_Ottolino._
Poco mancò che le trepide speranze di Rafaella non fossero tronche per
sempre. Imperocchè Villigiso non dubitando che l'Imperatrice fosse ita a
Bologna per impetrare clemenza da Federigo ai due accusati, divenne
furibondo e mosse ogni pietra, acciocchè ambidue venissero tosto
sentenziati come felloni ed autori della zuffa ingaggiata nel campo
cesareo. E il reo intendimento gli sarebbe riuscito, se Guglielmo non
avesse con preghiere e minaccie indotti i giudici a non eseguir nulla
sopra i due imputati, senza darne prima contezza all'Imperatore.
Beatrice giungendo a Bologna, fu ricevuta dallo sposo colle usate
dimostrazioni d'amore: ma quando ebbe aperto il motivo della venuta, e
riferite le colpe di Villigiso verso Rafaella, l'Imperatore s'accigliò,
quindi rispose:
--Se io dovessi punire tutte le pazzie de' miei guerrieri, non avrei più
chi militasse con me. Quanto ai due giovani, di cui mi parlate
m'informerò della loro condotta dai giudici, e dove sarà possibile userò
loro clemenza.
Il giorno appresso come Beatrice tornò a parlargli d'Eriberto e
d'Ottolino, egli le fece leggere il foglio che recava la sentenza
capitale pronunziata contro di essi e la risposta, colla quale egli
commutava loro la pena con quella del perpetuo carcere nel castello di
Gramborgo in Isvevia.--Più di questo, soggiunse, non mi è sembrato di
poter fare senza iattura della giustizia.
Questa fera notizia lacerò il cuore di Rafaella, se non che il sapere
assicurata la vita de' suoi diletti, la confortò pure a nuove speranze.
Quali furono pertanto le sue nuove angosce, allorchè dopo non molti
giorni intese che i due prigioni, insieme con altri, prima di uscire
d'Italia, aveano incontrato una squadra mandata da Turisendo, la quale
tentò di liberarli, e ad alcuni era riuscito di profittare del tumulto
della pugna, per fuggire! Più tardi le fu noto ch'Eriberto non era stato
degli avventurati, bensì Ottolino. Questi afflittissimo che l'amico
fosse rimasto fra i prigioni, appena potea gustare la dolcezza d'essere
libero. Egli mosse i suoi liberatori a nuovi assalti, ma il drappello
che conducea le vittime s'era rinforzato di numero, e rimase vincitore.
Ottolino si ritirò finalmente alla rocca di Garda, e fu accolto dal
capitano con amore.
La rocca veniva assediata ogni giorno più strettamente da Bergamaschi,
Bresciani, Veronesi e Mantovani comandati dal Conte Marquardo. Ottolino,
in parecchie sortite, ebbe opportunità di mostrare non minore prodezza
che senno; talchè traeva talvolta sè ed i compagni da pericolose
insidie, e rapiva vittorie che sembravano disperate. Natura avealo
inclinato al mestiere dell'armi, ed ora aumentavano il suo desiderio di
gloria due passioni divenute violente: l'ira contro Villigiso, e
l'amore, che le sventure e la lontananza di Rafaella rendeano vieppiù
vivo, fervido, immaginoso.
Ottolino, sebbene non immune da alcuni pregiudizii del suo tempo,
rendeasi nondimeno notevole per una vita dignitosa, pia e cristiana. Per
che tutti i suoi compagni lo amavano; e per quasi un anno, che durò
ancora l'assedio, ebbero campo di ammirare in lui, come possono unirsi
un animo altamente pio ed un esimio valore. Alcuni poi di loro, fatti
prigioni, ricantavano a' cavalieri di Federigo, e citavano con orgoglio
i suoi detti e i suoi fatti.
I versi del guerriero saluzzese pareano forse migliori che non erano a
cagione della stima che spandeasi dalle sue virtù. I trovadori li
imparavano e portavanli per diverse parti d'Italia; nè guari andò che le
sue cantiche furono note alla corte dell'imperatore. E chi le cantava
ridicea l'odio d'Ottolino alle male arti e a tutte le passioni volgari.
