«Terrai presente che scopo nostro è di recarci in patria non per
contrariare l'andamento attuale delle cose, e i Governi che
v'acconsentano; ma per accomunarci ai buoni, e d'accordo con essi andare
innanzi pel meglio del paese; ma che noi preferiremmo lanciarci ove una
via ci fosse aperta ad agire contro il tedesco, contro cui devono essere
rivolte senza tregua le ire di tutti; e tanto più lo vorremmo, perchè la
gente che ci accompagna è mossa da questo ardentissimo desiderio: perchè
questo avvenga ti recherai:
«1. A consultare Mazzini intorno ai passi da farsi onde preparare le
cose nel senso suindicato; quindi t'affretterai per alla volta di
Genova, Firenze e Bologna, a meno che con Mazzini non risolviate
altrimenti.
«2. Dagli amici ti procurerai commendatizie per tutti quei punti che
crederai utile di visitare, affine di dar moto a preparare gli uomini, e
combinare elementi di cooperazione.
«3. Scorsi quei paesi, ti ridurrai a Livorno come luogo più acconcio a
sapere di noi.
«4. Una delle cose che dovrai tenere in vista, si è quella di indurre
gli amici a tener pronti quei mezzi indispensabili a provvedere il
bisognevole almeno pei primi giorni, affine di non correre il rischio di
perdere il frutto di tante fatiche e dei sagrifici fatti con tanta
generosità dai nostri compatriotti di Montevideo.
«5. I venti, ed altre cause, potrebbero obbligarci a toccare Gibilterra.
Se Mazzini ha ivi persona fidata le diriga lettere per me, informandomi
della marcia delle cose e sul da farsi--e potrà, appena tu arrivi,
cominciare a scrivere. La persona che incaricasse dovrebbe stare sempre
all'erta, affine di farmi pervenire ogni cosa a bordo e subito. Dal nome
del bastimento chè quello di «Speranza» con bandiera orientale, sarebbe
al momento avvertito del nostro arrivo--e perchè ne fosse più sicuro e
potesse riconoscerlo facilmente, alzeressimo all'albero di prora una
bandiera bianca attraversata orizzontalmente per quanto è lunga e nel
bel mezzo, da una striscia _nera_.
«Di quanto scrivesse a noi potrebbe darti avviso se ciò potesse farci
mutare di direzione».
Montevideo, 20 febbraio 1848.
_G. Garibaldi_
«Le lettere che io ti scriverò a Livorno saranno dirette al nome di M.
James Gross--nella soprascritta--sig. Giacomo Medici».
Il Medici infatti dopo tre giorni s'imbarcava per la sua missione; e il
15 aprile 1848 Garibaldi medesimo, accompagnato da ottantacinque de'
suoi legionari, fra cui l'Anzani, ammalato, il Sacchi, ferito, Ramorino,
Montaldi, Marocchetti, Grafigna, Peralta, Rodi, Cucelli e il suo moro
Aghiar, soccorso dallo stesso Governo Orientale di armi, munizioni, col
brigantino «La Speranza» salpò da Montevideo per la terra Italiana.
=CAPITOLO IV.=
=Venezia si erige a repubblica.
Milano e le cinque giornate.=
L'annunzio d'una sollevazione degli studenti viennesi propagatosi alla
metà di marzo, spinse il popolo veneziano alla presa delle armi per la
cacciata dello straniero. Si combattè nella città della laguna per
cinque giorni e il popolo veneziano, rimasto vittorioso, liberava Manin
e Tommaseo e si erigeva in repubblica.
Il 18 marzo Milano iniziava colle barricate le memorande cinque
giornate. Mentre gli Austriaci avevano fatto del Broletto la loro
cittadella e luogo di macello; mentre dal Castello si prendeva di mira
l'italiano che giungeva a tiro--al suono delle campane a stormo il
popolo impegnava la lotta sotto la direzione di un Comitato di salute,
del quale facevano parte Carlo Cattaneo e Enrico Cernuschi.
Non sgomentavano i Milanesi il rombo assordante del cannone, al quale
rispondevano coi rintocchi delle campane; e la strage che facevano le
truppe imperiali, spronava alla lotta, alla vendetta gli eroici insorti
per la patria libertà.
E la lotta fu aspra, violenta, combattuta corpo a corpo. I cittadini si
scontravano con le pattuglie, che numerose stavano appostate in ogni via
della città, le affrontavano con ardimento; uccidevano od erano uccisi,
mentre dalle finestre delle case, dai tetti pioveva pioggia micidiale di
tegole e di sassi--e di quartiere in quartiere si scacciavano le truppe
con valore senza pari.
Il 23 marzo fu giorno di vittoria e di giubilo per la città di Milano.
Assaliti da ogni parte, gli Austriaci cacciati dal popolo che non dava
loro tregua, al Radetzky non restò che di ordinare la ritirata.
L'eco delle cinque giornate risuonò per tutta Italia commuovendo le
popolazioni ed incitandole alla riscossa.
=CAPITOLO V.=
=Carlo Alberto bandisce la guerra all'Austria.=
Il 23 di marzo 1848 il Re Carlo Alberto bandiva la guerra all'Austria,
ed il 27 dello stesso mese si metteva alla testa delle sue truppe con a
Capo di Stato Maggiore il generale Salasco. L'esercito piemontese, forte
di circa 60 mila uomini, era diviso in due corpi d'armata, il primo era
comandato dal generale Eusebio Bava; il secondo dal generale Ettore De
Sonnaz; a capo dell'artiglieria era il Duca di Genova, e d'una terza
Colonna era comandante il principe ereditario Vittorio Emanuele.
Le altre forze che concorsero alla guerra in Lombardia erano 5000
Toscani, 3000 Parmensi e Modenesi, 15000 dello Stato Pontificio, 4000
volontari Lombardi. Le truppe Napolitane comandate dal generale Pepe
erano entrate in Venezia. Le forze Austriache erano di 80 mila uomini
suscettibili di rinforzi.
Il giorno 6 di aprile le truppe Sarde ebbero cogli Austriaci un forte
scontro al ponte di Goito ed a Monzambano ove i bersaglieri comandati
dal Colonnello Lamarmora, il battaglione Real Navi e i cannonieri si
copersero di gloria.
Il giorno 13 s'investiva Peschiera con vivissimo cannoneggiamento.
Il 24 le truppe Toscane prendevano posizione a Montanara ed a Curtatone
alla destra dell'armata Piemontese.
Nello stesso giorno la colonna mobile dei Modenesi comandata dal
Maggiore Fontana fu attaccata da un Corpo Austriaco sulla strada di
Mantova ad un miglio da Governolo. Il combattimento sostenuto dai nostri
con valore durò circa tre ore e terminò con la ritirata degli Austriaci.
In appresso quasi ogni giorno si ebbero scaramuccie nelle prossimità di
Mantova dagli avamposti Piemontesi, e da quelli Toscani e Modenesi, fin
che si arrivò al 13 maggio, nel qual giorno verso le due pomeridiane
5000 Austriaci attaccarono le posizioni di Curtatone e Montanara tenute
dai Toscani; l'attacco fu sostenuto con vigore per oltre tre ore e i
Tedeschi furono respinti con forti perdite sotto le mura di Mantova.
I reduci dall'America non conoscevano gli avvenimenti del febbraio, la
sollevazione di Vienna, la riscossa di Venezia, le barricate di Milano,
l'entrata di Carlo Alberto in Lombardia e le prime vittorie delle armi
italiane sul Mincio; tutto questo era loro interamente ignoto; quindi
Garibaldi era incerto del luogo e della meta del suo sbarco--e l'animo
suo ondeggiava tra i consigli avuti dal Mazzini, che con uno scritto lo
spingeva a sbarcare in Sicilia e gli accordi presi col Medici per i
quali erasi impegnato ad approdare in Toscana, mentre il suo vivo
desiderio era di scendere ove fosse più pronta l'occasione di menar le
mani. Obbligato ad approdare a Palos presso Cartagena per fare provvista
di viveri, Garibaldi riceveva dal vice Console Francese la lieta notizia
della guerra dichiarata all'Austria. Non più esitazioni--la via era
tracciata, la meta era designata. A Garibaldi urgeva senza perdere un
istante dirigere la prora verso la costa della Liguria per essere più
vicino al teatro della lotta, ed offrire senza esitare il braccio suo e
dei suoi a Carlo Alberto.
I venti lo obbligarono ad approdare a Nizza, ed alle 11 antimeridiane
del 21 giugno 1848, inalberante la bandiera di Montevideo, gettava
l'ancora nel porto della sua Città natale.
Nello scendere a terra un urlo d'entusiasmo lo saluta, facendogli
suonare all'orecchio nel dolce idioma natio quel grido d'ammirazione che
da tanti e tanti anni non aveva più udito se non in lingua straniera, in
terra straniera.
Non perdette tempo Garibaldi.
Riordinata la legione, alla quale i Nizzardi avevano recato un primo
rinforzo, il 28 giugno di mattina salpa con circa duecento volontari ben
armati ed equipaggiati, ed arriva a Genova nel pomeriggio del 29,
accolto dai Genovesi coll'entusiasmo di popolo con cui era stato
acclamato a Nizza, e ricevuto dalle autorità con ogni dimostrazione
d'onore.
Per debito di cortesia prima di partire da Genova dovette accettare
l'invito fattogli d'intervenire ad un'adunanza del Circolo Nazionale; fu
obbligato dopo avere uditi diversi discorsi a pronunziarne uno egli
stesso per esprimere il suo giudizio sulle cose della guerra e sulle
condizioni dell'esercito. Procurò di schermirsi, ma dovette cedere alle
vive insistenze e con parola misurata e con molta franchezza si espresse
così:
«Voi sapete che io non fui mai partigiano dei Re. Ma poichè Carlo
Alberto si è fatto il difensore della causa popolare e muove guerra allo
straniero per l'indipendenza nazionale, io ho creduto dovergli recare il
mio concorso e quello dei miei camerati.
«Il maggiore pericolo che ci sovrasta è quello che la guerra si
prolunghi e non sia terminata quest'anno. Noi dobbiamo fare ogni sforzo
perchè gli Austriaci sieno presto cacciati dal suolo italiano e non si
abbia a sostenere una guerra di due o tre anni. Ora noi non possiamo
ottenere questo intento se non siamo fortemente uniti. Si bandisca da
noi la politica, non si aprano discussioni sulla forma di governo, non
si ridestino i vecchi partiti. La grande, l'unica questione del momento
è la cacciata dello straniero, è la guerra dell'indipendenza.
«Io fui repubblicano, ma quando seppi che Carlo Alberto si era fatto
campione dell'Italia, io ho giurato di ubbidirlo e di seguire
fedelmente la sua bandiera. In lui vedo riposta la speranza della
nostra redenzione; Carlo Alberto sia dunque il nostro capo, il nostro
simbolo; gli sforzi di tutti gl'italiani si concentrino in lui. Fuori di
lui non vi può essere salute.
«Uniamoci dunque tutti nel solo pensiero della guerra allo straniero;
facciamo per la guerra ogni sorta di sacrifici. Pensiamo che essi
saranno sempre minori di quelli che c'imporrebbero i nemici se fossimo
vinti».
Queste parole vennero accolte da grandi applausi, e Garibaldi fu
nominato socio onorario del circolo Nazionale.
Garibaldi senz'altro partì per Torino.--Passata in fretta Novara, e
toccata Pavia per salutare il suo grande amico Sacchi, il quale andava
raccogliendo volontari, al 4 di luglio arrivò al Quartiere Generale in
Roverbella, e si presentò immediatamente al Re.
Questi lo accolse con grande cortesia, si mostrò edotto delle sue gesta
di America, se ne compiacque altamente congratulandosi con lui. Ma
all'offerta che Garibaldi gli fece di sè e dei suoi compagni, quale Re
costituzionale si credette obbligato di mandare il Generale ai suoi
Ministri.
Garibaldi non perdette tempo--si presentò al Ministro della Guerra
Generale Ricci, bravo uomo, colto militare, ma pieno di pregiudizî;
questi credette di non potere accettare i servigi che Garibaldi offriva
alla causa italiana combattendo con l'esercito, per ragioni di
regolamenti ecc.--e finì per consigliarlo di recarsi a Venezia «campo
degno di lui, dove poteva prendere il comando di qualche flottiglia
tanto utile a quell'assediata Città». A Garibaldi «uccello di bosco e
non di gabbia» non piacque quel suggerimento--deliberò invece di recarsi
a Milano, dove giunse la sera del 15 luglio e dove l'aspettava miglior
fortuna.
Milano era pur sempre la città delle Cinque Giornate e quindi il
concetto della guerra popolare rivoluzionaria era sorta dalle barricate.
=CAPITOLO VI.=
=Garibaldi a Milano prende il comando dei Volontari.=
Il governo provvisorio s'affaccendava a reclutare quante più milizie
poteva, ed accoglieva volontieri quanti venivano ad offrirgli il loro
braccio; e però il giorno stesso del suo arrivo esso offerse a
Garibaldi il comando di tutti i volontari raccolti fra Milano e Bergamo,
i quali sommavano a circa tremila.
Non era forza atta a salvare il paese, ma più di quanta in quel momento
Garibaldi potesse desiderare. Si occupò quindi senz'altro dell'armamento
dei suoi volontari; li ordinò in battaglioni, dando al più scelto il
nome del suo amico Anzani morto, suo compagno di Montevideo, ponendolo
sotto il comando di Medici che si era unito a lui a Torino.
Nel pomeriggio del 25 luglio, obbedendo a un ordine del Governo
Provvisorio, lasciò i quartieri di Milano e s'incamminò verso Bergamo.
Prima di lasciare Milano Garibaldi indirizzava alla gioventù italiana il
seguente: