Il Ministro della Guerra, Franzini»

E quasi a dimostrare il sentimento concorde di popolo e di Re nel volere

liberata l'Italia dallo straniero, in Ancona veniva pubblicato il

seguente bando:

«Cittadini!

«Al suono delle campane a stormo, che eccitò l'insurrezione nelle

Lombarde città contro l'odiato straniero e ne fa ora trionfalmente

inseguire la fuga e disperdere gli avanzi, si mesce già il vivo fuoco

degli accorsi drappelli italiani e il tuono possente del cannone di

Carlo Alberto. Da ogni città, da ogni borgo, da ogni siepe esce un

animoso combattente della santa guerra d'Italia. La croce corona la

tricolore bandiera, e Cristo ne ha fatto l'indivisibile segno della

nostra vittoria. I lunghi secoli del dolore e del lutto si riscattano

con brevi e invidiabili perigli; le macchie, già abolite, d'inerzia e

d'indifferenza si redimono con un'eternità d'impareggiabile gloria.

«Chi, alla voce d'Italia, di questa patria sublime, ode più gli affetti

di padre, di marito, di figlio? Chi getta ancora uno sguardo sugli averi

e sulla ricchezza se non per farne un sagrificio alla patria?

«Via il lusso, via gli ornamenti; il ferro! il ferro! nessuna gioia

fuorchè nelle ferite largamente aperte nei petti nemici; nessun

desiderio fuorchè del sangue copiosamente sparso per l'Italia; nessuna

gloria fuorchè nella sua redenzione. La nostra avanguardia è partita. I

nostri prodi ci aprono la via. Quale ragione, qual pretesto ai forti, ai

valenti per rimanere? Che dolcezza in queste mura, che beltà nella vita,

quando nei campi di Lombardia si muore per l'indipendenza italiana?

«Chi non invidia a sè stesso questa nobile fortuna di morire per

l'Italia? Chi ricusa la celeste voluttà di vendicare la sua vendetta?

Chi non s'infiamma all'alto pensiero di concorrere ad eseguire il

decreto di Dio, il decreto della rigenerazione italiana? In questo punto

si fonda la nostra nazionalità, si conquista la libertà nostra, si

edifica una gloria immortale! Deh! ciò non sia senza noi! Deh! si

accorra alla guerra della redenzione! Felice chi lascerà la vita per

lei! Felice chi tornerà vittorioso, e udrà dirsi ammirando e piangendo

di tenerezza: questi fu soldato dell'indipendenza d'Italia!

Ancona, 30 marzo 1848».

*

* *

Da Lodi il Re mosse per Cremona, ove tenne Consiglio di guerra per

deliberare sulle operazioni militari.

L'esercito procedeva verso il fiume Oglio e arrivatovi il generale Bava

faceva restaurare il ponte di Marcaria.

Il Re si trasferiva a Bozzolo.

Il giorno 6 aprile il generale Bava si avanzava verso il fiume e giunto

verso le 9 in prossimità di Goito ordinava ad un battaglione di

bersaglieri di assalire i cacciatori austriaci che occupavano i colli; i

nostri mossero impetuosi all'assalto e gli austriaci, abbandonate le

posizioni, si ripararono entro Goito. Ordinata in schiera d'assalto la

brigata _Regina_, e sopraggiunti i reggimenti della brigata _Aosta_, il

generale Bava mosse contro Goito preceduto dai bersaglieri comandati dal

generale Alessandro Lamarmora; questi appoggiati dall'artiglieria che

battevano le case per cacciarne gli austriaci spalleggiati da due

compagnie delle _Real Navi_, superati arditamente gli asserragliamenti

costruiti dai nemici, penetravano nel paese; gli austriaci, parte

rimasero prigionieri, parte corsero al ponte per difenderlo; i nostri

bersaglieri e i _Real Navi_ inseguono, passano a tutta corsa il ponte e,

scesi sulla sinistra del fiume, s'impadroniscono di un cannone che il

nemico nella precipitosa fuga non riesce a salvare.

Il combattimento durò tre ore, le nostre truppe che vi presero parte,

sopratutto bersaglieri e Real Navi, mostrarono gran valore; ebbero due

ufficiali e sei soldati morti, cinque ufficiali feriti fra i quali il

Colonnello Lamarmora e il Maggiore Maccarani comandante le truppe Real

Navi e trentacinque soldati. Si distinsero il Generale D'Arvillars, il

Capitano Griffini e Domenico Resta.

Il giorno appresso il generale De Sonnaz con un ardito colpo di mano

sloggiava gli austriaci da Monzambano ed alle 5 pomeridiane i Piemontesi

erano padroni di quelle posizioni. Contemporaneamente il Colonnello

comandante il reggimento _Savoia_ entrava in Borghetto alla destra di

Monzambano in faccia a Valeggio, ove i nostri entravano il giorno

appresso.

A questi combattimenti seguirono quelli di Pastrengo e di Santa Lucia.

I nostri guidati dal Generale De Sonnaz, cacciati gli austriaci dai

colli di Costiera, Cassetta e Fratelli furono, in breve ai piedi di

Pastrengo. Ma il Duca di Savoia, che colle brigate _Cuneo_ e _Regina_ si

era avanzato alla testa di tutti, si trovò arrestato dal melmoso letto

di quei piccoli torrenti che si scaricano più in basso nel fiume Tione.

Fu dovuta rallentare la marcia, finalmente, superato l'ostacolo ed

animati della presenza del Re e del Duca, s'avventano alla lotta, che fu

aspra perchè gli austriaci difesero palmo a palmo il terreno; alle 3 e

mezzo i nostri erano padroni di Pastrengo. Il Re in quel giorno superò

tutti in valore e corse gravissimo pericolo; intollerante d'indugi aveva

precorso la fanteria con la sola scorta di un drappello di carabinieri.

Un corpo di Tirolesi, in agguato per ritardare la marcia dei Piemontesi,

fece una scarica a bruciapelo contro il piccolo drappello e se il

Colonnello Sanfront non fosse arrivato in tempo coi suoi squadroni di

carabinieri, il Re, che aveva tratto la spada in atto di slanciarsi

contro il numeroso nemico, si sarebbe trovato a mal partito.

Il 6 maggio i Piemontesi con tre divisioni mossero in ricognizione su

Verona; la brigata _Regina_ sotto gli ordini del generale D'Arvillars

si avanzava sulla strada di Sona, incontrava il nemico e impegnava un

assai vivo combattimento, che ebbe esito fortunato per i nostri perchè

il nemico si ritirava sotto le mura di Verona; però durante il

combattimento la brigata _Aosta_, per seguire il Re, sempre primo ai

rischi, avendo accelerato il passo si trovò sola di fronte alla nemica e

formidabile posizione di S. Lucia, seguita a grandissima distanza dalla

brigata Guardie.

Gli Austriaci occupavano il Campanile e le case, e, del Cimitero cinto

di mura munite di feritoie, ne avevano formato una vera fortezza, e un

fuoco micidiale colpiva i nostri; il valoroso generale Sommariva

secondando l'ardore del Re e dei suoi soldati assale energicamente il

villaggio; il generale Bava fa piazzare in buona posizione

l'artiglieria, la quale apre vivo fuoco contro il campanile, le case e

il Cimitero; sotto le mura del villaggio si accende un aspro conflitto

nel quale trova morte il prode colonnello Caccia del 5º reggimento; a

fianco del generale Sommariva cadeva mortalmente ferito il tenente

Beston Balbis suo aiutante, il colonnello Manassero del 6º reggimento

era gravemente ferito ed a lui vicino moriva il tenente Gandolfo di lui

aiutante e tanti e tanti altri; ma i valorosi Valdostani non si

arrestano; chè anzi il desiderio di vendicare i caduti li spingeva a più

fiera lotta. Giungeva finalmente la brigata _Guardie_, che al fragore

del cannone aveva accelerato la sua corsa; e allora il Generale Bava

valendosi del sopraggiunto rinforzo si pone alla testa di questo,

slancia le sue brave truppe sul merlato muro, e queste sprezzando il

pericolo, animate dalla presenza dei condottieri, superano tutte le

difficoltà, s'impadroniscono del baluardo seminando morti e facendo

prigionieri.

Dopo il combattimento di S. Lucia, tanto glorioso per le armi

Piemontesi, essendo giunto il parco da Alessandria, il Re ordinava che

si cingesse d'assedio Peschiera. La direzione dell'assedio fu affidata

al Duca di Genova, il quale aveva sotto i suoi ordini il generale Chiodo

del Genio e il generale Rossi dell'artiglieria; ai lavori d'assedio e a

cingere la piazza furono destinate le brigate _Piemonte_ e _Pinerolo_

con Federici generale di divisione, Bes e Manno brigadieri.

Il giorno 19 aprile le truppe Romane di linea e volontari, alle quali

eransi uniti il battaglione volontari di Ancona ed altri delle Marche,

la Legione Romagnola di Ferrara, passavano il Po, e si mettevano in

marcia verso Montebelluno. Il generale Durando Comandante in capo di

queste truppe colla prima divisione trovavasi già ad Ostiglia.

Il 25 d'aprile nei dintorni di Schio ebbe luogo un combattimento fra le

nostre truppe e un corpo di Austriaci che durò per quattro ore;

l'attacco fu vivo, ma i bravi nostri giovani volontari seppero così bene

resistere alle prime prove del fuoco da costringere il nemico a

ritirarsi con perdite non lievi.

Anche nei giorni seguenti ebbero luogo vari scontri sempre favorevoli

alle nostre armi.

Il giorno 8 maggio il generale Ferrari, che aveva concentrato le sue

forze di volontari e regolari a Montebelluno, ebbe avviso dai suoi posti

avanzati dell'avvicinarsi del nemico.

Il generale, lasciata una parte delle truppe a guardare il paese, mosse

col resto delle sue forze per la via di Cornuda, ove giunto alle ore 5

pom. fece prendere ai suoi posizione sulle colline circostanti, mentre

mandava grosse pattuglie a perlustrare sulla strada dalla quale si

attendeva il nemico. Poco prima del tramonto la compagnia dei

bersaglieri del Po, che stava appostata sulla collina di destra,

incominciava il fuoco contro l'avanguardia nemica che di poco precedeva

il grosso delle truppe, per cui ben presto il fuoco fu acceso su tutta

la linea; questo durava da un'ora circa e cessava da parte del nemico

che suonò a raccolta. Era certo che questo aveva voluto limitare la sua

azione ad una ricognizione, e sicuro che l'indomani sarebbe stato

attaccato da forze superiori il generale Ferrari dispose di ritirarsi

dalle posizioni avanzate che occupava colle sue giovani truppe e di

disporre una nuova linea di avamposti al di là di Cornuda. Mandava

subito avviso al Durando, che si trovava colla sua divisione nella

vicina Bassano, della presenza del nemico, affinchè come generale in

capo avesse prese le sue disposizioni.

Alle 5 di mattino del 9 maggio il nemico si mosse all'assalto delle

posizioni occupate dai nostri i quali sostennero l'urto senza cedere un

palmo di terreno, mantenendo un fuoco assai ben nutrito fino alle 4

pomeridiane in attesa dell'arrivo del Durando.

Intanto il nemico ingrossava sempre più tanto che a sera la truppa del

Ferrari si trovava ad avere di fronte l'intera divisione del Nugent che

occupava con nuovi battaglioni tutte le posizioni di fronte con

spiegamento di altri battaglioni a destra e a sinistra tendenti

all'avviluppamento dei nostri; intendimento che non sfuggì al Ferrari,

il quale ordinava alle sue truppe un movimento di ritirata e di

concentramento più indietro di Cornuda per proseguire poi per

Montebelluno onde congiungersi colle truppe che vi aveva lasciato di

presidio. Giunto a Montebelluno ordinava la partenza per Treviso dandone

avviso al generale Durando.

Nel combattimento del 9 si distinsero il marchese Patrizi comandante la

2ª Sezione composta di perugini e di marchigiani che si comportarono da

eroi; combatterono da prodi veterani i bersaglieri romani comandati dal

Tittoni ed il 1º battaglione della 3ª sezione composta di romagnoli;

ebbe il cavallo ucciso e riportò ferita il maggiore Diamilla-Muller

aiutante di campo del generale Ferrari mentre conduceva al fuoco due

compagnie.

Il mancato appoggio del Durando fu inesplicabile.

Alle pressanti premure del generale Ferrari egli rispondeva così:

Crespano, 9 maggio 48.

Generale,

«Vengo correndo».

«Durando»

Ma non si vide!

Il generale Ferrari presa posizione a Treviso ordinava una

ricognizione--volle dirigerlo di persona il generale Guidotti il quale

spintosi avanti alla testa dei suoi, ebbe trapassato il cuore da una

palla tedesca.

Verso mezzogiorno si ebbe notizia che il nemico in forti masse si

avvicinava a gran passi da tre parti su Treviso. Il bravo generale

Ferrari si spinse con una forte ricognizione verso il Piave. Venuto a

contatto col nemico ingaggiava il combattimento di tiragliori, facendo

piazzare intanto la debole sua artiglieria. Al contrattacco del nemico,

che aveva spiegato forze imponenti, e al fuoco delle sue artiglierie che

fulminavano, la colonna avanzata composta di truppe di linea non resse,

balenò prima, poi, presa da panico, si sbandava abbandonando al nemico

un cannone e non arrestandosi che a Treviso. Non giovò l'intrepido e

valoroso esempio del generale di fronte al fuoco: fu vana la voce degli

ufficiali che tentarono di richiamarli al dovere e di fare argine alla

fuga; nulla valse e la rotta, di quella truppa fu completa. I volontari

marchigiani, romagnoli, umbri, romani rimasero al loro posto ma non

poterono riparare al disastro: questi si misero sotto gli ordini del

colonnello Galletti e del Sante per riannodarsi alle truppe del generale

in capo Durando, avendo il generale Ferrari abbandonato il comando,

offeso della condotta del Durando che gli aveva fatto mancare il

promessogli soccorso.

*

* *

Nei combattimenti di Cornuda e di Treviso, sostenuti con valore dalle

forze di linea e di volontari comandate dal generale Ferrari si

distinsero:

Patrizi Filippo, Galletti Bartolomeo, Diamilla-Muller Demetrio,

Stefanoni Carlo, Ruspoli Bartolomeo, Tittoni Angelo, Pianciani Luigi,

Del Grande Natale, Montecchi Mattia, Gariboldi Alessandro, Ceccarini

Luigi, De Angelis Pietro, Federici Romolo, Savini Francesco, Gazzani

Adriano, Silli Giuseppe, Chiavarelli Antonio.

*

* *

Il generale Durando col grosso dei suoi si trovava a Padova con posti

avanzati a Vicenza.

Il 20 maggio gli Austriaci, forti di 6000 uomini oltre l'artiglieria,

assalivano i posti avanzati di Vicenza sviluppando la loro azione di

artiglieria e di ben nutrito fuoco di fucileria contro le barricate di

Porta S. Lucia, di Porta Padova e di Porta S. Bartolo, ma dopo 4 ore di

combattimento il nemico fu da ogni parte brillantemente respinto.

In questo combattimento, sostenuto con molto valore, i nostri ebbero a

soffrire non poche perdite e lo stesso generale Antonini vi rimase

gravemente ferito.

Il giorno 23 gli Austriaci con maggiori forze ritornarono ad assalire

Vicenza; il combattimento durò accanito tutto il giorno e fu ripreso la

mattina del 24, mentre nella notte del 23 al 24 gli Austriaci

bombardarono la città che non diè segni di allarme. I nostri fecero

prodigi di valore; colla punta della baionetta fugarono il nemico che

perdeva due cannoni e lasciava in nostre mani 154 prigionieri; gli

Austriaci ebbero più di mille feriti.

Fu una giornata gloriosa per le armi italiane.

Contemporaneamente gli Austriaci attaccavano i nostri nelle posizioni

del Caffaro-Lodrone-Bagolino, ma anche da quella parte furono bravamente

respinti.

Il giorno 8 giugno da informatori il generale Durando fu avvisato del

nuovo avanzarsi del nemico, ma mal si seppe del numero e della

direzione. Si diceva che non raggiungeva i 20,000 uomini ed erano

diretti al Piave per congiungersi ad altro corpo ivi concentrato. Ma il

giorno 9 si ebbe notizia che aveva tagliata la strada ferrata e gittati

tre ponti sul Bacchiglione; ormai il sospetto di essere attaccati

diveniva certezza e quindi con ogni maggiore alacrità si diede opera ai

lavori di difesa, si distribuirono le forze di 11,000 uomini nelle

posizioni le più importanti. Verso sera si ebbero precise informazioni

che tutto l'esercito Austriaco con Radetzky alla testa e con 80 cannoni

stava per rovesciarsi su Vicenza.

Alle 4 di mattina del giorno 10 incominciò l'attacco al Monte Berico

posizione importantissima che domina Vicenza. Per disposizione del

generale Durando, le posizioni di Castel Rambaldo e di Bellaguarda

presidiate dagli Svizzeri dovevano essere abbandonate se attaccate da

forze preponderanti per concentrarsi con una forte difesa al Colle su

cui sta la Villa Ambelicopoli; e così fu fatto. Abbandonato dai nostri

il colle di Bellaguarda gli Austriaci pensarono subito di piantarvi una

batteria, ma colpiti con grande precisione dalla batteria del Colle

Ambelicopoli batterono in ritirata. Fino alle 10 del mattino l'attacco

fu debole perchè gli Austriaci lavoravano per fortificarsi nelle

posizioni conquistate nel piantarvi batterie che avrebbero ben presto

vomitato quel turbine di fuoco che doveva avviluppare la città e

piombare sui colli. Ad un dato momento il nemico spiegava tutte le sue

forze attaccando contemporaneamente il Monte Berico, i Colli e le porte

di Padova, di S. Lucia, e di S. Bartolo.

Alla difesa della posizione Ambelicopoli stava la batteria Lentulus,

rafforzata da un battaglione di corpi pontificii, di un battaglione di

svizzeri e dalle compagnie di Mosti di Ferrara e Fusinato di Schio e

del Tirolo italiano. Fu un accanito scambiarsi di palle, di granate, di

razzi e di fucilate con esito micidialissimo. Alle 2 pomeridiane il

Marchese d'Azeglio comandava un attacco alla baionetta contro i nemici

occupanti la collina opposta; il combattimento a corpo a corpo fu

accanito, micidiale sopratutto per i nostri che avevano di fronte forze

quattro volte superiori; vi rimasero feriti lo stesso d'Azeglio e il

colonnello Cialdini, e l'esito infelice fu la causa della perdita della

nostra posizione al Monte Berico: i nostri costretti a ritirarsi furono

inseguiti da cinquemila cacciatori ed Ungheresi senza che la nostra

batteria potesse arrestarli con fuoco a mitraglia per non colpire i

fratelli inseguiti d'appresso; giunti gli Austriaci a passo di corsa

fino ai nostri, come una valanga li rovesciarono giù dal Monte;

tentarono ancora i bravi italiani di fare resistenza sul Monte della

Madonna e per i portici, ma tutto inutile, che dovettero ripararsi in

città.

Perduto il Monte Berico la sorte di Vicenza era decisa, ma è pur vero

che la resistenza poteva prolungarsi.

Erano le 8 di sera e ad onta del fulminare delle artiglierie e degli

stutzen nessuna delle barricate aveva ceduto, tutte difese fino

all'eroismo dal battaglione volontari e dalla legione Romana, dalla

legione Romagnola, dal battaglione Anconitano e dalle truppe delle

Marche; di questo parere di ulteriore resistenza erano i Vicentini che

quando videro sulla torre inalberata la bandiera bianca, la presero a

fucilate.

Fu firmata una capitolazione che salvava la città e i cittadini da ogni

rappresaglia; ai parlamentari nostri, l'Austriaco disse: «che non si

poteva negare una onorifica capitolazione a chi si era difeso tanto

eroicamente».

Certo è che le truppe regolari e volontari fecero tutti il loro dovere e

si batterono con accanimento e valore, e la stessa capitolazione lo

dimostrava perchè le truppe poterono ritirarsi con armi e bagaglio ed

onori di guerra, senza alcuna scorta, colla semplice promessa che non

avrebbero preso le armi per tre mesi.

Si distinsero il Pasi, il Ceccarini, il Calandrelli, il Casanova, il

Marchese Ruspoli, l'Albani, i capitani Ornani, Gigli, Andreucci, ed i

tenenti Schellini e Andreani.

Vi lasciarono la vita il Maggiore Conte Gentiloni, il colonnello Del

Grande, Francesco Maria Canestri; rimasero feriti Massimo d'Azeglio, il

Colonnello Enrico Cialdini, il Comandante l'Artiglieria Lentulus, il

Maggiore Morelli, il Morigliani, il Minghetti, il Corandeni, capitani,

il Beaufort, e il Bandini tenenti.

*

* *

Vinti separatamente, le truppe Romane e i volontari, delle Marche, del

Ferrarese, delle Romagne e delle Venete provincie e del Friuli,

comandate dal Durando, dal Ferrari, dal Zambianchi, dal Mosti, dal

Fusinato, il Maresciallo Radetzky era ormai libero di portare tutte le

sue forze rafforzate e ringagliardite contro l'esercito Piemontese di

cui aveva provato il valore e che solo gli rimaneva di fronte.

Disgraziatamente queste truppe, il cui ammontare non superavano i 60

mila uomini, erano ordinate in una estensione di terreno larghissimo, da

occupare una linea di circa cento chilometri attraversati da un

fiume--Rivoli, le rive del Mincio da Peschiera a Goito, i pressi di

Mantova, Governolo, Villafranca ne erano le estremità, Roverbella il

centro.

Il Maresciallo Austriaco volle tentare un colpo decisivo, salvare

Peschiera dall'imminente caduta e piombare addosso all'esercito

Piemontese sperando di trovarlo debole a motivo della estensione della

lunga linea di posizioni che teneva occupate. Formava quindi il piano di

forzare la destra del Mincio per Rivalta, le Grazie e Curtatone contando

di trovarvi debole resistenza, sorprendere alle spalle le truppe

Piemontesi e sospingerle sotto le fortezze del quadrilatero.

Formato questo piano il 27 di maggio usciva da Verona con 30 mila uomini

che diresse per Mantova, la notte del 28 si attendò sotto quella

fortezza da dove trasse con se altri 15 mila uomini del Nugent; aveva

con se 45 mila combattenti con corrispondente artiglieria e li divise in

tre corpi di 15 mila ognuno.

Alle 10 del mattino del 29 maggio attaccava contemporaneamente l'ala

sinistra dell'esercito Piemontese girandolo per Rivoli, Affi, Lozise ed

il Campo Toscano di guardia alla destra; fra Mozzacane e Povegliano

eravi un altro corpo di 15 mila uomini minacciante il centro, qualora i

Piemontesi avessero incautamente appoggiato a destra e a sinistra per

rafforzare i deboli estremi.

L'attacco di Lozise riuscì sfavorevole agli Austriaci; essi furono

ricacciati al di là dell'Adige dal generale De Sonnaz e vi lasciarono

sul terreno oltre 500 feriti e numerosi prigionieri.

A Curtatone e a Montanara erano 5 mila Toscani con pochi Napolitani a

guardia del Mincio comandati dal valentissimo generale Laugier, di

questo pugno d'uomini il Maresciallo Austriaco coi suoi 15 mila che loro

mandava contro credeva di averne ben presto ragione.

Lanciava quindi contro questa estrema punta un numero di truppe, con

ordine di disfarli senz'altro, varcare il Mincio, prendere alle spalle i

Piemontesi, sgominarli e fare punta su Peschiera.

Senonchè i Toscani ricevettero il formidabile urto come tanti eroi della

vecchia guardia, entusiasmati dall'esempio del loro generale che

moltiplicandosi si trovava ove più fiera era la mischia.

Gli artiglieri rispondono coi loro otto cannoni alle furiose scariche

nemiche, molti muoiono da eroi sui loro pezzi, ma vengono tosto

rimpiazzati da altri animosi, dal molino e dalla casa del Lago, della

quale i Toscani avevano fatto una fortezza aprendovi feritoie e

fulminavano gli assalitori; il battaglione degli studenti si slancia con

impetuosa carica sulla sinistra del nemico, lo rompe e lo mette in fuga.

Il combattimento durò fino alla sera; un pugno d'uomini che il Radetzky

credeva di sterminare in brev'ora, seppe con impareggiabile valore

tenergli testa sebbene decimato. Alla sera, sfiniti, dovettero ritirarsi

su Goito e Castelluccio.

In quel fiero combattimento nel quale i bravi Toscani combatterono

contro forze tre volte superiori, maggiormente si distinse l'artiglieria

comandata dal bravo tenente Nicolini, che vi rimase ferito; gli

artiglieri morirono tutti sui loro pezzi, meno uno l'Elbano Gaspari che,

aiutato dal bravo Capitano Camminati riusciva a salvare i pezzi che

avevano fatto strage di nemici tutto il giorno; anche il Capitano

Malenchini cooperò potentemente colla sua compagnia a trarli in salvo;

tutti si comportarono con eroico contegno e sopratutto il battaglione

universitario comandato dal valoroso Maggiore Mossotti.

Al combattimento prese parte il Montanelli; questi temendo che il forte

numero degli Austriaci potesse avere ragione del piccolo corpo dei

Toscani disse al Malenchini, Capitano dei bersaglieri:

--«Moriamo qui tutti piuttosto che arrenderci» mentre così diceva

venivano colpiti a morte Pietro Parra e Paolo Crespi; Malenchini si

trovava vicino a quest'ultimo, volle soccorrerlo, accorse e lo prese

nelle sue braccia «dammi un bacio amico» gli disse il moribondo Crespi

«e torna a fare il tuo dovere».

Fra i tanti feriti vi era il Colonnello Campia e il tenente Colonnello

dello Stato Maggiore Chigi che dovette soffrire l'amputazione della mano

sinistra.

*

* *

Nel mattino del 30, accortosi Carlo Alberto che la Colonna nemica del

centro erasi ritirata durante la notte a Mantova, trovò necessario di

dare appoggio alla destra del Mincio a garantire le ritirate delle

truppe Toscane su Volta, e tener fermo sull'alto Mincio lungo le forti

ed elevate posizioni che da Valleggio distendonsi fino a Castiglione; e

fu una provvida misura.

Il nemico fatte passare le sue truppe alla destra del Mincio, le

distese da Rivalta a Gazzaldo e già si trovava a Goito quando giunsero

le truppe Piemontesi.

Ben notevole era la differenza delle due forze; i Piemontesi non

superavano i 19 mila uomini e 45 pezzi di artiglieria, l'Austriaco era

di 28 mila uomini e 60 cannoni; ma questa sproporzione fu tosto vinta

dall'ardimento e sommo valore dei Piemontesi.

In sei ore di eroico combattimento dalle 2 pomeridiane alle 8, l'inimico

fu sconfitto; lo sbaragliarono nelle sue colonne, e lo misero in piena

fuga, inseguito fin sotto Mantova.

Fu una vittoria veramente gloriosa. Il Re fu sempre esposto in mezzo

alle palle, ed ebbe sfiorato un orecchio; il duca di Savoia fu ferito ad

una coscia. Il numero dei morti e feriti austriaci fu grande e molti

furono i prigionieri; fra questi è morto il principe Bentheim, ed è

rimasto prigioniero il generale principe Hohenloche.

I nostri erano comandati dal Re col Duca di Savoia; generale di

Divisione era il Bava; le brigate che vi presero parte furono quelle

delle Guardie di Aosta, Cuneo, Acqui e Sardegna.

A rendere più memorabile la giornata, Peschiera si era resa alle 2

pomeridiane; e alle 4 il Re lo annunziava all'esercito durante il

combattimento.

Per facilitare le comunicazioni con la Carniola e con la Carinzia il Re

Carlo Alberto credette utile di conquistare la posizione di Rivoli,

punto importantissimo per gli austriaci; ne diede ordine al generale De

Sonnaz.

Stava a difesa dell'importante posizione il colonnello Zobel con 4 mila

uomini. Il generale De Sonnaz il 9 di giugno si metteva in marcia e

l'avanguardia piemontese, formata dal battaglione degli studenti,

entrata a Cavaion, che trovò sgombra di nemici, proseguiva fino a

Costerman ove pernottava ad un'ora di distanza dagli avamposti.

All'indomani il De Sonnaz divideva il corpo in due colonne; l'una

comandata dal Duca di Genova composta dalle due brigate _Piemonte_ e

_Pinerolo_, dalle compagnie degli studenti, dei volontari pavesi e

piacentini e di due batterie, giunse per Costerman, Boi e Caprino, sopra

S. Martino, accennando a circuire la posizione di Rivoli per la sinistra

e tagliare la ritirata al nemico, l'altra colonna partita da Pastrengo

composta di tutta la Divisione Broglia per la strada del Ronchi ed Affi

giunse sopra Rivoli che fu trovato sgombro, perchè il Zobel, quando si

accorse che due forti colonne erano in marcia per attaccarlo da due

parti, s'era ripiegato su Incanale; giunto a Preabono occupava

fortemente la Corona, punto molto importante sul suo destro fianco e le

Croare, e mandava sul Trentino alcune compagnie sulla sinistra

dell'Adige e quivi sperava di mantenersi. Ma allo spuntare del giorno 11

fatto assalire dal Duca di Genova, dopo qualche resistenza, batteva in

ritirata verso Madonna della Neve luogo al di là del confine italiano.

Il 18 luglio le truppe Piemontesi ordinate a serrar più d'appresso

Mantova, con brillante attacco ordinato e diretto dal Generale Bava

s'impadronivano di Governolo ricacciando nelle paludi gli Austriaci e

facendone molti prigionieri.

Il giorno 22 luglio il Maresciallo Radeztky deciso di dare una decisiva

battaglia ai Piemontesi usciva di Verona con 45 mila uomini; divideva

queste forze in tre corpi l'uno capitanato dal d'Aspre doveva portarsi

sulle alture e il borgo di Sona; l'altro comandato da Wratislaw doveva

assalire Sommacampagna; il terzo lo teneva sotto mano il Wimpfen per

soccorrere al bisogno d'Aspre o Wratislaw.

Le posizioni che stavano per essere investite dal nemico erano difese

dal Generale Broglia che con la brigata Savoia, un battaglione del 13º,

alcune compagnie di Toscani, di bersaglieri e di volontari, sei

squadroni di Cavalleria Novara, una batteria da posizione Piemontese,

due pezzi Toscani e quattro pezzi Modenesi e Parmensi, occupava

Palazzolo, S. Giustino e mandava avamposti alle Cascine di Colombarone a

destra ed a sinistra fra Sondrio e Boscolengo.

Pochi alberi abbattuti e qualche barricata erano tutte le difese dei

Piemontesi sulla sinistra.

Non così al centro ove il generale De Sonnaz aveva fatto innalzare un

lungo bastionato che legando le colline di Palazzolo con quelle di Sona,

chiudeva la gran strada che da Peschiera porta a Verona; quest'opera era

difesa dal Duca di Genova e dai Parmensi.

Sulla destra a Sommacampagna eransi pure erette alcune trincee, difese

da un battaglione del 13º e dai Toscani con tre cannoni.

Stava in riserva Novara Cavalleria. Erano in tutti appena ottomila

uomini.

In Villafranca stavano gli altri due battaglioni del 13º, un secondo

battaglione Toscano e mezza batteria di artiglieria; in tutto duemila

cinquecento uomini che non presero parte al combattimento.

L'attacco incominciò a Sona alle 6 del mattino del 23 luglio; i

Piemontesi assaliti da tre lati con forze tre volte superiori,

respingevano con grandissimo valore i ripetuti attacchi.

E sebbene il Wimpfen vedendo l'ostinata resistenza dei Savoiardi e dei

Parmensi avesse mandato in aiuto la riserva, pure poco frutto ne

riportava contro il bastione difeso dalla brava artiglieria e dalle

valorose truppe di fanteria; nè sarebbero riusciti ad impadronirsene se

Sommacampagna avesse potuto resistere. Ma come era possibile resistere

mentre tre battaglioni combattevano arditamente per più ore contro tre

brigate? E non sarebbero entrati in Sommacampagna neppure; ma gli

Austriaci per venirne a capo, collocata una batteria di obici

sull'altura del Santuario della Salute, fecero piovere nel paese tale

una grandine di proiettili che i Piemontesi dovettero sloggiare e

ripiegare assai ordinati sopra San Giorgio in Salice, nel qual luogo

erasi già ridotto il generale Broglia ritiratosi egli pure in ordine

perfetto portando con se la sua artiglieria; dietro ordine ricevuto dal

generale De Sonnaz ricondusse le valorose truppe per Sandrà e Colà sopra

Pacengo.

Il maresciallo Radetzky dopo questa battaglia che gli era costata

numerose perdite si preparava a valicare il Mincio per impedire a De

Sonnaz di ricongiungersi col resto dell'Esercito; intanto Carlo Alberto

ordinava i suoi per assalire il nemico e cacciarlo dalle posizioni di

Custoza, Sommacampagna e Staffalo, ributtarlo contro il Mincio e

togliergli la ritirata su Verona.

Il generale De Sonnaz prima del far del giorno del 24 luglio uscito da

Peschiera colle sue genti saputo dell'avvicinarsi degli Austriaci al

Mincio, presidiata la terra di Ponti con cinque battaglioni e collocati

due cannoni e una compagnia di bersaglieri a Salionze per contrastare al

nemico il passaggio del fiume, con la brigata Savoia recavasi a

Monzambano; senonchè assalito il presidio di Ponti da forze assai

preponderanti, dopo accanita resistenza furono costretti cedere,

abbandonando i cannoni per ridursi a Peschiera; anche De Sonnaz vedendo

che non avrebbe potuto tenersi a Monzambano con le poche sue forze,

cinque volte inferiori a quelle nemiche, dovette abbandonarla per

raccogliersi a Volta.

Ma nel frattempo Carlo Alberto trionfava in Val di Staffalo; il re si

era mosso da Villafranca alle 2 e mezza pomeridiane colle brigate

_Guardie_ _Piemonte_ e _Cuneo_, aveva lasciato la brigata _Aosta_ ad

Acqueroli a breve distanza da Villafranca sulla strada verso Valleggio,

dando ordine a Sommariva d'invigilarla, a Manno di custodire

Villafranca, ad Olivieri di lasciare la brigata Robillant di riserva al

Centro e portarsi a perlustrare sulla destra in direzione di Alpo.

Giunta a Pozzomoretto la brigata _Guardie_ veniva salutata dal cannone

nemico, ma l'impareggiabile brigata schierava a battaglia i suoi

battaglioni, piazzava la sua artiglieria e controbatteva vittoriosamente

quella nemica; la brigata Cuneo continuando ad avanzare al centro

progrediva sino a Fredda ed all'imboccatura della Valle di Staffalo che

separa i Monti Gai e Mondatore dalle colline della Berettara e di

Somma.

La brigata Piemonte convergendo fino a destra fiancheggiata dalla

cavalleria assaliva la posizione di Berettara.

Gli austriaci avevano collocato due pezzi su quel Monte in un'ottima

posizione da dove mitragliava i nostri; il generale Bava faceva

prontamente raccogliere in un forte drappello i volteggiatori dei due

reggimenti _Piemonte_ e postili sotto gli ordini di due Capitani

Marcello del 3º e Chiabrera del 4º ordinava loro di sloggiare il nemico

e rivoltosi ad essi diceva:

«Vedono quei due pezzi?--me li facciano tacere».

In breve spazio di tempo--in meno di mezz'ora gli artiglieri che li

servivano erano fulminati: l'ufficiale austriaco pensò a tirarsi

indietro ma non fu in tempo, i nostri erano sul monte.

Da per tutto si combatteva dai nostri con impareggiabile valore guidati

dal Duca di Savoia e dal duca di Genova, a baionetta spianata cacciavano

gli Austriaci dalle favorevoli posizioni di Sommacampagna e di Custoza e

vi si mantenevano; i morti da parte degli Austriaci furono in numero

stragrande circa quattromila. Furono diciotto ufficiali, milleottocento

soldati colla loro bandiera quelli che dovettero deporre le armi.

Fu un giorno di gloria! ma era destino fosse foriero di ben dolorose

sventure!

Il 25 luglio Carlo Alberto ordinava alle sue truppe d'impadronirsi di

Monzambano e di Borghetto alfine di ricongiungersi al De Sonnaz. Usciva

col Bava e col Sommariva da Villafranca e presso Valleggio attaccò gli

Austriaci. Ma l'astuto Radetzky indovinando la mossa aveva moltiplicato

le sue forze traendole tutte con se da Mantova e da Verona, e mentre si

combatteva accanitamente nei pressi di Villafranca, il Duca di Savoia e

il Duca di Genova venivano furiosamente attaccati a Sommacampagna ed a

Custoza. Dopo fierissima lotta, dopo essere stati per bene otto volte

respinti da Custoza e da Berettara nei quali combattimenti i principi di

casa Savoia dettero prova d'indomito coraggio, finalmente gli austriaci

del generale d'Aspre che ritornavano all'attacco con sempre nuovi

rinforzi poterono nel cadere del giorno occupare Sommacampagna e

stabilirsi nella posizione di Custoza.

Questo risultato ebbe le più fatali conseguenze. Nello scoraggiamento e

nel pericolo di quelle ore, fu decisa l'immediata ritirata su Goito.

Per la via di Roverbello marciava in ritirata l'esercito piemontese;

chiudeva la marcia il duca di Savoia. Con cozzo furioso l'armata regia

la sera del 26 s'avventava all'assalto di Volta, superando sotto il

fuoco micidiale nemico l'ertissima altura lottando disperatamente nelle

tenebre, replicando l'assalto più e più volte in sette ore di

combattimento; ma ogni sforzo fu inutile, il nemico ne faceva un vero

macello--e la ritirata si rese imperiosamente necessaria.

A Custoza si era iniziata, a Volta si compiva la catastrofe!

*

* *

L'ora del risveglio era suonata, e qual triste risveglio!

L'esercito piemontese dopo tante vittorie in tre giorni di lotta eroica

disfatto; le linee del Mincio e dell'Oglio perdute; quella dell'Adda

insostenibile; tutta la Lombardia riaperta agli eserciti di Radetzky;

Milano stessa minacciata; ecco le notizie che dal 25 al 30 luglio

giungevano terribilmente gravi nella Capitale Lombarda.

Fin dall'annunzio dei primi disastri un Comitato di difesa erasi

costituito, il quale, mentre Re Carlo Alberto andava radunando le membra

sparse del suo esercito, assumevasi di porre in istato di difesa la

città, procedeva alla fortificazione ed all'asserragliamento delle mura

e delle vie, cercava armi ed armati, ordinava le milizie popolari

raccolte nella città, mandava in Svizzera ad assoldare nuovi volontari,

provvedeva ai viveri per l'esercito e per la popolazione, richiamava

infine a Milano quanti corpi franchi non erano stati tagliati fuori

dall'invasione nemica, fra i quali necessariamente anche Garibaldi.

Se chiedere armi, rizzar barricate, bruciar case, offrire vita e

sostanze, gridar «guerra o morte» erano segni della deliberata volontà

d'un popolo di seppellirsi sotto le rovine della sua città, Milano li

diede tutti!

A Garibaldi l'ordine di recarsi a Milano minacciata dagli eserciti

austriaci giunse a Bergamo alla sera del 3 agosto; e poichè egli era già

consapevole dello stato delle cose, e che le avanguardie austriache

bivaccavano già a Cassano d'Adda, non esitò un momento e mandava ai

suoi legionari il seguente ordine del giorno:

Legione italiana!

Legionari! Il cannone tuona--il punto in cui siamo è in pericolo, come

in posizione di essere tagliato fuori, e poi il giorno di domani ci

promette un campo di battaglia degno di voi.

Adunque vi chiedo ancora una notte di sacrificio, progrediamo la marcia.

Viva l'indipendenza italiana.

Merate, 4 agosto 1848.

_G. Garibaldi_

Fatti quindi nella notte stessa gli apparecchi della partenza per la via

più corta e sicura di Pontida--Brivio--Merate, dopo trent'ore di marcia

forzata, verso le due pomeridiane del giorno 5 giunse a Monza.

Conduceva con sè cinquemila uomini circa, e fra essi, confuso co'

gregari del battaglione Anzani, venuto a chiedere in quella suprema

angoscia della patria il suo posto di combattimento, Giuseppe Mazzini

armato di carabina inglese, pronto a dare come semplice legionario

italiano la vita per la patria.

Monza, finchè Milano resisteva era una buona posizione di fianco sulla

destra dell'esercito austriaco, e quand'anche fosse stato impedito di

penetrare nell'assediata città, l'audace condottiero avrebbe potuto

molestare il nemico e recare agli assediati anche dal di fuori un non

spregevole soccorso, ma troppo tardi! Sfasciato l'esercito; discordi i

generali; riescite sfortunate le prime fazioni sotto le mura; smarrita

ogni speranza, disordinate, inesperte le milizie cittadine; diviso il

popolo; impossibile persino l'eroismo della disperazione, certo

l'eccidio della città e con esso inevitabile la ruina del Piemonte e

della sua libertà; in tale frangente Carlo Alberto ebbe il triste

coraggio di fare col proprio sacrificio sua l'onta amara di una resa,

che la giustizia della storia attribuisce a molti altri più che a lui, e

la sera del 4 agosto mandò una proposta di armistizio al nemico, che la

accettò.

L'annunzio dell'armistizio Salasco colpì tutta la Lombardia, e fu inteso

con un sentimento d'incredulità, e Garibaldi, anzichè pensare alla

ritirata, deliberò di marciare prontamente in soccorso di Milano.

Invano! tutto era finito! L'esercito piemontese in ritirata verso il

Ticino, l'esodo dei patriotti e dei proscritti era già incominciato;

Radetzky superbo come un conquistatore, passeggiava per le vie di

Milano.

*

* *

Nel frattempo un altro fatto degno di essere ricordato era avvenuto in

Bologna.

=CAPITOLO VIII.=

=Sollevazione di Bologna.=

Il giorno 8 agosto fin dal mattino, v'erano state provocazioni fra le

truppe austriache ed i cittadini. Tra il pro-legato Bianchetti e il

generale Velden, era stato convenuto che le truppe austriache non

sarebbero stanziate colle armi in città, riservandosi la sola guardia

delle Porte di San Felice, Galliera e Maggiore.

Alla Guardia Civica era affidato il servizio della città, e l'onorevole

posto della Gran Guardia al Pubblico Palazzo.

Tali patti non vennero mantenuti, e soldati armati erano entrati in

città, sfidando e provocando i cittadini; ne seguirono delle risse con

ferimento di un ufficiale e di alcuni croati, quindi scorrerie in città

di truppe a piede ed a cavallo, entrate da Porta San Felice, ed un

corpo di cavalleria alle 9 del mattino, entrato da Porta Maggiore,

recavasi ad occupare la piazza.

Fu un fremito generale per la città e gli atti minacciosi degli

austriaci non si vollero tollerare. Datone il segno, tutte le campane

della città suonarono a stormo, i tamburi della guardia civica batterono

a raccolta; gli armati volarono alla difesa; gli inermi, non atterriti

dalle minaccie nemiche, si diedero ad erigere barricate.

Gli austriaci senz'altro cominciarono l'attacco lungo la linea che da

Porta San Felice stendesi a quella Galliera, punto formidabilmente

battuto.

Da porta Galliera la mitraglia contro la strada diretta recava danni

gravissimi; cannoni, dalla Montagnola e da piazza d'armi, fulminano

contro le case e gli sbocchi delle vie.

Le racchette, i razzi, le bombe piovendo nella città, recavano gravi

guasti agli edifizi, ed appiccavano incendi, che i bravi pompieri a

stento riuscivano con ammirevole coraggio a domare.

Ma il popolo non si atterrisce, anzi cresce il suo sdegno di fronte a

tali barbarie e armatosi di fucili o con qualsiasi altro mezzo offensivo

che può trovare incomincia una disperata difesa. Si combatteva da due

ore virilmente da parte dei cittadini; quando la guardia civica con due

cannoni si piantò alla Montagnola menando strage dei nemici, che

sfiduciati e vinti si danno alla fuga, lasciando prigionieri ufficiali e

soldati. Per fortuna loro il popolo, senza alcuna direzione, non pensò

di approfittare della fuga, nè d'impadronirsi dei cannoni che poterono

portar seco.

Fu universale il grido di gioia da parte dei cittadini quando, usciti i

nemici, si videro padroni di Porta Galliera.

Ma la gioia della vittoria non fece dimenticare i pericoli ai quali la

città era esposta. Fu ordinato un servizio di sorveglianza e di difesa

lungo tutte le mura, e fu salutare consiglio.

Un corpo di cavalleria muovendo da S. Felice si dirigeva lungo gli

spalti esterni verso Porta S. Mamolo, minacciando d'impadronirsi degli

sbocchi e dei Colli che da quel lato sovrastano e dominano la città; una

mano di bravi giovani, appostata in un interno riparo, lasciarono

venirsi sotto i cavalieri nemici e con una scarica generale ne ferirono

diversi e misero in fuga gli altri.

I bolognesi non si addormentarono sulla vittoria; essi si prepararono

alla difesa per potere accogliere come si conveniva il nemico.

Si creò un comitato di pubblica salute, il quale subito si mise

all'opera pubblicando il seguente manifesto:

*

* *

Fratelli delle Romagne e d'Italia!

«Dopo di avere occupato tre porte principali della città ed i suburbi,

l'insolente austriaco credeva di potere gettare il fango a piene mani su

un popolo italiano; il castigo fu pronto. L'amor della patria e l'onore

d'Italia fa gagliardamente palpitare il cuore del nostro popolo quanto

ogni altro generoso; in breve, dopo ostinata pugna, gli austriaci furono

cacciati dai posti che avevano proditoriamente occupati e dalla

Montagnola, ove avevano fatto il loro inespugnabile baluardo, che

credevano di tener saldo coi cannoni bombardando la città. Un popolo

quasi inerme fece mordere la polvere a molti di quei tristi, e ne

incatenò molti altri.

«Dopo la prima vittoria la causa non è vinta; accorrete in armi tutti,

generosi fratelli a dividere la gloria come divideste per tanto tempo i

dolori.

Bologna, 9 agosto 1848.

Bianchetti, Pro-delegato--Pepoli Gioacchino-Napoleone--Biancoli

Oreste--Berti Lodovico--Gherardi Silvestre--Dottore Frezzolini--Rusconi

Federico».

Ma il destino era segnato, l'Italia doveva ancora soffrire il servaggio

dello straniero, causa non ultima le nostre discordie.

=CAPITOLO IX.=

=Garibaldi continua la lotta contro l'Austria.=

La Lombardia dopo l'Armistizio avea piegato il capo al duro destino; era

forza che Garibaldi piegasse il suo; ma la sua doveva essere la ritirata

d'un leone! Decide pertanto di piegare su Como, sperando che il paese,

scosso dal primo sbalordimento, si leverebbe in armi per riprendere la

lotta. Infiammato da questa fede arrivava coi suoi a Camerlata; ivi

prendeva posizione e si trincerava: di là spediva messi al Griffini, al

D'Apice, al Manara, all'Arcioni perchè si riunissero a lui per

continuare la guerra Santa; apriva nuovi arruolamenti invitando alle

armi il paese. Tutto inutile! Il Griffini per la Valcamonica, il

d'Apice per la Valtellina, erano già in via sul confine Svizzero; il

Manara, il Dandolo, il Durando subendo l'Armistizio, s'erano incamminati

verso il Ticino; la sua Colonna, anzichè ingrossare perdeva più della

metà dei suoi uomini; una cosa era sicura: che gli Austriaci

s'avanzavano, e in poche giornate potevano avvilupparlo.

Tuttavia non volle darsi vinto. Levò bensì il campo dirigendosi verso

San Fermo; ivi giunto, fece formare sulla piazza il quadrato e arringò i

rimasti; disse che sarebbe stata vile cosa deporre le armi; che

bisognava continuare la guerra di banda e con altre parole incisive che

egli sapeva così ben trovare, tentava comunicare il suo sacro fuoco agli

altri--ma il silenzio eloquente fu la prima risposta; nuove e numerose

diserzioni, furono il commento di quel silenzio.

Calato il cappello sugli occhi come era solito fare nei momenti più

torbidi, l'eroe iniziò la marcia senz'altro col resto de' suoi su

Varese; passatavi la notte del 9, ripartiva il mattino seguente per il

Lago Maggiore, e tragittato il Ticino a Sesto Calende approdò la sera

del 10 agosto a Castelleto presso Arona. La mattina dell'11 s'impadronì

nel porto d'Arona dei due piroscafi «S. Carlo» e «Verbano» v'imbarcò in

essi e in alcuni navicelli a rimorchio, i millecinquecento uomini

rimastigli; risalì il Lago Maggiore e sbarcò a Luino ove pose il suo

campo.

Era la prima delle sorprese con cui Garibaldi doveva far meravigliare

popoli e governi.

Già aveva deciso di non lasciare la terra Lombarda senza misurarsi con

lo straniero. Egli mantenne il suo voto, nè l'occasione si fece

attendere.

Fin dalla mattina del 15 una colonna di Austriaci forte di duemila

uomini era partita da Varese coll'intenzione di attaccare i legionari

italiani. Garibaldi era ammalato nell'albergo della Reccaccia posto a

piccola distanza da Luino sulla strada di Varese. Medici vegliava per

lui. Barricata la strada al di là dell'albergo, collocati gli avamposti,

spediti esploratori a scandagliare i dintorni, stava in guardia pronto

alle armi. Non era scoccato il mezzogiorno che gli esploratori vennero

ad annunciargli l'avanzarsi del nemico.

Medici corse ad avvertire Garibaldi il quale, dimentico del male che lo

tormentava, balzava dal letto, montava a cavallo, spiegava una parte

della sua colonna sulla strada nei campi circostanti, appostava sulla

sinistra il Medici col rimanente del corpo, lasciava, secondo il suo

costume di guerra, avvicinare il nemico e, scambiati pochi colpi, lo

caricava alla baionetta, prima di fronte, poi colla colonna del Medici

di fianco. In poche ore di fiera lotta lo metteva allo sbaraglio,

inseguendolo per lungo tratto di via e costringendolo a lasciare sul

terreno, tra morti feriti e prigionieri, circa duecento uomini.

Una nuova campagna era incominciata in Lombardia! Il giorno 16 stette ad

aspettare un nuovo assalto del nemico, che non si fece vedere; il dì

seguente per la Valgana, s'avvicinò a piccole tappe a Varese, dove entrò

il 18 alle cinque del pomeriggio.

La patriottica città lo accolse trionfalmente. Vi passò in riposo la

giornata del 19, e la mattina del 20 avvertito dell'avvicinarsi di un

grosso corpo di Austriaci ordinò la ritirata sulle colline d'Induno,

spingendo Medici ad Arcisate. Il giorno appresso alcune compagnie

presentavansi in ricognizione e, raccolte le notizie sulle posizioni

occupate da Garibaldi, ripartivano. Il 23 tutta la divisione D'Aspre,

comandata dal generale in persona, forte di dodicimila uomini, entrava

in Varese, mentre due altre colonne Austriache, l'una da Luino e l'altra

da Como, erano in moto per occupare tutti i passi della Valcuvia e del

Mandrisiotto con l'intendimento di impedire a Garibaldi ogni ritirata e

farlo prigioniero.

Garibaldi comprese che se lasciava tempo a tutte quelle colonne nemiche

di compiere le loro manovre, chiusa ogni via di scampo, ne sarebbe

rimasto schiacciato. Non esitò un istante; lasciò Medici ad Arcisate con

duecento uomini, con l'ordine di tenere a bada e molestare il nemico, di

resistere più che avesse potuto, ed all'estremo di rifugiarsi in

Svizzera; egli risalì per un tratto la Valgana, per confermare gli

avversari nella credenza che volesse difendersi su quegli altipiani, poi

ad un tratto mutò direzione, girò per Valcuvia, scese rapidamente su

Gavirate, costeggiò il Lago e per Capolago e Gazzada, dopo due giorni di

marcia forzata riuscì a Morazzone, alle spalle del nemico che credeva

averlo sempre di fronte.

Il generale D'Aspre non durò a lungo nell'inganno, perchè uno spione lo

avvertì dell'ardita mossa di Garibaldi, deliberò quindi di assalirlo

immediatamente nella sua nuova posizione; l'indomani una colonna di

cinquemila Austriaci comandata dallo stesso generale D'Aspre, compariva

improvvisamente a Morazzone.

Garibaldi non si aspettava sì rapida mossa; i suoi, spossati dalle

marcie forzate dei giorni precedenti, trascurarono il comandato servizio

di vigilanza e di perlustrazioni, sicchè il nemico potè facilmente

sorprenderli, e il cannone fu la loro sveglia. Egli ebbe appena il tempo

di montare a cavallo e di accorrere alle prime difese; in brevi istanti

l'attacco sviluppò in tutta la linea, e i garibaldini, dominata la prima

sorpresa, animati dalla voce e dall'esempio del loro capitano,

sostennero intrepidamente l'urto nemico e lo arrestarono. Il nemico però

non poteva tardare ad avere ragione sul valore: tuttavia a Garibaldi

riuscì di protrarre la difesa fino a notte inoltrata; poi, apertasi con

la baionetta una via tra i petti nemici, si buttò coi suoi, serrati e

minacciosi, nell'aperta campagna, e quivi sciolse la colonna,

consigliando i compagni di guadagnare alla spicciolata il confine

svizzero.

Egli dal canto suo li imitò, e travestito da contadino, nascosto ed

ospitato dagli amici, protetto dalla sua stella, giunse a sconfinare,

presso ponte Fresa, in Svizzera, dove ad Agno in casa Vicari ricevette

calda ed affettuosa ospitalità.

Anche a Medici era toccata la stessa sorte. Assalito il 24 agosto da

circa cinquemila austriaci che in più colonne s'erano mosse ad

avvilupparlo, con soli duecento dei suoi, tenne fronte per oltre

quattr'ore ai replicati assalti; finchè divenuta pericolosa ogni

ulteriore resistenza, si ritirò in buon'ordine nella limitrofe Svizzera,

lasciando le truppe del D'Aspre nell'illusione di avere combattuta

l'intera Legione di Garibaldi, e di avere riportato una grande vittoria.

Così finì la prima impresa di Garibaldi in Italia. Essa riuscì quale

doveva essere! Fu la protesta di un uomo avvezzo a non deporre le armi

che dopo la vittoria e non contro l'armistizio Salasco; fu l'audace

disfida di un eroe, e una disperata rivolta, della quale nessun'altri

all'infuori di lui e dei suoi avrebbe affrontate le conseguenze.

Militarmente considerata, la mossa di Morazzone fu una delle più ardite

che la mente di uno stratega possa immaginare. Lo stesso generale

D'Aspre scoprì nella azione del suo avversario, i lampi di un gran genio

militare, che gli italiani non avevano ancora appreso a conoscere e lo

confessava così a persona elevata: «L'uomo che avrebbe potuto essere

utile nella vostra guerra del 1848, l'avete disconosciuto; esso era

Garibaldi».

*

* *

Garibaldi fu costretto da quei febbroni che mai l'avevano abbandonato

durante tutta la campagna a prolungare la sua dimora in Svizzera più di

quanto avrebbe voluto; alla metà di settembre potè partirne, e si

ricondusse a Nizza per rivedervi la moglie, il figlio, la madre. Ma vi

rimase per poco perchè la febbre della lotta gli bruciava le vene.

Si recò a Genova, sperando di trovarvi aiuto di denaro, di armi, e di

armati; ma la sua fu una disillusione; non vi trovò nulla di quanto

sperava! Però appunto in quei giorni, una deputazione di siciliani si

presentava in Genova a Garibaldi, invitandolo a formare una spedizione

di soccorso alla Sicilia.

Ferdinando II di Napoli aveva tradita e assassinata la promessa libertà

e mandato un poderoso esercito a sottomettere la Sicilia, la quale priva

di armi, di milizie e di capitani, nonostante la gagliarda difesa di

Messina stava per soccombere.

Garibaldi, senza prendere impegno assoluto, promise, se gli fosse stato

possibile di portare ai siciliani l'aiuto richiesto. Infatti, raccolti

circa cinquecento della sua vecchia Legione di Lombardia lanciava agli

italiani il seguente proclama:

Italiani!

Il nido della tirannide, al quale mettevano capo tutte le vili iniquità

cortigiane, è rovesciato. Vienna combatte per la loro libertà. Non

combattiamo noi per la nostra? Non udite venire, o italiani, un fremito

dalla Lombardia e dalla Venezia? Il popolo che surse di marzo, sebbene

coperto di ferite, non è morto, ma vive; carica il fucile e aspetta il

cenno.

All'armi, dunque o italiani; noi siamo alla vigilia dell'ultima guerra,

non lenta, non fiacca, ma rapida, implacata. Levatevi forti dei vostri

diritti calpestati, del vostro nome schernito, del sangue che avete

sparso: levatevi in nome dei martiri invendicati, della libertà

conculcata e della patria saccheggiata, vituperata dallo straniero;

forti come uomini parati a morire! Non chiedete vittoria che a Dio e al

vostro ferro; non confidate che in voi. Chi vuol vincere vince.

Su dunque, raccogliete fucili e spade, o italiani. Non sonore promesse,

ma opere; non vanti passati, ma gloria avvenire.

Genova, 18 ottobre 1848.

_G. Garibaldi._

Da Genova s'imbarcò col proposito di recarsi in Sicilia.

*

* *

Ma il 25 di ottobre a Livorno ove Garibaldi aveva approdato, i

democratici di quella città gli si misero attorno, persuadendolo a

restare in Toscana ed a prendere il comando di quel simulacro d'esercito

senza capo. Fu costretto ad acconsentire e, sbarcati i suoi, si recava a

Firenze; ma quivi giunto si sentì sedotto dall'immagine di Venezia, sola

combattente invitta per mare e per terra contro l'Austriaco. Dominato

da questo sentimento, lasciava con la sua colonna Firenze, e s'avviava

per Bologna col disegno di scendere a Ravenna e di là passare a dare il

suo aiuto all'eroica regina dell'Adriatico.

Ma era appena arrivato in Bologna, intento sempre a reclutare nuovi

seguaci, ed a spiare l'occasione che gli schiudesse l'agognata via di

Venezia, quando si sparse per tutta Italia l'eco dei tragici fatti di

Roma; il 15 novembre Pellegrino Rossi veniva assassinato; il Papa,

assediato nel Quirinale, rassegnato a subire un Ministero Mamiani; ma

risoluto a non concedere di più; infine il 21 novembre Pio Nono fuggito

a Gaeta; il governo affidato alle mani di una _Giunta Suprema_ eletta

dal Parlamento; la _Costituente_ convocata.

*

* *

Un sì inatteso e violento mutamento nelle cose d'Italia, mutò anche

tutti i piani di Garibaldi. Ora gli era aperta la via di Roma, ed il

fascino di Roma era per lui irresistibile.

