CAPO IX.

_La Lega Lombarda._

Ma già la stella di Federigo ecclissavasi, ed ei correva un'assai

perigliosa fortuna. Cagion precipua de' suoi rovesci si fu la sacrilega

e dissennata lotta in cui egli erasi cacciato contro il Vicario di

Cristo; il che come avvenisse è qui da narrare brevemente.

Federigo, come fu detto, risoltosi di elevare l'impero alla monarchia

universale, senza alcun potere su la terra che gli dettasse legge o

ponesse alcun rattento ai suoi voleri; ben avea compreso non potergli

ciò venir fatto, se non si assoggettasse la Chiesa, rendendosi ligio e

quasi servo il supremo Capo di lei. A tal fine egli erasi adoperato

d'introdurre nel seggio apostolico l'antipapa Vittore, scacciandone il

vero Papa Alessandro. Soggiogata la Chiesa, parevagli che niuno avria

più osato di resistere alla sua potenza. Ma l'alta Provvidenza di Dio

vegliava a confondere i disegni dell'empio.

Alessandro, di patria senese, era un Pontefice di carattere del tutto

acconcio a quella terribile contingenza. Egli, quanto mite con gli

umili, altrettanto alto ed inesorabile coi superbi, accoppiava alla

fortezza dell'animo una singolare dottrina e una lunga esperienza nel

maneggio degli affari. Stato già cancelliere della Chiesa romana in

condizione di Cardinale, e Legato in negozi delicatissimi sotto il suo

predecessore Adriano IV, conosceva da vicino Federigo ed aveva

profondamente scandagliata tutta l'ambizione ed ostinatezza di quel

magnanimo, ma traviato principe. Benchè poi, stante la sua umiltà,

avesse resistito con ogni sforzo alla sua promozione; nondimeno come

prima costretto a cedere alla volontà del sacro Collegio sobbarcò gli

omeri al grave incarico, intese subito l'obbligo che gli correa

gravissimo di conservare intatta l'indipendenza della Chiesa dalle

invasioni della potenza laicale, e respingere il lupo che assaltava

l'ovile di Gesù Cristo. Egli spiegò senza ambagi fin da principio il suo

pensiero, allorchè avendo Federigo avuta la baldanza di mandargli ad

intimare per mezzo di due suoi ambasciatori che si recasse al Concilio

da lui convocato in Pavia per farvi giudicare la sua elezione; non solo

respinse vigorosamente l'iniqua pretensione; ma fece loro tale risposta,

che ben mostrava come egli sentisse tutta la forza dell'autorità, di cui

era investito. «Noi, disse l'invitto Pontefice, riconosciamo

l'Imperatore, secondo il dovere della sua dignità, come avvocato e

difensore della santa Chiesa romana; e se egli non vi mette ostacolo,

noi lo onoreremo al di sopra degli altri Principi terreni, salvo sempre

l'onore che noi dobbiamo al Re dei cieli e al Signore de' signori, che

può perdere il corpo e l'anima dell'uomo precipitando l'uno e l'altra

nella geenna del fuoco eterno. Perciò amando noi e desiderando d'onorar

Federigo, come facciamo, noi siamo altamente meravigliati che egli

ricusi a noi, o piuttosto a S. Pietro nella nostra persona, l'onore che

ci è dovuto. Imperocchè, egli allontanandosi dall'esempio de' suoi

predecessori e sorpassando i limiti della sua dignità, ha convocato il

Concilio senza nostra intesa, e ci ha chiamati alla sua presenza,

quasichè egli avesse alcuna giurisdizione sopra di noi. Gesù Cristo ha

dato a S. Pietro e per lui alla Chiesa romana questo privilegio,

trasmesso ai SS. Padri e conservato fino al presente a traverso della

prosperità e dell'avversità ed anche dell'effusione del sangue, quando è

convenuto: che cioè essa Chiesa romana giudichi le cause di tutte le

Chiese, senza che essa sia sottoposta giammai al giudizio di niuno. Noi

non finiamo dunque di stupirci che un tal privilegio sia ora aggredito

da colui, che dovrebbe esserne il difensore. La tradizione canonica e

l'autorità non ci permettono di andare alla sua Corte per udire il

giudizio di lui. I voti delle minori Chiese e i loro particolari prelati

non possono attribuirsi la decisione di queste sorta di cause, ma bensì

essi debbono sottostare al giudizio de' loro metropolitani e della Sede

apostolica. Imperò noi saremmo sommamente colpevoli dinnanzi a Dio, se

per nostra o ignoranza o debolezza lasciassimo ridurre in servitù la

Chiesa, che Cristo nel suo sangue ha riscattata. I nostri Padri hanno

versato il loro per difendere una tal libertà; e noi seguendone

l'esempio, siamo pronti, se bisogna, a fare altrettanto»[5].

[5] BARONIO, Annali, an. 1150, _Acta Alexandri III_.

Federigo avrebbe dovuto comprendere da tal linguaggio che egli dava di

cozzo in una pietra assai dura; se non che acciecato dalla superbia,

tenne a Pavia il preteso Concilio, e fattavi dichiarare legittima

l'elezione dell'antipapa, scrisse a tutti i Principi della Cristianità

incitandoli a sollevarsi contro Alessandro e ponendo al bando

dell'Impero chiunque continuasse a riconoscerlo per Papa. Pervenute

queste cose a notizia del Pontefice, egli non istette inoperoso; ma

inviò presso tutte le Corti cattoliche Cardinali e Legati, i quali come

testimonii di veduta nel fatto della sua elezione potessero sbugiardare

le menzogne degli avversarii. Poscia si rivolse a curar Federigo

ammonendolo più volte paternamente e procurando or colle dolci or colle

aspre di rimetterlo in senno. Finalmente veduta ogni opera tornare in

vano, acciocchè la contumacia di lui non infettasse gli altri, lanciò

contro l'ostinato Principe sentenza di scomunicazione, dichiarandolo

decaduto dal trono imperiale ed assolvendo tutti i suoi sudditi dal

giuramento prestatogli di fedeltà, ed estese tale condanna a tutti i

suoi partigiani. Frutto di queste energiche disposizioni si fu che quasi

tutti i Re cristiani, benchè da prima incerti e titubanti, alla fine

disingannati, abbracciarono le parti del verace Pontefice, e moltissimi

degli aderenti di Federigo si distaccarono da lui, come da scismatico e

persecutore della Chiesa.

Ma il danno maggiore che l'anatema pontificale recò a Federigo, si fu la

così detta Lega lombarda. Una gran parte delle città italiane, soggette

all'Impero erano rimase profondamente inasprite dalle crudeltà

esercitate dal feroce Principe nell'ultima guerra di Milano. Quelle

stesse che prima per gelosia o per vendetta avevano cooperato alla

rovina dell'infelice metropoli; al vederne poscia l'eccidio e la miseria

de' superstiti cittadini, aveano cangiato in sensi di commiserazione

l'antico odio. Aggiungasi a tutto ciò il malcontento che destavano le

continue espilazioni e soverchierie dei governatori posti da Federigo, a

cui questo Principe per tenerli a sè devoti, lasciava ogni arbitrio.

Tali e simiglianti cose producevano un fermento negli animi, che

facilmente sarebbe scoppiato al di fuori, se il timore della potenza di

Federigo e più la religione del vassallaggio non li avesse tenuti in

rispetto. Ma quando i popoli si videro per decreto papale sciolti da

ogni vincolo di sudditanza al Barbarossa, e la parte di Alessandro

acquistar di giorno in giorno maggior consistenza, s'avvisarono di poter

oggimai senza colpa e con isperanza di successo scuotere l'importabile

giogo. Massimamente affidavali la fiducia nel soccorso divino, giacchè

combattendo Federigo essi avrebbero combattuto il nimico dichiarato

della Chiesa, e difendendo i proprii diritti avrebbero insieme difesi i

diritti del Pontefice. Essi dunque cominciarono ad intendersi tra loro e

concertare di comune accordo i mezzi di riuscire nell'impresa. Da prima

quattro sole città, Verona, Vicenza, Padova e Treviso fermarono alleanza

scambievole obbligandosi con giuramento a soccorrersi in caso di guerra.

Ben presto aggiuntisi i Veneziani, la Lega si stimò abbastanza forte per

operare; sicchè scacciati gran parte dei ministri imperiali si

dichiararono apertamente non più soggetti a Federigo; e impossessatisi

dei luoghi più forti pei quali si sarebbe potuto venire ad assalirli,

apparecchiaronsi alla difesa. Più tardi si unirono loro altresì le città

di Cremona, Bergamo, Brescia, Ferrara, e la Lega, divenuta assai

potente, deliberò di rifabbricare Milano.

I Milanesi dopo la distruzione della patria si erano da prima dispersi

nelle terre circonvicine: ma poscia la maggior parte del popolo era

stato per ordine di Federigo riaccolta intorno all'antico suolo e divisa

in quattro borgate, con case di legno sotto il governo d'alcuni suoi

delegati. Questi tenevano quell'infelice moltitudine in una specie di

vero servaggio, smungendola il più ed il meglio che sapessero e

tartassandola per tutte guise. Quand'ecco un bel giorno si veggono

arrivare numerose schiere delle città confederate, sventolando ciascuna

la sua bandiera sotto il comando dei proprii magistrati. Questi, messi

in fuga i ministri del Barbarossa, distribuirono armi e danari a que'

cittadini confortandoli a tosto rialzare le mura della diroccata città.

Ed acciocchè i Pavesi ed altri loro antichi nemici non potessero

disturbarli, posero campo all'intorno, deliberati di restare in arme

alla difesa, finchè l'opera della riedificazione di Milano non fosse

interamente compiuta. È indescrivibile la gioia che ad un tratto invase

quegli oggimai disperati cittadini, e i gridi di giubilo che si

sollevarono d'ogni parte. Senza porre in mezzo dimora, tutti, uomini,

donne, vecchi e fanciulli, si accinsero all'opera e compartitosi tra

loro il lavoro, a chi lo scavare le fosse, a chi il trasportare i

materiali, a chi l'impastare i cementi, a chi lo squadrare le pietre; in

breve tempo dal mucchio delle sue rovine si vide come risorgere la

nobile Milano quasi da morte a novella vita. Così la Lega lombarda

andava acquistando ogni dì maggiore stabilità, quando Iddio stesso col

suo intervento venne a darvi l'ultimo rassodamento.

Federigo non era uomo da sbigottirsi o da cedere sì facilmente. Egli

meditava terribile vendetta; ed accorto, com'era, ben comprese che vano

saria stato espugnare la Lega mentre l'anima della medesima, vale a dire

Papa Alessandro, rimanesse illeso. Egli si avvisò che a troncare d'un

sol colpo i nervi di tutti, fosse uopo abbattere il capo. Avviossi

dunque alla volta di Roma con poderoso esercito con intenzione

d'impadronirsi della città, se non gli venisse fatto d'aver nelle mani

il Pontefice, intronizzarvi almeno Guido da Crema, che col nome di

Pasquale III egli avea fatto eleggere in luogo dell'antipapa Ottaviano,

morto poco innanzi nella sua contumacia. I Romani incoraggiati

dall'animoso Pontefice s'apparecchiarono alla difesa: e benchè molto

inferiori di forze, osarono nondimeno di venire a giornata coll'esercito

di Federigo. Ma come Dio volle essi furono pienamente battuti: e il

Barbarossa entrò trionfante in Roma, dove in breve, impadronitosi

eziandio del castello S. Angelo e della chiesa di S. Pietro violentò

colle minacce il popolo a giurargli obbedienza. Papa Alessandro

costretto a ritirarsi co' suoi in una fortezza dei Frangipani, vedendo

che quivi non avrebbe potuto a lungo resistere, s'indusse a fuggirne in

abito da pellegrino, andando prima a Terracina e poscia a Gaeta nel

regno di Napoli, d'onde passò a Benevento. Federigo fattosi coronare per

le mani dell'antipapa, si credeva oggimai di avere assicurato l'esito

dell'impresa; quando il flagello di Dio gli fu sopra a sconcertare i

disegni del peccatore. Il giorno appresso alla sua incoronazione, un

cocentissimo sole, seguito da una piccola pioggerella, gittò una

mortalità sì spaventosa nell'esercito, che appena vi era agio a

seppellire i cadaveri di quei che giornalmente perivano. I duci più

ragguardevoli furono i primi a restar vittima del morbo. Più di duemila

gentiluomini vi perdettero la vita; e tra questi il Duca di Baviera, i

Conti di Nassau, d'Altemont, di Lippe, di Tubinga e Rainaldo

arcicancelliere dell'Impero. Federigo vedendo assottigliate ogni dì le

sue truppe in modo sì orribile e i pochi superstiti reggere a stento la

vita; temette a ragione che, se più a lungo si dimorava, il Re di

Sicilia dall'una parte e i confederati lombardi dall'altra lo avrebbero

colto in mezzo. Onde, levato il campo, si diè precipitosamente ad una

piuttosto fuga che ritirata; abbattendosi in mille pericoli, che gli si

paravano innanzi ad ogni passo, pien di dispetto e di vergogna e

accompagnato da piccolo drappello ripassò a stento le Alpi, d'onde era

poco innanzi disceso pieno di baldanza alla testa d'immenso esercito. La

nuova di questo disastro diffusasi in breve per l'Italia, non è a dire

quanto giovasse a rialzare l'animo degli alleati. Se ne parlava per ogni

dove e tutti vi riconoscevano il dito di Dio, che avea rinnovato in

quella contingenza il prodigio già operato contro l'empio Sennacheribbo.

Tutte le altre città lombarde finirono di dichiararsi dalla parte del

Papa; sicchè a Federigo non rimase fedele se non la sola Pavia, in cui

si chiusero le poche milizie che egli lasciava tuttavia in Italia.

Allora i confederati per assicurarsi contro una nuova discesa del

Barbarossa, pensarono di fabbricare una piazza forte sui confini del

paese al confluente del Tanaro e della Bormida. Messisi adunque

all'opera, in poco tempo l'ebbero condotta a buon termine; denominando

la nuova città _Alessandria_ in onore e devozione del Pontefice

Alessandro IV, a cui i consoli di essa si recarono per fare atto di

dedizione e di vassallaggio. Così quando Federigo pensava d'aver oggimai

domata la Chiesa e il suo capo; la Chiesa e il suo capo gli si levava

contro più glorioso e più forte.

Anche le cose di Rafaella avevano grandemente mutato aspetto. La pia

Imperatrice, benchè amasse di ritenerla presso di sè, nondimeno non osò

di fargliene neppur la proposta, bene intendendo quanto fosse

nell'amorosa fanciulla il desiderio di rivedere i parenti. Onde, venuto

il tempo del suo ritorno in Germania, chiamò la giovinetta, e dopo

averla colmata di regali e di carezze consegnolla all'Abate Guglielmo

unitamente ad Alberta; la quale, rimasa sola e desolata, come dicemmo,

cedè alle vive istanze di Rafaella, che avendola in conto di sua seconda

madre, non finiva di supplicarla a contentarsi di menare il rimanente di

sua vita con lei. Ognuno comprende da sè medesimo quanto fosse grato e

consolante questo viaggio per la buona donzella. Si vedeva ella come

uscita da un naufragio e salva oggimai e sicura in su la riva. Quando

riandava colla mente i passati pericoli, le strette e le angoscie

mortali da cui era stata straziata, l'orlo dei precipizii che avea

valicati, si sentiva compresa da un subitaneo raccapriccio; che a poco a

poco dileguandosi le lasciava l'anima come cospersa da un'ineffabile

dolcezza, ed accesa di amore e di gratitudine verso Dio, che per vie sì

inaspettate e mirabili l'avea campata. La certezza poi d'aver presto a

rivedere la madre e il babbo le era di estrema letizia, e la fervida

brama le faceva ad ogni tratto interrogare l'Abate quanto altro tempo ci

volesse per arrivare, e guardar le campagne e le colline se mai vi

scorgesse qualche somiglianza con quelle che ricordavano il luogo natìo.

Un solo pensiero intorbidavale la pace a quando a quando e le trafiggeva

l'anima di acuto dolore. Esso era quello del fratello, la cui

liberazione non erasi potuta conseguire dall'ostinato e feroce

Barbarossa, e di Ottolino, di cui non erasi più udita novella. Chi sa

come vive, e se vive l'infelice Eriberto! Oh fratel mio! Prigioniero in

lontano paese, privo della vista e del conforto de' tuoi cari; senza

neppur contezza di loro, in mano a feroci sgherri; oh i grami giorni che

tu meni, e forse l'angoscia t'avrà ucciso a quest'ora! Tali erano i

queruli lai che singhiozzando metteva di tratto in tratto la povera

Rafaella. Vero è, poi pensava, che l'Imperatrice mi assicurò che appena

tornata in Germania ne avrebbe preso conto, e gli farebbe coll'autorità

sua alleggerire ogni pena. Ma chi sa se le cure della pia Signora

giungeranno in tempo! E di Ottolino che ne sarà? Il non essersene saputo

più nulla mostra pur troppo che egli è perito in qualche scontro. E qui

la fantasia le dipingeva con vivi colori l'amato giovinetto giacente in

terra ferito e boccheggiante protendere il languido sguardo, quasi ad

invocare chi gli porgesse alcun soccorso; e finalmente spirare derelitto

e sconfortato. In mezzo a sì crudeli pensieri che quasi pungentissime

spine straziavano il cuore dell'affettuosa fanciulla, il santo Abate

Guglielmo gittava in quell'anima colle sue parole soave balsamo,

ricordandole l'uniformità ai divini voleri e come ogni cosa torna in

bene a chi con tutta confidenza si getta nelle amorose braccia di Dio

tenendo per ottimo quanto Egli dispone sopra di noi.

Anche l'umor faceto di frate Uguccione conferiva non poco a distrarre

sovente l'afflitta Rafaella coi colloquii che tratto tratto intrecciava.

--Che vi pare, padre Abate, di questa nostra curiosa villeggiatura, che

certo non mi stava in calendario?

--Mi pare, rispondeva Guglielmo, una delle più dilettose; giacchè Iddio

benedetto ci ha porta occasione e dato grazia di patir qualche cosa e

adoperarci alquanto a sollievo degl'infelici.

--Tolto va bene; ma a me tarda mille anni di tornare alla mia cella,

donde, salvo l'ubbidienza, non mi lascerò trarre più fuora se non quando

mi dovranno portare in sepoltura.

--L'amore della solitudine, figliuolo mio, è cosa ottima, ed inculcata

co' precetti e coll'esempio da' Santi. Ma esso non dee trasmodare in

eccesso, nè ritrarci dal soccorrere il nostro prossimo quando il bisogno

lo richiede. Ricordati del grande Antonio, quel primo luminare della

vita eremitica. Egli non dubitò di abbandonare a tempo il deserto;

quando l'infierire della persecuzione contro i cristiani richiedeva

l'opera di chi confortasse i fedeli alla costanza. E a coloro che si

scandolezzavano della sua uscita dall'eremo rispondeva: Che direste voi

d'una donzella, la quale vedendo andare in fiamme la casa di suo padre,

in vece di accorrere, si scusasse con dire non affarsi alla sua

riservatezza l'abbandonare la propria stanza?

--Sì, ma il mirare tante sciagure e di tanti a me, che son tenero di

cuore, non soffre l'animo. E poi quel vedere nei grandi del mondo tanta

alterigia, tanta simulazione, ed anche tanta fierezza, è cosa proprio

che mi fa stomaco.

--Bella tenerezza di cuore per verità, fratel mio, non voler vedere gli

altrui patimenti per non sentire afflizione! Questa è tenerezza verso di

sè, non verso degli altri. La vera tenerezza o meglio carità del

prossimo dee muoverci a sollevare l'altrui miseria, e quindi a

ricercarla e scoprirla. Quanto poi ai vizii che ti fanno afa ne' grandi,

pensa che ogni classe ha i suoi difetti e peccati. Che se questi nei

potenti del secolo son più frequenti per esser in loro più spesse e più

pericolose le occasioni: vi si ammirarono nondimeno ben soventi delle

grandi virtù. Dimmi: tra i vizii della corte di Federigo, non hai tu

veduta una Imperatrice, specchio di modestia, di umiltà, di

mansuetudine, di carità e d'ogni cristiana perfezione? E queste virtù

nello splendore di un trono sì alto, e tra i pericoli d'una corte sì

depravata, credi tu che abbiano piccolo pregio?

--Oh questo l'ho confessato e lo ripeto; la virtù di quella Signora mi

ha più d'una volta commosso fino alle lagrime; e meravigliato dicevo tra

me: Come è possibile che una moglie sì buona si trovi a fianco d'un

marito sì tristo!

--Ammira anche in ciò, frate Uguccione, la sapienza della divina

dispensazione. Spesso, come dice l'Apostolo, il marito infedele vien

convertito dalla moglie fedele, e viceversa. Chi sa che Federigo non

debba alla fin ravvedersi, pei conforti e per le preghiere della sua

virtuosa consorte.

--Non c'è che dire; voi trovate sempre una ragione per dimostrare che

ogni cosa così va bene come va. Questo significa esser uomo di lettere

ed avere studiato teologia! Io che sono un povero laico...

--Non ci è bisogno di lettere e teologia per intendere le cose che qui

diciamo, figliuol mio, basta il semplice buon senso e il catechismo. Non

è Dio che dispone e governa il tutto in questo mondo? E Dio non è

sapientissimo e benignissimo? E l'effetto della sapienza e della bontà

può non essere ordinato per sè medesimo e tendere di per sè ad altro che

al bene? Egli è vero che se prendi nell'universo a considerare ciascun

evento spicciolatamente e separato dagli altri, può sembrarti brutto e

disordinato, come appunto nella musica può sembrarti senz'armonia una

nota presa da sè, e fuori di concerto delle altre. Ma non così, quando

ciascuna cosa vien riguardata nella disposizione del tutto e nel finale

intendimento del supremo ordinatore.

Rafaella prendea diletto a udire questi discorsi e ne traeva utili

documenti pel suo stato presente. In tal modo coll'avvicendamento di sì

diversi affetti ella consumò il tempo del lungo viaggio, finchè giunse

alla casa paterna. Berardo e la consorte, che già per lettera avevano

ricevuto annunzio del prossimo arrivo della figliuola, ne stavano in

ansiosa aspettazione e ad ogni picchio alla porta, ad ogni rumor sulla

strada trasalivano dalla speranza, che poi conosciuta vana li facea

tornar mesti a contare le ore e i giorni e immaginare successivamente i

luoghi per cui Rafaella dovea passare. Come se la videro innanzi sana e

fiorente (benchè l'accorto Guglielmo avesse usata la precauzione di

precedere d'alquanti passi per disporli a quell'incontro) poco mancò che

non tramortissero; tanta fu la piena della gioia, che ad un tratto

traboccò loro nell'anima. Stettero buona pezza come avviticchiati sul

collo di lei, non saziandosi mai di baciarla e di stringerlasi al seno.

Dato finalmente sfogo all'ardenza di quel primo affetto volsero con

multe lagrime le loro parole di ringraziamento all'Abate e alla buona

Alberta, professandosi obbligati ad ambedue della vita e salvezza di

lei. Dimandarono poi ansiosamente del figliuolo, temperando il dolore

del sentirlo prigione colle promesse fatte dall'Imperatrice di prenderne

cura, ingrandite pietosamente da Rafaella colla giunta che presto

sarebbe rimandato libero.

Nè qui finirono le consolazioni della buona famiglia. Imperocchè

Manfredo, tornato indi a poco dal campo credette d'aver buono in mano

per rimeritare la virtù di Berardo e punire la perfidia di Villigiso.

Questi, finita l'impresa di Milano, consapevole che la rettitudine del

severo Marchese non lo avrebbe lasciato senza castigo proporzionato alla

colpa; e d'altra parte vedendosi molto addentro nelle grazie

dell'Imperatore, pensò di rimanersi per ora ai servigi di lui, niente

curandosi della solenne scomunica fulminata da Papa Alessandro. Onde

Manfredo, che da prima dubbioso, a poco a poco per le dimostrazioni di

Guglielmo, era venuto in chiaro del diritto del vero Pontefice, dichiarò

Villigiso decaduto, come scismatico, della signoria di Mozzatorre, ed

investì della medesima il fedele Berardo a premio dei tanti suoi meriti.

Così Rafaella si trovò padrona di quel medesimo castello, dove era stata

condotta captiva, e signora di quei medesimi sgherri che l'avevano sì

iniquamente tradita. Non è da dire se ella benigna e pia qual era,

perdonasse con cristiana generosità a quei tristi; solamente li volle

rimossi dall'ufficio, di cui avevano usato sì male. Ma dalle domestiche

cose di Rafaella convien che torniamo alle pubbliche di Federigo.

L'indomabile animo di costui non si franse pel passato disastro; crebbe

anzi vie peggio nella perfidia. Essendo morto il secondo suo antipapa,

ne fe' creare un terzo nella persona dell'abate di Strum, col nome di

Callisto III, e prese a fare gli apparecchi per una nuova discesa in

Italia. Ma non potè eseguirla prima che passassero alcuni anni; tanto

era profondo il danno ricevuto dal disfacimento del suo esercito in

Roma, e dalla diffalta di moltissimi Principi, che pel decreto papale si

erano separati da lui. Nondimeno, fatti i supremi sforzi, giunse a

raccogliere uno sterminato esercito e nell'autunno del 1174 s'avviò alla

volta d'Italia. Nel primo porvi il piede, vinse e dannò alle fiamme la

città di Susa. Poscia pose l'assedio ad Alessandria, fabbricata, come si

disse, in onore del Pontefice e qual baluardo contra gli assalti di

Germania. Senonchè un forte stuolo di Lombardi essendo venuto in

soccorso della città, che pur da sè sola si difendeva bravamente;

Federigo fu costretto a levare l'assedio, bruciando da se stesso il

proprio campo. Allora egli volse le armi contra Milano.

Le condizioni dei Milanesi erano mutate d'assai. Nella precedente

guerra, quasi soli a difendersi, essi ora si vedevano confortati da

potentissima Lega. Dipoi la fresca rimembranza dell'ostinazione e

crudeltà di Federigo a voler distrutta la loro città, li avea disposti

siffattamente, che tra il vincere e il morire non riconoscevano mezzo di

sorte. Finalmente la persuasione di combattere contro il persecutore

della Chiesa, maledetto dal Vicario di Cristo, e che per sentenza papale

era decaduto da ogni ragione sopra di loro, ispirava ad essi un coraggio

straordinario ed una confidenza nell'aiuto divino, che ne raddoppiava a

mille tanti l'ardire. Un esercito, intimamente persuaso di combattere

per Dio, è invincibile. Ciò si avverò appuntino nel caso presente; e

Federigo lo sperimentò a proprio danno.

Era tale e tanta la confidenza in Dio dei Milanesi che, quantunque non

fossero per anco giunti gli aiuti de' confederati, e l'oste alemanna

fosse infinita; essi non cercarono di differir la battaglia, ma uscirono

incontro al nemico con sicurezza della vittoria. Essi avevano divisi

tutti i cittadini abili a portare le armi in sei schiere, ciascuna sotto

il comando dei capi del proprio quartiere. Oltre a queste avevano

formate due compagnie di scelti guerrieri, l'una detta della _morte_,

l'altra del _carroccio_, ossia del carro, sopra cui era inalberata la

bandiera della città. La prima di queste compagnie era composta di

novecento soldati a cavallo, strettisi con giuramento a morire piuttosto

che retrocedere in faccia al nemico. La seconda era composta di trecento

giovani delle più nobili famiglie, strettisi del pari con giuramento a

morire piuttosto che lasciar prendere dal nemico l'insegna che

custodivano.

Nella Compagnia della morte trovavasi altresì Ottolino; cui, se ben vi

ricorda, lasciammo nel chiostro sotto la cura del solitario che incontrò

nella selva. Egli fino a questi ultimi tempi era durato colà costante

menando vita quasi in tutto conforme a quella dei monaci presso cui

dimorava. Quivi aveva avuto novella del ritorno di Rafaella tra' suoi e

dell'esaltazione di Berardo alla signoria di Mozzatorre. Ma dove la

prima di tali notizie l'avrebbe forse indotto a lasciare la solitudine;

la seconda ne lo distolse: giacchè egli, semplice arimanno, si vedeva in

condizione troppo inferiore alla donzella, e però impossibilitato ad

impalmarla. D'altra parte la pace, che provava nell'eremo e nelle sante

occupazioni de' monaci, lo teneva abbastanza contento. Così la durò per

sì lungo spazio di tempo con grande soddisfazione di quei religiosi; i

quali credendolo sufficientemente provato, erano quasi sul punto di

condiscendere alle sue istanze di essere ascritto tra loro. Quando ecco

in un tratto al primo sentirsi la nuova della venuta del Barbarossa, i

fervidi spiriti del giovine che sembravano spenti, nonchè sopiti, si

destarono in tutta la primitiva vivezza; ed egli presentatosi all'Abate

del monistero gli manifestò la risoluzione d'andare a combattere in

difesa di Milano, per espiare la colpa d'aver altra volta pugnato contro

di lei sotto il vessillo d'uno scismatico. L'Abate dopo varie

interrogazioni, conosciuta l'irremovibile volontà del giovine, gli fe'

allora osservare quanto prudente era stata la condotta sua e de' monaci

nel resistere alle sue inchieste di vestir l'abito, giacchè ora mostrava

a chiare note di avere tutt'altra vocazione. Indi rifornitolo del

bisognevole pel viaggio, lo accomiatò benedicendolo nel santo nome di

Dio.

Ottolino giunto a Milano e riconosciuto dagli antichi compagni, coi

quali avea militato sotto Turisendo, fu accolto con grande gioia, atteso

il suo noto valore, e venne arrolato, secondo il suo desiderio, nella

schiera obbligatasi con giuramento a morire piuttosto che dietreggiare.

Sorgeva l'alba del dì terzo di giugno e i due eserciti movevano

baldanzosi a bandiere spiegate l'uno contro dell'altro. Federigo,

secondo il suo solito, marciava a capo di tutti i suoi per animare più

coll'esempio che con la voce i soldati. Seguivalo folto stuolo di quei

Principi alemanni e di quei Signori italiani, che tuttavia erangli

rimasti fedeli; codiati da scelta mano di fanteria alemanna, che formava

l'avanguardo. Nel centro stava il grosso della cavalleria, comandata dal

perfido Villigiso, a cui pel noto valore era stato affidato da Federigo

il suo imperiale stendardo. Il resto di quell'immensa moltitudine veniva

da ultimo diviso in varie colonne sotto la guida di esperti capitani. I

Milanesi dalla parte opposta avanzavano in assai minor numero sotto capi

poco dotti di guerra, ma pieni di coraggio e di confidenza nella causa

che difendevano. Appena giunti a vista del nemico, tutti piegarono a

terra le ginocchia e ad alta voce porsero a Dio questa fervente

preghiera:--Signor degli eserciti ed arbitro delle battaglie, tu che

dicesti di resistere ai superbi, e dare grazia agli umili, guarda contro

di chi oggi usciamo a combattere nel tuo santo nome. Ricordati che noi

pugniamo non tanto per nostra difesa, quanto per quella del tuo

Vicario.--Quindi levatisi e gridato: _Viva S. Pietro e S. Ambrogio_,

animosi procedettero all'attacco. Quel primo impeto fu quanto mai si

potesse aspettare gagliardo, ma soprafatte dal numero le prime file

furono in breve costrette a piegare; e il piccolo drappello, giuratosi

alla difesa del Carroccio, sottentrò a ristorare il conflitto. Senonchè

mentre esso faceva prodigi di valore, la numerosa cavalleria del

Barbarossa si gittò nella mischia a gran galoppo e caricando d'ogni

parte quel piccolo stuolo, fu quasi sul punto di sbaragliarlo. Allora la

compagnia della morte, ripetuto ad alta voce il suo giuramento, investì

impetuosamente di fianco la cavalleria nemica e la pose in disordine.

Ottolino che trovavasi in prima riga, adocchiato il vessillifero, lo

riconobbe all'insegna del cimiero per Villigiso. Gli ricorse alla mente

in quel punto ciò che l'iniquo avea fatto contro di Rafaella e

dell'amico Eriberto, e un subitaneo impeto d'ira gl'infiammò ogni fibra

del cuore. Senza porre alcun tempo a deliberare, quasi sospinto da

istintivo furore, scagliossi contra di lui e con un fiero colpo di

lancia il rovesciò dall'arcione. Indi precipitandosi da cavallo gli fu

sopra per istrappargli di mano l'imperiale stendardo. Villigiso, a cui

mai non era incontrato di venir balzato di sella, benchè si sentisse

gravemente ferito nel lato destro, nondimeno ardente di furore e di

vergogna erasi già ritto in piedi e tratta la scimitarra stava per

iscaricare un terribile fendente sul capo dell'avversario. Ma un

gagliardo colpo di stocco, che questi seppe scagliargli a tempo, il

passò da parte a parte. Tal fa la miseranda fine dello spietato; ed

Ottolino, dato allora di piglio alla bandiera capitana, la scosse

all'aria e trionfante recolla tra' suoi. Questo fatto ardimentoso decise

della giornata. Imperocchè la cavalleria teutonica, come vide a terra il

proprio duce e in mano de' nemici il vessillo imperiale, cadde

interamente d'animo, e datasi a fuga precipitosa, recò col proprio

disordine lo scompiglio e la paura in tutto l'esercito. Da quel punto

nel campo non fu più battaglia, ma eccidio. I soldati del Barbarossa,

sembravano invasi da prodigioso terrore. Niuno d'essi più pensava a

difendere sè stesso, non che ad offendere l'inimico. Quindi nel generale

tumulto altri venivano calpestati dai cavalli correnti all'impazzata;

altri erano trucidati dalle armi de' loro stessi compagni; ed altri

fuggendo in calca precipitavano nel prossimo Ticino. Federigo,

sforzatosi indarno di calmar lo spavento e riordinare il campo, fu come

involto e trasportato da un'onda di fuggitivi, nè più si vide. Il perchè

i suoi baroni, dopo averlo indarno cercato, lo tennero morto od annegato

nel ripassare il fiume; e questa nuova andò talmente crescendo e

corroborandosi di bocca in bocca, che la stessa Imperatrice, la quale

dimorava in Pavia, credendola vera, ordinò in Corte il corrotto ed ella

vestissi a bruno.

Rafaella · 第 11 / 17 题