E Rafaella inteneriasi: e le dame la guardavano quali con occhi di
giubilo, quali con invidia: e Beatrice sorrideale, poi scrutava
coll'occhio i pensieri di Federigo, e vedea che pur fingendo di
applaudire, ne concepiva dispetto. Specialmente egli fremea, quando
Guelfo sclamava:--Bravo il mio Ottolino! hai fatto egregiamente a
spezzare le tue catene. In Gramburgo non avresti poetato così!
Federigo tralasciando per allora l'impresa di Puglia, era tornato
nell'Italia settentrionale; e benchè vedesse quanto il terrore tenea
mute le città vinte, non era senza sospetto per l'audacia stranissima
de' guerrieri di Garda, e per quella ch'indi sembrava potersi destare in
altre città. Nondimeno l'assedio progredì tant'oltre, che Turisendo
trovossi ridotto alla fame. Ma prima d'arrendersi volle fare un'ultima
prova, e mandò segretamente nuovi legati a Verona, a Brescia, a Piacenza
ed a Tortona. A quest'ultima andò Ottolino; e se quelle genti fossero
state pronte a sorgere insieme, Turisendo sperava di non essere
obbligato a cedere. Ma la sua speranza fu delusa; giacchè i soggiogati
prometteano di sorgere e niuno voleva essere il primo; sì che giunse il
giorno in cui Turisendo consentì a capitolare.
Il suo nome era sì formidabile, ch'egli ottenne d'uscire della rocca a
patti onorevoli. Egli ritirossi alle sue castella ne' monti del
Veronese; e i suoi compagni trassero in diversi luoghi, come meglio loro
venne concesso. Parecchi presero arme al servizio di Venezia, la quale
era in guerra con Ulrico Patriarca d'Aquileia. E fu allora che, assalito
il Patriarca per mare e per terra venne sconfitto e fatto prigione
nell'ultimo mercoledì del carnevale. Onde seguì quel ridicolo accordo,
che il Patriarca accettò per riacquistare la sua libertà: e fu di pagare
ogni anno in tributo al Doge dodici porci grassi e dodici grandi
pagnotte. E Venezia fe' statuto che a que' dodici porci e ad un toro,
figurante questo il Patriarca e quelli i suoi consiglieri, si tagliasse
ogni anno la testa nel giorno del giovedì grasso sulla pubblica piazza;
il qual uso durò sino al cadere della repubblica.
Dolse ad Ottolino, quando giunsegli a Tortona la notizia della resa di
Garda; ma ben avea veduto essere evento inevitabile, dacchè niuno osava
d'alzare gl'invocati stendardi. Frattanto ch'egli esitava a qual partito
s'appiglierebbe, e meditava se alcuna via se gli aprisse per rivedere
Rafaella; i Pavesi comprarono dall'Imperatore il diritto di smantellare
Tortona. Essi gli rappresentavano ch'era stata riedificata in obbrobrio
di lui; tuttavia egli non consentì che diroccassero altro che le mura.
Era un mattino, ed ecco venire precipitosamente a cavallo un profugo
Milanese il quale gridava:--Apprestatevi alla difesa, o alla fuga. Tutta
Pavia corre a questa volta, a sterminarvi!--Il tristo nuncio fu condotto
innanzi ai magistrati, e riferì loro d'essere uscito di Pavia nel
medesimo tempo che usciva la turba de' devastatori, e di precederla
quindi di poco. Sperarono i Tortonesi un istante ch'egli delirasse; ma
la sua favella e le sue lagrime erano tali, che spiravano fede; sì che
la città s'empiè di spavento e di grida miserande.
Non molto dopo una scolta, dalla cima d'una torre vide brulicare la
turba nemica, e gridò all'armi. Uomini, donne e fanciulli corsero
allora, gli uni a svellere le pietre dalle strade e portarle sulle mura,
gli altri ad assestarvi i mangani. Già una volta questo infelice popolo
avea veduta rasa al suolo la sua città, nè volgevano più che sette anni
dacchè i Milanesi l'avevano rifatta più bella di prima. E que' dolci
focolari, quelle superbe torri, quelle venerande chiese sparirebbero di
nuovo dalla faccia della terra? Questo crudele presentimento toglieva il
coraggio dal cuore di tutti, e fra le urla di disperazione udiansi
sclamare:--Sottomettiamoci a condizione che non si dirocchi l'intera
città!
I più bellicosi deploravano di non avere ascoltato gl'inviti che a nome
di Turisendo era venuto a fare Ottolino. Se Tortona si fosse mossa pochi
dì avanti, altre città l'avrebbero forse imitata; ed allora i nemici
assaliti da più punti, non avrebbero avute forze per distruggerla.
Ottolino fu consultato, e rispose:--Poniamoci in sulle difese, e se
l'intento de' nemici è di sterminare la città, moriamo prima che
cedere.--Le parole corsero per tutto il popolo, e questi gridò:--Sì!
sì!--Ma come prima giunsero i Pavesi, un orrendo prorompere
d'imprecazioni e di minaccie fu il massimo sforzo che fece il popolo.
Passato quell'impeto d'ostentazione, appena ebbe udito annunciarsi da un
araldo che l'Imperatore permetteva solo lo smantellamento delle mura e
l'abbassamento delle torri, i più avvisarono doversi cedere, piuttosto
che attrarsi maggiore danno. Fu dimandato giuramento a' Pavesi che non
saccheggerebbero, nè diroccherebbero alcuna abitazione, e questi lo
prestarono. Allora i cittadini abbandonarono le mura, e si raccolsero
ne' loro tetti e ne' loro templi a pregare Dio che la fede fosse tenuta.
Senonchè i capitani pavesi voleano tenerla, ma la turba non obbedì.
Antico odio ed avidità li spinse immantinente al saccheggio. Indi il
fuoco venne appiccato in varie parti della città; e gli oppressi
pensarono, ma troppo tardi a difendersi. Una feroce battaglia empì di
strage le rovine, nè una casa fu salvata. I vinti errando desolati per
le campagne, e volgendo il capo a mirare il luogo ove ieri stava la loro
patria, diceano:--Oh misera Tortona! Milano il cui possente braccio ti
rialzava dalla polvere, ora non è più.
Ottolino fremeva: il suo cuore era straziato dallo spettacolo di tanta
miseria. Non sapendo che farsi e pur desiderando di rivedere Rafaella,
prese le mosse verso Pavia, meditando tristamente sopra i mali onde
ingombra è la terra, e chiedendosi se brillerebbe mai lampo di felicità
per lui.
Dopo lungo cammino annottò, e sopravvenne pioggia dirotta: ond'egli
consigliossi di ricovrare ad un tugurio, ov'anco invitavalo la strana
cosa che era, per quei tempi, l'udir uscir di colà lieti viva e suoni di
strumenti nuncii di festa nuziale. Venne accolto ospitalmente e condotto
in cucina, perchè s'asciugasse e scaldasse al focolare. Ivi la madre
dello sposo gl'imbandì una fetta di polenta di miglio ed un bicchier
d'acqua, giacchè il vino era stato bevuto al povero banchetto di nozze.
Poi la buona donna invitollo a passare nella stalla, ove si ballava ed
ove il cavallo di lui era già allogato in un angolo, accanto alla vacca
ed all'asino. Ottolino ito nella stalla stupì vedendo la pienissima
gioia, cui s'abbandonava quell'innocente brigata; e poich'ebbe salutato
cortesemente la festeggiata coppia, s'assise sopra una panca, fra la
madre dello sposo, ed un vecchietto, nonno della sposa:--E' pare, disse
Ottolino, che le sciagure, onde ogni terra intorno è desolata, siano
state più miti che altrove sul vostro tetto, lo spettacolo della vostra
allegrezza allevia il mio cuore oppresso da lunga mestizia.
--Oh Santissima Vergine! disse la donna. Abbiamo patito la nostra parte
anche noi; e Dio sa come andrà in avvenire! ma finchè ci è dei giovani
sulla terra, che volete ne facciamo? Bisogna pur maritarli.
--Se abbiamo patito! disse il vecchio. Ecco là quella poveraccia di
Maria (accennando la sposa): è tutto ciò che avanza della mia casa. Suo
padre era il mio primogenito. Egli e sei altri figliuoli mi furono
rapiti dalle guerre, e voi vedete come venni trattato io, per aver
tentato di portare vettovaglie a' Milanesi durante l'assedio (e ciò
dicendo traeva di sotto il giubbone un braccio monco). Il mio casolare
fu bruciato, una volta da' ribelli ed un'altra dagl'imperiali. La
moglie, di buona memoria, perì nelle fiamme; e non la ricordo senza
lagrime! ch'era una moglie amorevole e laboriosa e piena di timor di
Dio. La mia comare lo sa. Ed oh! anche la mia comare ha la litania di
dolori. Se sapeste come quegli omicidi, ott'anni sono, le strapparono
dalle braccia il marito e tre figliuoli, e.... Basta. Preghiamo
misericordia a tutti, uccisori ed uccisi. _Il Signore diede, il Signore
tolse e fu fatto come volle il Signore. Sia benedetto il nome suo!_
--Sia benedetto! sclamò Ottolino. Il Signore è mirabile in ogni cosa e
più nell'animosa pazienza che dà ai buoni infelici. Ma forse perchè io
sono meno buono di voi, i mali che incontrai finora m'hanno scorato e
quella pazienza che mi resta è senza gioia!
--Non la mia! non la mia! gridò il vecchio, asciugandosi gli occhi.--Ed
alzatosi dalla panca, corse zoppicando alla nipote, e coll'unica mano
che a lui restava, l'impalmò e disse.--Tu dimentichi il nonno,
figliuola. Tocca a me a far teco il ballonchio. Animo, sonatori!
soffiate in quelle pive, che se non c'è vino, beveremo acqua; e
coraggio!--Tutta la brigata rispose con viva e grida di gioia, e lunghi
schiamazzi di risa seguirono, sicchè Ottolino per simpatia diessi a
ridere anch'egli. La madre dello sposo ridea più forte di Ottolino, e
stringendogli famigliarmente la mano lo guardava, gli mostrava i lazzi
del nonno e raddoppiava lo sghignazzo, e balbettava parole ch'ella non
potea terminare. Ottolino non capiva perchè costei ridesse così
cordialmente, nè che dicesse, e scoppiava anch'egli in risa ognora più
sgangherate. Un tal ridere quando avviene fra molti e si prolunga
qualche tempo, diventa infrenabile, quand'anche niuno sappia donde sia
mosso, ed in appresso tutti sieno stupiti d'aver goduto tanto spasso.
Nelle feste de' contadini quegl'impeti d'allegria poco eleganti ma
benefici, si destano facilmente. Ottolino aveali conosciuti tra i
contadini del suo paese, ed or gli parve d'essere trasportato ne' felici
anni della puerizia. Egli e la vecchia ridendo si dondolavano l'uno più
stranamente dell'altro, si stiracchiavano per le mani, battevano or con
questo or con quel piede la terra, e così, senza accorgersene postisi in
moto di danza, finirono per seguire il vortice de ballerini. E così si
sarebbe continuato chi sa fino a quando, se alcuni non si fossero
accorti che gli sposi non erano più nella stalla; sgombrò così la lieta
brigata; ed Ottolino, contento d'un'altra fetta di polenta e d'un
bicchier d'acqua, andò a dormire sopra il fenile.
La mattina congedossi da' buoni ospiti, e durò fatica a far loro
accettare qualche moneta. Quel tugurio spirava povertà; e nondimeno
tutti v'erano sì gioviali, sì discreti ne' loro desiderii, sì poco
solleciti dell'avvenire! Non è questa la vera saviezza? Piangere un
momento sotto i più aspri colpi della sventura indi riconfortarsi con
innocenti risa, e benedire sempre Iddio nel dolore come nella gioia,
finchè gli piaccia di coronare la nostra pazienza e il nostro amore
cogli eterni guiderdoni che egli promise a tutti i buoni, e più
particolarmente a coloro che molto patirono? Questa sì è vera saviezza;
ed Ottolino, venerandola, sentiasi sollevato.
Egli cavalcava fischiando e cantarellando, e comandava a sè stesso di
voler essere d'indi innanzi come costoro. Ma è più agevole dire--Voglio
esser savio--che essere. Un fermo perenne volere, non s'acquista ad un
tratto; è opera di lunghi sforzi, e vacilla ad ogn'ora, finchè non è
mutato in abitudine. Tornava Ottolino a sospirare e dicea: Que' poveri
contadini almeno fanno in pace i loro matrimonii; rari contro ciò sono
gli ostacoli. Allora tanto e tanto si possono soffrire in pace le
sventure. Ma amare Rafaella e non poterla ottenere! ed essere profugo e
ribelle, mentre essa è alla corte del Principe, contro cui strinsi le
armi! oh questa sì che è sventura importabile. E saperle vicino il
perfido barone di Mozzatorre, che già una volta ardia di rapirla, che
non cesserà d'insidiarla! Eppure vo' rivederla e udire da lei ciò che mi
debba fare di quest'inutile vita che or sì mi pesa, ma che
ridiverrebbemi cara se ella mi dicesse: Ecco una meta; volgila a
quella!--Ma tosto gli si affacciava il certo pericolo, a cui si esponeva
coll'andare dove assai era conosciuto, e dove non altro poteasi
aspettare che il carcere e la morte come fuggitivo e ribelle.
Tra questi contrarii pensieri egli camminava lunghe ore, indeciso del
luogo, a cui dovesse trarre, e stanco della vita. Giunto in una foresta
udì il suono d'una campana, e ricordò la foresta di Staffarda e la
campana del monistero, ov'era stato educato col suo diletto Eriberto, e
tutte le dolcezza d'un'età di speranze carissime, niuna delle quali
s'era verificata. Oh avess'egli potuto cancellare alcuni anni della sua
vita e ritornare a quell'età! Come le soavi reminiscenze attristano ed
incantano l'infelice! Com'egli sente che l'esperienza del mondo non è
altro, se non esperienza di molti mali e di pochi beni!
Seguì il suono della campana e giunse ad un monistero.--Qui mentre le
città cadono, è vera pace! gridò. Benedetto chi seppe apprezzarla fin
dalla gioventù! Benedetto chi non pose, come io, la sua gioia nelle
pugne, ma nel rendere lode a Dio, e pregare per gli sventurati, e
dividere santamente il proprio pane con essi!
Gli parea che il rinunciare quivi, nonchè a tutte le umane fortune, ma
perfino all'amor suo per Rafaella, e finire il resto della vita ignorato
da' popoli e da' principi fosse un sacrifizio che il Cielo domandasse da
lui. Entrò nella foresteria, e postosi a favellare col padre Cellerario,
gli aperse i suoi dolori, e i nuovi suoi desiderii.--Qual frutto coglie
l'uomo quaggiù dai suoi lunghi aneliti? Massimamente quando le città
sono divise, i popoli in guerra tra loro, l'iniquità e la perfidia
trionfano, non è egli prudente consiglio ritrarre il piede da un secolo
si corrotto affine di non restarne insozzato? Me illuso! il quale
credetti essere mia vocazione il combattere per la giustizia, mentre
giustizia nel mondo non può trovarsi, se non fuggendolo e ricovrando
nelle solitudini, e lasciandoti sgozzare appo gli altari da chi ti
assalga, anzichè aumentare il numero delle vittime assumendone vana
difesa. Dove la società umana è tutta disordine e violenza, e gli sforzi
de' migliori non bastano a guarirla, il ritirarsi nella solitudine non
può essere chiamato codardia, ma pietà e saviezza. Chi cammina fra
giacenti feriti che non vogliono rimedio, e si squarciano con furore a
vicenda le piaghe, non è egli pio se si ritrae per almeno non
calpestarli co' suoi piedi? Ovvero colui che per ogni via trova bande
invincibili di masnadieri, è egli vigliacco se retrocede?
Tali erano gli sfoghi, onde Ottolino apriva al monaco il suo animo
esacerbato. Egli narravagli confidentemente la sua storia e godea di
parlare del santo Guglielmo, e degli altri religiosi di Staffarda, e del
suo dolce compagno di studii giovanili, Eriberto, e di Rafaella, da cui
oggimai dividealo intervallo non valicabile.--Oh avess'io prestato fede,
dicea, quando mi si pingeano i mali del mondo e mi si consigliava di non
volerli provare! Sfrenata voglia d'applausi mi faceva anelare alle
battaglie: ed ahi! io son colui che versai nell'anima d'Eriberto la mia
frenesia. Egli più mite, più religioso di me, si sarebbe certamente
consacrato agli altari; ed oggi i suoi parenti lo vedrebbero venire dal
chiostro vicino a confortarli nelle pene della loro vecchiaia, e
benedirebbero lieti Iddio con esso lui. Struggonsi invece nel dolore,
orbi del caro figlio! ed egli langue in carcere lontano! e forse non
mirerà più mai il sole; e se un dì pur riede tra i viventi e muove al
paese nativo, egli piangerà inconsolabile sulla tomba de' genitori,
morti d'affanno per cagion sua! Ah, la mia mente non era, no, di essere
cagione di tali calamità. Ma se ne fui cagione per baldanza e per sete
di vanagloria, adulandomi e chiamando puri i miei voleri, son io perciò
meno reo? Quante volte mio padre, uso ai perigli della guerra ed
invaghito di essi pur confessavami tristamente di non essere senza
rimorsi e di non aver mai conosciuto a che fossero giovate al mondo le
stragi, a cui avea dovuto por mano. Egli esultava talora del guerriero
spirito che in me sorgea; eppure ad un tempo sospirava e diceami:--Tu
sarai felice!--Egli m'avea fatto dirozzare l'intelletto più che non era
dirozzato il suo; non era quindi io in obbligo di giudicare più
rettamente di lui e d'abborrire quel mestiere di fratricida? Oh mio Dio!
illuminami e non imputare a mio padre gli errori miei, ed insegnami a
ripararli, affinchè il suo intento, ch'era di farmi servo a te fedele,
sia coronato, ed ei n'abbia eterno premio da te!--
Il solitario, che prudente uomo era quanto benigno, e a cui non era
quella la prima volta che gl'incontrassero simili cose, ascoltava il
giovine con paterno affetto e si studiava di penetrare colla mente nei
misteri di quell'anima tumultuante. Come Ottolino ebbe compito il suo
racconto, il monaco così prese a parlargli:--Figliuolo, la tua cordiale
confidenza mi commuove, più che non pensi. La parte che avesti alle
guerre ond'Italia è devastata, non è grande, stante i verdi tuoi anni;
ma basta a turbare una coscienza dignitosa ed onesta. Ti compiango e
t'auguro pace. Nondimeno bada che pace è malagevole a rinvenirsi sulla
terra. I monisteri possono darla e la danno di fatti; ma solo a quelli
che vi vengono chiamati da superna ispirazione divina. Or io non
retribuirei la tua schiettezza, se non ti dicessi apertamente che il tuo
repentino mutamento di brame e pensieri, più che da invito del cielo,
muove in te da scoramento per le incorse sciagure e da fallita speranza
d'appagare un amore. Ciò non basta, o figliuolo, all'alto passo, a cui
tu vorresti affidarti. La tua inesperienza non ti fa pensare all'immenso
pericolo che si ha ad obbligarsi a vita angelica cogli affetti e colle
forze di uomo, senza vera vocazione dall'alto. Un tal pericolo cresce
poi oltremisura per chi abbia sortito dalla natura spiriti vivi ed
impazienti, come in te mi rivelano il tuo sguardo e le tue parole. Le
anime ardenti, avvezze ad operare, invano per melanconia o stanchezza
innamoransi del riposo. Dopo alcun tempo tornano ad abborrirlo. Un
bisogno più potente della ragione li concita ad agitare sè e gli altri;
e allora niuna regola monastica è scudo che le francheggi. L'interna
inquietudine proromperà finalmente al di fuori, e potrà traboccarle ad
eccessi più indegni della misericordia di Dio, che non siano gli errori
stessi de' mondani.
--A tempi in cui questa barba, ora canuta, nereggiava come la tua, e
questi occhi semispenti dardeggiavano come i tuoi, io prima d'invaghirmi
degli altari cinsi la spada e la rotai parte ad utile, parte a danno
della giustizia; ma se il danno accadeva, non era voluto da me.
Nondimeno fui trascinato a colpe, o mi parvero tali; e per vergogna e
rimorso mi ritrassi dal mondo. O beate le gioie dell'eremo, pure,
esultanti, divine; ch'io gustai per alcun tempo! Un amico ne partecipava
anche egli con me, ed egli era della mia tempra. E pareaci che il
fervore della nostra mente avesse nello studio della perfezione un campo
sicuro ove esercitarsi tutta la vita, senza possibilità d'errare. Questo
amico--oso appena nominartelo, tant'è ora imprecato da tutti!--è il
famoso Arnaldo da Brescia.
--L'eresiarca! sclamò Ottolino.
--Tu inorridisci, figliuolo, veggendo in me chi si dice amico suo. Odi.
Ei non volgeva in mente eresie, quand'io dapprima lo conobbi. Egli era
divorato da ardente bisogno di operare ed agitarsi; e questo lo disgustò
ben presto dei silenzii e della quiete della contemplazione. Ei disse di
voler viaggiare in traccia della sapienza; ed io che gli aveva posto
molto amore e prevedeva i rischi, a cui il bollente suo spirito andava
incontro, nol volli abbandonare. Passammo in varii cenobii: ma nessuno
contentava il mio amico; tant'egli presumeva di sè medesimo. Visitammo
il santo abbate Bernardo di Chiaravalle; e parve un istante ad Arnaldo
d'essere chiamato ad imitarlo. Nondimeno il desiderio di maggior
dottrina lo allontanò da lui e lo trasse a Parigi alla scuola
dell'illustre Abailardo, ove pure splendeva l'ingegno di Pietro Lombardo
di Novara, detto il _maestro delle sentenze_, ora vescovo di Parigi. Fra
i discepoli d'Abailardo, il più studioso ed ardente era Arnaldo.
Allettato dalle novità del maestro, concepì il disegno di predicare
contro gli abusi che egli diceva di scorgere negli ecclesiastici, e
tutta la sua vita divenne un iracondo apostolato contro la ricchezza del
clero. Io mi adoperava indarno a frenare gl'impeti di quello spirito
irrequieto; la smania che lo invadeva era più potente de' miei consigli.
--Francia, Svizzera ed Italia lo udirono attonite bandir guerra a'
prelati, ed intimare come debito degli uomini di Chiesa l'intero
spogliamento d'ogni possesso. Sì gagliarda tonava la sua facondia, sì
affascinante era l'esempio ch'ei dava di rigida penitenza, sì
strascinante l'autorità ch'egli su molti altri monaci aveva acquistato,
che non poneano in dubbio essere lui mosso da Dio; e quasichè lo scopo
del Vangelo fosse più la _povertà_ che la _carità_, calpestavano questa
per imporre inesorabilmente quella. Il loro delirio era della natura di
quelli, che tanto più sono perigliosi, in quanto che racchiudono qualche
apparenza di vero. Senza dubbio gli abusi della ricchezza degradano il
sacerdozio, e povertà che muova da carità è santa. Ma Arnaldo affogava
questa parte di verità in una moltitudine di proposizioni, altre
esagerate, altre erronee, altre apertamente ereticali. Io me n'avvidi e
gliel dissi. Ei mi respinse dal suo seno trattandomi d'adulatore de'
potenti e d'apostata. Malgrado di ciò io l'amava teneramente. E
trovandomi a Roma, allorchè agli altri assunti, egli unì quello di
suscitare il popolo a governo libero e ribellione dal Papa, lo
scongiurai ancora con lagrime d'aprir gli occhi sul precipizio, al quale
correva. Anche allora mi respinse e non volle quinci appresso nè più
ascoltarmi, nè più vedermi. Fui certo allora della prossima sua ruina,
nè i miei presentimenti fallirono. Dopo varii conflitti delle fazioni
che eransi suscitate in Roma, Arnaldo fu sbandito e costretto a fuggire
in Campania presso un Visconte. Ma Federigo Barbarossa che in quel tempo
veniva in Roma per cingersi la corona imperiale, lo fece prendere e
consegnare al prefetto della città. Il misero fu strangolato e bruciato,
sparse le ceneri al vento. Ecco la miseranda fine dell'improvvido
Arnaldo. Io lo piansi e lo piango ancora; e tengo per fermo essersi
quell'uomo così perduto, perchè nato con forte inclinazione ad agitarsi,
commise l'errore d'abbracciare, senza divina vocazione, lo stato
monastico, nel quale l'irrequieta anima sua non seppe trovare altra
palestra, se non quella in cui s'avventò.
--Vedi dunque, figliuolo, che un tale stato non è da tutti: e l'errore
nell'abbracciarlo, senza chiamata dal cielo, potrebbe essere
irreparabile. Tu pertanto ascolta il mio consiglio: smetti per ora un
tal pensiero ed aspetta da Dio più chiari indizii del suo volere sopra
di te, rimanendo nondimeno presso noi in qualità di semplice ospite. La
santità del luogo e la sua lontananza dai rumori del mondo ti
assicureranno dalle ricerche e dalle offese de' tuoi nemici; ed io mi
studierò di calmare con una santa parola le perturbazioni del
travagliato tuo animo.
Ottolino, convinto dalle ragioni del solitario, lo abbracciò intenerito,
e rimettendosi in tutto alla sua direzione, fermò quivi il suo
soggiorno.