La Corona non potea dire di più: i gridi di dolore uditi dal Re Vittorio
Emanuele, si cambiarono nelle genti italiane in grido di giubilo e di
esultanza.
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Il primo dardo era gettato e l'Austria non aveva tardato a raccoglierlo
ordinando la marcia del 3º Corpo d'Armata di stazione a Vienna verso la
Lombardia.
Questo provvedimento unito ad altri di concentrazioni di truppe ordinati
dal Maresciallo Giulay sul Ticino e sul Lago Maggiore diede motivo alla
stampa liberale, diretta dal Conte di Cavour, di dichiararsi provocati e
di fare appello a tutto ciò che l'Italia aveva di valido e di
nazionale--ed ai preparativi per la prossima campagna.
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Mentre tutto nell'Alta Italia si apprestava alla guerra, in Toscana la
dinastia di Lorena al 27 di aprile cessava di regnare. Una rivoluzione
si compiva pacificamente, si formava un governo provvisorio, e il
generale Ulloa prendeva il comando delle forze militari.
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Il 20 di dicembre del 1858 il Conte di Cavour aveva chiamato in segreto
convegno Garibaldi e gli comunicava in confidenza questo disegno:
un'insurrezione era preparata nei ducati: verso il 1º di aprile Massa e
Carrara inizierebbero il movimento; due bande di volontari
irromperebbero contemporaneamente da Lerici e da Sarzana: Garibaldi
doveva spalleggiare la rivolta e capitanarla. Nello stesso tempo un
battaglione di bersaglieri, dei migliori elementi della guardia
Nazionale di Genova, si doveva organizzare in quella città, e sarebbe il
primo nucleo delle forze popolari destinate a fiancheggiare colla
rivoluzione l'esercito regolare.
Garibaldi applaudì alla proposta e diede senza restrizione la sua
adesione; e lieto che ormai la guerra dell'indipendenza era davvero
imminente, si ridusse di nuovo nella sua isola di Caprera.
Ma l'accalcarsi crescente dei volontari in Piemonte, consigliò il Conte
di Cavour di pensare ad altro mezzo per potere più efficacemente trar
profitto di Garibaldi. Infatti il 2 marzo 1859 il generale fu chiamato a
Torino dal Re. Le parole di quel dialogo tra il Re Galantuomo e l'eroe
popolare andarono perdute; ma il senso ne fu presto palese. Gli si volle
dare una parte più diretta ed importante sul teatro della guerra.
Tornato Garibaldi a Genova, convocò i suoi più intimi, Medici, Sacchi,
Bixio e diede loro quest'annunzio: «Ho veduto Vittorio Emanuele; credo
che il giorno di ripigliare le armi non sia lontano; state pronti; io
spero di poter fare ancora qualche cosa con voi»!
Fu deciso di ordinare tutta quella valorosa gioventù--che da ogni
regione della penisola conveniva in Piemonte--in corpi speciali, che
stessero a fianco dell'esercito, come rappresentanti dell'elemento
popolare e rivoluzionario di Italia, disciplinati in ordinata milizia,
ubbidienti al suo capo, e soggetta al Comando supremo.
Da questo concetto nacquero i Cacciatori delle Alpi. Garibaldi fu
richiamato da Caprera per capitanarli; ed egli rispose subito
all'appello, traendosi seco i suoi più fidi commilitoni.
La sera pel 23 aprile due inviati austriaci presentavano al Conte di
Cavour l'_ultimatum_ del loro governo: «disarmo immediato, o guerra» e
la risposta non poteva essere dubbia.
Finalmente quel cartello di sfida, tanto provocato, tanto desiderato, il
grande statista lo teneva in mano; finalmente la guerra era certa, la
Francia vi era impegnata; l'Austria l'intimava essa stessa, e non poteva
sfuggirla.
Infatti, prima ancora che il Conte di Cavour consegnasse ai messaggeri
austriaci la sua risposta, Garibaldi, risposta ancor più espressiva,
riceveva l'ordine di portare la sua brigata a Brusasco, sulla destra del
Po, cioè a dire, in prima linea. Suo mandato era, guardare il Po da
Brusasco a Gabbiano, difendere la strada militare Casale-Torino, e
chiudere gli intervalli esistenti tra la divisione Cialdini che guardava
la Dora Baltea, e le batterie di Casale che proteggevano più a
mezzogiorno i passi del Po.
Garibaldi ad effettuare questo disegno, mandò una compagnia a presidiare
Verua, e, spedito avviso al generale Cialdini suo capo immediato, nel
giorno stesso occupava Brozzolo e vi piantava il suo quartier generale.
Il 25 aprile le truppe francesi varcavano il confine della Savoia, ed
altre prendevano imbarco nei porti di Tolone e di Marsiglia per Genova.
Il dado era tratto, la guerra dichiarata, e il 29 aprile un corpo di
austriaci comandato dal generale Giulay invadeva il territorio sardo.
L'esercito Piemontese si concentrava sulla destra del Po, tra Casale e
San Salvatore, fiancheggiandosi con Alessandria, aspettando che il
nemico avanzasse se lo avesse osato.
Nella giornata del 30 giungevano a Torino ed Alessandria le avanguardie
francesi.
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In data del 29 aprile 1859 il re Vittorio Emanuele diresse alle truppe
un nobilissimo proclama, il quale fra le altre belle cose diceva:
«..... L'annunzio che vi dò è annunzio di guerra; all'armi dunque o
soldati... Io sarò il vostro duce. Altre volte ci siamo conosciuti con
gran parte di voi nel fervore delle pugne; ed io, combattendo a fianco
del magnanimo mio genitore, ammirai con orgoglio il vostro valore.
Movete fidenti alla vittoria, e di novelli allori fregiate la vostra
bandiera, quella bandiera che coi tre suoi colori e colla eletta
gioventù, qui da ogni parte d'Italia convenuta e sotto a lei raccolta,
vi addita che avete a compito vostro l'indipendenza d'Italia; questa
giusta e santa impresa che sarà il vostro grido di guerra» quali parole
del re guerriero e patriota empirono d'entusiasmo e di ardimento gli
animi delle milizie regolari e dei volontari Garibaldini.
*
* *
Nel pomeriggio del 22 maggio Garibaldi con marcia ordinata e celere
aveva preso la via di Arona, e mentre per le disposizioni date, tutto
doveva far credere che vi avrebbe pernottato, a notte calata le sue
truppe facevano un rapido mezzo giro a destra e infilavano, serrate e
silenziose, la strada di Castelletto, penetravano nel parco Visconti e
trovati alla riva i barconi preparati già dal bravo Viganotti in ordine
mirabile s'imbarcarono, e passarono sull'opposta riva occupandola
militarmente; e subito dopo la 3ª compagnia De Cristoforis, scelta per
avanguardia si spingeva a notte profonda dentro Sesto Calende a cogliere
nel sonno le autorità austriache, doganieri, gendarmi e croati colà
residenti, facendoli prigionieri.
*
* *
La mattina del 23 maggio la situazione degli eserciti belligeranti era
questa: gli alleati ancora al di là della Sesia e del Po, tra Vercelli e
Voghera; gli austriaci in faccia a loro, padroni delle due rive della
Sesia e del Ticino, e di tutto il Lago Maggiore.
In questo stato di cose Garibaldi si trovava isolato, come campato in
aria, ed i suoi cacciatori potevano considerarsi come un nucleo di
truppa perduta nel cuore del campo nemico: per cui al nostro eroe non
restava che, o vincere subito ad ogni costo, o disperdersi coi suoi per
i monti, onde potere all'evenienza rifugiarsi in Isvizzera. A ragion
militare veduta, dei due eventi certo il meno probabile non era il
secondo. Ed invero l'Austria era signora della Lombardia, la scorrazzava
con dodicimila uomini, riceveva rinforzi, o ne poteva ricevere ancora;
occupava Milano con imponente presidio, allacciava i suoi distaccamenti
con forti colonne mobili pronte a correre nei punti più minacciati;
sicchè poteva opporre al condottiero italiano una forza sempre di molto
maggiore della sua. Ma a Garibaldi in mancanza di grandi forze erano
potenti ausiliari, la perizia e l'indomita audacia. Si fissava quindi
nell'antico suo scacchiere del 1848 tra il Verbano e il Lario, e formava
in un baleno il suo piano deliberando la marcia su Varese nel giorno
stesso.
Un fiero proclama scritto di sua mano, inciso colla sua spada, aveva
annunziato il suo arrivo alle popolazioni della regione, e non vi era
umile terra dei dintorni che vi restasse insensibile. Da Laveno,
Gallarate, Besozzo, Ispra, Varese, accorsero festanti ad offrire al
famoso Capitano l'opera loro, ad invocare una sua parola d'ordine per la
lotta; ed a tutti l'eroe distribuiva parole d'incitamento e di coraggio.
All'inviato di Varese, che, a nome del suo generoso Podestà Carlo
Carcano gli domandava istruzioni, rispondeva di suo pugno; «qualunque
cosa facciate contro il nemico in pro' della santa causa italiana, sarà
da me approvata, ed io vi sosterrò validamente».
La marcia da Sesto Calende a Varese non poteva essere fatta di fronte,
perchè esposta ad essere pericolosamente molestata di fianco; oltre di
che, prima d'inoltrarsi nel paese, importava assicurarsi sul Lago
Maggiore un punto di sostegno, e impadronirsi di uno almeno dei
piroscafi che il nemico vi teneva. Guidato da questi concetti ordinò il
suo movimento così:
Bixio con un battaglione del suo reggimento doveva marciare per la
strada lacuale di Sesto Calende; toccato Angera doveva staccare una
compagnia per tentare di predare il piroscafo «Ticino» ivi ancorato:
giunto ad Ispra sostare ed informarsi esattamente del presidio di
Laveno, e di tutte le altre forze austriache sul Lago, dopo ciò
convergere su Brebbia e spingersi fino a S. Andrea, borgo che cavalca la
via Laveno-Varese ed ivi accamparsi gagliardamente.
Il capitano De Cristoforis doveva rimanere a Sesto con la sua compagnia,
sorvegliare il passo del Ticino, e se gli capitava il destro
impossessarsi di qualcuno dei vapori nemici, e sopratutto doveva
guardare la strada Sesto-Gallarate attirandovi il nemico, trattenerlo
quanto avesse potuto, e battere in ritirata su Varese se assalito da
forze superiori.
Tutto ciò stabilito, spinta un'altra pattuglia a Gallarate, per
mascherare una volta di più la sua mossa, verso le 5 di sera Garibaldi
staccava la marcia, e per le vie traverse di Corpegno, Varano, Bodio,
Capolago, tra fitte tenebre, attento a tutti i bivii, e sollecito a
tutti i rumori, con la truppa stanca, ma elettrizzata al contatto di
quella terra tanto agognata, s'accostava a Varese, dove circa le 11 di
sera incontrato da musiche e da fiaccole, accolto da una calca di
popolo in delirio, vi entrò in trionfo, s'avviò difilato al Municipio ed
incontrato il Podestà lo abbracciava infiammando con l'ardente sua
parola che affascinava quanti l'ascoltavano; e prima di ritirarsi
pronunziava queste testuali parole, che la storia non può dimenticare:
«Qualunque bene diciate di Vittorio Emanuele non sarà mai troppo. _Io
non sono realista_: ma dopo che avvicinai Vittorio Emanuele, dovetti
riconoscerlo per un gran galantuomo. Egli non solo ha per l'Italia un
amore immenso, ma un culto, un'idolatria».
Quello che importava era provvedere alla difesa. L'Austriaco, scossa la
prima sorpresa, accorreva e serrava da ogni banda. Giulay conosciuta
l'invasione garibaldina, in risposta a quello di Garibaldi, bandiva un
suo proclama feroce, nel quale dopo avere annunziato il suo arrivo
concludeva. «Do la mia parola che i luoghi, i quali facessero causa
comune con la rivoluzione, verrebbero puniti col fuoco e con la spada».
E non dovevano essere parole soltanto.
Il giorno stesso spiccava dal grande esercito una colonna che a marcia
forzata, accorreva sul nuovo teatro di guerra; anche da Milano il
generale Melezes di Kellermes, spediva su Gallarate e Somma un corpo di
quattrocento fanti, due pezzi e uno squadrone. Fu questo corpo che il 25
di mattino andò ad attaccare in Sesto-Calende il capitano De
Cristoforis, e che questi, con strattagemmi degni di una pagina di
storia indimenticabile, seppe illudere e deludere così bene, da tenerlo
in mano per quasi due ore con forze quattro volte inferiori, e
sgusciargli di sotto gli occhi, a mezzo tiro di moschetto, lasciandolo
solo a cannoneggiare le povere case di Sesto, dove fin dalla mattina non
v'era più l'ombra di un garibaldino.
Intanto la colonna austriaca partita da Oleggio, il cui antiguardo fu
visto spuntare ad Olgiate la sera del 23, era in marcia su Varese, forte
di quattromila uomini con due batterie e due squadroni, comandata dal
tenente maresciallo Urban.
Varese giace in una conca di colline alcuna delle quali vestite di
macchie e di boscaglie che formano il suo baluardo. E tramezzo a
siffatte colline nella direzione dei quattro punti cardinali corrono
altrettante strade principali: ad oriente, quella che dalle falde di
Biumo conduce per Malnate, a Olgiate e a Como; a mezzodì, quella che
lambendo le pendici di San Pedrino e di Gubiano, va per Gallarate a
Tradate a Milano; ad occidente, quella che, traversati i poggi di
Masnago e Comerio, mena per Gavirate a Laveno, a settentrione, infine le
due strade d'Induno e di Sant'Ambrogio che spaccando le prealpi di
Valcuvia e di Valgana, portano al Lago Maggiore ed alla Svizzera. Ora a
chi avesse considerata questa topografia, due cose risultavano notabili:
la prima, che la strada di Induno e di Valgana si allacciava
presso Biumo inferiore, alla strada di Como in guisa da formare
con essa un angolo retto; la seconda, che per il poggio di
Biumo Superiore s'incamminava nel quadrivio testè descritto,
Varese-Sant'Ambrogio-Induno-Como, e con la forte postura ne teneva la
chiave e la dominava.
Ciò posto, e per quanto fosse manifesto che l'attacco principale sarebbe
venuto dalla via di Como, non era però da trascurarsi, il supposto,
assai probabile, che l'Urban avrebbe compiuto un movimento aggirante per
la via Induno; nè molto meno era a rigettarsi come improbabile il caso
che i corpi incontrati a Gallarate dal De Cristoforis e il presidio di
Laveno si muovessero a rincalzare di fianco e alle spalle l'assalto
principale, tentando di mettere i garibaldini tra tre fuochi.
Importava dunque guardarsi da tutti i lati, e guardarsi in modo da
potere all'evenienza far fronte da ogni parte, senza assottigliare di
troppo la propria linea e disseminare le forze; e Garibaldi non titubò.
Fissate due linee di difesa, l'una esterna, lungo l'arco
Biumo-Giubiano-San Pedrino e l'altra interna rasente gli sbocchi delle
principali vie di Varese, occupò coi carabinieri genovesi e un
battaglione del terzo Reggimento la Villa Ponti, centro di Biumo
Superiore, e vi piantò il suo Quartier Generale; mise a guardia di Biumo
Inferiore un battaglione del secondo Reggimento, ed erigendo due
barricate, una appoggiata alla Villa Litta Modignani, a custodia della
strada d'Induno, l'altra tra la chiesetta di San Cristoforo e la casa
Merini, a sbarrare le vie di Como, assicurò su queste posizioni la sua
sinistra. Appostò indi un battaglione del primo Reggimento in faccia a
Giubiano, e intorno alle alture circostanti di Boscaccio e vi appoggiò
il suo centro; collocato tra Villa Pero e la Villa De Cristoforis a San
Pedrino, il rimanente del primo Reggimento sotto il comando di Cosenz, e
fatta asserragliare anche quella strada, afforzò la sua destra dal lato
di Milano; richiamò Bixio da Sant'Andrea, senza tralasciare di far
battere da frequenti pattuglie a grande distanza la strada di Laveno,
munì di barricate tutti gli sbocchi di Varese e provvedere così alla sua
seconda linea; infine prescritte come eventuali linee di ritirata le
strade di Induno e Sant'Ambrogio, tutto ispezionato co' suoi occhi, a
tutti comunicando la sua intrepidezza e la sua fede, attese di piè fermo
il nemico.
E questo non si fece aspettare lungamente, fin dalla sera del 25 gli
esploratori l'avevano segnalato a Olgiate. Un breve ma eloquente
manifesto del Regio Commissario Emilio Visconti-Venosta che diceva:
«Varesini, Voi foste i primi a salutare la bandiera tricolore in
Lombardia, Voi sarete i primi a difenderla» vi aveva preparato gli animi
ad accoglierlo degnamente e al mattino seguente infatti sullo scoccare
delle otto il nemico appariva innanzi a Belforte e il combattimento
incominciò.
Dei quattromila uomini che il generale Urban traeva seco, una parte,
l'aveva lasciata in riserva a San Salvatore forte posizione tra Binago e
Malnate; un altro battaglione di granatieri lo aveva inviato per
Casanuova e Cozzone ad eseguire quel movimento aggirante sulla strada
d'Induno che Garibaldi aveva preveduto; e cogli altri duemilacinquecento
fanti circa, la cavalleria, e quattro pezzi veniva ad assalire
direttamente Varese. Impadronitosi del poggetto di Belforte annunziò con
alcuni razzi il suo attacco, muovendo simultaneamente contro la sinistra
e il centro garibaldino; ma questi non si mossero ed attesero, come
Garibaldi aveva ordinato, a mezzo tiro il nemico e con pochi colpi ben
assestati l'arrestarono di botto. Ad un secondo e più gagliardo attacco,
i garibaldini usarono la medesima tattica. Infatti appena il nemico fu
presso la barricata della gran strada di Como, e spuntò al centro sulle
alture di Boscaccio, Medici con una brillante carica alla baionetta di
fronte, e Cosenz con un abile contrattacco di fianco, con poche forze,
ma con grande valore ributtarono l'assalitore fin sotto alle falde di
Belforte e lo forzarono a battere in ritirata su tutta la linea.
Garibaldi da Villa Ponti, donde aveva osservato le vicende della pugna,
visto che il nemico si ritirava, ordinò che s'inseguisse e scendendo di
galoppo sulla strada, si pose egli stesso a capo dell'inseguimento.
Il generale Urban era intanto arrivato a San Salvatore, dove aveva
lasciato la sua riserva, e, saputo del rovescio toccato ai suoi, si
apparecchiava a sua volta a sostenere l'assalto.
Garibaldi non aveva con sè che un terzo delle sue forze, e quantunque la
posizione di San Salvatore fosse fortissima e serrasse la strada come un
contrafforte, non esitò ad ordinare l'attacco; occupato il poggetto
Raera fronteggiante San Salvatore, e fatto ripiegare Bixio che si era
troppo inoltrato, tenne a bada il nemico con vivissimo fuoco di
moschetteria, finchè sceso da Cozzone il Medici, spinse ad una carica
alla baionetta tutta la sua linea, costringendo gli Austriaci a lasciare
a precipizio anche quella seconda posizione e a non arrestarsi più che
ad Olgiate.
All'annunzio della vittoria di Varese, l'agitazione patriottica divampò,
estendendosi rapidamente. I patrioti di Como fecero sapere a Garibaldi
che lo aspettavano frementi nella loro città; che molte pievi del Savio
s'erano sollevate, e che alcuni giovani armati si erano impadroniti dei
vapori del Lago ed erano passati alla causa Nazionale. Garibaldi promise
che avrebbe marciato alla volta di Como, non però col proposito di
entrarvi, ma di occupare una buona posizione che gli avesse permesso di
dar la mano agli insorti del Lago, e di riassaltare di conserva con loro
l'austriaco.
Date le opportune disposizioni per la sicurezza di Varese, all'alba del
27 col primo reggimento in testa s'incaminava con tutta la brigata per
la via che per Olgiate e Cavallasca mette a Como.
Il generale Urban a sua volta, rinforzato da due nuove brigate (Augustin
e Scoffgotsche) che facevan montare le sue truppe a ben diecimila
uomini, aveva preso posizione difensiva fra la strada medesima e l'altra
più settentrionale che da Cavallasca per San Fermo piomba su Como; e
colla sinistra dietro il Lura tra Brebbio e Breccia, il centro a San
Fermo, la destra al Prato di Porè sul lago, si preparava a sostenere
l'assalto. Se non che, male esperto delle abitudini tattiche di
Garibaldi, egli se l'aspettava nel piano, alla sua sinistra e quindi per
rinforzare questo punto aveva malaccortamente indeboliti gli altri.
Garibaldi invece aveva l'occhio fisso ai monti; sicchè giunto ad Olgiate
arrestava la colonna, metteva in posizione tutto il primo reggimento sì
da far credere si preparasse allo assalto, tenne a bada il nemico per
più ore, e allo scoccar del mezzogiorno, coperto dal reggimento Cosenz,
voltava repentinamente a sinistra per gli erti viottoli che salivano a
Geranico al Piano ed a Porè; e giungeva a Cavallasca in faccia a San
Fermo. Quivi, spiate dal campanile di Cavallasca le posizioni nemiche,
Garibaldi stabiliva prontamente il suo piano di battaglia e ne ordinava
con pari celerità l'esecuzione. Al colonnello Medici ed al suo
reggimento l'onore del primo assalto; De Cristoforis con due compagnie
doveva attaccare di fronte la chiesa di San Fermo; Susini-Millelire con
una compagnia doveva attaccarla da sinistra, quella del Vacchieri da
destra; altre compagnie, condotte dal Gorini, e tutte comandate dal
Medici in persona, dovevano calare sulla strada San Fermo-Rondinello e
minacciare il nemico.
Il primo cozzo fu tremendo; i cacciatori austriaci armati delle loro
eccellenti carabine, appiattati attorno al parapetto del piazzale della
Chiesa, che s'innalzava sopra un poggio a guisa di bastione, e dietro le
finestre delle case circostanti battevano con un fuoco micidiale di
fronte e di fianco, i primi assalitori e cioè la compagnia De
Cristoforis, che rigò del sangue dei suoi migliori la via infuocata;
cadde colpito gravemente il tenente Pedotti; cadde, lacerate le visceri,
il capitano De Cristoforis; cadde, fracassata una spalla, il tenente
Guerzoni ed altri, ed altri; la compagnia decimata balena s'arresta un
istante, ma non indietreggia. Nel frattempo l'assalto ai due fianchi si
spiegava ed incalzava; un battaglione austriaco si lanciava alla corsa
da Rondinello, ma incontra sui suoi passi il Medici che lo arresta, e
con una carica furiosa riesce a rovesciarlo; altre compagnie dei nostri
subentrano a rinforzare l'assalto, sicchè il nemico ormai circuito,
sgominato, rotto, volta in fuga precipitosa verso Camerlata e Como.
Garibaldi non indugiò un istante ad occupare le posizioni espugnate, e
mentre Medici s'afforzava tra Rondinello e Breccia, e Bixio chiudeva
gl'intervalli tra S. Fermo e Rondinello, il maggiore Quintini si
piantava col battaglione ed alcune compagnie del secondo reggimento a
San Fermo; ed altre compagnie si stendevano a sinistra verso Cima la
Costa. Ma ancora il nemico non si dava per vinto, il generale Augustin,
raccolte tutte le sue forze, le spinse parte a destra, su Cima la Costa,
per spuntarvi la nostra sinistra; parte a manca, per riafforzare
l'altura di sopra la Costa, e di là controbattere San Fermo. E la mossa
fu condotta con rapidità; ma vegliava Garibaldi, e vegliavano i suoi
luogotenenti; onde appena l'assalitore giunse a mezzo tiro della nostra
linea, il Cosenz a sinistra di Cima la Costa, il Medici a destra da
sopra la Costa, lo respingono, di svolta in svolta, di poggio in poggio,
giù per la strada d'onde era venuto, fino a che Garibaldi adocchiata da
Cima la Costa quella seconda più rovinosa ritirata, vide possibile
quello di cui prima dubitava, cioè la presa di Como; e vi si preparò
senz'altro.
Ordinò che si raccogliessero e riordinassero le forze; spedì Simonetta
con alcune guide ad esplorare i dintorni della città, e lasciata una
buona retroguardia a San Fermo, marciò a notte fatta giù per la tortuosa
via di Borgo Vico, e ormai accertato dagli esploratori che l'austriaco
aveva abbandonato Como vi entrò risolutamente.
Non può descriversi la festosa sorpresa della città; una piena di popolo
trasognato accorse ebbro, frenetico; Garibaldi baciato, benedetto,
toccato come un santo, è portato in trionfo fino al palazzo del Comune.
Ma nella gioia di una intera città egli non smarrì un solo istante la
mente; e tosto diede opera a custodire le sue spalle, mandando Medici,
infaticabile quanto lui, a vegliare sulla strada di Camerlata, dove
ancora s'accalcava minaccioso il nemico.
L'alba dell'indomani però chiariva che l'ultimo austriaco era scomparso
da Camerlata e che ormai tutta la colonna dell'Urban s'era riconcentrata
tra Barlesina e Monza sulla via di Milano.
L'Elia, che dopo il 1849 aveva dovuto emigrare, si trovava a New York
quando i giornali diedero la notizia che Vittorio Emanuele aveva
sguainata la spada per l'indipendenza italiana.
Non perdette tempo--col primo Pacchetto in partenza il «Devonshire»
s'imbarcava per Londra e presa la via di Calais per la Svizzera
raggiungeva Garibaldi a Como il 28 maggio e subito si presentava al
generale sotto gli auspici del padre, già amico suo fin da quando era in
America. All'udire che colui che gli stava davanti era il figlio del
fucilato Antonio Elia, volle baciarlo e tenendogli stretta la mano, con
accento commosso gli disse parole di affetto paterno e volle che stesse
al quartier generale. Da quell'ora l'Elia seguì sempre Garibaldi con
venerazione filiale.
Garibaldi non era uomo da stare ozioso; affidò a Camozzi, Commissario
Regio per Bergamo, l'organizzazione militare; lasciò la compagnia del
Fanti a proteggere Como, a reclutar volontari, a raccogliere armi, inviò
con lo stesso ufficio la compagnia del Ferrari a Lecco; lodati come
meritavano i suoi bravi cacciatori delle Alpi, e concessa loro per
riposarsi tutta la giornata del 28, la mattina del 29, senza svelare ad
alcuno il suo disegno, fece battere l'assemblea, e si pose in marcia,
col resto della brigata, di molto assottigliata dai morti, dai feriti,
dagli infermi e dai distaccati, per Olgiate e Varese.
Dove si andava? a che mirava il generale? a qualcuno dello stato
maggiore che lo interrogò «Andiamo, risponde, a incontrare i nostri
cannoni a Varese». Infatti il ministro della guerra aveva deciso
d'inviare ai cacciatori delle Alpi quattro obici di montagna: ma i
cannoni erano un pretesto, o tutto al più uno scopo secondario, altro
era l'intendimento di Garibaldi.
Egli non aveva mai deposto il pensiero di assicurarsi una base sul Lago
Maggiore; voleva quindi impadronirsi di Laveno che ne era uno dei punti
dominanti. Marciava per ciò a quello scopo, fidando nella rapidità e
segretezza delle sue mosse.
Passata la notte del 30 a Varese, mosse all'alba dell'indomani per la
gran strada di Laveno; giunto a Germonio, sostò per studiare il piano e
raccogliere notizie dopo di che decise di tentare di notte la sorpresa
del forte: e si inoltrò con la brigata fino a Citiglio, lasciò dietro di
sè a Brenta il secondo Reggimento, ed a Germonio sulla strada di Varese
il terzo, mandò segretamente Bixio e il Simonetta nell'altra sponda del
Lago, perchè vi raccogliessero barche ed armati, con cui tentare un
abbordaggio contro qualcuno dei vapori Austriaci ancorati a Laveno; e
ciò disposto voltò a sinistra per Mombello e andò a collocarsi a due
chilometri dal forte di Laveno, diramando tosto i suoi ordini per
attaccarlo.
Gli ordini erano buoni; i soli possibili; e se a frustrarli non avesse
cospirato quel nemico fatale in tutte le imprese notturne, il buio,
causa di confusione, d'equivoci, di terrori, il colpo sarebbe riuscito.
Il capitano Bronzetti che doveva con la sua compagnia cogliere di
sorpresa il Castello dal lato settentrionale, venne abbandonato dalle
guide, perdette la via e non arrivò al posto. Il capitano Landi, che
doveva con un'altra compagnia sorprendere il Castello dal lato
meridionale, incontrò una strada coperta, gremita di nemici, dove
credeva trovare un orto indifeso; scoperto, prima del tempo dalle
vedette, combattè per più di un'ora valorosamente, lasciando sul terreno
non pochi de' suoi, sino a che feriti i suoi luogotenenti Gastaldi e
Sprovieri e ferito egli stesso fu costretto a ripiegare ed a ritirarsi,
conducendo seco i feriti. Il forte desto dall'allarme, diede fuoco a
tutte le sue batterie, tempestò di palle il terreno circostante,
comunicò l'allarme ai Vapori, che, accortisi delle barche condotte dal
Bixio e dal Simonetta, le presero a bordate mettendo ben presto lo
spavento nella ciurma inesperta, che si sgominava, e nonostante le
preghiere, le minacce degli intrepidi condottieri voltavano
precipitosamente le prue.
Potevano essere le due dopo mezzanotte, e Garibaldi visto fallito il
tentativo, ordinava la ritirata su Cittiglio, colà si ricongiungeva in
buon ordine ai corpi che aveva lasciato a Brenta ed a Gemonio, con
intendimento di ritornare a Varese.
Però la mattina del 31 maggio si ebbero non liete novelle. Il generale
Urban marciava minaccioso e ringagliardito su Varese; sicchè Garibaldi
dovette prudentemente mutar pensiero, e risalire la via di Valcuvia,
dove poteva, protetto dai monti, attendere gli eventi.
Ma era difatti la giornata del 31 al tramonto, che Urban compariva con
due colonne da Tradate e da Gallarate sulle alture di Giubiano e di San
Pedrino dominanti Varese, e vi si accampava militarmente. Conduceva
dodicimila uomini e diciotto pezzi d'artiglieria; sbuffava fuoco e
fiamme, annunziava alla città ribelle strage e rovina, la multava
dell'enorme tributo di tre milioni, oltre grande quantità di
provvisioni, prendeva ostaggi numerosi, li minacciava ad ogni istante di
morte, e non vedendo subito soddisfatte le sue insensate pretese, apriva
contro di essa un furibondo bombardamento abbandonandola poi per più ore
al saccheggio.
Intanto che Varese subiva l'infernale flagello, Garibaldi scendeva da
Valcuvia fino in faccia di Santa Maria del Monte; e di là nella mattina
del 1º giugno, giù fino a Sant'Ambrogio e Robarello, discosti un'ora da
Varese, sfidando il nemico.
Più bella occasione pel generale austriaco di vendicarsi di quel
brigante di Garibaldi non gli si poteva dare. Aveva giurato che lo
avrebbe impiccato con tutti i suoi: ed ora che lo teneva quasi nelle
unghie, appena ad un tiro di cannone, in una posizione quasi disperata,
e presso a schiacciarlo di un sol colpo con forze quadruplicate, perchè
non lo assaliva? Perchè se ne stette immobile dietro Varese, occupato
soltanto a bombardare una città inerme, non rispondendo alla sfida
temeraria dell'eroe?
Il perchè è un mistero! Il fatto si è che l'Urban lasciò passare tutta
quella giornata senza fare un passo, senza tentare nemmeno una
ricognizione a fondo, e, soltanto, la sera si decise ad occupare la
posizione di Biumo superiore temendo di essere attaccato. Intanto più
grossi avvenimenti erano accaduti sul maggior teatro della guerra.
*
* *
Fra il 27 e 28 maggio l'esercito alleato iniziava quel gran movimento di
fianco dal Po al Ticino, che fu la più abile manovra strategica della
campagna.
Il 29 maggio l'esercito Sardo, meno la quinta divisione rimasta a difesa
della riva destra del Po, si concentrava sopra Vercelli per passare la
Sesia sui ponti che vi erano stati gettati. Il 30 la divisione Cialdini
passò per la prima. Il nemico occupava tutti i villaggi sparsi in faccia
alla Sesia e dominava il paese; a Palestro poi aveva concentrati i più
grandi mezzi di resistenza. Vi aveva piantato batterie per dominare il
fiume e per battere d'infilata la strada. Aveva inoltre coronate le
cime delle alture di forti parapetti per tenere al coperto la fanteria,
e scavati dei fossi nei lati, pure protetti di parapetti, dietro ai
quali stavano numerose truppe, mentre molti cacciatori tirolesi erano
appostati dietro gli alberi e nelle case da dove fulminavano gli
assalitori.
Vittorio Emanuele dirigeva in persona le operazioni militari. Il 6º e 7º
bersaglieri formavano l'avanguardia con una sezione d'artiglieria ed uno
squadrone di cavalleggeri d'Alessandria; il generale Cialdini marciava
alla testa.
Al terzo ponte che taglia la strada, gli esploratori incontrarono gli
avamposti austriaci; accolti da fitte scariche di fucile e di mitraglia
i nostri non si arrestarono, si cacciarono risolutamente di corsa,
invadendo il ponte e vi si stabilirono, mentre il 17º bersaglieri
guidato dal suo comandante Chiabrera si precipitò con slancio
irresistibile sulla difesa di destra, snidò i cacciatori nemici
imboscati nei declivi, e la quarta divisione con rapidità fulminea, con
foga irresistibile metteva in fuga il nemico e s'impadroniva di
Palestro. La terza divisione rafforzata dai reggimenti 5º cavalleria e
Piemonte Reale, traversata la Sesia marciava sopra Vinzaglio,
fortemente occupato dal nemico. La divisione piombò in colonne serrate
sul villaggio; non vi furono ostacoli validi ad arrestarla; i
battaglioni divoravano lo spazio e fatta una scarica si avventavano sul
nemico colla punta della baionetta--questo non resistè all'urto
terribile e, come a Palestro, abbandonò il villaggio e si ritirò su
Confienza.
L'imperatore dei francesi, prevedendo che l'esercito italiano avrebbe
dovuto sostenere aspre battaglie, staccava dal 5º corpo il 3º reggimento
Zuavi, ed ordinava al colonnello Chabron di mettersi a disposizione di
Vittorio Emanuele. Il Re, sicuro che gli austriaci avrebbero fatto tutti
gli sforzi per riprendere l'importante posizione di Palestro, ordinava
al colonnello dei Zuavi di dirigersi su quella posizione.
Verso le dieci del 31 maggio gli austriaci sboccando per le strade di
Robbio e di Rozano diedero di cozzo negli avamposti piemontesi che li
accolse con fuoco ben nutrito. Ma erano tre le colonne d'attacco che si
avanzavano in grandi masse compatte, ed obbligavano i nostri a ripiegare
sul villaggio.
Il 20º reggimento che trovavasi a sinistra della strada di Robbio fu
pure obbligato a ritirarsi sull'alture ma non rallentò il fuoco; il
nemico però ingrossando sempre, minacciava di schiacciare le poche e
intrepide nostre truppe; accorse in quel frangente il prode colonnello
Brignone conducendo con se alcuni battaglioni, ed i Piemontesi prendendo
l'offensiva, si lanciarono contro il nemico e lo respinsero al di là
delle linee degli avamposti.
Il generale Cialdini accorso, si avvide che le manovre del nemico
tendevano ad aggirare la sinistra della sua posizione; vi mandò tosto
alcuni battaglioni che raccolse con una sezione d'artiglieria comandata
dal bravo capitano Ponzio-Vaglia, mentre il 7º bersaglieri si slanciò
addosso al nemico, minacciante il ponte gettato sulla Sesia e fa
occupare vigorosamente gli approcci di Palestro affine d'impedire al
nemico la marcia sul villaggio; la lotta si fa accanita, le grosse
colonne austriache comandate dal feld Maresciallo Zobel, sorrette da
numerose compagnie di tirolesi e dall'artiglieria, si avanzarono
risolutamente contro le truppe piemontesi che tennero fermo, incuorate
dalla presenza di Vittorio Emanuele; coprendosi di gloria. Proprio nel
più caldo del combattimento il colonnello Chabron lanciò i suoi Zuavi
all'attacco: questi, come un uragano, sotto gli occhi del Re di Piemonte
si gettarono sopra agli austriaci; nessun ostacolo, nessuna resistenza
li arresta; invadono le difese nemiche si gettano sopra ai cannoni: gli
artiglieri austriaci non hanno tempo di caricare i pezzi perchè le
terribili baionette ne fanno strage; riescono vani i tentativi della
fanteria che accorse per salvarli e i cinque cannoni furono preda dei
vincitori; non si arresta il reggimento, si slancia sulla strada e,
seguendo Vittorio Emanuele che con la spada li invita all'attacco, si
avventa contro le masse austriache impegnate in furiosa lotta coi
piemontesi, e così i soldati delle due nazioni si frammischiarono nel
combattimento e nella gloria, investendo il nemico alla baionetta.
Questo fortemente trincerato sul ponte della Brida, fortificatosi in una
grande masseria, munita di cannoni e di feritoie, preclude il passaggio
del ponte; ma zuavi e piemontesi non si sgomentano, nè si arrestano;
animati dalla presenza del re e dall'esempio degli ufficiali,
s'avventano sul ponte, sui cannoni, che sono presi dai piemontesi;
nella masseria è una lotta terribile, corpo a corpo, e gran numero di
nemici trovano la morte nel fiume che li travolge nei gorghi delle sue
acque.
La vittoria dei nostri fu completa, oltre ventimila erano gli austriaci
combattenti, numerosissimi furono quelli rimasti sul campo, circa
cinquecento trovarono la morte nel fiume, gli austriaci perderono fra
morti feriti e prigionieri oltre seimila uomini; i nostri circa duemila
uomini fra morti e feriti. Trofeo della vittoria furono, oltre mille
prigionieri, cinque cannoni presi dai zuavi e tre dai piemontesi. La
campagna s'iniziava splendidamente!
I Zuavi per rendere omaggio al valore del Re, vollero portare al suo
quartier generale la sera stessa del 31 i cannoni tolti al nemico.
Il Re grato del delicato pensiero di quei valorosi, scrisse al
colonnello Chabron la seguente lettera: