CAPO V.

_La Resa._

I Milanesi dimandavano pace, e per ottenerla proponeano di spianare in

sei luoghi le mura e le fosse della città. Ma Federigo volle che

s'arrendessero a discrezione: di che gl'infelici, per evitar peggio,

consentirono.

Era il primo giorno di Marzo, quando si videro quei consoli di Milano,

che poco prima aveano giurato d'anteporre la morte alla resa, Ottone

Visconte, Amizone da Porta Romana, Anselmo da Mandello, Anselmo

dall'Orto ed altri gagliardi, illustrati da numerose prodezze, sostenere

le urla ed i fischi di mille caterve nemiche, insolenti pel buon

successo, e così traversare un immenso campo sino alle diroccate mura

della vecchia Lodi, ove l'Imperatore seduto sopr'alto trono accennava

loro d'inginocchiarsi sulle macerie della città da essi distrutta. E si

videro obbedire al cenno, ed abbassare la punta delle spade, e spargere

lagrime, non di pentimento ma d'ira impossente.

Dopo d'avere udito poi da Federigo il comando di rassegnargli il giorno

dopo le bandiere e rimettergli le chiavi della città, i consoli

ripartirono tra le stesse urla e gli stessi fischi con che erano stati

accompagnati nel venire. Sarebbero stati messi in pezzi dalle turbe, se

non li avessero scortati e difesi alcuni dei sommi, come Arrigo il Leone

Duca di Sassonia e di Baviera, Federico Duca di Svevia, il marchese di

Monferrato e quello di Saluzzo. La mattina seguente, vennero trecento

nobili Milanesi a cavallo colle bandiere e colle chiavi della città.

L'imperatore ricevette il loro omaggio, quasi senza badarvi, e lasciolli

l'intero giorno in aspettazione de' suoi voleri. A sera, rivedendoli,

chiese loro con ira, perchè non fossero venuti col carroccio. Tornarono

dunque la mattina seguente con mille fanti e col carroccio, e tutti

giurarono obbedienza.

Federico tenne ostaggi i trecento nobili, ma si lagnò che fossero pochi,

e ne volle altri cento. Allora mandò sei suoi ragguardevoli personaggi,

e sei Lombardi nella città a chiedere il giuramento di obbedienza

all'intero popolo. Tra i primi notavasi lo storico Ottone Vescovo di

Frisinga, zio dell'Imperatore; fra i secondi un altro storico Acerbo

Morena, Lodigiano, allora podestà della sua patria. V'era pur

quell'Albernando Alamano, e quel maestro Omobuono ambedue Lodigiani, i

quali erano stati i funesti sommovitori di questa orribile guerra, e la

cagione dello sterminio di tante città. Perocchè trovandosi essi, nove

anni addietro, in Costanza, presero la determinazione, senza averne

alcuno incarico dalle loro città, di gettarsi a piè del trono con due

grosse croci di legno in mano, secondo l'uso de' supplici di quel tempo,

e con eloquente dolore chiedere vendetta a nome di Lodi e di tutti i

vicini popoli tiranneggiati dai Milanesi.

L'Imperatore andò poi a Pavia, e quando i dodici inviati ritornarono di

Milano, e gli esposero il miserevole stato, in cui la fame avea ridotti

i Milanesi e la fiducia che aveasi nella clemenza dell'augusto

vincitore: «Niuno interceda!» sclamò con voce cupa; e tutti si tacquero.

La fama di questa fiera risposta corse in breve per tutte le itale

schiere. La maggior parte di esse alzarono grida orrende di giubilo,

lodando Dio e l'imperatore, che finalmente la città superba che sì a

lungo avea oppresse le altre, sparisse dalla superficie della terra. In

quelle medesime schiere però molti generosi abborrivano da gioia sì

crudele, e gridavano: «Imploriamo misericordia pei vinti!» Ma altri

udendo le loro pietose grida, li chiamavano inverecondi, che osavano

d'opporsi alla soddisfazione dovuta alle care ombre degli estinti, e

alle generazioni viventi e future. Rinfacciavano loro che, avendo essi

consanguinei ed amici in Milano preferissero gli affetti privati

all'amore di patria. Seguiva alle contumelie il mischiarsi delle lance e

delle spade, sì che il tumulto ne cresceva a dismisura.

Eriberto ed Ottolino aveano comando dal Duca Guelfo d'adoperarsi

anch'essi a calmare gli spiriti, ma con cautela, per non mostrarsi

troppo caldi contro la fazione de' feroci che era gradita

all'Imperatore, sì che chi le si fosse mostrato troppo avverso avrebbe

potuto perdere sè senza salvare i Milanesi. Il timore per la propria

vita poco avrebbe potuto sopra menti così generose; ma si frenarono,

perchè sapeano che il Duca era già sospetto e che una loro imprudenza

avrebbe potuto da' maligni attribuirsi al loro signore. Per lungo tempo

s'aggirarono dunque di qua e di là, fedeli al proposito di sedare i

furenti senza manifestarsi nè pro nè contro, e solo ripetendo spesso che

le discordie erano disonorevoli ai Lombardi, e vietate dal monarca.

Ma dove immense moltitudini sono in agitazione, una consumata esperienza

sarebbe appena capace di mantenere alcuno in costante guardia de'

proprii sentimenti: or come mai teste giovanili avrebbero potuto

resistere al contagio di tale tumulto? Non è dunque a stupire che

Eriberto, udendo le imprecazioni de' crudeli contro Milano, fosse ogni

momento in procinto d'inveire contro loro: ed allora Ottolino

s'affrettava di contenerlo, ricordandogli il Duca. Quando poi Ottolino

perdea alla sua volta la pazienza, e spronava il cavallo su qualche

gruppo di quegli ebbri, Eriberto afferrava la briglia e scongiurava

l'amico di non rompere la promessa. Se non che mentre ciascuno esortava

valentemente l'amico a senile saviezza, il sangue quadrilustre, che

bollia nelle vene, più e più li concitava per proprio conto. Ecco

s'imbattono nella schiera lodigiana, guidata dal fanatico Albernando

Alamano. Questa veniva allora alle mani con uno stuolo d'altri Lombardi

di varie città, i quali voleano salvi i milanesi. I due giovani volevano

passare di fianco a' pugnanti, e allontanarsi, poichè vana qui sarebbe

stata ogni voce di pacificazione. Ma come videro Albernando insolentire

contro gli avversarii, e piantare barbaramente la spada nel petto di

venerando vecchio, il quale inerme procurava di disarmarlo; subito

proruppero sul forsennato, e lo respinsero, e prendendo a combattere

contro i Lodigiani, si lasciarono fuggire dalla bocca un altissimo

grido: «Perdono ai Milanesi, a terra i feroci!»

Questi erano sostenuti con gagliardia dal Marchese di Monferrato uomo

cresciuto nelle crudeltà e nelle perfidie, e da quel Sicherio, illustre

Barone tedesco, il quale nel principio del Regno di Federico, essendo

venuto a Milano, intimator di esorbitanze, era stato di là

ignominiosamente scacciato. Costoro invadono le tende ove custodiansi i

prigioni milanesi, e le incendiano: i miseri, cinti di catene e

senz'armi, cadeano sgozzati come agnelli da rabidi lupi. Il conte Guido

di Biandrate accorse con numeroso stuolo ov'erano i due Saluzzesi. Il

Marchese di Monferrato restò leggermente ferito: Sicherio fu ucciso: i

loro seguaci lungamente respinti. Un dardo colpì gravemente il conte di

Biandrate il quale cadde di cavallo.

La strage divenne quinci e quindi sì estesa e terribile, che il

Barbarossa, il quale dall'alto di una torre mirava il campo, se ne sentì

spaventato, e intimò alle altre sue schiere di muovere tutte sugli

insani e di separarli. Il dì tramontava e le tenebre agevolarono la fine

della pugna.

Mentre in mezzo a tale sanguinosa scena Ottolino ed Eriberto tentavano

di difendere uno de' prigioni, essi intesero che egli era Berengario da

Sant'Ambrogio. I due giovani già aveano saputa da Guglielmo la dolente

storia di Rafaella, e perciò stesso più ardeano d'ira contro coloro che

voleano sterminata la città. Ma oh quanto più infierirono loro contro

quando il prigione, da loro indarno difeso, disse loro, prima di

spirare, che difficilmente Rafaella poteva essere ancora tra i vivi.

Giacchè il popolo di Milano, ne' giorni in cui fu spinto dalla fame a

volere la resa, s'era gettato a saccheggiare e disfare alcune case, in

cui sospettava celarsi le vettovaglie; e fra le case saccheggiate

annoveravasi quella di Berengario. In tale disastro Rafaella, per

difendere la vita di Alberta sua benefattrice, avea ricevuto un colpo di

coltello sotto il braccio sinistro. Berengario la vide cadere, ma

pugnando si ara scostato dalle due donne, e la casa essendo stata

diroccata, egli le perdette di vista nè più le potè rinvenire. Allora

egli bramoso di morire o di rivedere i suoi figli ch'erano prigioni del

nemico, si unì ad alcuni audaci, che tentarono una sortita, e fu in

quella fatto prigione. Di questo lamentevole caso i giovani provarono

infinito dolore, e se n'accrebbe a mille doppi la loro ira: el che

incontratisi poco dopo, per mala ventura, con Villigiso che aizzava i

furibondi, lo investirono, lo colmarono di vituperii e lo misero in

fuga.

L'Abate Guglielmo, anche prima d'accorgersi che la discordia potesse

divenire sì atroce, appena questa fu in sul nascere, era corso fra gli

accaniti sperando di ricomporli. La sua alta statura, la fronte calva,

la barba canuta, i modi venerandi, la voce nobilmente supplichevole

incuteano riverenza; ma in breve lo scompiglio fu tale che Guglielmo ed

Uguccione furono, senza distinzione, balestrati qua e là dalle

prepotenti onde del generale movimento, senza che più alcuno s'avvedesse

di loro. Niun urto poteva dividerli: giacchè il povero Uguccione aveva

afferrata la veste dell'abate come un naufrago che, non sapendo nuotare,

si appicca tenacemente a chi gli nuota d'appresso per essere da lui

salvato o per perire con esso lui. Portati così dall'onda popolare, si

trovarono vicini al conte di Biandrate, quando questi cadde sanguinoso

di cavallo. Manfredo, ch'era poco lontano, si slanciò allora a

soccorrerlo, e potè così recar aiuto nello stesso tempo anche ai due

monaci. Il molto sangue che Guido perdea, rendeva verosimile la sua

morte. Egli non avvilito nè turbato, ma con sincera pietà stringea la

mano di Guglielmo, e si raccomandava alle sue preghiere ed a quelle del

suo compagno mentre era portato verso la città.

Federico lo scorse dalla sua torre e non ravvisandolo, ma parendogli uno

de' sommi capi, mandò a vedere chi fosse. E udito il suo nome, volle che

fosse portato presso di sè per mostrargli il pregio in cui lo teneva.

Giacchè fra i capitani italiani, Guido era tra quelli a cui l'imperatore

portava maggiore benevolenza.

Curata la ferita da un valente Salernitano, primo medico di Federigo,

l'infermo confortato dal riposo e dai farmachi, ripigliò forza bastante

a tener colloquio coll'imperatore. Guglielmo stava allora per ritirarsi,

quando questi, udendo ch'egli era l'abate di Staffarda, gli disse:

--La vostra presenza non è soverchia alla mia corte. So che il santo

fondatore di Chiaravalle vi fu maestro, e niuno de' suoi discepoli s'è

mai mostrato partigiano de' ribelli. Inoltre il vostro aspetto mi

ricorda il buon Ubaldo Vescovo d'Agobbio.--L'abate di Staffarda

s'inchinò e gli disse:

--Felice me, se avessi come Ubaldo la sorte di trattenere le folgori de'

potenti adirati.

Ma non erano più i tempi del Vescovo d'Agobbio. Dalla guerra di Spoleto

in poi, il cuore del superbo s'era molto indurato. Corrucciato questi

dalla significante allusione di Guglielmo, guardollo torvo da capo a

piedi, e forse era tentato di rampognarlo d'arroganza, ma il contegno

dell'abate era sì modesto e nobile, che Federigo mirandolo tornò a

compiacersene, e gli disse benignamente di non pensare ad altro che

all'infermo.

Guglielmo e frate Uguccione si fecero dunque presso il letto

dell'infermo mentre l'Imperatore, trattosi altrove col Conte palatino,

Corrado suo fratello, col Re di Boemia, con Manfredo di Saluzzo, Obizzo

da Este e altri, si diede con esso loro a favellare de' tumulti di quel

giorno e della sorte di Milano.

Venne allora annunziato l'antipapa Vittore IV, e l'imperatore mosse a

riceverlo nella vicina sala.

--Io vi credevo in cammino per Roma, gli disse questi.

--Nè la Maestà Vostra mal s'apponeva, rispose l'antipapa; ma le vie sono

impraticabili, a cagione dei masnadieri.

--O piuttosto avrebbevi fatto retrocedere la voglia di godere anche voi

dello spettacolo terribile che appresto?

--Quale spettacolo?

--Quello che voi desiderate: la distruzione di Milano.

--Ciò che io desidero ben lo sa il nostro augusto figliuolo; io non

ambisco che la distruzione dello scisma cagionato da Alessandro. E ove

ciò possa conseguirsi senza che Milano perisca, io sono anzi venuto per

implorare sul vinto la misericordia del vincitore.

--Papa Vittore, voi implorate così trepidamente, che quasi pare abbiate

paura d'essere esaudito. Ma non abbiate timore. Alla brama espressa dal

prudente labbro, non concederò nulla: ma tutto concederò alla brama onde

palpita segretamente il vostro cuore.

--L'Augusto Federigo pone lo scherzo là dove io parlo seriamente.

--Bene, Papa Vittore! bene! La vostra accortezza mi piace. Far dire che

siete venuto ad intercedere pei vostri nemici è degno di lode. La fama

della vostra paterna carità si spargerà dappertutto; i popoli vi

benediranno; e ciò varrà più assai d'un concilio per dichiararvi

successore legittimo di S. Pietro. Ma ciò basti. Qui, come vedete, siamo

tutti tali da poterci parlare senza visiera.

L'antipapa guardò bene intorno, poi si lasciò sfuggire un mezzo sorriso.

Tuttavia non volle che alcuno potesse accusarlo d'aver consentito allo

sterminio di Milano, e mettendo un profondo sospiro sclamò:

--Misera città! avrei dato me stesso per redimerti! Ma sia fatta la

volontà del Cielo.

--E sarà fatta (disse l'Imperatore) come fu fatta da Tito sulla reproba

Gerusalemme.

Udiva Guglielmo dalla vicina stanza questi discorsi, e sdegnavasi della

viltà dell'antipapa i cui freddi inviti alla clemenza pareano anzi fatti

ad arte per maggiormente accendere l'ira del monarca. Udiva l'andare e

il venire dei principi, che riferivano all'Imperatore l'operato da loro

e da altri nelle agitazioni di quel giorno. Parlavasi spesso di Guelfo

con detti tronchi, o misteriosi. Finalmente l'Imperatore, preso sotto il

braccio l'Arcivescovo cancelliere, s'appartò presso l'uscio. Indi

entrarono nella stanza del malato, e senza badare ad alcuno, si diedero

a passeggiare, parlando sottovoce. Pareva che si trattasse ancora di

Guelfo. Rinaldo avea sembianza d'adoprarsi a rasserenare il suo Signore.

Questi disse.

--Basta, non si cessi di vigilare. Guai a lui, se... guai!.... Il sangue

che corre nelle sue vene nol salverebbe.--Poi soggiunse:--Quanto ai

facinorosi arrestati, non si miri alla condizione d'alcuno; s'impicchino

tutti domani.

L'astuto ministro gli fece notare che il ritardo della loro morte potea

giovare. Molti di loro farebbero forse importanti rivelazioni per aver

salva la vita.

--È vero, disse Federigo. Dunque si serbino i più notevoli; e tosto

s'impicchi ciò che sembra inutile.

--Questo non è paese per me (pensava modestamente frate Uguccione) se

qui s'impicca ciò che sembra inutile. E chi più inutile di me fra questi

grandi che non mi dicono una parola? Chi più inutile di me a questo

letto, ove l'illustre gemebondo non ha parola se non per l'abate, e si

cura di me, come se non ci fossi?

Intanto Federigo e Rinaldo erano nella sala, e venutovi il sire di

Mozzatorre, Guglielmo l'intese dipingere con nerissimi colori il

procedere d'Eriberto e d'Ottolino, e chiamarli autori principali

dell'accaduto conflitto e dire che aveali fatti carcerare.

--Bravo il mio Villigiso! disse l'Imperatore: fa che svelino tutte le

trame che si nascondono sotto questo fatto. Ma poco dopo apparve con

faccia irata il Duca Guelfo, cui tutti salutarono con apparente

serenità. «Vi prego, cugino, egli disse all'Imperatore, di farmi rendere

due guerrieri, miei famigliari, che vennero per isbaglio sostenuti in

carcere. Ve ne rispondo io.»

Federigo gli rispose con cortese sorriso:

--Non vi dispiaccia, Duca, ch'io m'informi prima della cagione di questo

carceramento. Se saranno innocenti, vi farò dare ampia soddisfazione.

Questo rifiuto dolse assai al Duca. Il quale nondimeno giunto presso il

letto, e presa la mano di Guido, si condolse con parole dolcissime della

ferita da lui ricevuta, e parve non avere al mondo altra sollecitudine.

Frate Uguccione trasecolava, udendo parlare con tanta soavità, dopo

averlo veduto entrare con faccia da basilisco.--Se non temessi di far

giudizio temerario (pensava egli) direi che in queste pareti v'è poca

carità e molta finzione.

Stupiva pure che l'Abate paresse non accorgersi di nulla e favellasse

con ilarità di varie cose indifferenti. Parea ad Uguccione che sarebbe

stato meglio il dimenticare ogn'altro interesse, e parlare subito della

povera città di Milano. Quella leggerezza lo scandolezzava, ignorando,

come semplice ch'egli era, che in certi tempi e in certi luoghi conviene

mostrare leggerezza, affinchè gli animi si tastino prima l'un

coll'altro, innanzi di manifestare il fine per cui si è venuto. Così

facea Guglielmo; studiava i moti del volto di Guelfo, il suono della

voce, gli sguardi e lasciava che altri facesse lo stesso sopra di lui.

Ma approfittando poi d'un istante di romore che faceasi nella

sala per la venuta dell'Imperatrice, l'Abate disse sottovoce a

Guelfo:--Adopratevi, duca, ma con tutta prudenza per salvare que' due

Saluzzesi; essi mi stanno molto a cuore!

Guelfo strinse all'Abate la mano e risalutato l'infermo, passò nella

sala ad ossequiare l'augusta Beatrice.

Ella dicea, con affettuoso sorriso, all'Imperatore:

--Vostra Maestà quest'oggi mi sfugge, ma io sono ardita e vi perseguito.

So che Federigo è un cavaliere, a cui una dama può ricorrere, senza

timore di venire respinta.

Federigo pregiavasi infatti d'essere il modello dei cavalieri. Inoltre

amava teneramente la sua sposa. Le porse dunque la mano, e facendola

sedere le disse:

--M'è dolce fuggire, se ciò muove la mia signora a cercarmi.

E allora l'egregia donna, con ragionamenti pieni di senno e di grazia,

cominciò a perorare a favore dei vinti, e a dipingere in nobilissima

guisa la gloria che rifulge sulla corona de' sovrani clementi. Ella

scusava o fingea di scusare lo sterminio d'altre città, dicendo che

senza dubbio quel rigore era stato necessario per umiliare l'insolenza

de' ribelli. Ma soggiungea, che ora quell'insolenza era atterrata, e che

l'eccidio di Milano avrebbe tutta l'odiosità d'una vendetta non

cristiana.

Abilissima poi, com'è proprio delle donne, a commuovere con viva

rappresentazione delle cose, ella mostrava tutti i lagrimevoli errori

d'una tale barbarie, i molti innocenti che sarebbero colpiti co' rei,

l'esacerbazione di questi e di quelli: esacerbazione pericolosa, forse

fatale, forse aiutata da prodigi del Dio di misericordia: se la

misericordia fosse spenta nell'uomo.

Federigo l'ascoltava con un misto d'ammirazione e di tormento. Ma sempre

opponea ragioni di Stato coonestando la sua implacabile ferocia col nome

venerando della giustizia. Più insistea Beatrice e più Federigo le

opponeva in termini variati le stesse ragioni, che lo teneano fermo nel

proposito di distruggere Milano.

L'Imperatrice afflittissima di nulla ottenere, chiuse in petto il suo

dolore, e tacque. Volse poi alcune parole cortesi al Vescovo di Frisinga

e ad altri, ed intanto parea loro significare cogli sguardi il desiderio

di venire da loro secondata, nell'espugnare il cuore del feroce

imperatore. Chiese poi della salute del conte di Biandrate, e detta di

lui qualche parola benevola, si ritirò.

Tutti nella sala rimasero allora per alcuni istanti in silenzio. Il

sorriso che, per urbanità cavalleresca era stato fino a quel punto sul

labbro di Federigo, disparve. I cortigiani non vedeano più in lui che un

Imperatore corrucciato, il quale senza parlare dicea:

--Guardatevi dall'eseguire ciò che gli sguardi della sconsigliata mia

donna vi chiesero; non soffrirei la vostra insolenza!

Vittore, stanco dal viaggio, prese commiato. Federigo lo mirò con

disprezzo; indi congedò gli altri principi e disse ad Arnando suo

segretario, e al cancelliere Arcivescovo di terminare le lettere

incominciate ai Re di Francia e d'Inghilterra, per la convocazione d'un

nuovo concilio. Entrò poi nella stanza del Conte, e passeggiò alcuni

minuti colle braccia incrocicchiate.

Frate Uguccione l'adocchiava di soppiatto, cacciava via il sonno,

ripensando un curioso fatto, raccontatogli, anni sono, da un pellegrino.

Cioè come nella dieta Generale, tenutasi in Roncaglia nel 1115, essendo

stati interogati i famosi dottori delle leggi dello studio di Bologna,

Martino Gossia, Bulgaro, Iacopo ed Ugone da Porta Ravegnana, di chi

fossero i ducati, i marchesati, le contee, i consolati, le zecche, i

dazii, i porti, i mulini, le pescagioni, ed insomma quanto comprendesi

sotto il nome di regalie, quei grandi dottori aveano concordemente

sentenziato:--Tutto, tutto è dell'Imperatore!--Uguccione ricordava pure

d'aver inteso, come cavalcando un giorno Federigo fra due di que'

sapienti, Bulgaro e Martino, li avea interogati s'egli fosse

giuridicamente _signore del mondo intero_. Ed avendo Bulgaro risposto di

no, e Martino impudentemente di sì, smontato di cavallo l'Imperatore

donò all'adulatore Martino il suo palafreno e a Bulgaro un bel nulla. Il

perchè disse poi quest'ultimo le scherzose parole: _Amisi equum, quia

dixi aequum; quod non fuit aequum._

Frate Uguccione pensava:--Signore dell'universo mondo, veramente a me

pare, che sia il solo Dio. Eppure anche Bulgaro, che non peccava

d'adulazione, non dicea poco ammettendo che a Federigo appartengono

tutt'i ducati, i marchesati, le contee, i consolati, le zecche, i dazi,

i porti, ecc. Quanta potenza! Pure se debbo dire quello che mi pare, non

ci vuol molto a capire che io sono più contento di lui. Guarda come

allunga il labbro inferiore, e poi lo ritorce indietro, mordendolo, e

muta colore di quando in quando e freme che pare quasi impazzito.

L'Imperatore essendosi intanto fermato a guardare il conte di Biandrate,

questi gli disse:--La mente di vostra maestà è ingombra di gravi

pensieri.--Mio caro Conte, rispose Federigo; parvi poca noia la

necessità d'affrontare il biasimo di molti per esser fermo nel rigore

della giustizia. Sin dalla mia prima calata in Italia, io vidi che

Milano non sarebbe doma, se non dal ferro e dal fuoco. Essa mi chiese

pace; ed oh avessi io allora resistito alle preghiere dell'Imperatrice e

vostre; quanto sangue e rovine di città si sarebbero risparmiate. Ma ora

che la nuova ribellione ha messo il colmo alla sua perfidia, non sarò sì

stolto e effeminato che dia luogo a improvvida pietà. Milano sarà

distrutta.

Il Conte disse, ma con voce sì debole che non potè

proseguire:--Parlavamo appunto dianzi di ciò l'Abbate di Staffarda ed

io......

--E che dicevate? chiese il Monarca volgendosi a Guglielmo.

--Dicevamo, rispose questi, che allora quando la Maestà vostra concesse

pace ai Milanesi, essi erano stati domi non tanto dalle armi, quanto dal

fiero contagio che avea spopolato la loro città. Ritornata la salute ed

essendo affluito in Milano un gran numero di partigiani dalla campagna e

dalle altre vicine città, sentirono di nuovo la superbia della forza e

tornarono credersi non vincibili. Questo delirio potè sorgere allora

perchè una lunga pruova non aveali ammaestrati: ma ora siffatte

illusioni svanirono. Nella miseria in cui Milano precipitò per le

sconfitte ricevute, nulla ha più che possa sedurla. Resta dunque a

decidere se quando tutto dimostra che una città non è più in grado

d'insolentire, il vincitore debba esterminarla. Ed io dico aperto, e la

Maestà vostra mi permetterà questa libera parola, qual si addice al mio

carattere, che sì fiera vendetta non è scusabile in un monarca

cristiano.

--Abate di Staffarda, questa franchezza che in altri forse non

tollererei, negli uomini come voi mi piace. Ma voi errate a partito

credendo che io voglia spenta Milano per cieco impeto di vendetta. Io

son mosso da ragione di Stato e da debito di severa giustizia. A voi,

come è facile in persone di Chiesa, la compassione fa velo alla mente.

Ma la compassione agl'infelici non è sempre ragionevole nè virtuosa. O

il parricida che va al patibolo, perchè è infelice, cessa d'essere un

mostro? E il giudice sarà vendicativo e crudele, perchè non lo assolve?

--Cesare, l'intelletto umano è sì fecondo di giustificazione per

qualsiasi opera, che se un corruccioso potesse distruggere l'universo,

non gli fallirebbero motivi, in apparenza insufficienti a ciò compiere.

Ma la fecondità dell'intelletto nell'adulare alle nostre passioni ci

torrebbe sempre la via di conoscere quando siamo giusti od ingiusti, se

ne' casi gravi non interrogassimo un oracolo più fido, più sicuro,

quello che Dio pone nella coscienza di tutti. Chi dice di seguire la sua

coscienza, ed opera il male, o non l'ha interrogata non l'interrogò

sinceramente. Nè interroga sinceramente la propria coscienza chi non ode

i franchi consigli che la religione gli dà per mezzo dei suoi ministri.

Niun altro che l'Abate di Staffarda avrebbe potuto far udire

all'orgoglioso Barbarossa sì ardite parole. Ma Guglielmo era non meno

modesto che venerabile, e sì nella presenza come nella voce aveva un

mirabile potere d'avvincere, almeno per un istante, il cuore anche più

ritroso ed indomito. Federigo volea sdegnarsi e non potea. Fissava

nell'Abate le pupille attonite, e dimandava a sè stesso come avesse

pazienza d'udire tal favella da un uomo. Egli non avea provato da gran

tempo cosa simile. Sarebbevi mai in alcun mortale una virtù superiore

alla parola, una virtù esercitantesi imperiosamente dall'anima loro

sopra l'anima altrui, cosicchè mentre, se bene osservansi, i loro

discorsi nulla abbiano di trionfante, nondimeno chi li ha pronunciati

trionfa? Tali certo dovevano essere gli Apostoli. Il mondo conosceva

oratori più eloquenti di loro, e tuttavia il mondo, benchè riluttante

alla loro dottrina, l'abbracciava. Quando quella virtù, superiore alla

parola, opera non solo sopra i rozzi, ma sopra coloro che lungo uso di

ragionare e lunga superbia ha fatto astuti, è impossibile non

riconoscervi un'efficacia maravigliosa, un dono segreto di quel Dio che

si comunica ad alcuni eletti perchè adempiano il voler suo in guise

straordinarie.

Siffatti pensieri volgeansi nella mente di Federigo mentre Guglielmo

favellava, ed erano un'ispirazione celeste che lo stimolava a non

resistere alla grazia. Ma niuna ispirazione costringe. Federigo sentì

l'incanto amabile e gagliardo della santità apprendersi da lui come la

presa della mano paterna sul figliuolo temerario in mezzo a' dirupi. Ma

egli era a quel grado d'orgoglio, in cui l'uomo si vergogna di non

essere costante nella malvagità, e senza avere consultato altro che

inique passioni, dice d'aver consultato e ragione e coscienza, e si

forma una grandezza infernale ed illusoria ch'egli scambia coll'eroismo.

Allora non evvi alcuna verità che non si travolga, alcun principio

evangelico che non si profani, torcendolo a conclusioni scellerate.

--_I franchi consigli della religione e dei suoi ministri!_ disse

l'imperatore. Egregiamente! Appunto quelli mio caro abate, mi sforzerò

di seguire. La religione comanda di recidere le membra infette,

piuttosto che di lasciar perire l'intero corpo. Essa vieta di fomentare

l'iniquità tollerandola, laddove m'è facile estirparla. Estirpare Milano

m'è facile, lo vedrete, lo vedrete.

--Deh, ve ne scongiuro, dissegli Guglielmo, ritardate almeno

l'esecuzione di questo tremendo disegno! Fate più lungo esame;

spogliatevi prima d'odio, accostate l'anima vostra a quel Dio che sulla

terra rappresentate. Ho fiducia che, se lo interrogate, egli non vi dirà

d'estirpare Milano. Egli forse vi mostrerà, che una seconda clemenza, è

per ottenere l'effetto non ottenuto dalla prima, e che da questa

clemenza, e non da severi castighi, pende la pace delle generazioni

avvenire.

--Abate di Staffarda, voi ed io consulteremo ancora il Signore, per non

errare ne' nostri giudizii. Vedrete che egli dirà a me «Estirpa»; e a

voi «Rassegnati!»

Lo salutò con un cenno di mano; salutò nello stesso modo il conte; e se

ne andò. Guglielmo mosse un passo, quasi per seguirlo. Federigo gli

disse imperiosamente:--Restate.--Passando nella sala sottoscrisse le

lettere che gli presentarono Arnando e Rinaldo, e si ritirò fremendo

nella sua stanza.

Il Conte di Biandrate, tutto commosso, disse a Guglielmo:--Uomo di Dio

voi avete adempiuto un gran dovere! Possa il duro cuore di Federigo

approfittarne!

Indi sentendosi alquanto sollevato, chiamò uno scudiere, e volle che i

due monaci andassero a dormire.

--_Sit nomen Domini benedictum_, disse frate Uguccione.

Rafaella · 第 7 / 17 题