Non mise quindi indugio ad offrire al nuovo governo l'opera sua e dei

suoi compagni; e l'offerta essendo stata accettata così scriveva al

Ministro della Guerra.

Eccellenza,

Domani raggiungerò colla mia colonna Foligno, donde mi dirigerò a Rieti,

punto che mi sembra molto conveniente per organizzare il battaglione, e

ricevere da Roma l'armamento e quanto altro necessario. Mi permetto di

raccomandare a V. E. il pronto invio del vestiario, trovandosi la mia

gente in uno stato deplorevole.

Mi onori dei suoi ordini.

Terni, 22 dicembre 1848.

_G. Garibaldi_

«P.S. Ho ricevuto il dispaccio di V. E. dopo di aver scritta la

presente; dirigerò la colonna a Fermo siccome mi viene ordinato.

Ringrazio V. E. dell'accettazione del Corpo al servizio dello Stato e

solamente reitero la sollecitudine dell'abbigliamento e dei suoi ordini.

Vale.»

Garibaldi partì da Foligno il 28 dicembre, avendo dovuto aspettare il

vestiario e l'armamento; arrivò a Macerata il 1º del 1849 dove lo

raggiunse un novello ordine di non proseguire più per Fermo e di restare

dove era.

A Macerata Garibaldi badava ad ordinare, agguerrire ed a rinforzare la

sua gente; e tanto entrò nella stima e nell'affetto dei maceratesi, che

più tardi, quando furono convocati a nominare il deputato alla

Costituente, elessero lui.

Mentre la Giunta Suprema di governo lavorava ad apparecchiare il terreno

alla Costituente, dall'altro i clericali si studiavano a seminare

d'ostacoli il cammino di quella rivoluzione, il cui andare era

necessario e ormai fatale; giusta la loro vecchia teoria ogni mezzo era

buono; e in attesa che le potenze cattoliche muovessero all'invito di

Pio IX, coprivano di trame e d'intrighi tutto lo stato romano; e in

alcuni luoghi, specie nell'appennino ascolano, e nel confinante Abruzzo,

spalleggiate dal Borbone, avevano coronate le creste di quei monti,

antico teatro del sanfedismo, di numerose bande brigantesche.

Importava alla Giunta Suprema di parare a quell'urgente pericolo; laonde

deliberava di mandare il Colonnello Roselli a combattere il brigantaggio

ascolano; nello stesso tempo chiamava Garibaldi a Rieti, con l'incarico

di guardare quel confine verso Napoli, e di concertarsi con Roselli per

soffocare la nascente reazione; Garibaldi ubbidiva; e per Tolentino,

Foligno, Spoleto, arrivato verso la fine di gennaio a Rieti, si accinse

senz'altro all'opera; e, quantunque il mandato fosse arduo e richiedesse

severe punizioni, tuttavia il temuto condottiero non lasciò in quei

luoghi alcun ricordo di ferocia, alcuna traccia di sangue innocente.

Rese invece segnalati servizi al Governo Romano, perseguendo nel più

rigido inverno l'ostinato malandrinaggio, tenendovi atterrita e

rimpiattata la reazione, custodendo fino all'ultimo tratto quel

territorio, aperto per tante vie alle insidie nemiche....

=CAPITOLO X.=

=Roma--Proclamazione di Repubblica.=

Il 5 febbraio 1849 i deputati del popolo adunati in Campidoglio trassero

con solenne maestà al palazzo della Cancelleria, luogo stabilito per le

loro adunanze. Fu posta subito la questione che si dichiarasse il

_decadimento_ del potere temporale dei papi e si proclamasse la

repubblica. Sorse allora Terenzio Mamiani con le memorande parole: _A

Roma, o i Papi o Cola di Rienzo_,--«i Papi, investiti del potere

temporale essere stati sempre il flagello d'Italia e della religione;

la repubblica la più bella parola, che dir potesse labbra d'uomo. Gravi

per altro i pericoli che potea con sè portare la repubblica, non avendo

gli Stati romani per tutelarla le immortali falangi che la Francia ebbe

nel 1793. Toscana poteva aiutare ma debolmente; gran danno invece la

proclamata repubblica potea recare in Liguria e in Piemonte, nerbo e

centro delle forze italiane; l'Europa tutta conservatrice; la Francia

meno repubblica che impero Napoleonico. Concluse che la questione della

forma di governo conveniva rimettere alla Costituente italiana».

Masi, Filopanti, Agostini, Carlo Rusconi, Garibaldi parlarono in favore

della repubblica. Vinciguerra esclamava essere tempo di finirla coi

Papi, assentivano Gabussi e Savini. Bonaparte principe di Canino,

dichiarava impossibile la conciliazione del papato con la libertà

italiana; fu una discussione serrata, efficace, eloquente. Infine

respinta ogni altra proposta fu messo ai voti il memorando decreto.

_Art. 1. Il papato è decaduto di fatto e di diritto dal governo

temporale dello Stato romano._

_Art. 2. Il Pontefice romano avrà tutte le guarentigie necessarie per

la indipendenza nell'esercizio della sua potestà spirituale._

_Art. 3. La forma di governo dello Stato romano sarà la democrazia pura,

e prenderà il glorioso nome di Repubblica romana._

_Art. 4. La repubblica romana avrà col resto d'Italia le relazioni, che

esige la nazionalità comune_.

I votanti furono _Centoquarantatre_; centoventi risposero _Sì_; nove

risposero _No_; quattordici approvarono commentando un articolo.

La folla immensa di popolo alla notizia proruppe in un urlo immane di

gioia e di plauso.

Roma in quel momento aveva affermato il diritto del popolo italiano.

Essa parve, e fu più grande della Roma dei Cesari!

E il manifesto, che la _Costituente romana_ diresse a tutti i popoli lo

prova.

Ecco alcune parti più importanti di quel documento d'imperitura memoria:

Italiani,

«Novello vi si presenta quel popolo, che era già il più grande della

terra. Ma fra l'antica grandezza e questa resurrezione stette per mille

anni il papato.

..................

«Il popolo ha voluto, e la sua volontà non ha bisogno di chiedere

giustificazioni dal passato. La sua ragione è antecedente ad ogni fatto

umano.

..................

«Era piena di lacrime la storia d'Italia, e al papato ne veniva ascritta

gran copia. E non dimeno, allorchè si fece innanzi il papato, e mise la

croce sulla cima del vessillo nazionale, vide il mondo che gl'italiani

erano presti ad obbliar le sue colpe; e a nome di un papa iniziavano la

loro rivoluzione. Ma quella fu appunto la prova di quanto potesse il

papato e di quanto non potesse. I predecessori dell'ultimo regnante

erano stati troppo cauti per non impegnarsi a tal prova, e la loro

potenza non fu misurata, che dalle sciagure accumulate sui popoli.

L'ultimo regnante si avventurava primo nell'opra e volle ritrarsene,

quando si fu accorto, ch'egli aveva rivelata una terribile verità, cioè

l'impotenza del principato papale a far libera, indipendente e gloriosa

la nazione italiana; volle ritrarsene, ma fu tardi. Il papato aveva

giudicato se stesso............

«Speravamo tuttavia; ma un sistema di reazione fu la risposta che venne

dal papato. Cadde la reazione. Il papato dapprima dissimulò; vide la

pace del popolo e fuggì. E nel fuggire portò seco la certezza di destare

la guerra civile; violò la costituzione politica; ci lasciò senza

governo; respinse i messaggi del popolo; fomentò le discordie; stette in

braccio del più feroce nemico d'Italia e scomunicò il popolo.

«Questi fatti mostrarono abbastanza che il principato papale nè voleva,

nè poteva modificare se stesso, e non restava, che subirlo o

distruggerlo. Venne distrutto.

«La liberalità di regnanti o tolleranza di popoli avevano posto il

papato nella città degli Scipioni e dei Cesari, invece che nel mezzo

della Francia, o sulle rive del Danubio e del Tamigi; doveva esser per

questo, che gl'Italiani perdessero i diritti comuni a tutti i popoli, la

libertà e la patria? E se fosse pur vero, che alla potestà spirituale

del pontificato sia necessario il possesso d'una sovranità temporale,

quantunque non a questa condizione fosse promessa da Gesù Cristo

l'immortalità della sua Chiesa, era dunque serbato a Roma il divenire il

patrimonio del papato e divenirlo per sempre? Roma, patrimonio di una

sovranità, che per sussistere aveva bisogno di opprimere, e per essere

gloriosa aveva necessità di perire? e come patrimonio del papato farsi

cagione permanente della ruina d'Italia? Roma, di cui le tradizioni, il

nome e fin le ruine parlano sì forte di libertà e di patria?....»

..................

Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900. vol. I · 第 9 / 29 题