E il popolo rispose e risponde: =No!--Roma è mia! Roma è della libertà!=

*

* *

Pagato a Roma il debito politico Garibaldi ritornò a Rieti a riprendere

il suo posto militare.

Nel frattempo gli avvenimenti avevano fatto il loro corso.

Il 22 marzo la catastrofe di Novara; il 27 la risposta dell'Assemblea

Veneta all'Haynau: «Venezia resisterà ad ogni costo»; il 28 l'insensata

rivolta di Genova; il 1º aprile l'ultimo giorno della decade Bresciana.

=CAPITOLO XI.=

=Le dieci giornate di Brescia disastrosa giornata di Novara.=

Il 20 marzo in Brescia una adunata di popolo in piazza Vecchia, sotto la

loggia municipale, preceduta da bandiera tricolore chiedeva le

dimissioni del Podestà Zambelli, e la formazione della guardia civica.

Nello stesso giorno sul Colle di S. Florian era comparsa una squadra

d'armati condotta dal prete Boifava. Questo piccolo corpo volante di 300

uomini al quale si erano aggiunti alcuni terrazzani, aveva avuto

incarico dal Comitato per l'insurrezione di impedire le comunicazioni

sulla strada per Peschiera, Verona e Mantova, intercettare dispacci del

nemico e molestarlo con avvisaglie.

La sera del 21 marzo, fermata una staffetta latrice di dispacci,

tradotti questi dal tedesco si rilevò che recavano l'annuncio, essere

partito da Verona un grosso convoglio di munizioni per fornirne Brescia

e Milano.

Una trentina di giovani animosi, fra i quali Giuseppe Zanardelli,

postisi sotto gli ordini di tale Longhena, perchè egli era stato

militare, uscirono dalla città alle 11 di sera col determinato proposito

d'impadronirsi del convoglio di munizioni tanto utile ai cittadini

insorti.

L'ardita, ma non numerosa falange, giunse a Rezzato prima di giorno.

Avvertiti i baldi giovani che il convoglio delle truppe imperiali era

prossimo a giungere, si diedero subito a costruire una barricata allo

sbocco della via verso Ponte S. Marco, e dopo di avere collocata della

gente anche inerme sui balconi e nelle vie per dimostrare che erano in

molti a chiudere il passo, presero posto nella barricata, risoluti a

tutto.

Non tardò a comparire sulla strada la pesante colonna dei carri

custoditi dalle baionette croate.

Il corpo austriaco di scorta agli otto carriaggi carichi di munizioni

era di 173 soldati e sei ufficiali; questi accortisi della barricata e

degli armati che impedivano il passo si fermarono. Il comandante della

piccola squadra bresciana divisò di mandare un parlamentario ad invitare

il comandante delle forze nemiche a recarsi a Rezzato per trattare col

duce delle forze cittadine insorte. Questi assentì, e quando fu

all'ingresso del paese gli fu imposto d'arrendersi, informandolo che

ogni resistenza sarebbe stata inutile, perchè Brescia e Milano erano in

mano del popolo e le truppe avevano capitolato, l'intero paese insorto,

come era insorta la stessa Vienna.

Intanto, durante le trattative erano sopraggiunti altri insorti guidati

dal curato Boifava, e il capitano acconsentì di arrendersi; ufficiali e

soldati consegnarono le armi e i bravi bresciani preso possesso del

convoglio delle munizioni, per vie montane, onde evitare l'incontro di

qualche squadrone di cavalleria, si diressero verso Brescia ove giunsero

sul fare di sera del giorno seguente accolti dalla cittadinanza con

luminarie e grande entusiasmo.

La sera del 21 era stato acclamato Podestà il Soleri che si annunziava

alla cittadinanza con un patriottico manifesto.

Il 22 venivano aperti i ruoli per la formazione della Guardia civica.

La mattina del 23 nella contrada degli Orefici, nei pressi di Piazza

Vecchia, un pugno di popolani si avventava contro i soldati austriaci

di scorta ai carri di legna destinata al riscaldamento delle caserme e

del Forte, li disarmava, inseguendoli fino all'accesso del Castello; e

disarmava pure alcuni gendarmi incontrati per via. La sommossa si fece

allora generale, si abbatterono gli stemmi e le insegne imperiali, e si

disarmarono i soldati di picchetto negli ospedali ed in altre località

dando ad essi dovunque la caccia.

Il comandante del Forte, Leshke, senza indugio volle ricorrere alle armi

dello spavento; e nelle ore pomeridiane fece piombare sulla città un

gran numero di bombe, che, se cagionarono qualche rovina alle case,

ebbero per effetto di accendere maggiormente l'entusiasmo belligero

della cittadinanza; dopo tale preludio mandava un messaggio al Podestà,

intimando che se la città non fosse ritornata alla soggezione imperiale,

l'avrebbe bombardata ed incendiata. Il Soleri a sua volta domandava

tempo per provvedere; ma allo scoccare della mezzanotte, in esecuzione

della fatta minaccia, il Leshke apriva dal castello un furioso

bombardamento.

Questo procedere barbaro, che veniva principalmente a colpire donne e

bambini giacenti nel sonno, inasprì i cittadini, che armati si fecero

sotto al Castello e rispondevano al bombardamento prendendo a bersaglio

i cannonieri nemici al grido «di viva l'Italia, viva il Piemonte.»

Quelli del giorno 23 e della notte del 24 marzo furono i primi

bombardamenti subiti da Brescia nel 1848.

*

* *

Intanto sul mezzoggiorno del 20 marzo le ostilità da parte dell'esercito

piemontese contro gli austriaci furono riprese, ma le sorti della guerra

furono addirittura disastrose per le armi italiane.

Il piano del generale in capo Chzamowsky, non era tale che potesse

convenire ad un piccolo esercito, qual era quello potuto mettere assieme

dall'eroico Piemonte. Invece di tenere unite quanto più si potesse le

nostre forze, esse erano schierate sopra una fronte eccessivamente

estesa.

Il generale Lamarmora con una Divisione era stato inviato nella

Lunigiana per attraversare l'Appennino con l'obbiettivo di assalire gli

austriaci alle spalle sulla sinistra del Po.

Ma qualunque fosse il piano strategico, è certo che il generale

Ramorino, che con la Divisione Lombarda fronteggiava il Ticino nella

posizione della Cava, ed a cui era stato dato ordine preciso di

arrestare la marcia del nemico ove questo avesse passato il Ticino a

Pavia, e, come segnale al Comando Generale del passaggio, tirare

moltiplicati colpi di cannone; questo generale, contrariamente a tali

ordini precisi, non sparò neppure un colpo, non fece atto di resistenza,

nè si ritrasse, sopra Sannazzaro e Mortara ove corpi piemontesi

avrebbero potuto trovarsi concentrati il mattino del 21 per dargli man

forte, appoggiati ad ottime posizioni.

Invece la Divisione senza sparare una cartuccia, si ritirò sulla destra

del Po, standosene là spettatrice inerte, anzi accennando a ritirarsi

per la volta di Genova.

Dopo un'avvisaglia di avamposti al Gravellone, gli eserciti avversari si

trovarono di fronte il 21 presso Mortara. Radetzky con rapide mosse

aveva spinto i suoi all'attacco; le truppe piemontesi comandate al

centro da Vittorio Emanuele, Duca di Savoia, fecero prodigi di valore,

ma gli austriaci soverchianti di uomini riuscirono ad impossessarsi di

notte della città; e fu notte di strage in Mortara, perchè si combattè

accanitamente per le vie, nelle piazze e nelle case, opponendo i nostri

un'indomita e disperata resistenza....

Intanto si combatteva con valore ed onore dalle nostre truppe anche alla

Sforzesca; ma i risultati ottenuti furono completamente neutralizzati

dalla rotta di Mortara.

Il grosso dell'esercito, con Re Carlo Alberto, nella supposizione che

gli Austriaci muovessero da Magenta per transitare il Ticino, stava

accampato per attendere il nemico presso Trecate; ma, trovate sgombre le

posizioni circostanti, mosse al di qua del fiume, per la via di Milano.

Pur troppo non potè continuare al lungo la sua marcia su terra lombarda,

perchè, giunta fra quelle schiere la notizia che l'austriaco già

vittorioso proseguiva alle sue spalle minacciando Torino, fu

immediatamente ordinata la retromarcia.

Il 23 marzo, l'esercito nostro, forte di cinquantamila uomini e 110

pezzi d'artiglieria, si trovava alle nove di mattino sotto Novara. Alle

ore undici il cannone nemico diede il segnale della battaglia. Re Carlo

Alberto era al suo posto in prima fila tra i combattenti. Il Crocevia

della Bicocca era la chiave della posizione, e gli austriaci in dense

colonne diressero tutti i loro sforzi contro di essa. I piemontesi la

difesero col coraggio della disperazione; Re Carlo Alberto, ritto sul

suo cavallo, nella sua marziale impassibilità, sembrava desiderasse di

essere colpito a morte; ma se il Re era risparmiato dalle palle nemiche,

quanti gli stavano vicini venivano mietuti e fra altri il generale

Perrone, colpito da palla alla testa, e il generale Passalacqua

restavano fulminati sul terreno, proprio al fianco di Carlo Alberto.

Tutte le riserve erano state impegnate.

Il Duca di Savoia, dopo avere avuto feriti a morte tre cavalli,

appiedato, mantenevasi alla testa degli avanzi dei suoi battaglioni con

singolare intrepidezza. Ma l'eroismo non poteva più rimettere le sorti

della giornata.

Re Carlo Alberto, testimonio e parte di tutte le fasi della battaglia,

cavalcava taciturno e mesto verso la città, incurante dei pericoli che

lo circondavano, e giuntovi, di là, muto, contemplava con indicibile

dolore la disfatta del suo esercito. Lo si voleva allontanare dal luogo

tanto esposto, ma Egli nello schianto del dolore gridava: «lasciatemi

morire; questo è l'ultimo giorno della mia vita!» Aveva tanto invocato

dal Dio degli eserciti di perdere in quel giorno la vita! ma non fu

ascoltato.

La bandiera bianca annunziava la sospensione delle ostilità, cui seguì

l'armistizio, e quindi l'abdicazione di Carlo Alberto e l'assunzione al

trono del figlio Vittorio Emanuele II.

Tutto era finito! I destini d'Italia non erano ancora maturi! Alle

undici della notte, Carlo Alberto, muoveva alla volta di Oporto, per

morirvi di lì a pochi mesi, martire di una idea sublime, vittima del

dolore!

*

* *

Il 25 marzo a Brescia, ove nulla si sapeva del disastro toccato alle

truppe piemontesi, si procedeva alla nomina del Comitato di difesa nelle

persone dei cittadini Cassola e Contratti i quali pubblicarono il

seguente proclama

Brescia, 26 marzo 1849.

Cittadini!

La patria è in pericolo!

Ora è il momento, o bresciani, d'agire e di fare conoscere che le

vostre promesse non furono millanterie.

Gli armati accorrano davanti al teatro per ricevere la loro

destinazione. Chi non ha armi, le donne, i vecchi, i ragazzi si

adoperino a costruire barricate alle porte della città.

Uniamo le nostre forze e difendiamoci. Non si tratta che di duemila

uomini, con due pezzi d'artiglieria, quasi tutti italiani.

All'armi! All'armi!

Unione, costanza, ordine!

_Cassola, Contratti._

Ragione di questo Manifesto al popolo di Brescia era che il Comitato

della difesa aveva avuto avviso che la notte del 25 un corpo d'imperiali

sotto il comando del generale Nugent, sortito da Mantova, con marcie

forzate si dirigeva su Brescia.

Nella città erasi formato un corpo dei più ardimentosi guidati da Tito

Speri, capi squadra erano Giuseppe Nullo, Antonio Frigerio, Luigi

Castelli, Camillo Biseo, Eligio e Filippo Battaggia. Tutti mossero

incontro al nemico prendendo posizione nel borgo di Sant'Eufemia ove

già trovavasi il curato Boifava con la sua compagnia, si asserragliarono

pure in altre posizioni, atte ad impedire al nemico l'ingresso nella

città.

Poco prima del mezzodì gli austriaci aprirono il fuoco, ma gli

assalitori vennero coraggiosamente respinti.

Il Comitato ed il Municipio, convinti che la resistenza non poteva

durare a lungo, decisero di spedire al generale Nugent una Commissione

di cittadini, che si presentò agli avamposti nemici con bandiera bianca.

La Commissione fu ricevuta dal generale; il quale poneva senz'altro per

condizione che i bresciani cessassero dalla difesa, deponessero le armi,

e distruggessero le barricate perchè egli, per amore o per forza,

sarebbe entrato nella città.

Quando si seppe dell'arrogante risposta del generale austriaco, la

popolazione proruppe unanime in un sol grido. «Guerra! Guerra!»

Gli austriaci mossero allora all'assalto della città, inoltrandosi fino

a San Francesco di Paola; ma i Bresciani usciti da porta di Torre Lunga,

giunsero a San Francesco, alle spalle degli austriaci, alle prese con

le bande dei nostri, e impegnarono una mischia micidiale.

Il combattimento durò fino alla sera con la peggio degli Austriaci, che,

abbandonate le conquistate posizioni, si ritirarono nei loro

attendamenti di S. Eufemia.

Così ebbe fine la memorabile giornata del 26 marzo.

Il 27 gli imperiali a mezzodì ripresero le ostilità, si spinsero fino a

Rebuffone a poca distanza da Torre Lunga, dove i Bresciani erano

appostati alla difesa. Gli Austriaci, piantata una batteria sopra l'erta

della Villa Maffei, si diedero a fulminare i bravi difensori, mentre

nello stesso tempo il Castello iniziava il bombardamento prendendo i

Bresciani fra due fuochi. Ma le cannonate, il bombardamento, gli incendi

non sgomentavamo i valorosi Bresciani, che anzi, inaspriti dalla ferocia

del nemico, moltiplicarono gli atti di eroismo; tanto che quando videro

verso sera rallentare e cessare il fuoco da parte degli imperiali che

rientravano nel loro accampamento, gli eroici difensori, comandati dallo

Speri, con rapida sortita, si slanciarono sull'inimico ed in breve

furono addosso alla retroguardia austriaca facendone strage.

La sera la città era in festa per la felice resistenza opposta al

nemico; e il Comitato della difesa pubblicava il seguente manifesto.

Cittadini!

Il vostro nome alla posterità è assicurato. Il nemico trovasi

nell'avvilimento, perchè gli imponenti mezzi di guerra coi quali credeva

atterrirvi, non hanno fatto che accrescere il vostro entusiasmo.

Ormai ha consumato tutti i suoi mezzi guerreschi, e quindi non dovete

fare altro che dar compimento alla vittoria nello stesso modo che

l'avete cominciata.

Italia tutta farà plauso a tanta prodezza.

Ordine, Costanza, Unione!

Brescia il 27 marzo ore 6-1/2 pomeridiane.

_Cassola, Contratti._

Per dire degli episodi, degli atti di eroismo compiuti dai Bresciani nei

giorni successivi 28, 29, 30, 31, non basterebbe un intero volume. Basti

affermare che tutti gli sforzi fatti dal Nugent con ben 3500, uomini per

impossessarsi di Brescia o per costringerla alla resa furono inutili.

Vista la sua impotenza, fu obbligato a chiedere rinforzi, e questi non

tardarono a giungere condotti da un ben formidabile avversario,

tristamente conosciuto dai Bresciani.

Il 31 marzo giungeva infatti, per espugnare l'eroica Brescia, il tenente

maresciallo Haynau con una intera divisione--e ben presto diede sue

nuove col seguente dispaccio: n. 152--Dal 2º I. R. Comando del Corpo

d'Armata.

Alla Congregazione Municipale della Città di Brescia.

«Notifico alla Congregazione Municipale che io alla testa delle mie

truppe mi trovo qui, per intimare alla città di arrendersi tosto e senza

condizioni.

«Se ciò non succederà fino a mezzogiorno, se tutte le barricate non

saranno interamente levate, la città sarà presa d'assalto, e

saccheggiata e lasciata in balia a tutti gli orrori della devastazione.

«Tutte le uscite dalla città verranno occupate dalle mie truppe ed una

resistenza prolungata trarrà seco la certa rovina della città.

«Bresciani! Voi mi conoscete, io mantengo la mia parola!

«Il Comandante delle truppe stanziate all'intorno della città di

Brescia.

Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900. vol. I · 第 10 / 29 题