colonna comandata dal
tenente Martini, la spinse avanti per la via di mezzo, e sostenuta da un
distaccamento guidato dal tenente Mancini per un sentiero di destra, e
da altro simile affidato al tenente Logarbo che lo condusse a sinistra
celato fra le boscaglie, riprendeva l'offensiva.
Giungeva in quel punto il generale Garibaldi coi bravi carabinieri
genovesi e con altri valorosi; arrivavano pure in quel mentre tre
compagnie del Medici, e dirette da Garibaldi stesso si spinsero ad un
furioso attacco in aiuto del Cosenz; la lotta per alcun tempo fu
accanita e micidiale, già il nemico balenava e cedeva terreno quando
comparvero le prime avanguardie del Cialdini mandato in soccorso del Re;
si poteva ben sperare di prendere fra due fuochi il nemico e
distruggerlo, ma questo si affrettò a battere in ritirata lasciando i
nostri padroni del campo di battaglia seminato di morti. Fu quella dei
Tre Ponti una giornata ben calda; anche i garibaldini ebbero perdite
gravi: centoventi feriti, fra i quali molti ufficiali e sott'ufficiali
alla testa delle loro squadre; fra questi l'Elia del seguito del
generale Garibaldi ed il Carbone dei carabinieri genovesi; più del
quinto degli ufficiali che presero parte all'azione vi rimasero feriti.
Grandi lodi meritarono prima d'altri il Cosenz, e il Turr, il capitano
Bronzetti e il tenente Gradenigo, il maggiore Lipari i capitani Pesce e
Rosaguti, i tenenti Mancini, Logarbo, Martini, Specchi, Pea, Ribolla,
Spettini, ed i furieri Pedotti, Torre e Torchi, portati all'ordine del
giorno e proposti per la medaglia al valore militare.
Il giorno 16 il generale Lamarmora si recava a trovar Garibaldi a
Nuvolento--i due generali si stimavano a vicenda, e certo devono avere
parlato sulle mosse ulteriori della guerra.
Il 17 Garibaldi mandava a Turr che era a Brescia a curarsi la ferita la
seguente lettera:
Carissimo amico,
«Il sangue Magiaro si è versato per l'Italia, e la fratellanza che deve
rannodare i due popoli nell'avvenire, è aumentata: quel sangue doveva
essere il vostro, quello di un prode! Io sarò privo di un valoroso
compagno d'armi per qualche tempo e d'un amico, ma spero rivedervi
presto sano al mio lato, per ricondurre i nostri giovani soldati alla
vittoria. Sarei fortunato in qualunque circostanza di potervi valere, e
non avete che a comandarmi».
Vostro
_G. Garibaldi_
Alla sera di quel giorno la brigata con Garibaldi entrava in Gavardo fra
le acclamazioni della popolazione. La mattina del 18 all'alba Bixio,
come all'ordine avuto, occupava Salò.
La mattina del 20 la brigata col generale a capo si metteva in marcia.
Un ordine del Comando generale portava che i cacciatori delle Alpi senza
indugio si recassero ad occupare la Valtellina.
Il 26 la brigata bivaccava a Pontida e a sera arrivava a Lecco; così il
generale si approssimava alla meta designatagli, la Valtellina,
preceduto buon tratto avanti dal colonnello Medici. Lecco, costeggiando
il lago, mena a Colico e, continuando nella Valtellina, va per lo
Stelvio al Tirolo austriaco.
La Valtellina incomincia dalla foce dell'Adda nel lago di Como e si
prolunga, incassata fra altissimi monti, le cui inaccessibili punte
piramidali vanno a congiungersi colle altre pure altissime dello
Stelvio.
Il basso fondo della valle è così stretto da non lasciare altro spazio
che al corso rapidissimo dell'Adda e ad un'unica strada carreggiabile
che la costeggia fino a piccola distanza da Bormio, ove volge a
sinistra per salire allo Stelvio.
Bormio, ora poco popolato, fu un punto importante cinto di
fortificazioni, avanzo delle quali sono le sue antichissime torri.
Da Bormio incomincia una strada tortuosa tagliata lungo il fianco del
monte Cristallo; verso la sommità si trova la fortissima posizione della
Cima di Sponda Lunga che gli austriaci tenevano chiusa con doppie
palizzate e con parapetti, oltre a due fortini all'estremità, armati di
più pezzi per battere di fianco e di fronte il sottoposto stradale, nei
cui ponti e gallerie vi avevano praticato delle mine. Trincerati in tale
inespugnabile posizione gli austriaci vi possedevano la chiave
dell'unica comunicazione della Valtellina all'Alto Tirolo.
Il generale Cialdini avendo assunto l'incarico della difesa delle Valli
limitrofe al Tirolo aveva concentrato il nerbo delle sue forze in
Valcamonica e come principale punto lo stretto di Breno che mise tosto
in stato di difesa.
A Garibaldi era dato l'incarico d'impedire la discesa in Lombardia di
masse nemiche dal Tirolo. Importava prima di tutto impadronirsi delle
gallerie soprastanti alla strada dello Stelvio, per frapporre un
ostacolo inespugnabile alla minacciata invasione. Necessitava quindi
conquistare la sommità dello Stelvio onde far nostro lo sbocco alla
valle dell'Adige.
Questo compito era affidato al colonnello Medici, che precedeva la
brigata comandata da Garibaldi, il quale aveva formato una colonna di
ottocento combattenti con volontari che il maggiore Fanti, il capitano
Bassini ed il tenente Bottini avevano arruolati ed armati alla meglio.
Il giorno 25 giugno Medici diede ordine al tenente Zambelli, comandante
una compagnia di volontari Valtellinesi, di occupare il ponte del
Diavolo come estremo avamposto, e la seconda linea di Prese-Mondadizza e
Balladore, mentre faceva avanzare le altre truppe su Mazzo, Grosetto e
Grosio, e si assicurava i fianchi con un distaccamento in Val Grosina,
ed un altro alla sommità del Monte Mortirolo che comunica colla Val
Camonica.
Il giorno 26 mentre Medici erasi recato ad ispezionare l'estremo
avamposto, questo venne di sorpresa attaccato. I pochi ma valorosi
Valtellinesi si ritiravano calmi e combattendo, ma arrestati dal Medici
in una forte posizione a cavallo della strada, quel pugno d'uomini per
oltre un'ora oppose valida resistenza, finchè raggiunto da altra
compagnia di Valtellinesi comandati dal capitano Strambio gli austriaci
furano costretti a ritirarsi.
Il colonnello Medici visto che la scelta del ponte del Diavolo per
estrema linea di difesa era stata poco abile, si spinse ad occupare
l'indomani S. Antonio di Morigone e fattevi erigere alcune opere di
fortificazione si mise in grado di potersi vantaggiosamente sostenere
fino allo arrivo di Garibaldi col grosso delle forze.
Frattanto il generale Garibaldi colla brigata sbarcava a Colico il 27
giugno e proseguiva fino a Tirano, dove seppe che il generale Cialdini
dovendo ripiegare su Brescia, incaricava lui della difesa degli sbocchi
dello Stelvio, Tonale e Caffaro con Rocca d'Anfo, in conseguenza di che
il generale affidava al Medici, col secondo reggimento, con un
battaglione del terzo comandato da Bixio, colla compagnia carabinieri
genovesi comandata dal tenente Chiassi, con una sezione d'artiglieria ed
un distaccamento del Genio, la difesa dell'Alta Valtellina, mentre
Garibaldi scaglionava in dietro il resto dei cacciatori delle Alpi.
Il 1º luglio una deputazione di Bormio avvertiva Medici che quel
municipio aveva ricevuto l'intimazione di provvedere una forte somma di
denaro, viveri e bestiame agli austriaci.
Il 3 luglio il Medici si spingeva avanti per lo stradale e per le alture
laterali. Giunto a Ceppina fece occupare a sinistra il monte Oga, ed a
destra le alture di Piazza e Ratta che si stendono verso Bormio. Dopo di
che fece avanzare due compagnie ad occupare il ponte di S. Lucia.
Il distaccamento austriaco che si trovava in Bormio per l'intimata
requisizione, strepitava contro il Municipio che ritardava la consegna;
ma intanto due compagnie agli ordini del maggiore Fanti si avanzavano su
Bormio il che fece decidere gli austriaci a darsi a precipitosa fuga. A
mezzogiorno Bormio era salva.
La mattina seguente Medici disponeva un attacco simultaneo da Bormio e
da Ceppina; tosto che vide le due colonne in marcia, il nemico si
ritirava dai Bagni Nuovi sui Bagni Vecchi, dando fuoco alle mine, per
cui in un istante si vide cadere il magnifico ponte della galleria.
Il Medici diè ordine di occupare i Bagni Nuovi; s'impegnò una viva
fucilata fra i due stabilimenti. Garibaldi giunto in quel momento, 3
luglio, si portò sul luogo del combattimento; la resistenza degli
austriaci durava ostinatissima; ma sul fare della sera, presi di fianco
da un distaccamento, asceso a sinistra fino a metà del monte delle
Scale, e minacciati alle spalle da altro distaccamento disceso dalle
Torri di Fraele, il nemico battè in ritirata dando fuoco alle mine delle
altre gallerie, ma senza molto successo.
Al Medici importava scacciare il nemico al di là dello Stelvio. Con
questo intendimento dava le seguenti disposizioni. Il maggiore Bixio
colle forze di cui disponeva, più la compagnia del genio, doveva dalle
alture di Piatta-Martina avanzarsi fin oltre a Val Vitelli per
minacciare l'estrema sinistra nemica fortificata a Cima di Sponda Lunga,
e così con un finto attacco distrarre l'attenzione del nemico dalla sua
destra.
Il capitano Bosisio, doveva la mattina dell'8 impadronirsi delle vette
del monte Pedenello con trecento uomini scelti del secondo reggimento;
il tenente Croft con circa cento carabinieri doveva mostrarsi a tempo
opportuno sull'altura che domina la quarta Cantoniera bersagliando il
nemico alle spalle; il Bosisio doveva assalire con vigore dalla nostra
sinistra il nemico, minacciargli la ritirata e rendere possibile un
assalto di fronte; sulla strada dello Stelvio nelle gallerie, tra la
prima e la seconda Cantoniera, era disposto un battaglione in colonna
d'attacco agli ordini del maggiore Sacchi rinforzato da pochi pezzi
d'artiglieria che a gran stento eransi potuti trascinar fin lassù.
Come alle istruzioni avute la mattina dell'8 Bixio riusciva ad occupare
la posizione che minacciava la sinistra nemica; gli austriaci aprivano
un fuoco vivissimo colle eccellenti loro carabine, alle quali solo i
carabinieri potevano rispondere. Nonostante Bixio si mantenne nella
posizione finchè non ebbe ordine di ritirarsi.
Il nemico prevedendo un attacco aveva chiesto ed ottenuto rinforzi,
tanto che in quelle formidabili posizioni vi aveva concentrato settemila
uomini delle migliori truppe oltre un numero di volontari tirolesi con
eccellenti carabine; per questo fatto la sorpresa di sinistra non potè
riuscire perchè il Bosisio trovava già solidamente occupate le alture di
Pedenollo. Del resto quello dell'8 fu un combattimento inutile, perchè
in quel giorno era stato segnato l'armistizio.
*
* *
Difatti dopo le vittorie di Solferino e di S. Martino l'imperatore
Napoleone mandava all'imperatore d'Austria una proposta di armistizio.
Il giorno 8 di luglio in seguito ad una conferenza dei commissari
incaricati venivano regolate le condizioni dell'armistizio stesso.
Secondo questa convenzione la ripresa delle ostilità era fissata per il
16 di agosto.
Ma l'armistizio nel pensiero di Napoleone segnava il preludio della
pace; e a tal fine mandava a chiedere un convegno all'imperatore
d'Austria che lo accordava.
Il giorno 11 i due imperatori ebbero una conferenza a Villafranca, nella
quale furono fissate le basi del trattato di pace, a concludere il quale
fu incaricato il principe Girolamo Bonaparte.
Il 12 di luglio l'imperatore Napoleone mandava all'armata, dal suo
quartier generale di Valeggio, il seguente proclama:
Soldats!
«Les bases de la paix sont arrétêes avec l'empereur d'Autriche, le but
principal de la guerre est ateint, l'Italie va devenir pour la primière
fois una nation.
«Une confederation de tous les Etats de l'Italie, sous la presidence
honoraire du Saint-Pere, reunira en un faisceau les membres d'une même
famille; la Venétia reste, il est vrai, sour le sceptre de l'Autriche:
elle sera neanmois une province italienne faisant partie da la
confederation.
«La réunion de la Lombardie au Piémont nous crée de ce cotè des Alpes un
allié puissant qui nous devra son indipendance; les gouvernements restés
en dehors du mouvement, on rappelés dans leur possessions, comprendront
la necessité de réforms salutaires.
«Un amnistie générale fera disparaître les traces des discords civiles.
L'Italie, desormais maitresse de ses destinées, n'aura plus qu'à s'en
prendre á elle-même, si elle ne progresse pas réguliërment dans l'ordre
e la libertè.
«Vous allez bientôt retourner en France, la patrie reconnaissant
accuillera avec transport ses soldats qui ont porté si haut la gloire
de nos armes á Montebello, á Palestro, á Turbigo, á Magenta, á
Marignano, et Solferino, qui en deux mois, ont affranchi le Piémont e le
Lombardie, et ne se sont arretés, que parce que la lutte allait prendre
des proportions qui n'etaient plus en rapport avec les intéréts que la
France avait dans cette guerre formidable.
«Soyez donc fiers de vos succés, fiers des résultats obtenus, fiers
sourtout d'etre les enfents bien-aimés de cette France qui sera toujours
la grande nation, tant q'elle aura un coeur pour comprendre les nobles
causes et des hommes comme vous pour les défendre.
_Napoleon_»
Così mentre le vittorie di Solferino e di S. Martino ci dovevano
schiudere i varchi all'Adige ed all'agognata conquista del Veneto,
inattesa e dolorosa come una catastrofe giungeva la notizia della pace
di Villafranca, che tale ormai poteva chiamarsi.
*
* *
L'Italia, prima i garibaldini, accolse con vivo dolore la fatale notizia
che troncava d'un colpo le più belle speranze. Ma pensandoci poi a
sangue freddo, si dovette trovare che la pace fu una provvidenza. Se
l'aiuto della Francia ci costò per la liberazione della Lombardia, Nizza
e Savoia, che cosa altro ci avrebbe costato l'aiuto per la liberazione
del Veneto? Di più avremmo veduto ingrandirsi il predominio della
Francia imperiale, e forse effettuata l'idea Napoleonica della
Confederazione Italica presieduta dal Papa!
Invece restava agli italiani soltanto il compito doveroso di completare
l'unità della Patria, e questo dovere essi lo compirono con prudenza e
con fermezza.
Un articolo del trattato di pace--quello nel quale veniva stabilito il
non intervento--giovò all'unità della Patria, perchè permise alle
diverse provincie sorte a libertà di proclamare coi loro plebisciti
l'unione nazionale.
*
* *
Verso la metà di agosto, la Toscana, la Romagna, Modena e Parma
concludevano una lega, costituendo un governo dell'Italia centrale e
prescegliendo come comandante supremo il generale Manfredo Fanti, e
comandante in seconda il generale Giuseppe Garibaldi.
Nell'ottobre sparsasi la voce che le truppe al soldo del Papa si
adunavano a Pesaro per marciare di qua della Cattolica, e che le Marche
si preparavano ad una generale sollevazione, il Fanti disponeva che
Garibaldi si recasse alla frontiera, per far fronte ad ogni attacco del
nemico, batterlo ed inseguirlo oltre il confine, occupando le Marche.
Giunto il generale a Rimini vi stabiliva la sede del comando, volle
fosse data esecuzione ad un suo disegno che avrebbe giovato
all'occupazione delle Marche; quello cioè di armare alcune delle navi
mercantili che si trovavano in quel porto-canale.
Furono scelte pel momento le due migliori, lo Scooner «Arimino» e «la
Fenice» di proprietà del patriota Agostino Pericoli; del primo il
generale diede il comando ad Andrea Rossi di Oneglia, del secondo ne fu
nominato comandante Augusto Elia entrambi col grado di sotto-tenenti di
Vascello dell'Italia centrale. Essi si misero all'opera senza ritardo
per armare ed equipaggiare il naviglio facendo tesoro dei consigli che
ad essi dava il loro amico colonnello Bixio. L'Elia intanto per ordine
del generale e con l'intesa dei patrioti di Pergola, G. B. Jonni,
Ginevri, Bertiboni e Bertuccioli per la via di S. Marino aveva fatto
pervenire nell'Urbinate buon numero di fucili affine di promuovere un
movimento insurrezionale che provocasse l'intervento di Garibaldi.
Tutto era pronto e non si attendeva che l'ordine di marciare.
Ma sorto dissidio fra i reggitori provvisori dei quattro nuovi Stati di
Toscana, Romagna, Modena e Parma l'ordine ritardava. Il Ricasoli ed il
Cipriani, temendo di complicare le cose nostre, decidevano di
sconfessare le istruzioni date dal generale Fanti a Garibaldi; ma questi
alla loro intimazione, sorretto dal patriottico ardire del Farini,
rispondeva fieramente col noto telegramma--«Non ricevo ordini che dai
governi riuniti».
Al dissidio fra il Ricasoli e il Fanti essendo seguito anche quello fra
il Fanti e Garibaldi; il Re Vittorio Emanuele chiamava presso di sè
Garibaldi.
All'invito del Re, Garibaldi si recò subito a Torino e con lui si
trattenne a lungo colloquio.--Che cosa il Re abbia raccomandato a
Garibaldi non si seppe, ma si potè ben immaginare che erasi elaborato
questo piano:
Se attaccato dai mercenari del Papa Garibaldi avrebbe dovuto sgominarli,
inseguirli ed occupare le Marche; se le Marche fossero insorte, correre
in loro soccorso. Tolto di mezzo il Fanti generale dell'esercito regio,
cessava la compromessa del Piemonte; Garibaldi rappresentava la
rivoluzione, e nulla si comprometteva da parte del governo, se lui fosse
accorso in aiuto degli insorti. Infatti Garibaldi lavorava allo scopo di
incitare le Marche alla sommossa, ma queste sventuratamente non davano
segno di prepararsi ad un serio movimento insurrezionale--e non potevano
neppur tentarlo; basti considerare che le Marche erano occupate da
imponenti forze mercenarie al soldo del Papa, e che i migliori patrioti
erano stati obbligati ad esiliare; come dovette fare il conte Michele
Fazioli, gonfaloniere di Ancona, che si salvò miracolosamente colla fuga
da condanna di morte per avere eccitato un tentativo di sommossa.
Il Farini era d'accordo col Fanti, e, come Garibaldi, credeva alla
rivoluzione nelle Marche ma voleva la mossa rivoluzionaria. Il Cipriani,
reputato fautore di un movimento politico nell'Italia Centrale inteso a
favorire il Principe Napoleone, chiamato davanti all'assemblea delle
Romagne a dare ragione dei fatti che gli si addebitavano, si dimise;
così che L. C. Farini fu chiamato al governo anche di Bologna, Ravenna e
Forlì, formando lo _Stato unico delle provincie dell'Emilia_; la lega
dell'Italia Centrale veniva così ricomposta in due Stati: Emilia e
Toscana.
Garibaldi intanto persuaso da agenti e da amici che la rivoluzione era
imminente, aveva fatto i preparativi per l'occupazione; e mentre al
governo della Lega risultava che l'insurrezione era assolutamente priva
di base, e solo fissa nella mente di pochissimi esaltati, Garibaldi
mandava un telegramma al governo annunziante che la rivoluzione era
scoppiata, e che egli stimava suo dovere di accorrere senza altro, come
aveva preso impegno, in favore di quei patrioti.
L'animo del Farini, amante delle audaci risoluzioni e devoto a
Garibaldi, avrebbe desiderato che l'asserzione della scoppiata
rivoluzione fosse vera; ma le informazioni che aveva autentiche la
smentivano assolutamente; ed obbligato a ricordarsi che egli era il
dittatore dell'Emilia, e che era suo dovere di agire d'accordo col
Ricasoli dittatore in Toscana, che ben sapeva che le Marche non erano
nella possibilità d'insorgere, dava ordine al generale Fanti di
richiamare Garibaldi al dovere, invitandolo a recarsi a Bologna.
Garibaldi ubbidì alla chiamata; gli si fece presente quali pericoli
sarebbero derivati alla patria se egli si fosse spinto nelle Marche che
non davano segno di sommossa e si cercò di strappargli la promessa che
sul momento avrebbe rinunziato all'impresa.
Garibaldi nulla volle promettere, perchè aveva la certezza che le
popolazioni marchigiane qualche cosa avrebbero fatto per giustificare il
suo intervento.
Allora si fece di nuovo ricorso al Re Vittorio Emanuele, ed il 14
novembre Garibaldi era di nuovo chiamato a Torino.
Il 17 mattino il generale si abboccava col Re, e la sera stessa i
giornali davano la notizia che Garibaldi aveva rassegnato le sue
dimissioni. Infatti due giorni dopo egli ne dava l'annunzio agli
italiani col suo celebre manifesto da Genova, portante la data del 19
novembre 1859.
Eccolo:
«Agli Italiani:
«Trovando, con arti subdole e continue, vincolata quella libertà
d'azione che è inerente al mio grado nell'Armata dell'Italia Centrale,
onde io usai sempre a conseguire lo scopo, cui mira ogni buon italiano,
mi allontano per ora dal militare servizio. Il giorno in cui Vittorio
Emanuele chiami un'altra volta i suoi guerrieri alla pugna per la
redenzione della Patria, io ritroverò un'arma qualunque ed un posto
avanti ai miei prodi commilitoni.
«La miserabile volpina politica, che turba il maestoso andamento delle
cose italiane, deve persuaderci più che mai, che noi dobbiamo serrarci
intorno al prode e leale soldato dell'Indipendenza Nazionale, incapace
di retrocedere dal sublime e generoso suo proposito; e più che mai
preparare oro e ferro per accogliere chiunque tenti tuffarci nelle
antiche sciagure.
_G. Garibaldi_»
Dopo ciò il generale volle annunciare al Re la sua determinazione con
questo affettuoso e riverente biglietto: