_La pace di Venezia._
Mentre col passare dei giorni più si andava raffermando l'opinione della
morte di Federigo, Federigo comparve ad un tratto in Pavia; ma sotto
divise non sue, senza alcun seguito, sbaldanzito, altamente accorato.
Egli nel totale sbandamento e soqquadro del campo dopo la sconfitta de'
suoi, erasi sforzato invano arrestare i fuggenti e di raggranellarne
intorno a sè una parte almeno, che gli valesse di scorta ad onesta
ritirata. Niuno dava orecchio alle sue parole; ma tutti, imprecando la
guerra e chi si ostinava a volerla, badavano ad assicurare la propria
salvezza. Venuta meno ogni prova, Federigo fu costretto anch'egli a
fuggire, e trovandosi d'ogni parte circondato da nemici, gli fu duopo,
per non cader prigioniero, spogliarsi degli abiti imperiali e
camuffatosi alla meglio, andar errando più giorni per luoghi fuori di
mano, chiedendo per carità un ricovero ed un pane ai pastori e contadini
della campagna. Una tanta umiliazione in quell'animo sì altero e così
sitibondo di gloria avea fatta una impressione profondissima; la quale
crebbe anche più nel trovar, che poi fece, tutta la corte e la
imperatrice stessa in gramaglia. Gli parve a quella vista di ravvisare
un manifesto segnale dell'ira divina; sicchè gli ricorrevano del
continuo alla mente quelle parole del Salmo: _Humiliasti tamquam
vulneratum superbum._ Era sì insistente quella voce, e tanto il terrore
che gl'inspirava, che non potè celarne lo sgomento al vigile occhio
della pia ed affettuosa consorte.
Beatrice, che quanto virtuosa, altrettanto prudente era ed accorta e
niente altro più accesamente bramava che il ravvedimento dello sposo,
intese quello essere il punto da tentare sopra l'animo di lui un colpo
decisivo. Tenne dunque segretamente a consiglio i principali
dell'Impero, che tuttavia si trovavano in corte; e rappresentata loro
l'opportunità delle presenti disposizioni, in breve li ebbe convinti
quel tempo essere acconcissimo per indurre Federigo a tornare
all'ubbidienza della Chiesa. A procacciare poi più efficacemente lo
scopo ottenne da que' Principi una scritta, nella quale dichiaravano che
se l'Imperatore non si rappaciasse col Papa, essi non potevano più
parteggiare per lui con danno sì manifesto della loro coscienza. Ciò
fatto, l'illustre donna raccomandò fervidamente a Dio ed a S. Pietro
l'esito di tanto affare e coltone il destro tenne un giorno a Federigo
questo discorso:
--Imperatore, tu sei conscio di quante lagrime io ho versato, e assai
più ne ho sparse nel mio segreto, dinanzi a Dio per impetrare che tu
uscissi dalla falsa e perigliosa via, per la quale ti sei messo. Ma
quest'oggi io chieggo da te che tu mi ascolti benignamente e non
m'interrompa, finchè io non abbia tutti esposti i miei angosciosi
pensieri. Ti prego inoltre a non isdegnarti se io ti parlerò con quella
libertà, che alla sollecitudine ed all'affetto di sposa è concesso.
Posso io promettermi tanto dal magnanimo ed amoroso Federigo?
L'Imperatore commosso dall'accento ond'ella accompagnava queste parole,
le prese affettuosamente la mano e ponendosela sul cuore: Parla pure, o
Beatrice, le disse; parla liberamente; che io ti ascolterò volentieri,
quand'anche tu non dovessi dirigermi che riprensioni e rampogne.
--Io non dirò nulla, ripigliò l'Imperatrice, che non sia rispettoso, e
che non tenda anzi al restauro e incremento della tua grandezza. Indi
soffermatasi alquanto, quasi per concentrare le proprie idee, così
riprese:--Iddio nel sollevarti, o sposo, all'altezza del trono
imperiale, ebbe tra gli altri suoi disegni quello certamente di
costituire in te il sostenitore dell'ordine civile, e il difenditore
armato della sua Chiesa. Questa ultima dote massimamente costituisce il
distintivo carattere dell'imperatore cristiano. Qual fu l'idea che
presedette alla formazione dell'impero nel Cristianesimo? Tu il sai.
Essa venne espressa da quel Grande, che fu il primo ad essere investito
di tale dignità. L'immortal Carlomagno scriveva in fronte alle sue
leggi: _Carlo Re, per la grazia di Dio, difensor della Chiesa ed umile
aiutatore della Sede apostolica in tutte le cose._ Or mira te e il tuo
regno a fronte di sì sublime concetto. I tuoi popoli vessati da lunga e
crudelissima guerra. Ogni ordine di persone travolto negli errori, che
delle guerre sono inevitabili conseguenze. Da per tutto angherie di
ministri, che da te, occupato nelle armi, poco o nulla vengono vigilati.
L'impero diviso in parti e lacerato da lacrimevole scisma. Le chiese
smunte, oppresse, vedovate dei proprii Pastori. Il capo civile della
repubblica cristiana in aperta ribellione al capo spirituale della
medesima, sotto il peso della degradazione e dell'anatema, costretto a
rivendicar colla spada un'obbedienza, a cui la coscienza de' sudditi non
può prestarsi. Finchè la verace elezione di Alessandro al supremo
pontificato potea sembrarti dubbiosa (se a ragione o a torto io qui non
cerco), tu potevi aver qualche scusa, non fosse altro, al cospetto degli
uomini. Ma ora che la cosa è chiarita e tutto l'orbe cattolico, ad
eccezione di pochi, obbedisce e venera il vero Papa, qual difesa puoi tu
recare in faccia a Dio ed al mondo? Alessandro è riconosciuto dalla
Francia, dall'Inghilterra, dalla Spagna, da molti Principi ancora della
Germania. Guglielmo poi di Sicilia e Manuele di Costantinopoli, non
contenti di prestargli obbedienza, hanno impugnate le armi per
sostenerlo contro di te; e alle armi altresì è ricorsa l'intiera Italia
per la stessa cagione. Tu fidi nel tuo valor militare e nella tua
esperienza nella guerra. Ma non vedi che il cielo con aperti prodigi ti
contrasta? Per ben due volte due potentissimi eserciti, agguerriti,
vittoriosi, invincibili, sono spariti, non si sa come, qual fumo al
vento. Di tre antipapi, opposti al vero Papa, due sono già estinti
miseramente, ed il terzo appena prolunga nell'oscurità e nel disprezzo
universale la sua fellonesca usurpazione. Non sono questi perspicui e
palpabili segni che Dio è contro di te? E ci sarà potenza o consiglio
che possa prevalere in onta di Dio? Che aspetti di più? Guarda; perfino
quei pochi Principi ecclesiastici o secolari, che pur ti erano restati
ligi, apertamente protestano di non potere più innanzi seguirti
nell'apostasia.--E qui gli diè a leggere la scritta, menzionata più
sopra, la quale era del tenore seguente: «Noi, qui sottosegnati, saremo
sempre pronti, secondo le leggi dell'Impero ad obbedirvi, o Sire, in
tutte le cose temporali, e a prestarvi i servigi e l'ossequio che il
sovrano vostro diritto da noi richiede. Ma voi, benchè Sovrano de'
corpi, non siete tuttavia Sovrano altresì delle nostre anime. Noi non
intendiamo di perderle per farvi piacere nè vogliamo più oltre preferire
le cose della terra a quelle del cielo. Dichiariamo dunque alla Maestà
vostra, che noi d'ora innanzi riconosciamo Alessandro per vero Papa
cattolico; e non curveremo più la fronte al vano idolo che avete
innalzato nella persona di Giovanni di Strum. Stante ciò, voi ben
vedete, o Sire, non esserci possibile di rimanere più oltre presso di
voi; finchè voi durate in contumacia di santa Chiesa.» Seguivano le
firme.
Federigo rimase attonito a quella lettura, e di subita ira avvampò. Ma
l'accorta Beatrice fu presta a calmarne con bei modi lo sdegno, e
ripigliò:--Questo franco parlare dei baroni, non dee offenderti, o
Imperatore. Esso è segno di animo nobile e leale, che la tua sapienza
dee anzi apprezzare. Guai a quel Principe i cui ministri e cortigiani a
guisa di vili mancipii non sappiano fare altro che chinare il capo ai
suoi voleri senza osar mai di contraddirgli liberamente, quando la
giustizia o la verità lo richiede. Non vi è Principe più infelice e men
sicuro di questo. Egli non avrà mai intorno a sè veri amici; ma sol
piacentieri interessati ed egoisti, che, dove lor metta conto, lo
tradiranno con la stessa facilità onde prima lo adulavano. Qui poi
trattandosi di coscienza, saresti nonchè ingiusto ma sacrilego a
pretendere di dominarla a tua posta. La stima che vedi fare da' tuoi
Baroni della loro eterna salute, dee anzi esserti di stimolo a vincere
te medesimo con una risoluzione comandata dalla legge divina, dal
proprio onore, dagli stessi tuoi temporali interessi.
Finito un tal discorso, ambidue restarono alquanto in silenzio, finchè
Federigo lo ruppe dicendo con la consueta sua energia ed impeto di
voce:--Ebbene, Imperatrice, io fin d'ora rinunzio allo scisma, e mi
riconcilio a Papa Alessandro; ma non intendo dar pace nè ai Lombardi nè
al Siciliano, nè al Greco.--Son contenta, riprese Beatrice, per ora non
chieggo di più; il resto sarà materia di più maturi consigli. Cerchiamo
da prima il regno di Dio; ogni altra cosa gli terrà dietro. Soltanto
pregoti, o Imperatore, ad attener fedelmente la promessa e presto.--Ciò
detto, rizzaronsi; e Beatrice si ritirò nella proprie stanze a
ringraziare il Dator d'ogni bene; Federico chiamò presso di sè
l'Arcicancelliere dell'impero per ispedire di subito ambasciatori al
Papa.
Questi furono lo stesso Arcicancelliere, Cristiano di Magonza, Wicmano
Arcivescovo di Magdeburgo, Conrado designato Vescovo di Worms, e
Weremondo Protonotario del regno. Partitisi senza dimora essi trovarono
il Papa in Anagni; e con parole di somma devozione e rispetto gli
esposero come l'Imperatore ardentemente desiderava di sottomettersi alla
sua obbedienza e far la pace colla Chiesa e colla città di Roma, e
ricevere l'assoluzione dell'incorsa censura. Gli presentarono poi una
lettera di Beatrice, in cui ella, dopo aver dato sfogo agli affetti di
sua devozione, narrava al S. Padre con filial confidenza l'operato da
lei, e supplicavalo che ad imitazione di quel Dio, di cui sosteneva in
terra le veci, volesse dimenticare ogni offesa ed accogliere con paterna
pietà il prodigo ma convertito figliuolo. Se ad Alessandro riuscisse
consolante una tale novella non è a dire. Egli rispose agli ambasciadori
con termini di singolare benevolenza e scrisse con sommo affetto alla
pia Imperatrice; ma risolutamente protestò che non avrebbe giammai
accettata la sottomissione di Federigo, se questi non dava in pari tempo
la pace a tutti gli alleati della Chiesa e segnatamente ai Lombardi,
all'Imperatore di Costantinopoli, al Re di Sicilia. Gli ambasciadori,
che sapevano la contraria disposizione di animo del Barbarossa fecero
ogni opera per distornare il Pontefice dalla posta condizione; ma
vedendo l'irremovibile volontà di lui sopra tal punto, chiesero d'essere
accompagnati nel loro ritorno da alcuni Cardinali Legati, i quali si
adoperassero in nome del Papa a farvi condiscendere Federigo. Alessandro
assegnò loro i due Cardinali Umbaldo e Raniero; e questi insieme con
gl'inviati si recarono dall'Imperatore, che fuor d'ogni espettazione
trovarono dispostissimo a rappaciarsi eziandio con gli alleati della S.
Sede. Cagione di tal mutazione era stata Beatrice, la quale bel bello lo
avea persuaso a cessare da ogni guerra contra popoli e signori
cristiani, e volgere piuttosto la sua indole bellicosa a combattere
gl'infedeli in Oriente, dove Saladino, divenuto soldano di Egitto e di
Siria, minacciava grandemente il regno di Gerusalemme.
Si stabilì coll'Imperatore un generale convegno tra lui, il Papa, i
rappresentanti della Lega e gli ambasciadori del Re di Sicilia per
fermare i patti della pace e giurarla. Per tal convegno si prescelse la
città di Bologna, a cui poscia per varie ragioni venne sostituita
Venezia.
Grande fu il compiacimento dei Principi sì di Alemagna come d'Italia per
un atto sì desiderato, ed ognuno si affrettava per assistervi di
presenza. Tra questi non poteva mancare il marchese di Saluzzo,
Manfredo, il quale tra i Principi dell'Impero grandeggiava non poco per
autorità e per potenza. Egli volle che tra i minori feudatarii a sè
soggetti, destinati a seguitarlo, venisse Berardo, già divenuto come
dicemmo, signore di Mozzatorre. Ma, anche senza un tale invito, Berardo
sarebbesi offerto da sè per abbracciare più presto il figliuolo
Eriberto, che nella restituzione dei prigionieri d'ambe le partì, da
farsi in Venezia, doveva essere rimesso in libertà. La medesima ragione
invogliava fortemente anche la moglie e la figliuola; e tante furono le
preghiere d'entrambe, che Berardo acconsentì finalmente a condurlesi
seco. Così Rafaella ebbe il contento di andare ancor essa a quella
solennità, a cui oltre l'amore del fratello la sospingeva il desiderio
di rivedere la pia Imperatrice per rinnovarle più pienamente i
rendimenti di grazie.
Frattanto Papa Alessandro partiva da Roma; e dopo essersi recato per
pochi giorni a Benevento, imprendeva il viaggio di mare con sei
Cardinali (giacchè gli altri si erano avviati per terra), accompagnato a
segno di onore da undici grandi galere del Re di Napoli. Accostatosi a
Venezia, vennergli incontro a riceverlo sopra elegantissime barche il
Doge coi membri di quell'illustre Senato, il Patriarca co' suoi Vescovi
suffraganei, i principali cittadini e una moltitudine sterminata di
popolo. Giunti alla città, tutti si ordinarono in solenne processione e
cantando le divine laudi si recarono al magnifico tempio di S. Marco.
Quivi il S. Padre fatta orazione e benedetto il popolo si ritirò nel
palazzo patriarcale. Siccome poi seppe non essere ancora giunti in
Venezia i commissarii della Lega, l'amoroso Pontefice, per rimuovere
ogni ostacolo che fosse sopravvenuto, ed anche per dare ai Lombardi un
solenne attestato della sua benevolenza, invitolli a mandare i loro
rappresentanti in Ferrara, dov'egli si recherebbe per deliberare con
essi intorno alle condizioni della pace. Trasferitosi dunque colà,
accompagnato da gran numero di Cardinali e di Vescovi, non può dirsi a
parole l'entusiasmo, ond'egli venne accolto dal popolo ferrarese e da
tutti i magistrati e baroni delle diverse città lombarde. Il Papa li
convocò il dì appresso nella chiesa dedicata a S. Giorgio, e tenne loro
questo sermone: «Voi sapete, o cari miei figli, la persecuzione che la
Chiesa ha sofferto da parte dell'Imperatore, che dovea proteggerla. Voi
sapete quanti danni l'autorità della Chiesa romana ne ha ritratto.
Imperocchè i peccati restavano in gran parte impuniti e i sacri canoni
senza esecuzione; per nulla dire della distruzion delle chiese e dei
monasteri, dei saccheggi, degl'incendii, delle uccisioni e dei delitti
d'ogni maniera. Dio ha permesso questi mali; ma infine Egli ha
rabbonacciata la tempesta, e volto il cuore dell'Imperatore a chieder la
pace. È questo un miracolo della divina potenza. Imperocchè chi avrebbe
pensato che un Vecchio Sacerdote ed inerme potesse resistere al furore
teutonico e vincere senza combattere un Imperador sì possente? Ma ognuno
intende che è impossibile guerreggiar contra Dio. Ora avendoci Federigo
chiesta la pace, escludendone voi, noi considerando la devozione e il
coraggio, onde voi avete combattuto per la Chiesa e per l'Italia, non
abbiamo voluto accettarla senza di voi; affinchè come voi avete
partecipato con noi della tribolazione, così partecipiate ancora con noi
della gioia. È questa la ragione, per la quale noi, senza aver riguardo
nè alla nostra dignità nè alla nostra vecchiezza, ci siamo esposti al
mare e ai pericoli d'un lungo viaggio per venire a deliberare con voi se
dobbiamo o no accettare la pace che ci viene offerta.»
I rappresentanti della lega, vivamente commossi da tanta degnazione,
risposero di comune accordo per bocca d'uno dei loro capi. «Venerando
Padre e Signore, tutta l'Italia si getta ai vostri piedi per rendervi
grazie e testimoniarvi la sua letizia per l'onore che voi fate ai vostri
sudditi di venire a loro, affine di cercare e rimenare all'ovile le
pecorelle smarrite. Noi conosciamo per propria esperienza la
persecuzione che Federigo ha fatta alla Chiesa ed a Voi. Noi siamo stati
i primi ad opporci al suo furore ed impedire che egli distruggesse
l'Italia ed opprimesse la libertà della Chiesa; e per una causa sì santa
noi non abbiamo perdonato nè a spese, nè a travagli, nè a perdite, nè a
pericoli. Per ciò, venerando Padre, è conveniente che voi non accettiate
pace senza di noi; siccome noi l'abbiamo più volte ricusata, perchè ci
veniva offerta senza di Voi. Pel resto noi siamo ben contenti di far
pace coll'Imperatore, al quale noi non ricuseremo nessuna delle sue
antiche ragioni sopra l'Italia; purchè sieno salvi i diritti che noi
abbiamo ereditato dai nostri maggiori. Quanto al Re di Sicilia, noi
approviamo che sia anch'egli compreso in questo trattato, perciocchè
egli è un Principe che ama la pace e la giustizia. I nostri viaggiatori
lo sanno per esperienza, giacchè vi ha più sicurezza nei boschi di quel
reame che non nelle città degli altri Stati.»
Romualdo Arcivescovo di Salerno e personalmente presente a quel
consesso, ci ha nella sua cronaca conservato questi particolari.
Saputosi da Federigo come il Papa trovavasi a Ferrara in uno coi
rappresentanti della Lega e cogli ambasciatori del Re di Sicilia, inviò
colà suoi plenipotenziarii per conchiudere definitivamente le condizioni
della pace, da giurarsi poi da lui e da tutti in Venezia. Terminate le
conferenze, il Papa, con tutta quell'adunanza si restituì alla città
reina dell'Adriatico; dove in breve recossi eziandio l'Imperatore, con
gran seguito di Principi e Signori alemanni. Il giorno appresso del suo
arrivo il Papa gl'inviò sei Cardinali, acciocchè ricevessero dalle sue
mani per iscritto la rinunzia allo scisma, e la professione di
obbedienza a lui ed a' suoi legittimi successori nella cattedra di S.
Pietro, e in conseguenza di ciò lo assolvessero dalla scomunica. Lo
stesso dovea farsi coi Prelati e Signori del suo seguito. Compiuto tutto
ciò appuntino, il Doge di Venezia con gran moltitudine del Clero e del
popolo andò a prendere l'Imperatore e processionalmente lo condusse alla
chiesa di S. Marco, dove il Papa attendevalo. Federigo appena giunto
alla presenza di Lui gittò via dalle spalle l'imperiale paludamento e
prostesosi boccone a terra baciò reverentemente i piedi a sua Santità,
implorando supplichevolmente perdono e benedizione. Il Papa, commosso
fino alle lagrime, si piegò amorevolmente sopra di lui, lo benedisse con
grande affetto, e sollevandolo da terra lo abbracciò e lo baciò in
bocca. A tal vista un impeto di gioia invase tutti gli astanti, e
Alemanni e Italiani, grandi e popolo, proruppero in alto grido di
giubilo. Da ultimo il Papa, fattosi all'altare, intonò il solenne inno
di grazie al Signore.
Per più giorni durarono le pubbliche feste nella città con addobbi e
luminarie e giuochi e conviti; le quali feste si raddoppiarono il giorno
del giuramento della conchiusa pace. Radunatisi pertanto nella gran sala
del palazzo patriarcale, il Papa col Sacro Collegio, l'Imperatore,
l'Imperatrice, i Principi, i Commissarii della Lega lombarda e gli
Ambasciadori del Re di Sicilia; il Papa fece una breve allocuzione,
relativa a quel fatto, ricordando i beneficii della pace e commendando
altamente la virtù e la prudenza dell'Imperatrice, a cui dopo Dio, essa
dovevasi. L'illustre donna, verso cui tosto si rivolsero gli occhi di
tutti, si tinse il viso di modesto rossore ed avvallò dignitosamente gli
sguardi. All'allocuzione papale seguì un discorso dell'Imperatore, dove
egli confessando i suoi passati errori, rendeva grazie a Dio d'avernelo
ritratto, e prometteva per ammenda d'andare a guerreggiare in Terra
Santa, e protestava di rendere piena pace ai Lombardi e al Re di
Sicilia. Tutti acclamarono con festevoli grida, e presentati poscia da'
chierici i santi Evangelii e le reliquie della vera croce, l'Imperatore
pel primo, e quindi i Principi e i Commissarii delle parti contraenti
giurarono d'osservare fedelmente il trattato.
La grandezza di questi avvenimenti, qui piuttosto accennati che narrati,
ci avevano quasi fatto dimenticar Rafaella. Ma essi non erano estranei
per lei; anzi meravigliosamente s'intrecciavano con le sue avventure.
Riavuto il fratello, cui fuor d'ogni credere trovò florido e lieto, ella
pensava d'aver tocco il limite d'ogni sua contentezza. Ma Iddio le
serbava un altro benefizio, tanto più giocondo quanto meno da lei
immaginato. Il dì che il Papa tornava da Ferrara, accompagnato dai
magistrati e rappresentanti delle città lombarde, Rafaella insieme colla
madre stavasi a una finestra del Doge mirando quel non più veduto
spettacolo, e un ufficiale di corte le veniva indicando e spiegando i
singoli personaggi.--Osservate, madamigella; quelli che immediatamente
seguono il corteggio papale, sono i Messi di Federigo Imperatore. Son
tutti alemanni ed appartengono alle prime dignità dell'Impero. I due che
vengono dopo, l'uno ecclesiastico, l'altro secolare, sono gli
Ambasciadori del Re di Sicilia, Romualdo Arcivescovo di Salerno, e
Ruggiero conte di Andria. Da ultimo vedete i Commissarii della Lega
scelti tra i consoli e i magistrati delle diverse città. Hanno varie
divise secondo la patria a cui appartengono. Questi sono Milanesi,
questi di Cremona, questi altri di Treviso, quelli di Bergamo.--Rafaella
osservava attentamente tutto e tutti, quando tra i consoli di Milano le
parve vederne uno che al volto e agli atti si rassomigliava pienamente
ad Ottolino. Trasalì a quella vista, e un gelido tremore le corse per le
ossa. La madre che s'accorse di quella veemente ed improvvisa
turbazione:--Che hai, figliuola, le disse, tu se' fatta pallida e quasi
convulsa!--Vedi, mamma, rispose Rafaella, guarda quel terzo da parte
destra, che ha la piuma nera al berretto e la cintura turchina ai
fianchi, non sembra egli proprio Ottolino?--La buona vecchia aguzzando
gli sguardi restava anch'ella meravigliata della totale rassomiglianza;
ma non sospettando a pezza dell'identità di persona:--Veh, esclamava,
coincidenza di fattezze e di movimenti! lo diresti gemello; se nonchè
questi ha il volto più abbronzato.--Mamma, ripigliava Rafaella, a cui il
cuore batteva in petto oltre l'usato, chi sa che non sia desso.--Che di'
tu mai, figliuola mia, Ottolino! di cui non si è saputo più nulla, e che
certo sarà a quest'ora in paradiso, giacchè era pio giovine, e Dio
certamente gli avrà usata misericordia. E poi che avrebbe a far egli coi
Milanesi e molto più coi Consoli! Egli era un semplice arimanno di
Saluzzo.--E che possiamo noi sapere, o mamma, delle vicende di questo
mondo! Chi avrebbe mai predetto che io prigione in Mozzatorre vi sarei
stata poi in qualità di signora! Non potrebbe ad Ottolino essere
accaduto qualche cosa di somigliante?--E non ne sarebbe trapelato
qualche sentore infine a noi? disse la madre: Rafaella, non fare che
l'antico affetto t'illuda.
Ma l'antico affetto non la illudeva; imperocchè veramente quegli era
Ottolino, decorato dai Milanesi della loro cittadinanza ed ascritto tra'
consoli in guiderdone del fatto egregio nella battaglia di Legnano. Egli
veniva con gran desiderio in Venezia sì perchè sapeva d'avervi a
rivedere Eriberto, e sì perchè sperava d'incontrarvi inoltre Berardo
alla corte del Marchese Manfredo. Qual fu la sua sorpresa, quando udì
che oltre a Berardo, eravi eziandio la figliuola! Esultò di gioia; e
come prima gli fu concesso, corse subito all'albergo, dove gli fu detto
che dimorava Berardo. Ognuno può immaginare le allegrezze che tutti i
membri di quella famiglia fecero al vederlo, quasi redivivo e tornato
dall'altro mondo. Egli altresì non capiva in sè medesimo dalla letizia,
nè sapeva saziarsi di stare con essi; e ogni dì era a visitarli e
intrattenerli piacevolmente col racconto delle sue avventure, ed a
vicenda facevasi narrare da Eriberto e da Rafaella le loro. Così
passarono tutti quei giorni, che precedettero la ratificazion della
pace; ed Ottolino sembrava quasi divenuto un secondo figliuolo di
Berardo; tant'era la confidenza e l'affetto, con che egli veniva
trattato.
È facile indovinare se in quel bollente animo si ridestasse l'antica
fiamma. Nondimeno egli non osava palesarsi, sì perchè non sapeva quali
fossero le disposizioni di Berardo, e sì perchè avea concepito gran
desiderio di seguitare l'Imperatore nell'impresa d'Oriente a difesa di
Terra Santa. Senonchè la pia Imperatrice, che appena seppe di lui avea
voluto vederlo e spesso lo chiamava in corte, un dì fe cadere il
discorso sopra Rafaella e sopra la necessità di dover omai darle stato;
e come dal mutamento di colore e dall'agitazione degli atti si accorse
degli interni affetti del giovane, apertamente il dimandò se egli a
riguardo della donzella era quel medesimo che fu un tempo, giacchè a lei
tutto era noto. Ottolino, affidato da tanta benignità di quell'eccelsa
Signora, interamente le confessò l'animo suo. Le espose come egli
veramente per Rafaella non era in nulla diverso, ma che il desiderio di
seguitar Federigo nella crociata contro gl'infedeli, e il timore non
forse la mutata condizione di Berardo fosse ostacolo a contrarre con lui
parentado lo facevano star titubante. Beatrice risposegli che, quanto
all'andata in Palestina essa non potea eseguirsi se non dopo qualche
anno, essendo indispensabile dar prima assettamento alle cose
dell'Impero e far gli apparecchi di guerra; nè potea venirle ostacolo
dalle nozze con Rafaella, la quale, pia come era, sarebbe stata anzi
lieta di quella virtuosa risoluzione dello sposo. Quanto poi alla
disparità di condizione, già egli, console milanese, non la cedea gran
fatto al feudatario di picciol castello; ed oltre a ciò ella sarebbe
stata presta a sollevarlo a grado più alto, se il Marchese Manfredo non
l'avesse prevenuta. Conciossiachè questi ammirato del valore di
Ottolino, avea già mosse pratiche presso la magistratura di Milano per
riavere l'antico suo suddito, affine di proporlo al comando generale di
tutte le schiere della sua signoria. Ottolino fu oltremodo lieto a udir
tali cose; giacchè gli frugava l'anima eziandio la brama di tornare al
luogo nativo e rivedere i parenti e gli amici. Il perchè rendute
all'augusta Imperatrice le maggiori grazie che per lui si potessero,
tutto si commise nelle sue mani. La magnanima donna, accertatasi prima
dei sentimenti eziandio di Rafaella, chiamò a se Berardo e manifestogli
ogni cosa, con estremo contento di lui. Il perchè, iniziate e conchiuse
in poco tempo le trattative, l'Imperatrice ebbe la soddisfazione di
potere prima del suo ritorno in Germania, assistere ella stessa agli
sponsali, decorandoli di ricchi doni.