_G. Garibaldi._
La brigata Garibaldi fu ordinata a coprire la posizione tra porta
Portese e porta San Pancrazio; quella di Masi distribuita tra porta
Cavalleggieri e porta Angelica; la riserva composta dalla brigata
Galletti, dai dragoni Savini, dai bersaglieri Manara, schierata tra
Piazza Navona, la Lungara e Borgo; i bastioni furono coronati di nuovi
pezzi, le batterie del Vaticano rinforzate; tutto ciò disposto in buon
ordine; di modo che Roma si tenne pronta a ributtare gli assalitori.
Il 30 aprile le vedette di San Pietro annunziarono lo spuntare di una
colonna francese sulla via di Civitavecchia. Erano circa dodicimila
uomini, divisi in due brigate sotto il comando dei generali Molière e
Lavaillant, con due batterie da campagna; credevano davvero che gli
italiani non si sarebbero battuti; dovevano presto accorgersi del loro
folle giudizio e chiamare poderosi rinforzi.
Alcuni colpi aggiustati dal Calandrelli fecero capire che si pensava a
respingere sul serio gli assalitori, ma erano pur sempre francesi, gli
agguerriti soldati dei combattimenti africani. Essi quindi avanzarono da
prodi secondo l'ordine ricevuto per l'attacco; non restavano i nostri
dal fulminarli colla mitraglia e coi fucili. Ai difensori, specialmente
agli artiglieri, nuocevano le carabine dei cacciatori di Vincennes; ma
le nostre artiglierie egregiamente servite e dirette, facevano vuoti
sanguinosi nelle file avversarie.
Un notevole vantaggio avevano ottenuto i francesi, fin dal principio; il
generale Oudinot aveva ordinato alla brigata Molière di occupare la
Villa Panfili, il battaglione universitario sostenne valorosamente i
primi assalti, ma scarso di numero, in confronto degli assalitori, dopo
di avere contrastata la preziosa posizione dovette abbandonarla,
ritraendosi al riparo dietro il Casino de' Quattro-Venti.
Ma da quella parte, attento a tutte le fasi del combattimento, stava
vigile Garibaldi e il trionfo dei francesi non doveva essere di lunga
durata. Infatti il generale, scorto il pericolo, chiamò a sè la legione
italiana e la lanciò a baionetta contro il nemico. Questi non temette
l'attacco, e da quell'istante intorno a Villa Corsini, per le aiuole e i
prati del parco Pamfili, dietro ogni muro e ogni siepe, s'impegnò una
lotta corpo a corpo, petto a petto, palmo a palmo, a vita ed a morte.
A favore dei francesi erano il vantaggio delle armi, la bontà della
posizione che li proteggeva, l'abitudine alla disciplina, l'esperienza
del combattere; per gl'italiani era presidio la coscienza della giusta
causa, la religione della patria, la fede nella baionetta e il comando
di Garibaldi.
Ormai troppo già durava il contrasto: e Garibaldi sentì venuta l'ora del
colpo decisivo.
Con l'aiuto di mezza brigata Galletti, riunite tutte le forze che aveva
sotto mano si rovescia per la Valle sul fianco destro francese, lo
rompe, lo sfonda ed incalza con la baionetta alle reni e costringe in
brev'ora tutto l'esercito assalitore, già ributtato dal fronte su tutta
la linea, a battere in precipitosa ritirata.
La giornata del 30 aprile sarà ricordata dalla storia come una delle
più belle pagine militari dell'indipendenza italiana.
Più di trecento morti, cinquecentotrenta feriti, duecentosessanta
prigionieri dovuti all'eroismo di Nino Bixio, fecero pagar cara alla
Francia l'insana aggressione e dimostrarono al mondo che gl'italiani si
battono.
In confronto le perdite degli italiani furono lievi; sessantadue morti,
un centinaio di feriti; un solo prigioniero--Ugo Bassi.
Onore ai prodi rapiti troppo presto ai futuri cimenti della patria.
Il battaglione universitario comandato dal Maggiore Andreucci si
distinse assai nella gloriosa giornata. «Avanti ragazzi» tuonava
Garibaldi--«avanti alla baionetta» e i ragazzi, da veterani si
lanciavano impavidi contro gli agguerriti soldati della Francia
combattendo da eroi.
Fra tutti primeggiò Nino Bixio che con audacia da leone, come già fu
detto, fece prigioniero con pochi uomini un battaglione del 20º
reggimento di linea col Maggiore che lo comandava.
Il primo merito della gloriosa giornata spetta al generale Garibaldi.
Fu unanime il sentimento di tutta Roma nella sera stessa del
combattimento; e la storia lo conferma col suo ponderato giudizio. Egli
rimase ferito nel più caldo della mischia e non ne fece mostra; solo
alla sera il dottore Ripari, il carissimo amico suo, volle a forza
curarlo.
Fatto caratteristico del combattimento fu questo, che, nelle lievi
perdite subite dai nostri, chi più ne sofferse furono gli ufficiali,
sempre i primi ad esporsi al fuoco nemico; così, oltre a Garibaldi,
furono feriti il maggiore Marochetti, il tenente Ghiglione, il tenente
Teglio, i sottotenenti dall'Ovo e Rota, e feriti a morte il maggiore
Montaldi, il maggiore Scianda, i tenenti Grassi e Righi e il
sottotenente Tresoldi.
Garibaldi combattè tutto il giorno, affrontando il nemico in aperta
campagna, ne scoperse il lato debole, lo assalì quando ravvisò il tempo
opportuno, e decise della giornata.
Avrebbe fatto di più se in quel giorno avesse egli avuto il comando
supremo, o se fosse stato ascoltato il suo consiglio.
Garibaldi aveva infatti intenzione di completare, quella sera stessa, la
vittoria, tagliando ai francesi la ritirata su Civitavecchia; e il
progetto sarebbe stato senza dubbio attuato; dopo lo scacco sofferto, il
morale del nemico era depresso ad incominciare dall'Oudinot, sfinito,
inoltre i francesi mancavano di cavalleria per coprire la ritirata,
mentre Garibaldi coi lancieri del Masina e coi dragoni di linea, tutta
gente fresca che nulla aveva sofferto dal combattimento, poteva giungere
a Civitavecchia prima dei francesi e suscitare quelle popolazioni contro
lo straniero. Che se non si fosse voluto precorrere i francesi in quel
posto, si poteva prenderli di fianco nella loro ritirata: giacchè
Garibaldi avrebbe potuto ingrossare le sue truppe coi due reggimenti di
linea che non avevano ancora combattuto, e così trarre il miglior frutto
della vittoria.
Ma indarno Garibaldi insistette appoggiato da Galletti: Mazzini non
voleva esporre la Francia ad una completa disfatta, e provocarne i
risentimenti. Egli era il capo del triumvirato, e se i nostri si
arrestavano nel momento il più propizio, era lui che doveva risponderne
alla storia.
Utilizzata o no la vittoria del 30 aprile si doveva capire che i
francesi avrebbero voluto prendere la rivincita; meglio era dunque
trarre partito della giornata, annientare il primo corpo di spedizione,
circondando di una aureola gloriosa i difensori di Roma, ammirati da
tutta Europa, poi prepararsi a far degna accoglienza al secondo corpo di
spedizione, che la Francia ostinata nel volere ristaurato il potere dei
papi ed ormai impegnata, avrebbe senza ritardo ordinato.
Unica impresa che venne concessa dal Triunvirato a Garibaldi il 1º
maggio, fu una ricognizione sul nemico che si ritirava per la via di
Civitavecchia, verso Castel di Guido, dove i Francesi avevano passata la
notte in armi nella certezza di essere assaliti. Egli uscì colla sua
legione da porta S. Pancrazio, mentre il Masina coi lancieri e coi
dragoni usciva da porta Cavalleggeri; entrambi si unirono all'osteria di
Malagrotta, dove i Francesi si erano preparati alla resistenza.
Ma per volere di Mazzini non si venne alle mani, come Garibaldi avrebbe
desiderato. E ciò anche perchè l'Oudinot mandò a Garibaldi un
parlamentario, per avvertirlo che trattava col governo Romano un
armistizio; quasi contemporaneamente Garibaldi stesso riceveva un ordine
di ritornarsene a Roma; e l'ordine fu eseguito nel giorno stesso.
Così i Francesi ebbero modo di guadagnar tempo, e ritornare con forte
nerbo di forze e grosso materiale di guerra a riprendere l'attacco
dell'eterna città con certezza di successo.
Ma se la giornata del 30 aprile non ebbe quelle conseguenze che erano da
aspettarsi dopo una vittoria così bella, essa però provò al mondo che
Garibaldi era qualche cosa di più di un semplice guerrigliero Americano,
e che non gli mancavano le doti tutte del generale delle grandi fazioni;
come provava al mondo che gl'Italiani, se ben condotti, sapevano
battersi.
*
* *
Intanto che Oudinot riposava a Civitavecchia, e mandava a Parigi
messaggi bugiardi mal dissimulanti la sconfitta toccata, e l'Assemblea
Romana lo rimeritava delle sue slealtà col mandargli liberi i
prigionieri; un esercito austriaco minacciava dal Po le Legazioni;
un'armata Spagnola veleggiava per la medesima crociata nel Mediterraneo;
e finalmente re Ferdinando di Napoli faceva occupare da una divisione
Velletri, mentre due altre, una di milizie regolari comandate dal
generale Winspeare, l'altra composta di briganti comandata dallo Zucchi,
s'inoltravano per la provincia di Frosinone sui colli Latini.
Il governo Romano commise a Garibaldi, che, evitando i decisivi
conflitti, tenesse a bada e molestasse il nemico, sperando il Mazzini
che le trattative colla Francia si risolvessero con soddisfazione, per
poi, tranquilli da quella parte, potere intraprendere una guerra a fondo
contro il re di Napoli, e rivendicare a libertà il suo reame.
Garibaldi riunì la sua piccola brigata il 4 maggio, dalle 6 alle 8 di
sera, in piazza del Popolo; era composta in tutto di duemila duecento
uomini, la passò in rivista, ed uscito tacitamente da Porta del Popolo,
s'incamminò per Ponte Molle, facendo le viste di marciare a Palo; poi
voltò a un tratto per la Prenestina, e dopo una marcia notturna pei
Monti Tiburtini faticosissima, ma silenziosa ed ordinata, arrivò
all'indomani a Tivoli dove si accampò sulle sponde dell'Aniene,
occupando cogli avamposti il ponte Lucano a circa sei chilometri sotto
Tivoli.
Il 6 maggio fece riposare nelle ore più calde la truppa presso gli
avanzi grandiosi degli acquedotti romani.
L'esercito borbonico appena avuta notizia della sortita da Roma di
Garibaldi, s'era concentrato fra Albano e Valmontone, e forte di seimila
uomini sotto il comando del generale Lanza si preparava ad affrontare
Garibaldi e disfarlo.
La mattina del 7 Garibaldi fece levare il campo e verso la mezzanotte
del giorno stesso, sotto un acquazzone torrenziale, occupò Palestrina a
poche miglia dalle linee nemiche, minacciando così da vicino il suo
fianco destro. Fin dal giorno 8, Garibaldi ordinava alcune scorrerie dei
suoi, una delle quali, comandata dal prode Bronzetti Narciso, gli aveva
riportata la speranza che il nemico non sarebbe stato così formidabile
come si vantava di essere. Era però troppo forte di numero per
attentarsi con soli duemila uomini ad assalirlo nelle sue forti
posizioni; e risolvette di starsene sulla difensiva e attenderlo di piè
fermo.
Il primo incontro serio fra le parti avversarie avvenne verso la sera
dell'8 maggio sulla strada che da Montecompatri porta a Frascati.
Il giorno 9 Garibaldi circondato dal suo stato Maggiore salì a Castel
San Pietro, piccolo paese sopra Palestrina, per osservare dal campanile
le mosse del nemico. Questo, in numerosa schiera di 6000 uomini, verso
le 2 pom. si avanzava da Valmontone su Palestrina, con intenzione di
chiudere a Garibaldi la ritirata su Roma.
Garibaldi prese tosto le sue misure e affidata a Manara la difesa della
città, collocò parte dei Legionari al suo fianco sinistro fuori porta
del Sole, egli in persona stava al centro, mentre Nino Bixio guardava la
destra.
Come suo costume, Garibaldi fece avvicinare ben bene i napoletani e a un
dato momento ordinò un attacco generale alla baionetta che mise in rotta
il nemico, il quale lasciava nella fuga feriti e prigionieri e in potere
dei nostri tre cannoni da montagna e non pochi fucili. Le perdite delle
truppe romane furono lievi; degli ufficiali solo il sottotenente Rotta
rimase ucciso e il tenente Martino Franchi ferito.
Ormai una più lunga stanza a Palestrina poteva divenire pericolosa
perchè a Roma era giunta la notizia di un prossimo attacco combinato di
napoletani e francesi, per cui il Triumvirato ordinava a Garibaldi di
rientrare in Roma. Era anche lui deciso di finirla e non s'attardò sotto
le tende; la sera dell'11 per sentieri impraticabili sfilando in
perfetto ordine e silenziosamente nelle vicinanze del campo nemico,
marciò per Zagarolo, sostò un poco nella osteria della Colonna sulla via
Casilina, e con un lungo giro come se venisse da Tivoli ricondusse la
propria gente a Roma, lieta se non di riportata vittoria, di onorato
successo.
*
* *
Nel frattempo importanti avvenimenti militari e politici eransi
maturati. Bologna, dopo quattro giorni di disperata resistenza, aveva
dovuto capitolare nelle mani del bombardatore Gorkowsky. Ancona, dove
teneva il comando militare quel Livio Zambeccari, compagno di Garibaldi
a Rio Grande, minacciata, si preparava ad imitarne e sorpassarne
l'eroismo; a Fiumicino s'ancorava la flotta, avanguardia della
spedizione spagnola; da Gaeta l'Antonelli s'affannava a mettere
d'accordo i quattro alleati senza riuscirvi; la Francia finalmente
continuava la politica a due faccie: quella delle parole favorevoli a
Roma, quella dei fatti favorevoli al Papa.
Di guisachè, mentre l'Assemblea nazionale a Parigi decretava che la
spedizione francese fosse «_ramenée à son premier but_», Luigi Napoleone
e l'Odillon Barrot inviavano lettere e messaggi all'Oudinot,
ripetendogli l'ordine di entrare a Roma a qualunque costo per
restaurarvi il governo papale.
Infine, perfidia maggiore di tutte (se si eccettua il nero tradimento
che doveva fra breve compiere il Generale Oudinot), la missione a Roma
del Lesseps affidatagli da Drouyn De Lhuys. L'inviato francese doveva
col governo di Roma trovare il modo di conciliare la libertà del popolo
Romano, i diritti della sovranità pontificia, e la dignità del governo
francese; in realtà doveva condurre i Romani ad aprire ai francesi le
porte di Roma, per restaurarvi il potere temporale del Papa.
Il primo effetto dell'arrivo del Lesseps fu la tregua di trenta giorni:
tregua che slealmente venne anticipatamente rotta dal Generale francese;
ma che ad ogni modo giovò al governo della Repubblica romana, per
finirla almeno coll'esercito borbonico.
=CAPITOLO XIII.=
=Spedizione contro l'Esercito Borbonico--Velletri.=
L'esercito romano tra il 1º e il 16 di maggio s'era venuto via via
ingrossando. Il battaglione Melara, prepotentemente catturato
dall'Oudinot a Civitavecchia, veniva lasciato libero; i corpi distaccati
nell'Ascolano erano rientrati; una Legione straniera si veniva
organizzando; la Legione trentina ed una compagnia del 22º Reggimento,
scappata dagli accantonamenti forzati della Spezia, erano riuscite a
penetrare in Roma tra il 9 e il 10, e fuse insieme andavano a formare un
altro battaglione di bersaglieri lombardi, che aggiunto al primo, sotto
il comando del Manara promosso colonnello, prendeva corpo e nome di
Reggimento. Finalmente venuta da Bologna, dopo 15 giorni di marcia,
entrava dalla Porta del Popolo la Divisione Mezzacapo, forte di circa
duemila uomini, preceduta da quella compagnia di studenti lombardi e
toscani che formarono il nerbo dei futuri difensori del Vascello.
Sommate queste forze nuove a quelle già esistenti al 30 aprile, si ha
che Roma poteva disporre di circa diciottomila combattenti, non
bastevoli certo a fare la guerra alla Santa Alleanza, accanitasi contro
di lei, e neppure a vincere la Francia, ma, finchè durava l'armistizio,
più che sufficiente a cacciare dal territorio della Repubblica le truppe
del Re di Napoli, e proteggere nel tempo stesso Roma da qualsiasi
insidia.
Restava la scelta del Generale in capo. Chi meglio di Garibaldi meritava
tale carica? Nessun altro poteva contrastargliela. Il Triumvirato, per
timore esagerato della sua indisciplinatezza, e forse anche per gelosia
della sua popolarità sempre crescente, non volle nominarlo. Siccome però
la sua superiorità era innegabile, il Triumvirato fece questa pensata;
promosse Garibaldi Generale di Divisione, ed elesse Generale in Capo il
colonnello Roselli entrato da poco a Roma, reduce dall'Ascolano, ove era
stato a combattere il brigantaggio.
Il Roselli generalissimo s'accinse senza ritardo, come voleva il
governo, alla spedizione contro il Borbone. Pensò di attaccare i
Napoletani, accampati fra Porto d'Anzio e Valmontone, sulla loro destra,
spuntarli da questo lato e tagliar loro la ritirata: capitanava
diecimila fanti, mille cavalli e dodici pezzi d'artiglieria.
La prima brigata, sotto gli ordini del colonnello Marocchetti e la
direzione del colonnello di Stato Maggiore Haug, composta della Legione
Italiana, del terzo reggimento di linea, dello squadrone dei lancieri
Masina, d'una compagnia di zappatori del genio e due pezzi
d'artiglieria, in tutto duemila cinquecento uomini circa, formava
l'avanguardia.
Il corpo di battaglia componevasi di due brigate composte del reggimento
dei Bersaglieri Lombardi, di un battaglione del primo fanteria, del
secondo e quinto reggimento, della Legione romana, di due squadroni di
dragoni e sei pezzi d'artiglieria; circa seimila uomini; e lo capitanava
il generale Garibaldi in persona, colonnello Milbitz capo dello Stato
Maggiore.
La riserva e retroguardia era la brigata del generale Giuseppe Galletti,
che marciava alla testa del sesto reggimento di fanteria, d'un
battaglione di carabinieri a piedi, del battaglione zappatori del genio,
di due squadroni di carabinieri a cavallo, e di quattro pezzi di
artiglieria; in tutto duemila e cento uomini.
Comandante l'artiglieria il colonnello Lodovico Calandrelli; quello
della cavalleria il generale Bartolucci; capo dello Stato Maggiore
generale il colonnello Pisacane. Generale in capo Pietro Roselli.
Formato così il piano e l'ordine di marcia, uscirono la sera del 16 da
porta S. Giovanni; marciarono per via Labicana; arrivarono alla mattina
del 17 a Zagarolo, dove soggiornarono; ripartirono il giorno appresso
per Valmontone, dove il grosso e la riserva si accampò, mentre
l'avanguardia si spinse fino a Montefortino, forte posizione a cavaliere
delle due vie che da Valmontone conducono l'una a Velletri, l'altra a
Terracina; che è quanto dire, sulla fronte e sul fianco dell'esercito
Napoletano.
Questo però non era rimasto immobile come il Roselli nel silenzio del
suo studio aveva calcolato; ma appena avuto sentore dell'avanzarsi dei
Romani, aveva frettolosamente abbandonato la linea dei Colli Latini, e
s'era da tutte le parti ripiegato su Velletri. Era una notizia
importantissima: il piano di campagna del generale Roselli poteva dirsi
fallito prima che tentato: occorreva farne un altro, ma suprema
necessità era prontezza d'occhio e celerità di esecuzione; il Roselli
non affrettò d'un passo la sua marcia, non diede le occorrenti
disposizioni; solo ordinava all'avanguardia di spingere il 19 di mattina
ricognizioni fin sotto le mura di Velletri, mentre l'armata in ordine
compatto, _fiancheggiata_ da perlustratori, avrebbe secondato il
movimento.
All'alba del 19 l'avanguardia si era già messa in moto; ma, fatti pochi
chilometri di strada, il Marocchetti mandava ad avvertire Garibaldi che
scorgeva verso Velletri un confuso movimento di truppe nemiche, onde
temeva di essere da un istante all'altro assalito da forze superiori. A
tale annunzio Garibaldi montò a cavallo, e mandò avviso al generale in
capo, dell'allarme dato delle mosse nemiche, come della sua partenza per
trovarsi coll'avanguardia sul luogo dell'attacco, se attacco ci fosse
stato, affinchè avesse provveduto mandando pronti rinforzi. A spron
battuto raggiunse l'avanguardia, e raccolti dal Marocchetti gli ultimi
rapporti, cavalcò ancora innanzi per cercare, come fu sempre suo
costume, un posto elevato d'onde scoprire le posizioni e le mosse del
nemico.
Giunto alle Colonnelle sull'altura della vigna Rinaldi, smontò da
cavallo; coperto dai canneti e dalle macchie della Vigna, s'inoltrò fino
ad una sporgenza d'onde l'occhio poteva correre fin sotto le mura di
Velletri; e vide abbastanza chiaro che i borbonici si preparavano ad
un'azione imminente.
Garibaldi senza perdita di tempo spiegò a destra e a sinistra della
strada, che correva tutta incassata fra poggi e vigneti, la legione
italiana e alcune compagnie del terzo di linea; e montato sul tetto
d'una casa nella vigna Spalletti si rimise a spiare le mosse nemiche.
I borbonici avanzavano su tre colonne; un battaglione di cacciatori pei
vigneti a destra e a sinistra; uno squadrone di cavalleria appoggiato da
un corpo di fanteria e da artiglieria, al centro della strada. Garibaldi
sceso dal suo osservatorio non fece un passo per muovere loro contro; ma
li aspettò di piè fermo. Trascorsi pochi minuti lo scoppiettio presso la
salita di Villafredda avvertiva che i nostri erano stati scoperti e che
il primo scontro era avvenuto.
Potevano essere le 11 di mattina. Gli avamposti s'erano ripiegati sulle
Colonnelle dove erano appostate le fanterie romane; l'attacco si
svolgeva su tutta la linea; la fucilata era vivissima da ambe le parti;
quando Garibaldi, vista spuntare sulla strada la testa della cavalleria
nemica, spiccò il Masina coi suoi cinquanta lancieri ad arrestarla; e il
Masina si slanciava seguito dai suoi compagni: ma o perchè sopraffatti
dal torrente della cavalleria nemica sei volte più numerosa, o perchè i
loro cavalli fossero nuovi a quel vertiginoso giuoco delle cariche, il
fatto è che al primo cozzo furono travolti, e voltarono briglia tutti
quanti, abbandonando il loro comandante alle prese col colonnello nemico
che ne riportò la testa spaccata.
Ma lo spettacolo accadeva troppo vicino a Garibaldi perchè potesse
starsene inerte spettatore. Visto il voltafaccia dei lancieri e il
Masina circondato dai nemici, saltò a cavallo e scortato dal solo moro
Aghiar, si mise a traverso la via per tentare col gesto imperioso, colla
voce tonante e colla stessa persona, d'arrestare la rotta sfrenata.
Tutto invano; chè egli stesso rovesciato di sella, venne travolto
dall'onda commista degli amici e nemici, e impigliato il corpo sotto il
proprio cavallo e pesto dalle unghie di cento altri, stava per cadere
ormai morto o vivo nelle mani borboniche, se in buon punto la brava
compagnia di ragazzi, detta della Speranza, appostata lì vicino, con una
scarica ben aggiustata, non avesse fatto largo nella siepe dei cavalieri
nemici, che già si serravano intorno al caduto, e investendoli poscia
alla baionetta, non avesse salvata la vita al suo generale. Come se
nulla fosse stato, quantunque ferito e ammaccato in più parti del corpo,
e coll'impronta di un ferro da cavallo sulla mano destra, Garibaldi
balzava come lampo in sella e riprendeva sereno e imperturbabile come
sempre la direzione del combattimento.
Nel frattempo però gli Ussari borbonici, trasportati dalla foga dei loro
cavalli, erano andati a cascare nel fitto delle linee repubblicane e
fulminati di fronte e dai fianchi da un fuoco micidiale vennero forzati
a dar volta, lasciando sul terreno numerosi feriti e prigionieri, e
trascinando nella fuga rovinosa la fanteria che li spalleggiava. I
garibaldini non mancarono di approfittare della rotta, e slanciatisi
tutti assieme alla carica accompagnarono i fuggenti colle baionette alle
spalle fin sotto le mura della città. Là era forza arrestarsi.
Garibaldi vide che il momento era critico. Un assalto a Velletri era
impossibile; una ritirata, con gente già scompigliata dalla pugna, e più
atta a caricare con furore che ritirarsi con ordine, sarebbe stata una
follia; altro non restava che sollecitare il comandante supremo di
correre in suo soccorso; e tenere frattanto in iscacco il nemico con
manovre e scaramuccie. Mandò a gran carriera Ugo Bassi a dare notizia
dell'accaduto al Roselli e pregarlo, se aveva cara, nonchè la vittoria,
la salute dei suoi, a correre senza indugio in suo aiuto; intanto
pensava a coprire alla meglio le sue truppe dietro tutti i frastagli e
gli scoscendimenti del terreno, in attesa degli invocati aiuti.
Il Bassi trovò il Roselli a Valmontone--gli fece l'ambasciata di cui era
incaricato, usò di tutta la sua fervida eloquenza nel dipingere la
situazione perigliosa dell'avanguardia; ma s'ebbe in risposta «dover
prima aspettare che la truppa avesse consumato il rancio, poi si sarebbe
mossa». Fortuna volle che alcuni corpi della seconda brigata, tra cui i
bersaglieri Lombardi, accorressero da sè stessi al tuonar del cannone,
onde Garibaldi man mano che arrivavano poteva condurli a riparare le
file stremate dell'avanguardia.
Così entrarono in linea i Bersaglieri Lombardi, la Legione romana, un
battaglione del secondo reggimento, e parte dell'artiglieria del
Calandrelli, che, controbattendo gagliardamente le batterie del nemico,
gli levarono la tentazione di ripigliare l'offensiva.
Ma tutto ciò a nulla approdava; i nostri non retrocedevano; i borbonici
non avanzavano, ma restavano sempre forti e minacciosi, ed ogni istante
che fuggiva andava a loro profitto; solo uno sforzo concorde di tutto
l'esercito poteva assicurare e compiere la vittoria. Convinto di questo,
Garibaldi mandò il capitano David, un animoso Bergamasco, tanto aitante
della persona come caldo di parola, a sollecitare ancora una volta il
soccorso dal Roselli.
E il David, divorata la via, trovò il generale in capo, che seguito da
tutto il suo stato maggiore, alla testa di circa cinquemila uomini
marciava alla volta di Velletri.
Il messaggio portato dal capitano David fece accelerare la marcia delle
truppe. L'arrivo dei rinforzi diede modo a Garibaldi di tentare qualche
mossa, che dalla tenuità delle forze gli era prima vietata. Veduto
infatti sulla via di Terracina un insolito movimento e sospettando un
preparativo di ritirata, mandò il colonnello Marchetti con un centinaio
di fanti e mezzo squadrone di dragoni a imboscarsi nella selva che
fiancheggiava quella via affinchè piombasse sui fianchi e alle spalle
del nemico appena gli fosse giunto a portata; e dispose un vigoroso
assalto contro il Convento dei Cappuccini, che formava la chiave delle
posizioni borboniche alla loro sinistra.
Intanto che Garibaldi era intento a riprendere l'offensiva, ecco il
fuoco dei Napoletani rallentarsi, le loro linee concentrarsi, la strada
di Terracina nereggiare, e tutto accennare a precipitosa ritirata.
In quel punto arrivava Roselli sul luogo dell'azione. Garibaldi lo
ragguagliò di quanto era avvenuto e condusse il generale in capo al
luogo che gli era servito da osservatorio in casa Blasi, e gli mostrò i
preparativi dei Napoletani per una precipitosa ritirata, concludendo col
fargli questo piano: «Egli, Garibaldi, si getterebbe ai fianchi del
nemico fuggente; il Roselli coll'artiglieria del Calandrelli, la linea
e i carabinieri della riserva resterebbe a difendere la posizione
espugnata e appoggerebbe l'attacco».
Ma il generale in capo non prestò fede nè ai suoi occhi, nè a quanto gli
esponeva Garibaldi; secondo il suo giudizio, quei nemici che sfilavano
sulla strada di Terracina erano brigate che si disponevano ad un nuovo
attacco per l'indomani; la ritirata dell'esercito borbonico era una
manovra!
--Ma che manovra! ribatteva Garibaldi, non vedete che quello è un
esercito che fugge? e lasciò il generale in capo a passare
tranquillamente la notte in casa Blasi, e lui pure se ne andò a dormire
coi suoi all'aperto.
Al nuovo mattino non c'era più a Velletri un solo Napoletano!
Si è voluto fare un'accusa a Garibaldi di avere attaccato battaglia col
borbonici contro l'ordine del generale in capo.
Garibaldi fu attaccato--non attaccò, e giudicando pericolosa la ritirata
e per di più disonorevole, prese posizione difensiva, in attesa
dell'arrivo del grosso delle nostre forze. Si tenga in mente che
Garibaldi era all'avanguardia, e si trovò senza provocarlo alle prese
col nemico; in quanto all'ordine di non attaccare, Garibaldi ha sempre
dichiarato sul suo onore di non averlo ricevuto che tardi, quando già
era impegnato--e la parola di Garibaldi non può essere da nessuno messa
in dubbio.
La mattina del 20 il generale in capo mandò sulla strada di Terracina
qualche squadra volante di fanti e di cavalli a perseguitare il nemico;
ma Garibaldi aveva già idea di buttarsi nel Regno ed accendervi la
rivoluzione.
Ne scrisse perciò lo stesso giorno al Roselli con la seguente lettera:
«Generale.
«Io profitto della vostra compiacenza ad ascoltarmi, e vi espongo il mio
parere. Voi avete mandato ad inseguire l'esercito Napoletano da una
forza nostra; ed è molto bene.
«Domani mattina dobbiamo col Corpo d'esercito tutto prendere la strada
di Frosinone, e non fermarci fino a giungere sul territorio Napoletano,
le popolazioni del quale bisogna insurrezionare.
«La divisione che seguita la strada di Terracina non deve impegnarsi con
forze superiori, e deve ripiegarsi sopra noi in caso di urgenza; ciò
che potrò, farò anche traverso le montagne, non impedito dal peso
dell'artiglieria.
Velletri, 20 maggio 1849.
_G. Garibaldi_.»
Il generale Roselli, come era debito suo, trasmise la proposta di
Garibaldi al Ministro della Guerra, esponendo le difficoltà dell'impresa
e declinandone la responsabilità.
Il governo Romano richiamò a Roma il Roselli col grosso delle forze; e
lasciò Garibaldi con una brigata coll'incarico apparente di liberare i
confini dalle masnade dello Zucchi, ma con quello reale di tentare
l'impresa dell'insurrezione del Regno di Napoli.
Il 23 di sera Garibaldi era coll'avanguardia a Frosinone, da dove il
Zucchi era già partito; il 25 a Ripi; il 26 sconfinava a Ceprano, e
saputo che Rocca D'Arce, posizione fortissima, era occupata dai
Napoletani, inviava tosto i suoi bersaglieri ad assalirla. E i
bersaglieri si slanciarono arditi su per l'erta scoscesa, aspettandosi
da un momento all'altro d'essere salutati dalla mitraglia, ma arrivarono
senza dare e ricevere un colpo, fino nel paese, ove non trovarono anima
viva.
All'annunzio dell'approssimarsi di Garibaldi, soldati ed abitanti colti
da timore avevano sloggiato.
Non fu toccata in quel paese la più piccola cosa. Le truppe si
coricarono sulla piazza, tranquille, senza tentare di rompere un'imposta
e vi passarono la notte.
Garibaldi, saputo che un corpo di Svizzeri l'aspettava a San Germano
ordinò al mattino di riprendere la marcia. Egli aveva in mente che se
avesse potuto vincere una battaglia, la vittoria gli avrebbe aperta le
porte del Regno.
Altri però erano i pensieri del governo di Roma. L'invasione austriaca
s'avanzava minacciosa; mentre Wimpfen s'inoltrava verso Ancona, un corpo
sotto gli ordini del Lichtenstein marciava su Perugia; Roma poteva
essere in pochi giorni stretta da braccia di ferro; fare argine a tanto
pericolo era un'assoluta necessità.
=CAPITOLO XIV.=
=Ripresa delle ostilità dei Francesi contro Roma.=
Il Triunvirato illuso che le trattative con Lesseps sarebbero approdate
ad una felice conclusione, ordinò che si allestisse in Roma una
spedizione per le Marche. Garibaldi fu richiamato, ed egli, saputo il
motivo del richiamo ubbidì con gioia, e il 28 di maggio ripassato il
confine, con marcie forzate, la mattina del 1º giugno rientrò in Roma.
Sventuratamente, ma come del resto era da prevedersi, il giorno stesso
della rientrata in Roma di Garibaldi le trattative con Lesseps erano
fallite e rotte.
Il 1º di giugno l'Oudinot alla lettera ingenua del generale Roselli, con
la quale chiedevagli una proroga dell'armistizio per dare modo allo
esercito della Repubblica romana di battere l'esercito austriaco,
rispondeva «che gli ordini del suo governo gli prescrivevano di entrare
in Roma al più presto; di avere già denunziato l'armistizio alle
autorità Romane; solo per riguardo ai sudditi francesi residenti in Roma
_consentiva a differire l'attacco fino a lunedì mattina_». In tutte le
lingue del mondo ciò voleva dire che egli non avrebbe attaccato che il
mattino _del giorno 4_.
Con una slealtà senza nome, con una perfidia inaudita negli annali
militari, della quale la coscienza della Storia ha gridato vendetta,
all'alba del 3 giugno i francesi, col silenzio del tradimento, sorpreso
quasi nel sonno il sottile battaglione Melara, s'impadronivano di Villa
Panfili, e in men che si dica, avviluppati da ogni parte i pochi bravi
che la occupavano, si rendevano padroni del Convento di San Pancrazio,
di Villa Corsini, detto Casino de' Quattro-Venti, formanti con Villa
Panfili quell'altipiano che era la chiave della difesa di Roma.
Era da prevedersi che i francesi cui necessitava assicurarsi le retrovie
per Civitavecchia, avrebbero fatto tutti gli sforzi per impossessarsi
del punto più elevato della linea di difesa--e vi misero tanta e tale
importanza che per venirne al possesso adoperarono perfino il
tradimento. Come il generale in capo non se ne sia preoccupato non si
spiega. Era principalissimo suo dovere di provvedere durante
l'armistizio alla fortificazione in modo efficace delle alture, nonchè
delle ville e dei casini fuori porta San Pancrazio per servirsene come
posti avanzati--invece non pensò a nulla, e le conseguenze furono
gravissime. E la imprevidenza non si arrestò a questo; il 1º di giugno
il generale Oudinot, come abbiamo visto, dichiarava la cessazione
dell'armistizio dando l'annunzio che avrebbe aperte le ostilità il
giorno 4; le necessità del momento obbligavano se non altro il generale
in capo a guarnire di forze sufficienti a respingere il nemico e non
permettergli d'impossessarsi di posizioni tanto importanti, quali erano
quelle avanzate di porta S. Pancrazio e ciò senza attendere l'ultima
ora! Neppure a questo fu provveduto--e fu errore fatale.
Avvenuta l'occupazione, per sorpresa e per tradimento, la villa Corsini
(detta dei Quattro Venti) fu oggetto di aspra contesa. Ritolta dai
bersaglieri di Pietramellara ai francesi, fu nuovamente perduta, ripresa
dal reggimento Pasi fu difesa coraggiosamente per più ore ma riperduta;
con combattimento accanitissimo sostenuto dalle truppe del generale
Bartolomeo Galletti fu anche da queste perduta.
Il furioso accanimento per conservarne il possesso dimostra quanto
grande importanza si dava dalle due parti a quella dominante posizione;
e tanto più non si arriva a capire perchè nè il Triumvirato, nè il
generale in capo dell'esercito l'abbiano trascurata! Ed ora Roma ne
pagava il fio.
Garibaldi sempre così vigile, mai pensando che da parte dei Francesi si
potesse temere un tradimento, dormiva nel suo modesto letto in Via delle
Carrozze n. 59 quando il fragore del cannone che, aveva scossa tutta la
città, lo destò. In un baleno fu in sella; si trasse dietro la Legione
Italiana, acquartierata nel vicino convento di S. Silvestro; lasciò
l'ordine che le rimanenti truppe lo seguissero; partì al galoppo.
Arrivato alla Porta di San Pancrazio, misurò con un'occhiata tutta
l'estensione del pericolo; distribuì le truppe man mano che arrivavano
tra i bastioni, la Porta e il Vascello, e lanciò i Legionari alla
conquista di Villa Corsini.
La Legione, comandata dal Sacchi, preceduta dal Masina accompagnata dal
Bixio, non indugiò, traversò sotto una grandinata di palle, il terreno
scoperto, seminandolo dei suoi migliori, e arrivò fin sotto la Villa; ma
colà, fulminati di fronte e dai lati, dalle finestre, dalle siepi,
dalle muraglie da migliaia di nemici appostati al coperto, furono
costretti a desistere e ordinatamente a ritirarsi al Vascello, che da
quel momento divenne l'antemurale estremo e più tenace dei difensori di
Roma.
L'attacco replicato del Casino dei Quattro Venti, fu micidiale per i
nostri; feriti a morte il bravo Masina, Pier Antonio Zamboni
portabandiera dei lancieri e Pietro Scalcerle aiutante dei lancieri
stessi. Esposti a grave pericolo e feriti il generale Bartolomeo
Galletti; Nino Bixio, che, uccisogli sotto il cavallo, si spinse fino a
salire su un balcone del primo piano rimanendo gravemente ferito.
Ebbero pure ferite mortali Francesco Daverio, Capo dello Stato Maggiore
della Legione, il Colonnello Pulini primo aiutante di Campo di Garibaldi
e tanti e tanti altri.
E al Vascello le parti erano cambiate. Gli assalitori di prima
diventarono gli assaliti; i francesi sboccavano da ogni parte; ma i
legionari protetti dal massiccio edificio, convertito in fortezza,
folgoravano da cento feritoie la morte. Il Vascello, avvolto da una
bufera di fuoco resisteva impavidamente. Di questo baluardo della
repubblica romana ne aveva preso il comando Giacomo Medici; si era certi
che sarebbe stato difeso fino agli estremi.
Nelle ore pomeridiane i tentativi di riprendere le posizioni perdute,
furono dai garibaldini rinnovati con grande energia ed insuperabile
eroismo; nonostante le perdite gravissime, i Legionari, i bersaglieri
del Pietromellara e quelli del Manara si slanciarono ad un nuovo attacco
anche contro il Casino dei Quattro Venti: i due aiutanti di Garibaldi,
Goffredo Mameli e Augusto Vecchi erano alla testa dell'ardita falange,
il primo, Goffredo Mameli, caro sopra tutti a Garibaldi, ne riportò una
ferita mortale.
La grande superiorità delle forze francesi, che coi rinforzi ricevuti
superavano i quarantamila uomini sì da permettere loro di subito
rioccupare con truppe nuove le posizioni perdute, resero vani tutti gli
sforzi, anche quello tentato verso sera dai bersaglieri, sostenuto dal
reggimento Unione (9º di linea).
Così finì la giornata del 3 giugno, nefasta alla fama francese, giornata
veramente memorabile nei fasti del valore italiano se si pensi che
cinque grandi assalti furono dati dai soldati della repubblica Romana
per sloggiare il nemico dalle posizioni occupate per tradimento; più di
dieci furono le cariche alla bajonetta con cui precipitarono contro il
nemico, e per quattro volte seppero riprendere alle migliori truppe del
mondo le posizioni perdute.
Chi può dire, degli eroici episodi di questa immortale giornata? Come
ricordare alla patria i nomi dei caduti per essa?
Il Masina, ferito al primo assalto, fasciata in fretta la piaga si
slanciava a cavallo su pei gradini di Villa Corsini, e avvolto dai
nemici roteando il ferro terribile, squarciato il petto da una palla
cadeva fulminato.
Il Mangiagalli, a Villa Valentini menò strage di Francesi; spezzata la
spada, combattè sempre, benchè ferito e tenne la villa con pochissimi
rimastigli fino a sera.
Lo Scarcele colpito a morte legò tutto il suo alla patria. Il Manfrin
sergente dei bersaglieri, quantunque gravemente ferito, volle riprendere
il suo posto nelle file; e al Manara che gli diceva «vattene, qui non
servi a nulla;» rispondeva «lasciatemi stare colonnello, almeno faccio
numero» e alla prima scarica il valoroso era colpito mortalmente.
Il Rozà, ferito due volte, ritornava alla pugna, e alla terza
soccombeva.
Angelo Bassini, s'avventava con un pugno de' suoi, contro Villa Corsini
e ne tornava pesto e insanguinato. Dalla Longa, milanese, raccolto sulle
spalle il caporale Fiorani mortogli al fianco mentre ritraevasi col caro
peso, una palla lo trapassò e cadde in un fascio col suo carico. Emilio
Dandolo, errava per tutto il campo in cerca delle spoglie dell'amato
fratello e fu ferito mortalmente. Narciso Bronzetti pure ferito andava
in ore notturne tra le scolte francesi per togliere ai nemici il corpo
del suo servo fedele.
I legionari del Medici, affrontarono la grandine dei _Vincennes_ per
sottrarre da una casa incendiata dal fuoco nemico i cadaveri dei loro
compagni ivi caduti quando essi la difendevano, d'onde il nome di Casa
Bruciata. Eroismi immortali!
In tutti i corpi Romani che presero parte ai combattimenti del 3 giugno
grande fu il numero degli ufficiali che morirono o rimasero feriti,
perchè negli attacchi alla bajonetta primi col loro esempio incitavano i
giovani soldati della Repubblica al sacrifizio della propria persona. Ma
nessun corpo, in proporzione del numero, ebbe perdite così rilevanti di
Ufficiali come la Legione Italiana e lo Stato Maggiore di Garibaldi;
Garibaldi stesso calcolava a ventitrè ufficiali della sola legione messi
fuori combattimento; otto gli ufficiali dello stato maggiore di
Garibaldi; cinquecento e più dei nostri soldati tra feriti e morti;
circa sessanta ufficiali tra morti e feriti.
È doloroso che ancora non si conoscano tutti i nomi dei caduti in difesa
di Roma nel 1849; quelli che si conoscono e sono raccomandati alla
storia eccoli: Oltre ai già nominati: morirono il Colonnello Pulini,
d'Ancona, dello stato Maggiore di Garibaldi, l'aiutante Maggiore
Feralta, il Capitano Ramorino, Emanuele Cavallaro, Canepa, Sivori,
Pedevilla, Anceo, Caroni, Minuto, Gnecco, Pegorini, Gruppi, Costa, Rodi,
Coglioli, de Maestri, Cavalleri, Bonnet, Grossi, Savoia, Bonduri,
Meloni, Conti, Loreta, Gazzaniga, Bucci, Marzari, Cavizzi, Battelloni,
Rambaldi.
Feriti gravemente: Nino Bixio, Goffredo Mameli morto in seguito alla
ferita, Strambio, Duzelisiana, Binda, Ricci, Marocchetti, Bassini,
Frattini, Grattigna, Sartorio, Boldrini, Bignami, Mambrini, Zanetti,
Magni, Zanucchi, Tassoni, Gnoli, Zuccalà, Vigoni, Sampieri, Righi,
Tresoldi, Silva, Colombo, Mancini, Signoroni, Scorani, Vinaselti, Luzzi,
Mazza, Costaldini, de Pasqualis, del Pozzo, Lucci, Giorgieri; e fra
questi i due valorosissimi giovanetti Domenico Cariolato delle provincie
Venete, e Raffale Tosi di Rimini che il generale Garibaldi ebbe
carissimi per tutta la vita.
Fu pure ferito combattendo valorosamente Baccigaluppi Paolo che fu poi
fucilato sul Po assieme a Ciceruacchio e ad altri patriotti.
Padroni di Villa Panfili e delle alture, i francesi, quasi fosse una
piazza forte, intrapresero l'assedio di Roma; tracciarono parallele,
piantarono batterie sotto la direzione del generale Vaillant,
s'avanzarono senza posa verso la piazza.
I nostri, condotti da un genio militare arditamente infaticabile, privo
di cannoni e di ogni sorta di materiale, contrapposero intrepidi offesa
ad offesa, trincera a trincera, scavarono vie coperte, alzarono cortine,
restaurarono senza sosta le cannoniere smontate, e tentarono anche
delle sortite; alla debolezza dei mezzi supplirono con la forza dei
petti, per prolungare quanto potevano l'agonia della Repubblica.
Ma ogni giorno che passava la cinta d'assedio veniva sempre più
serrandosi.
*
* *
Dopo ripetuti attacchi di forze sempre in aumento e soverchianti,
malgrado l'eroica resistenza sostenuta dalla Legione Romana reduce dal
Veneto della quale faceva parte il tenente Giacinto Bruzzesi che pel suo
valore si meritava la medaglia d'oro al valore, malgrado il valore
spiegato dal battaglione universitario e da altri valorosi. Anche ai
Monti Parioli i nostri venivano sopraffatti.
Tra questi fu ferito il colonnello Romano Silvestri mentre combatteva
eroicamente con al fianco tre figli, uno dei quali rimase pure ferito.
Questo patriota che Roma ricorda con onore, fu uno dei più perseguitati
dal governo pontificio; esiliato nel 1821 e nel 31, doveva subire la
stessa sorte nel 1849.
Nel 1848 comandò il 1º reggimento volontari romani che tanto si fece
onore combattendo a Cornuda ed a Mestre; ebbe poi il comando
dell'Estuario e quindi passò capo di Stato Maggiore col generale Pepe.
Combattendo sotto Velletri le truppe borboniche, ebbe ucciso il cavallo;
dopo la ritirata delle truppe Napolitane venne nominato comandante di
quella zona. Nel 1860 egli stesso accompagnava i sui tre figli al campo
a combattere per l'unità della patria. Onore alla sua memoria.
I francesi eransi fortemente stabiliti con l'intera Divisione Guepiller
anche nella Via Flaminia da dove per 28 giorni fulminavano il Pincio,
bombardavano la città, senza essere mai riusciti a sloggiare i nostri
dai Monti Parioli; fra i difensori vi era anche un battaglione degli
studenti che teneva con grande valore la Villa Paniotowschi, sebbene
bersagliato senza tregua dal nemico che della Villa Polverosi al di là
del ponte Milvio aveva fatto una formidabile posizione offensiva e
difensiva.
L'11 di giugno nelle ore pomeridiane il battaglione comandato dal
valoroso capitano Golinelli sostenuto dalla Legione romana volle con
supremo ardimento tentare di sloggiare il nemico dalla Villa: con
slancio da veterani i bravi studenti si precipitarono impavidi
all'attacco, sostenendo un accanito combattimento per più ore, ma la
grandine delle palle nemiche alfine ne arresta lo slancio, balenano i
bravi giovani, cadono numerosi e sono obbligati a ritirarsi; ultimi a
farlo furono i fratelli Francesco ed Alessandro Archibugi di Ancona, che
combattendo da veri eroi caddero entrambi mortalmente feriti; rimasti
sul campo, vennero fatti prigionieri e condotti a Civitavecchia ove vi
lasciarono la vita.
Il combattimento di quel giorno sostenuto con slancio ammirevole, costò
al piccolo battaglione oltre quaranta feriti gravemente, primi fra i
quali il capitano Gollinelli, il tenente Ronchini, il Cattaneo, il
Pietrasanta, il Silvagni, il Finzi.
Il fatto d'armi meritò di essere messo all'ordine del giorno nel quale
venne segnalato in modo speciale il battaglione degli studenti
meritevole di grandi encomi.
*
* *
La mattina del 13 i francesi smascherarono tutte le loro batterie e con
trenta bocche da fuoco batterono per sette giorni e sette notti i
bastioni sesto e settimo, e la sera del 21 vi aprirono in tre punti la
breccia; non restava più agli assedianti che di salirla; e difatti la
notte del 21 al 22, taciturni, tentarono l'assalto; il battaglione del
reggimento «Unione» che vi stava di guardia, si lasciò sorprendere e
volse in fuga, e gli assalitori solleciti a trarre profitto dal panico,
furono padroni, senza combattimento, delle mura di Roma.
Presa la breccia, Mazzini propone che ne sia tentata la ripresa la notte
stessa. Si mandò a chiamare Garibaldi, ma questi dichiarò ineseguibile
l'impresa.
Mazzini scrisse a Manara perchè persuadesse Garibaldi, ma questi non
mutò divisamento.
Disse essere suo convincimento che l'assalto notturno alla breccia, con
truppe stanche, orbate dei loro migliori ufficiali, sarebbe
inevitabilmente fallito--e che ormai la sola provvida e urgente
risoluzione da prendersi era quella di riparare dietro una nuova linea,
che egli aveva già ideato e proposto.
Perduta la breccia, e la fiducia di conquistarla, ai Romani non restava
fuori di Roma che il Vascello. Solo ma formidabile sempre; e dentro
Roma restava il tratto dei bastioni da Porta S. Pancrazio a Porta
Angelica, e come seconda difesa, la linea tracciata dagli avanzi della
Mura Aureliana, sostenuta al centro dalle batterie del Pino, ad
occidente dal bastione ottavo e dalla Villa Spada, ad oriente dai
Conventi di San Calisto e di San Cosimato, sulle falde dell'Aventino.
*
* *
Ed era appunto intorno a queste posizioni che stava per rinnovarsi la
lotta.
I francesi, dopo di essersi gagliardamente trincerati nella breccia
conquistata, avevano costruito una terza parallela dalla quale
bersagliavano le posizioni nemiche facendo piovere nella città una
tempesta di bombe che spesso andava a cadere, danneggiandoli, sui
monumenti più famosi dell'antica romana grandezza.
Garibaldi affidava al valore dei Legionari del Medici la ripresa di
Villa Barberini; in questa impresa ebbe fracassato un braccio il
Capitano Gorini, il corpo forato da diciotto ferite l'Induno Girolamo,
la spalla forata da una baionettata il giovinetto valorosissimo
Cadolini, e non lasciarono al nemico che un monte di rovine; armarono
di nuovi pezzi le batterie del Pino, afforzarono Villa Spada,
tempestarono di colpi bene aggiustati le batterie nemiche, e
sopportarono con costanza invitta i disagi dei lavori notturni, i guasti
del bombardamento, i vuoti della morte.
Tutti fecero eroismi sorretti dalla coscienza d'un alto dovere.
Il Medici, fatta del Vascello una fortezza, con un manipolo di prodi la
difese con sovrumana energia di piano in piano, di pietra in pietra.
Bersagliato notte e giorno da Villa Corsini, tormentato senza posa dalle
carabine dei famosi Cacciatori d'Africa, ridotto in frantumi in gran
parte l'edificio che gli serviva di asilo e di rocca, nulla valeva a
scrollare la sua impassibile fermezza. Squarciato il secondo piano scese
al primo; crollato anche il primo, passò al piano terreno; diroccato
questo pure, s'accampò all'aperto; ma non cedette un sasso della sua
ruina e la rese immortale.
E i difensori delle batterie fecero pure miracoli--e innanzi tutti i
cannonieri--inferiori per l'armi, mal coperti da terrapieni
improvvisati, costretti a combattere con pezzi da campagna contro pezzi
d'assedio più di una volta fecero tacere le batterie nemiche; ne
sconquassarono o ne demolirono le opere, strapparono per la giustezza
dei tiri e l'intrepidezza della difesa grida d'ammirazione anche agli
stessi nemici.
Un uomo compendiava in se tutti gli eroismi e pareva abbellire colla
calma la morte dei suoi bravi e rendere fede al miracolo
dell'invulnerabilità sua; Garibaldi!
Lasciata Villa Spada si era fatta costruire una capanna di stuoie presso
la batteria del Pino, la sua prediletta; e là, fra il rombo assordante
delle bombe francesi, passava i giorni e le notti nell'osservare tutte
le mosse del nemico, dirigendo il fuoco della batteria, spacciando i
suoi ordini ad ogni parte del campo, e trovando modo di dormire
tranquillamente come in casa sua.
Ma l'ultima ora fatalmente s'appressava; dal 27 al 29 sette batterie
francesi, avevano fulminato tutte le posizioni romane, e malgrado la
virtù e l'eroismo dei difensori avevano fatto di esse mucchi di rottami.
Al mattino del 29, il Casino Savorelli era distrutto, la Porta S.
Pancrazio sfiancata, il bastione nono e la Villa Spada gravemente
danneggiati, la batteria del Pino sconquassata, e infine il bastione
ottavo, punto principale di mira dell'assediante, ridotto in macerie, e
la quarta breccia aperta nei suoi fianchi. Bisognava impedire che il
nemico ne approfittasse e vi si organizzò una fiera resistenza.
La mattina del 30 due grosse colonne francesi, sostenute da forti
riserve mossero di fronte e dai fianchi all'assalto della breccia; i
Romani li respinsero con vigorosa pugna; assaliti e assalitori si
trovarono corpo a corpo ed un accanito combattimento a ferro freddo
s'impegnò sul terrapieno; molti s'immortalarono in quella difesa
disperata. Emilio Morosini eroe diciottenne fece eccidio di nemici, e
sebbene ferito due volte non ristà dalla pugna, ma sfinito di forze
mentre era trasportato all'ambulanza dai suoi, fu sopraggiunto dai
nemici e abbandonato; ma non si arrese ancora e menò di sciabola finchè
gli bastò la lena; quando una terza palla nel ventre gli trapassò il bel
corpo e ne involò l'anima eroica.
La breccia era salita, ma non presa ancora; le batterie della Montagnola
facevano strage degli assalitori; i francesi pagarono ogni palmo di
terreno col sangue loro e dei loro capitani; gli artiglieri si facevano
tagliare a pezzi sui loro cannoni, ma non si arrendevano; esaurite le
polveri restavano ancora le baionette e i calci dei fucili; restavano
sopratutto ancora a far barriera i petti dei superstiti ed i cumuli dei
morti; ma la gloriosa ecatombe non poteva trattenere il nemico ed il
numero doveva avere ragione una volta ancora; i francesi irruppero da
ogni lato minacciando l'unica via di ritirata; non restava ai superstiti
altro riparo che Villa Spada.
Garibaldi richiamata al Casino Savorelli la Legione Medici, poichè la
perdita della seconda linea rendeva inutile la difesa del Vascello,
asserragliata Villa Spada, appoggiate le spalle a San Pietro in
Montorio, la Sinistra a San Calisto, l'estrema destra al bastione nono
ancora in piedi, tentò improvvisare una terza linea di difesa.
Preceduti e spalleggiati dal fuoco incrociato di tutte le batterie, i
francesi montavano da ogni parte all'assalto; ma il loro obiettivo era
sempre Villa Spada; colà ormai si decideva l'estrema sorte di Roma; colà
Garibaldi, il Manara, Sacchi, i Legionari, i Bersaglieri, quanti erano
uomini vivi e atti ancora a impugnare un'arma si prepararono all'estremo
cimento. Il tetto, le mura della casa bombardata, crollavano da ogni
lato sui difensori, ma nessuno parlava di resa. Il Manara infiammato da
eroico ardore, desiderando la morte piuttosto che assistere alla resa
correva dove più era grande il pericolo, incorraggiava i combattenti,
dirigeva la lotta, ma mentre s'affacciava per osservare le mosse del
nemico una palla lo stramazzò agonizzante fra le braccia di Emilio
Dandolo, a cui poco prima aveva detto, come Ney a Vaterloo: «Non ci sarà
dunque una palla per me?»
Un altro come lui aveva cercato in quell'antro infuocato di Villa Spada
la morte; ma questa lo risparmiò suo malgrado volendolo serbato a ben
più grande destino. Se in quel giorno Manara fu grande, Garibaldi fu
terribile; ruotava come fulmine la sua spada e guai ai nemici che
incontrava dinanzi. I suoi fidi tremavano di vederlo cadere da un
momento all'altro, ma pareva che le palle avessero paura di toccarlo.
A mezzo giorno del 30 giugno tutto era finito; Villa Spada era perduta;
Garibaldi si ritirava coi laceri avanzi dei suoi, per la Lungara,
sperando ancora di arrestare il nemico a Ponte Sant'Angelo, quando, un
rappresentante del popolo venne ad annunziargli che l'Assemblea aveva
bisogno d'interrogarlo sullo stato delle cose, e l'attendeva in
Campidoglio.
Chiese al Vecchi Augusto che lo scortava «credete che in un'ora potremo
essere di ritorno?» Lo credo rispose il Vecchi--«allora partiamo» e al
galoppo, coperto di polvere, fiammeggiante in volto per l'ardore della
pugna, salì al Campidoglio. Al suo apparire l'Assemblea ruppe in una
salva interminabile di applausi. Informato che Mazzini aveva già
proclamato che tre sole vie rimanevano aperte ai romani: o capitolare; o
difendere la città fino all'estremo ovvero uscire da Roma, Governo,
Assemblea, Esercito, e portare la guerra altrove; invitato Garibaldi a
salire sulla Tribuna ed esporre il parere suo, dichiarò senz'altro.
«La difesa oltre Tevere impossibile; possibile ancora al di qua del
fiume la guerra di barricate; ma a patto che tutta la popolazione
s'internasse nella città, e che tutto ciò si effettuasse entro due ore.
Dover suo di aggiungere che anche siffatta difesa non avrebbe potuto
durare che pochi giorni. Quanto a lui null'altro restavagli che uscir di
Roma col resto dei suoi prodi e tenere alta la bandiera della patria
fino all'estremo; consigliava perciò l'Assemblea di accettare la terza
proposta del Mazzini: uscire da Roma coll'esercito, col Governo e coi
rappresentanti del popolo; concludendo: «dovunque saremo, colà sarà
Roma».
Ciò detto tornò al suo campo, e l'Assemblea, respinta ogni idea di
resistenza votò il Decreto omai celebre:
«In nome di Dio e del popolo.
«L'Assemblea costituente romana cessa una difesa divenuta impossibile, e
sta al suo posto».
Per effetto di questo Decreto, il Triumvirato rassegnava l'ufficio al
Municipio Romano unica autorità legittima cui spettasse di negoziare col
vincitore i patti della resa. Senonchè avendo il generale francese per
colmo, rifiutate le più oneste condizioni, e tra le altre quella del
rispetto delle persone e delle cose, Roma sdegnosamente ruppe ogni
negoziato, preferendo lo estremo arbitrio del vincitore al disonore di
sottoscrivere con lui una resa che avrebbe soffocato in lei il grido di
estrema protesta al mondo, contro quella bugiarda sorella latina, che
dopo averla assalita colla perfidia di un tradimento, vinta colla sola
virtù del numero, veniva a negarle il supremo diritto dell'incolumità
della vita e degli averi dei cittadini.
Il Municipio annunziava ai romani la prossima entrata dei francesi.
«Romani!
«Il coraggio da voi dimostrato nella difesa di Roma, i sacrifici che
incontraste, vi hanno assicurata la gloria e la stima degli stessi
stranieri--Una difesa ulteriore, come fu annunziato dal Decreto
dell'Assemblea, sarebbe stato impossibile, senza volere la distruzione
d'una città che conserva memorie le quali non debbono perire. La vostra
rappresentanza municipale non ha accettato patti per non compromettere
menomamente la dignità di un popolo così generoso, ed ha dichiarato di
cedere alla forza.
«Le leggi di umanità e di incivilimento, la disciplina di un'armata
regolare, le assicurazioni dei comandanti ci ripromettono il rispetto
delle persone e delle cose.
«La vostra rappresentanza municipale vi promette che non mancherà di
fare quanto è in suo potere onde non si rechi ingiuria ad alcuno.
Abbisogna però del vostro concorso ed è certa di ottenerlo. Fida nel
vostro contegno dignitoso e nell'esperienza costante che ha dimostrato
al mondo come i romani in circostanze prospere o avverse, hanno saputo
egualmente mantenere l'ordine, e costringere anche i nemici e salutare
con riverenza la città dei monumenti, e rispettarne gli abitanti che con
le loro virtù rendono impossibile l'oblio della Romana Grandezza.
«Dal Campidoglio il 2 luglio 1849.
«Francesco Sturbinetti, _Senatore_.
Lunati Giuseppe, Gallieno Giuseppe, Galeotti Federico, Deandreis
Antonio, Piacentini Giuseppe, Corboli Curzio, Feliciani Alceo, Tittoni
Angelo, _Conservatori_.
Giuseppe Rossi, _Segretario_.
La sera del 2 luglio i francesi s'impadronirono di Porta Portese, di
Porta S. Pancrazio, e il dì seguente occupavano Porta del Popolo. Nella
giornata entrava in Roma il generale Oudinot circondato dal suo Stato
Maggiore ed alla testa della 2ª Divisione e di numerosa cavalleria,
accolto con ogni sorta di dimostrazioni ostili ed al grido «Viva la
Repubblica Romana, morte agli stranieri, morte al cardinale Oudinot,
morte al traditore».
La sera del 4 soldati francesi entrano a viva forza con le armi in pugno
alla sede della Costituente ed intimavano alla sezione che vi stava in
permanenza di sciogliersi. Carlo Bonaparte che la presiedeva protestò.
«In nome di Dio; in nome del popolo degli Stati Romani che liberamente,
con suffragio universale, ha eletto i suoi rappresentanti; in nome
dell'art. 5º della Costituzione francese, l'Assemblea Costituente Romana
protesta in faccia all'Italia, in faccia alla Francia, in faccia al
mondo incivilito contro la violenta invasione, della sua sede operata
dalle forze francesi il giorno 4 luglio, alle ore 6 pomeridiane.
Roma, nel Campidoglio 4 luglio 1849.
_Per l'intera Assemblea_
Il Presidente di Sezione: C. Bonaparte,
Il Segretario: Quirico prof. Filopanti.
=CAPITOLO XV.=
=Garibaldi esce da Roma coi suoi legionari San Marino--Morte di
Anita--Cesenatico=
A mezzo giorno del 2 luglio, Garibaldi radunava sulla Piazza del
Vaticano i resti della sua divisione, e fatto formare il quadrato li
arringò così:
«Soldati, io esco da Roma. Chi vuole continuare la guerra contro lo
straniero venga con me. Ciò che io offro a quanti vogliono seguirmi
eccolo: non paga, nè onori, nè stipendi. Gli offro fame e sete, marcie
forzate, battaglie e morte. Chi ama la patria mi segua».
Lo seguirono circa tremila uomini, i resti cioè della Legione Italiana,
buona parte della polacca, e del battaglione Medici, grossi manipoli di
finanzieri, di studenti e di emigrati, i superstiti Lancieri di Masina,
circa quattrocento Dragoni; i pochi bersaglieri Lombardi.
La sera del giorno stesso usciva furtivamente da Porta San Giovanni, e
lasciando tutti incerti sulla sua meta s'incamminò per la via Tiburtina.
Gli cavalcava al fianco, in vesti virili, la sua Anita; gli faceva da
guida Ciceruacchio coi suoi figli, l'accompagnava Ugo Bassi; ne
seguivano le sorti Sacchi, Marocchetti, Montanari, Hoffstetter, Cenni,
Livraghi, Isnardi, Sisco, Ceccaldi, Chiassi, Stagnetti, Bueno, Müller,
l'eletta dei suoi ufficiali superstiti. Giunto in sull'alba del 3 a
Tivoli, fece spargere la voce che si dirigeva al Napoletano. Al tramonto
infatti, levato il campo, marciò per un buon tratto verso il
Mezzogiorno; indi volse improvvisamente a Settentrione, pernottò a
Monticelli, e la mattina del 4 s'accampò a Monterotondo.
Qual era il suo disegno? dove voleva andare? a che mirava? nessuno seppe
indovinarlo. Egli aveva in animo di portare il suo aiuto a Venezia, e
certo una cosa voleva: tener viva la fiamma finchè avesse soffio di
vita, morire, tra i laceri brani della sua bandiera!
Come era facile prevedersi l'Oudinot gli sguinzagliò contro due grosse
colonne, l'una comandata dal generale Molière, l'altra dal generale
Morris; il borbonico Statella gli muoveva alle spalle dal Tronto; gli
Spagnoli di Don Consalvo appostati a Rieti gli sbarravano la destra; e
gli austriaci del D'Aspre, accampati nell'Umbria, l'aspettavano di
fronte a Foligno, e gli chiudevano le due vie di Perugia e di Ancona.
Così Garibaldi era accerchiato in una maglia di ferro; sbagliata una
mossa, l'eroe, l'amato del popolo, era irremisibilmente perduto. Ma
l'inseguito era Garibaldi, ed il leone non si sarebbe lasciato cogliere!
Nel pomeriggio del 5 staccava la marcia da Monterotondo; il sei era a
Confine; il 7 a Poggio Mirteto; l'8 a Terni dove s'incontrò col
colonnello Forbes, che veniva a portargli una colonna di ottocento
uomini, resti di corpi sbandati nella campagna, e due pezzi di cannone.
Terni era il centro di cinque vie; si poteva salire a Foligno, quanto
discendere a Rieti; voltare per Narni e Viterbo, come salire a Todi e
Perugia. Garibaldi lasciò in ogni passo delle squadriglie per ingannare
gl'inseguenti, spinse una avanguardia di cavalli a Todi, e il dì
appresso, 9 luglio, vi si condusse egli stesso col grosso del corpo. Qui
le cose cominciavano a volgere male, e l'orizzonte ad intorbidirsi. Il
programma di Garibaldi--fame, sete, marcie forzate--se ebbe applausi
quando fu proclamato, accennava man mano a divenire impossibile; anche
ai tanti di buona volontà veniva meno le forze, e sintomi di scoramento
cominciarono a manifestarsi; seguirono quindi le diserzioni, prima a
frotte, poi in massa.
Intanto concordi notizie recavano, che i francesi del Morris gli
muovevano contro da Viterbo, e che gli austriaci da Foligno si mettevano
in marcia per Todi. Garibaldi mandò un nerbo de' suoi a scorazzare sulla
strada di Foligno per far credere che mirava là; spedì Müller con i suoi
cavalli ed una compagnia della legione per la strada di Orvieto con
ordine di spingersi fino a Montefiascone-Viterbo; seppellì i due cannoni
del Forbes, e quando ebbe l'assicurazione dai suoi scorridori che i due
nemici erano ancora lontani tanto da potervi scivolare in mezzo, lasciò
Todi la sera del 12, passò il Tevere a Ponte Acuto e s'incamminò per la
via mulattiera, montuosa ed obbliqua di Brodo per Orvieto, sua meta la
Toscana.
La sera del 13 avendo avuto informazioni che il generale Morris era
ancora lontano, staccò la marcia per Orvieto ove giunse sul mattino del
14.
Non entrò in Orvieto ma s'accampò su di una buona posizione a cavaliere
della strada di Ficulle. Gli Orvietani mandarono a Garibaldi invito di
entrare in città, e lo fornirono del pane mandato ad ordinare dai
Francesi. Ma Egli non s'indugiò; nel pomeriggio del 15 levò il campo e
mosse verso Ficulle, vi arrivò a sera quando già i Francesi gli erano
alle calcagne; gli Austriaci gli muovevano incontro da Perugia.
Partì la mattina del 16; abbandonò dopo poche miglia di cammino la
strada maestra, e si buttò a Sole dove riposò per poche ore; e la notte,
per sentieri impervii e monti disabitati, sotto una pioggia
dirottissima, in mezzo a tenebre fitte, guadagnò il confine Toscano e
giunse alla mattina a Cetona accolto festosamente dalla popolazione. Fu
quella la prima volta che la brigata, dacchè era uscito da Roma, dormì
acquartierata.
Liberatosi dai Francesi gli restavano sempre di fronte gli Austriaci,
che scendevano da Perugia, ed i Toscani, che tenevano presidii tra
Santeano e Chiusi, i quali potevano impacciare se non arrestare i suoi
movimenti e molestarlo.
Ma l'eroe non se ne sgomentava. Fortificatosi a Cetona, circondati i
suoi fianchi d'imboscate, coperte le spalle da forze sufficienti, mandò
celeremente una grossa squadriglia a battere la strada Sarteano e
Chiusi, e quando gli riportarono di avere snidati e messi in fuga i
presidii Toscani, ripigliò la marcia; dormì il 17 a Sarteano; entrò il
18 a Montepulciano, dove tutta la popolazione fece a gara nell'usargli
gentilezze e nel colmarlo di cortesie e d'offerte. Rinata la speranza in
Garibaldi, pubblicò un ardente manifesto ai Toscani col quale li
invitava ad insorgere contro la tirannide domestica e straniera. Ma fu
l'illusione di un momento, e presago ormai che nulla più poteva sperare,
proseguì il suo fatale cammino.
Giunto sull'albeggiare del 20 a Torrita prese una grande risoluzione,
quello di abbandonare il granducato Toscano e di prendere per nuova meta
l'Adriatico e Venezia! Là sulla laguna ardeva sempre quel gran focolare,
in cui ormai si concentravano tutti gli sforzi d'Italia.
Il piano di Garibaldi fu presto formato; salire fin presso Arezzo;
passare dal subappennino al grande appennino; scendere tra Pesaro e
Ravenna all'Adriatico; imbarcarsi nel punto più opportuno per Venezia.
Vani sforzi! inseguito come belva feroce passo passo dagli Austriaci
che con forze superiori da ogni parte lo circondavano, seppe rompere il
cerchio di ferro, e per vie dirupate e nascoste, guadagnò dopo enormi
fatiche le alture di Carpegna al mezzodì del 30; ne ripartì nel Vespro,
traversò la Valle del Conca, prese un po' di riposo poche ore in un
bosco, e al tocco dopo mezzanotte ripigliò la marcia alla volta di S.
Marino.
Non gli restava altro rifugio!
A San Marino scioglieva la sua colonna e lasciava libero ognuno di
tornare alla vita privata col seguente ordine del giorno:
San Marino 31 luglio 1849.
Soldati!
Noi siamo giunti sulla terra di rifugio, e dobbiamo il miglior contegno
ai nostri ospiti. In tal modo noi avremo meritata la considerazione che
merita la disgrazia perseguitata.
Da questo punto io svincolo da qualunque obbligo i miei compagni,
lasciandoli liberi di ritornare alla vita privata, ma rammento loro che
l'Italia non deve rimanere nell'obbrobrio, e che è meglio morire che
vivere schiavi dello straniero.
_G. Garibaldi._
Verso le undici di sera chiamò intorno a sè i migliori suoi ufficiali e
i pochi suoi fidi, e svelò loro l'incrollabile suo proposito di
sottrarsi ai patti che il governo della repubblica Sammarinese stava
trattando collo straniero.
«A chi vuole seguirmi, egli dice, io offro nuove battaglie, patimenti,
esiglio; patti collo straniero mai».
Le parole di Garibaldi caddero come stille roventi nell'animo degli
accorsi al suo invito, ma a pochi bastò il cuore e la forza di ascoltare
il suo appello. Non furono più di duecento quelli disposti a seguirlo.
Allo scoccar della mezzanotte, preceduto da tre guide paesane, per un
unico sentiero di montagna, scendeva il Titano; guizzando tra le scolte
nemiche, traversava la Marecchia, passava Montebello; e camminando tutta
la giornata verso le 10 di sera del 1º agosto penetrava in Cesenatico.
Non perdette tempo; fatti prigionieri i Carabinieri e i pochi soldati
austriaci colà sorpresi, s'impadronì di tredici «bragozzi» Chiozzetti,
v'imbarcò tutta la gente, uscì dal porto e veleggiò per Venezia.
*
* *
In sulle prime al fuggitivo arrise la fortuna; ma verso sera apparì
all'orizzonte la flottiglia Austriaca che s'avanzava a tutto vapore.
Ritornato ardito uomo di mare, concepì con rapidità fulminea il suo
piano; comandò ai bragozzi di sparpagliarsi e di dirigersi verso
punta della Maestra, dove le acque basse li avrebbe protetti
dall'inseguimento. Ma egli comandava a timidi pescatori; questi alle
prima minaccie delle scialuppe nemiche che venivano loro incontro, si
scompigliarono senza saper più manovrare: sicchè otto bragozzi caddero
prigionieri degli austriaci ed a Garibaldi non restò che gettarsi sulla
costa di Magnavacca, che per miracolo potè afferrare.
Ma la terra non era più sicura del mare; squadre di gendarmi lo
cercavano per ogni verso.
Prima necessità fu quella di separarsi per potersi meglio nascondere ai
nemici. Ugo Bassi e il Capitano Livraghi presero per una via,
Ciceruacchio e i suoi figli per un'altra; e Garibaldi restò solo con
Anita e il Capitano Leggiero. Ma la povera Anita era in fin di vita, di
lei non viveva più lo che lo spirito, il corpo era consunto dagli stenti
sofferti. Unico mezzo di salute era quello di lasciare all'istante
quella spiaggia; Garibaldi, senza pensare ad altro, prese sulle braccia
la sua Anita e scortato da Leggiero, e guidato da un contadino che la
fortuna gli aveva condotto dinanzi, col caro peso traversò la macchia e
arrivò ad una deserta capanna, dove trovò un nascondiglio, e fu per
Anita un po' di riposo un giaciglio di frasche.
*
* *
Era là da qualche tempo quando Garibaldi si vide davanti all'uscio della
capanna un giovanotto in veste signorili che lo salutava
rispettosamente. Era Gioacchino Bonnet di Comacchio, di famiglia di
patrioti il cui nome va ricordato dagli Italiani. Fu lui che salvò
Garibaldi, facendogli traversare le valli di Comacchio, travestito de'
suoi abiti, in una sua barca, nella quale aveva preparato anche un
giaciglio per l'Anita; fu per mezzo suo, e dei suoi fidi guardiani, che
potè arrivare nella fattoria Guiccioli presso Sant'Alberto. Colà appena
adagiata sul letto, l'eroica Anita esalava l'ultimo suo respiro nelle
braccia del marito.
Così il 4 agosto 1840 alle 4 di sera spirava l'anima forte di Anita
Ribeira Garibaldi; essa fu martire dell'amore, sublime, intrepida donna
degna compagna dell'Eroe che tanto la pianse. Le sue ossa furono
coperte, da poca sabbia, in vicinanza della fattoria Guiccioli alla
Mandriola, a circa undici miglia da Comacchio!
Povera martire!!!
*
* *
Lasciato per necessità il triste luogo Garibaldi, con l'aiuto di
patriotti montanari, potè raggiungere la pinetta di Ravenna e di là
subito dopo, si condusse alla valle Guiccioli, detto Manubria. Colà
venne a prenderlo in consegna il bravo popolano Giuseppe Savini di
Ravenna, che, tenutolo nascosto per alcuni giorni in un casolare delle
Paludi di Ravenna della Valle di Canna, lo passò ad Antonio Fuzzi,
Ravennate esso pure, che a sua volta lo affidò a Don Giovanni Verità
onesto e patriottico sacerdote di Modigliana, mercè il quale,
attraversato il Passo della Futa potè sconfinare in Toscana. Da allora
passando sempre da mano amica a mano amica, sgusciando in mezzo alle
ronde mandate alla sua caccia, protetto dalla sua stella, valicò i due
versanti dell'appennino. Il 26 agosto fu a Poggibonsi, di là a Pomarance
dove fu ospite di Antonio Martini. In appresso, Camillo Serafini lo
tragittò a San Dalmazio dove lo raccomandò al Guelfi che a sua volta,
condottolo prima a Massa Marittima poi a Follonica, lo consegnò
finalmente alle mani di Paolo Azzarini, marinaio di Rio, che si offrì di
portare Garibaldi a Porto Venere, in terra di salute.
Colà sbarcato assieme all'amico Leggiero rilasciò all'Azzarini un
prezioso documento così concepito:
«Il padrone Paolo Azzarini, che la fortuna mi fece incontrare in terra
italiana, dominata dagli austriaci, mi ha trasportato su questo luogo di
asilo e di salvamento, trattandomi egregiamente e senza interesse».
_G. Garibaldi._
In questo frattempo un forte corpo di armata austriaco invadeva gli
Stati di Romagna; occupava il 7 maggio Ferrara e marciava difilato su
Bologna. Quel popolo patriottico si dispose alla resistenza, e quando
gli austriaci investirono la porta di Galliera buon numero di popolani
spalleggiati da uno squadrone di carabinieri comandati dal Colonnello
Boldrini con una carica arditissima ed a colpi di baionetta mettono in
fuga il nemico; ma i bravi bolognesi sono ad un tratto arrestati dalle
scariche di mitraglia di tre pezzi di cannoni che gli austriaci avevano
piazzati in buona posizione e fulminati dalle Carabine dei Tirolesi che
seminavano morte, sono costretti di cedere e ritirarsi dopo avere veduto
cadere ferito a morte il colonnello Boldrini, l'aiutante Marziani, il
maresciallo Pavoni e numerosi altri. Occupata Bologna gli austriaci
proseguirono per restaurare il governo papale nelle Marche.
=CAPITOLO XVI.=
=Assedio di Ancona e sua eroica difesa.=
Ancona era investita dagli austriaci, il 24 maggio, bloccata e chiusa
per terra e per mare.
Erano 12,000 gli assedianti, muniti di armi potenti.
Il generale Wimpfen aveva mandato agli anconitani l'intimazione di
arrendersi, e di assoggettarsi al Sovrano Pontefice; il Preside
Mattioli rispose con fiere parole; Livio Zamboccari, comandante delle
milizie a difesa, ricordava: «gloria a piccolo Stato il vincere; gloria
per la santità del diritto soccombere».
I difensori erano 4850 compresovi i fratelli accorsi da Iesi, da Loreto,
da Sinigaglia, da Fano, da Pesaro, dalla Romagna, dalla Lombardia ed
anche dal Piemonte, nell'insieme, i più maldestri alle armi, vissuti
fino allora nelle industrie e nei commerci; ma tutti animati di amor
patrio, e dal proposito di fare il proprio dovere.
Elia e suo padre erano giunti pochi giorni prima del blocco in Ancona e
furono destinati sul vapore da guerra «Roma» sotto gli ordini del
tenente di vascello Castagnoli e poscia comandati ai forti in difesa
della città.
Il 25 maggio avvenne il primo scambio di fucilate fra le Torrette e
Montagnolo, e il primo cannoneggiamento fra il forte della Lanterna e il
piroscafo austriaco «il Vulcano».
Il 27 «la Bellona» la più potente nave armata della squadra nemica,
attacca il forte della Lanterna con le sue bordate e nonostante fiera
difesa, smontati alcuni pezzi, il forte fu costretto al silenzio:
diresse allora la nave le sue bordate alla Darsena, ma i cannonieri del
forte Marano risposero con spessi colpi e con tiri così bene aggiustati
da aprire numerose falle nei fianchi della «Bellona» che fu salvata dal
«Vulcano» accorso in aiuto per trarre la Nave Ammiraglia a rimorchio
fuori del tiro del forte; essa ebbe il comandante mortalmente ferito,
due morti e quaranta messi fuori di combattimento.
Così con ugual valore, con indomita fierezza, nessuno mancò al dovere
suo nei memorabili venticinque giorni d'assedio.
Tutti i giorni un combattimento; sui forti, sui baluardi, sulle
baricate, all'aperto. Agli austriaci occupanti le alture; alla squadra
che batteva il forte cannoneggiando con potenti artiglierie,
rispondevano con efficacia i nostri bravi dal Cardetto, dalla
Cittadella, dai Cappuccini, da Marano, dalla Lanterna, da ogni luogo
fortificato; i marinai e popolani senza conoscere la balistica eransi
tramutati in un lampo puntatori meravigliosi.
Nel profondo della notte dal 29 al 30 maggio gli austriaci lanciarono in
città una spaventosa grandinata di bombe.
Gli Anconitani, a giorno fecero una sortita; tre volte attaccarono nelle
sue posizioni avanzate il nemico alla baionetta; i giovani parevano
veterani, i veterani erano tramutati in eroi! sembrava ricostituita la
compagnia della morte, rinnovante le tradizioni del libero comune,
intrepida nelle audaci sorprese, negli scontri temerari, nello sprezzo
della morte; i vecchi gli inabili alle armi, le donne fornivano le
munizioni; i capitani di mare in corse pericolose rompevano il blocco,
rifornivano i viveri.
L'8 di giugno Wimpfen, mandava un messaggio al comune, che è documento
del valore Anconitano, tanto più alto in quanto veniva dal nemico
stesso. «Le truppe imperiali, esso dice, passarono per le romagne, per
le marche senza incontrare ostacoli; ne trovarono solo avanti Ancona; si
arrenda la città se non vuol essere distrutta».
Ancona non si arrese; ma continuò la difesa colla forza rinnovata dalla
disperazione.
Il 15 giugno, trecento uomini comandati dai capitani, Gervasoni, Gigli
ed Ornani, cuori ardimentosi, assaltarono Monte Marino alla baionetta; i
nemici furono messi in rotta e l'altura rapidamente occupata. Ma le
forze nemiche ritornarono soverchianti di numero all'assalto; la lotta
durò accanita i nostri piuttosto che cedere morivano nel santo nome
della patria, finchè più che decimati furono obbligati alla ritirata.
Gervasoni fu colpito a morte, e Francesco Gigli sopraffatto da' nemici
sarebbe rimasto sul terreno, se Enrico Schellini con coraggio leonino
non fosse accorso in suo aiuto.
La minaccia di Wimpfen aveva infiammati gli animi alla lotta suprema.
Dal 14 al 18 giugno le bombe, i razzi, scoppiavano per le vie, nelle
case, sugli ospedali, rombavano di notte e di giorno con orrendo
fracasso; pareva d'essere circondati da una catena di vulcani che
eruttassero fiamme, fuoco e ferro sulla patriottica città.
I pompieri, onorato corpo che vanta nobilissime tradizioni, senza badare
a fatiche e pericoli, si moltiplicarono, spengevano incendi, sgombravano
via le macerie, demolivano muri, salvavano quanti più potevano dalle
case incendiate, trasportavano feriti, lottavano ogni giorno, ogni ora
con la furia degli incendi, guidati dal sentimento del dovere e da
profonda pietà umana.
Tanto sacrificio, tanta nobiltà d'animo, tanti eroismi non bastarono a
salvare la città degli oppressori.
I viveri erano esauriti e il blocco sempre più stretto come in cerchio
di ferro non permetteva d'introdurne in città; ottanta incendi
divamparono, gli ospedali riboccavano di feriti che non si aveva mezzo
di alimentare; oltre trecento morti affermarono col sangue l'affetto
alla patria.
Ancona, diroccata, affamata, straziata, dopo 35 giorni di resistenza
veniva forzata alla resa.
La marina mercantile Anconitana della quale era a capo Antonio Elia fece
nella difesa del patrio suolo bravamente il suo dovere.
*
* *
Era necessario pensare alla salvezza dei compromessi politici affinchè
non cadessero nelle mani dei sbirri papalini e dei Croati.
Un bastimento anconitano, di cui era proprietario e comandante Mariano
Scoponi, ottenne per solerte intromissione del patriotta Nicola Novelli,
di poter inalberare bandiera inglese e su di esso dovevano prendere
imbarco per essere trasportati a Corfù, quanti credevano di non essere
sicuri in patria.
E difatti vi si imbarcarono tutti quelli, che si trovavano compromessi e
che avevano a temere la vendetta del governo ristaurato e dello
straniero. Antonio Elia aveva avuto un diverbio col priore del convento
di S. Francesco di Paola.
Temendo la vendetta del prete che mai perdona, il figlio e gli amici lo
pregarono caldamente, di prendere esso pure imbarco per l'estero. Ma
egli rispondeva di avere la coscienza tranquilla, di nulla avere a
temere, non volere quindi volontariamente abbandonare la patria e la
famiglia, e restò.
La notte del 24 luglio 1849 la casa abitata dall'Elia, appartenente ai
frati di S. Francesco di Paola ed attigua al loro convento, fu
circondata da gendarmi papali, da soldati austriaci e da poliziotti. Si
picchiò all'uscio di casa ed alla intimazione della forza fu aperto;
venne eseguita una minuziosa perquisizione e nulla si rinvenne. Non era
questo che volevasi dal barbaro austriaco e dai preti; era necessario
dare un terribile esempio alla popolazione, applicando la legge
stataria su uno dei capi del popolo. Non essendosi rinvenuto nulla in
casa, gli assetati di sangue del patriota, requisiti alcuni muratori, si
diedero a rompere un condotto di scolo avente comunicazione con tutti i
cinque piani superiori, abitati da numerosi inquilini.
In fondo al condotto disfatto, fu trovata un'arma che aveva appartenuto
chi sa a chi, o che poteva anche essere stata appositamente gettata da
coloro, che avevano premeditato il delitto. Antonio Elia venne legato
sotto gli occhi della moglie incinta, in mezzo al pianto di quattro
creature, e condotto alle Carceri di S. Palazia. Appena giorno la povera
moglie con le sue quattro piccole figlie andava a gettarsi alle
ginocchia del generale austriaco Faltzenter domandando grazia per
l'innocente, ed il permesso di poterlo visitare nelle carceri. Le fu
accordato il permesso di visitare il marito, ma quando la santa donna si
presentava alle carceri una detonazione le gelava il sangue e le faceva
istintivamente comprendere, che la vita di Antonio Elia veniva
barbaramente ed ingiustamente troncata. Alla domanda di vedere il
marito, come ne aveva il permesso, le fu risposto che era troppo tardi.
Sarà stata una raffinatezza di barbarie del generale quella di far
trovare presente alla esecuzione la moglie del martire? Il sospetto
almeno è ammissibile.
Ecco una lettera che Garibaldi scriveva al figlio del martire
Anconitano:
Caprera, 22 dicembre 1868.
Mio caro Elia,
«Figlio del popolo, il padre vostro merita di essere annoverato tra i
grandi Italiani.
«Oggi, che si avvicina la caduta della tirannide papale noi dobbiamo
ricordare agli italiani le vittime della sua ferocia e fra quelle una
delle più illustri, certamente, Antonio Elia.
«Ancona ricordi quel prodissimo suo cittadino che tanto l'onora».
Vostro
_G. Garibaldi_
Per la morte del padre, Augusto Elia all'età di venti anni rimaneva
unico sostegno della povera madre e delle quattro sorelle, tutte di
tenera età.
*
* *
Un fatto avvenuto in Ancona nell'inverno del 1849 lo obbligò di lasciare
la patria e la famiglia e di darsi a volontario esilio.
In tarda ora di una notte oscura e piovosa una povera donna scendeva la
via del porto con un orcio pieno d'acqua attinta alla pubblica fonte di
piazza grande. Quando fu in vicinanza del vicolo della Cisterna, la
poveretta veniva brutalmente assalita da quattro croati, i quali,
toltole l'orcio, volevano trascinarla nel vicolo oscuro per violentarla.
Mentre la povera donna resisteva e gridava sopraggiunse un giovane, il
quale, sguainata in men che si dica dal fodero di uno dei croati la
sciabola-baionetta, assalì i quattro intenti a dare prova di loro
prodezza su di una povera donna; i quattro furono assai malconci e posti
fuori combattimento dal giovinotto e la donna liberata.
Alla mattina l'Elia se ne stava in casa sua in prossimità del luogo ove
avvenne il fatto, quando gli si fa annunziare l'amico del padre e suo,
Agostino Scipioni, il quale, tutto trepidante, lo veniva ad avvisare,
che una donna, la signora Piermattei, gli aveva confidato di averlo
riconosciuto quale assalitore dei quattro croati; gli disse di aver
supplicata la signora Piermattei di non ripetere parola se non voleva
farlo fucilare; la signora promise di non parlare, ma l'amico Scipioni
pensava, che non vi era da fidarsene e volle che l'Elia lasciasse subito
Ancona. Così fece, prese subito imbarco e si recò a Malta: l'opportuna
fuga salvò la vita, ma all'Elia figlio, apriva la via dolorosa dello
esilio.
Scorsero dieci anni. Ma ormai i destini della patria venivano
maturandosi e l'ora della resurrezione stava per suonare.
=CAPITOLO XVII.=
=Dal 24 marzo 1849 al 1859--Il Piemonte.=
Nella notte del 24 marzo 1849 Vittorio il nuovo Re, uscente dalla tenda
di Radetzky a cui aveva detto «I Savoia sanno la via dell'esilio non
quella del disonore»!--galoppava tra i campi seminati dai caduti per la
libertà della patria, seguito da piccolo drappello de' suoi. A qual
destino andava incontro? Quale meta attendeva la giovinezza del suo
regno saturo già d'ineffabili angoscie? Qual fiamma lo agitava? Certo il
suo cuore era angosciato dai ricordi del breve idillio del «48» e della
dolorosa epopea del «49»; ma la grand'anima sua si sollevava al pensiero
che il nome d'Italia era stato per la prima volta il grido del popolo
combattente, e sentiva già che le speranze della patria erano in lui
riposte. E stretto al cuore il patto della libertà, e il simbolo della
redenzione, proseguiva incontro al suo destino verso il suo vecchio e
fido Piemonte, deciso entro di sè di volere raggiungere la santa
meta--l'unità della patria!
*
* *
Garibaldi dopo il «49» si era recato a New-York con la speranza di
trovare imbarco come comandante od anche come secondo di nave
mercantile; dopo lunga aspettativa una Società Italo-Americana gli diede
il comando di un bastimento col quale doveva battere gli scali
dell'America Centrale. Nel 1853 Garibaldi prendeva il comando del
«Commonwealth»--un tre alberi destinato ai carichi di carbone
dall'Inghilterra per l'Italia; arrivato a Genova, lasciava il comando e
si recava a Nizza per portare un saluto almeno, sulla tomba della sua
santa madre e per restare qualche tempo presso i suoi figli, Menotti,
Teresita e Ricciotti.
Vi rimase immolestato l'anno 1854: quindi con altro piccolo bastimento
detto «L'Esploratore» si mise a fare la navigazione del piccolo
cabotaggio.
In uno di questi viaggi, colto da grosso fortunale nelle bocche di
Bonifacio dovette cercare rifugio nel porto della Maddalena, e
dimorandovi alcuni giorni, per la prima volta gli balenò l'idea di
comprare una parte dell'Isola di Caprera.
Aveva riscossi alcuni residui dei suoi stipendi di Montevideo; nei suoi
viaggi marittimi aveva messo da parte qualche cosa; dall'eredità del
fratello Felice aveva raccolto una sommetta; onde gli parve venuto il
momento d'impiegare i suoi modesti capitali e decise di comprare dal
Demanio Sardo i lotti dell'Isola che erano vendibili e di fissarvi la
sua dimora.
*
* *
Lungo, lento, doloroso decennio quello dal «49 al 59!» Ma pur
meraviglioso di contrasti e di conciliazioni; di forze latenti che si
preparavano; di aperte riscosse che si tentavano; di passioni ardenti
che spingevano a sagrifizi; di martiri che inaffiarono di sangue l'Idea:
Vittorio Emanuele, Mazzini, Cavour, Garibaldi, Pallavicini ed altri
grandi patriotti non dimenticavano che l'Italia viveva in catene, e si
preparavano.
L'Austria, accampava in Italia con diritto di feudo su Modena, Parma e
Toscana; con eserciti dominatori nel Lombardo, nel Veneto, nelle
Romagne, nelle Marche; suo sistema di governo, forche, fucilazioni e
bastone.
Eppure tutto il decennio fu sfida e duello fra l'Austria forte e l'Idea
Italiana.
Luminoso e generoso si diffondeva il pensiero dell'agitatore genovese
nella Giovine Italia che aveva per bandiera il tricolore; per programma
l'indipendenza ed unità di Nazione, forma di governo repubblicano; che
predicava guerra di popolo, s'insinuava nelle congiure, scoppiava in
parziali insurrezioni, provocava vendicatori del nuovo sangue versato,
cementava l'idea santa del martirio.
Ma le rivolte fallivano; la gioventù si spegneva fra gli ergastoli ed
ai patiboli; i tentativi infelici di Orsini, di Bentivegna, di Pisacane;
il moto di Calvi in Cadore; la congiura di Milano, che dava, sugli
spalti di Belfiore, alle forche, ed al carcere duro tanto fiore di
nobili vite, dimostravano che il pensiero mazziniano, grande perchè
manteneva vivo il fuoco patrio, era impotente nell'azione.
Chi avrebbe potuto armare l'idea? Il Piemonte e la Casa Sabauda! Quel
principato italiano doveva trasformarsi in principato Nazionale; la
monarchia dovea farsi rivoluzionaria; i repubblicani unitari dovean
persuadersi che la monarchia di Savoia aveva fede, forza e valore; e la
monarchia si pose allo esperimento dei fatti. Pallavicini e Manin si
fecero apostoli dell'unione della democrazia col Piemonte.
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* *
Cavour--vigile e possente intelletto--uomo di Stato degno del Re
Vittorio Emanuele--concepisce la felice idea di mandare nelle terre
d'Oriente, sui campi di Crimea, combattenti, tra i soldati d'Inghilterra
e di Francia, i nostri bravi soldati che riaffermino alla Cernaia, la
virtù degli animi e la potenza delle armi italiane.
Al Congresso di Parigi si fa eco dei dolori, delle miserie, delle
speranze d'Italia--e l'Italia sente nel Piemonte se stessa--intuisce in
Vittorio Emanuele il suo Re prode generoso e fedele.
Finalmente a Plombiers si segna l'alleanza con la Francia, e
l'_ultimatum_ lanciato dall'Austria, tanto desiderato, dà la spinta al
compimento dei destini della patria.
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Nel 1856 il generale Garibaldi trovandosi a Genova veniva ogni giorno,
ogni minuto sollecitato, e messo alle strette da numerosi patrioti, i
quali chiedevano che si mettesse alla loro testa per iniziare un ardito
movimento Nazionale.
Da tempo erano sorti due partiti in Italia: unica però la meta--la
cacciata dello straniero: i mezzi per raggiungerlo, però, si palesavano
assolutamente diversi. Gli uni rimanendo fedeli intransigenti al
principio repubblicano volevano arrivarci colla rivoluzione. Gli altri,
senza alcuna abiura ai principii, aderivano al patto con la Casa di
Savoia che s'impegnava di mettersi alla testa del movimento Nazionale e
di combattere per l'unità ed indipendenza d'Italia. Garibaldi sentiva
che per raggiungere questo fine patriottico era necessario di far
tesoro delle forze piemontesi e che la spinta, magari indiretta, doveva
venire da quel principe leale e da quel governo. Egli quindi abbracciò
questo secondo partito; per lui si doveva compiere l'unità italiana; ed
è dovere riconoscere che la Casa Savoia era chiamata per virtù propria,
per valore e per tradizione storica, a compiere i destini della patria.
L'impotenza sempre più manifesta dei partiti puramente rivoluzionari; la
sfacciata complicità degli altri principati italiani collo straniero; la
politica schiettamente nazionale del Piemonte e del suo Parlamento; il
sangue già versato sui piani Lombardi; l'esilio del suo Re; la
proverbiale lealtà di Vittorio Emanuele ai patti giurati; furono queste
le vere ragioni che chiamarono provvidenzialmente la monarchia
piemontese a capo della lotta nazionale.
=CAPITOLO XVIII.=
=1859--La guerra d'indipendenza.=
Il 1º dell'anno 1859 l'Europa veniva risvegliata dall'eco rumorosa dei
pochi detti, pronunziati dall'Imperatore Napoleone III al conte Hübuer
ambasciatore d'Austria:
«Mi duole che le relazioni col vostro governo non sieno così amichevoli
come per lo passato; dite però all'Imperatore che i miei sentimenti
personali verso di lui non sono punto cambiati».
Era il preavviso della dichiarazione di guerra, e furono pochi quelli
che non lo capirono. In Italia sopra tutto queste parole risvegliarono
tutte le speranze alle forze sopite dal 49 in poi. I frutti delle
alleanze di Crimea venivano a maturanza.
Si attendeva con ansia febbrile l'apertura della Camera Sarda per
trovare nella parola del Re Sabaudo un detto che confermasse le
concepite speranze, e la parola si fece sentire così:
Signori Senatori, signori Deputati,
«L'orizzonte in mezzo a cui sorge il nuovo anno non è pienamente sereno.
Ciò nondimeno vi accingerete colla consueta alacrità ai vostri lavori
parlamentari. Confortati dalla esperienza del passato, andiamo incontro
risoluti all'eventualità dell'avvenire. Quest'avvenire sarà felice
riposando la nostra politica sulla giustizia, sull'amore della libertà e
della patria.
«Il nostro paese, piccolo per territorio, acquistò credito nei consigli
di Europa, perchè grande per le idee che esso ispira.
«Questa condizione non è scevra di pericoli, giacchè mentre rispettiamo
i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti
d'Italia si leva verso di noi.
«Forti per la concordia, fidenti nel nostro buon diritto, aspettiamo
prudenti e decisi i decreti della Provvidenza».