_L'Assedio._
Il viaggio di Guglielmo fa più lungo e più aspro di quello ch'egli non
aveva immaginato, sì difficili erano le vie, sì deserti i paesi, sì
frequente il bisogno d'avviarsi a lontani borghi laterali, per trovar
cibo ed alloggio, e per evitare poderose masnade. Giacchè molti erano i
disperati, che avendo tutto perduto nella guerra preferivano di
combattere per proprio conto, anzichè servire ad altra causa. La comune
avidità poi di rapina e la stima che a vicenda si concedono i gagliardi,
congiungeva loro gran copia di disertori tedeschi, boemi e burgundi ed
anche alcuni ferocissimi saracini.
--Oh scellerato secolo! (dicea frate Uguccione, cavalcando a sinistra
del suo abate). Scellerata voglia di grandeggiare! Indizio pur troppo,
non è a dubitare, della vicina fine del mondo. Ed infatti se questa fine
non dovesse venire presto, qual sarebbe la triste sorte delle
generazioni venture? Non più timor di Dio, non più obbedienza, non più
carità del prossimo! Insidie, frodi, depredamenti, stragi da ogni parte.
Ah! Dio ne scampi da siffatti tempi!
--Dio ne scampi, quando gli piaccia, da tutti i tempi dicea sorridendo
l'abate. Chè tutti i tempi abbondano sempre più o meno di disgrazie pel
mondo.
--Oh! eppure io vissi tanti anni ignaro di paure e di tribolazioni.
--Ma voi non siete il mondo, frate Uguccione. E mentre i giorni vostri
scorreano senza fastidi, migliaia d'uomini languivano nel dolore,
attendeano a lacerarsi, a un dipresso come ora. La tranquillità della
vita di alcuni non è che un'eccezione, come i giorni tiepidi nel verno.
I più sono sempre agitandosi in affannosa ricerca del bene; il quale non
trovandosi sulla terra, è forza che coloro che nol cercano in cielo, si
sforzino sempre di mutare le cose che li circondano. Infelici!
--Birboni! dico io (esclamava Uguccione), che a furia di agitarsi e di
agitare tolgono la pace anche a chi non altro vorrebbe che compiere
liscio liscio il suo pellegrinaggio, senza far male, e senza riceverne.
--E credete voi, figliuolo, che il compiere il nostro pellegrinaggio
liscio liscio, e senza ricever male, valga il merito di perdonare a
nemici, di beneficare ingrati, di patire persecuzioni per la giustizia?
A chi perdoneremo se nessuno ci nuoce? Quando saremo noi davvero
generosi, se beneficando otteniamo sempre la gratitudine altrui? Di qual
giustizia sarem noi zelanti, se niuno ha duopo che essa gli venga
predicata, se niuno le oppone l'ingiustizia e la violenza?
--Dunque, padre abate, i birboni non saranno più birboni; poichè il
mondo tanto ha bisogno di loro per andar bene.
--Innalzatevi sopra questi pensieri volgari, figliuolo, ed ammirate
piuttosto, come la Provvidenza sappia rendere utile l'opera de' malvagi,
senza che scemi ad alcuno l'obbligo di pentirsi delle proprie malvagità
e di tendere alla perfezione.
--Così dee essere certamente! dicea frate Uguccione, senza però essere
interamente persuaso.
In simili colloquii, ed in orazioni, or fatte ad alta voce, ora
segretamente, passavano il tempo i nostri viaggiatori. Quand'ebbero
varcato il Ticino, e si furono alquanto inoltrati nella foresta,
incontrarono quattro uomini a cavallo. In sulle prime si guardarono
incerti, paventando a vicenda d'essere fra ladri. Ma quale fu la
sorpresa di Guglielmo udendosi chiamare per nome da voce affettuosa
commossa? Si riconoscono, scendono tosto di sella, e gettansi fra le
braccia l'uno dell'altro.
Era Uberto Arcivescovo di Milano il quale vedendo la città ridotta agli
estremi e vicina ad arrendersi, avea dovuto fuggire coll'arcidiacono
Galdino (che fu poscia Arcivescovo dopo lui), coll'arciprete Milone, e
con Alchisio cimeliarca. Il loro viaggio era verso Genova, ma erano
costretti di vagare qua e là, per trovare passo sicuro.
I Milanesi aveano fatti prodigi di valore, finchè poterono avere le
necessarie vettovaglie, predandole sui nemici, o comperandole dalle
città confederate. Ma Federico aveali finalmente costretti a chiudersi
entro le mura, ed era riuscito, acquartierandosi a Lodi, ad impedire
ogni comunicazione fra loro e Piacenza, unica città, donde alla fine
potessero trarre soccorso. Il rigore inesorabile poi, con cui facea
tagliar la mano a chiunque fosse colto a recar viveri agli assediati,
disanimava i più arditi.
In altri tempi Milano era con abbondanza provveduta di pubblici granai;
ma questi non erano ancora stati ristorati dopo un orribile incendio,
che aveali, non da molto prima distrutti. La più crudel fame non tardò
quindi a farsi sentire. Per alcuni giorni tutti la patirono con mirabile
fortezza. Giacchè si erano vincolati con tali giuramenti a morire per
l'onore della patria, piuttosto che cedere, che niuno in tanta
moltitudine osava essere il primo a proporre la resa. L'Arcivescovo, i
consoli, tutti i maggiori della città s'erano condannati prontamente a
tutte le comuni sofferenze del popolo, col quale divideano le poche
munizioni che aveano accumulate. Ognuno si ridusse alla quantità di cibo
atta a sostentare la vita. Alcuni vecchi ebbero scrupolo di contribuire
alla diminuzione di sì scarsi alimenti, e si lasciarono morire senza più
gustarne: i giovani più vigorosi prendeano faccia di cadaveri; le madri
non aveano più latte pei loro bambini; nondimeno spacciavasi ancora che
le città collegate s'adoprassero con efficacia per rompere l'assedio ed
introdurre il bisognevole ai famelici. Alcune fervide menti, persuase
che mai non perirebbe una città sostenitrice del vero Papa e di diritti
che lor pareano santi, profetavano i sogni della loro fantasia, ed
ognuno sforzavasi d'esser credulo per aver la forza di reprimere il
grido della disperazione.
Guai se in simile stato quel grido prorompe da un labbro! Non è più in
balìa di chi l'ode il tacersi. E così avvenne. Una donna accoccolata in
un angolo della piazza con parecchi figliuoletti intorno a sè quietava
il loro pianto, ripetendo loro che il padre era andato in cerca di pane,
e non tarderebbe. Vide alfine comparire il marito, e volle alzarsi per
incontrarlo. Essa barcollava, e si resse appena per venire sino a lui;
il marito la sostenne e porsele un pane. «Dallo a' bambini» disse la
misera. Quelli già l'aveano afferrato dalla mano paterna, e lo
ingoiavano con furiosa voracità, quando lo sventurato, accorgendosi che
la loro madre era spirata, mise un urlo spaventevole di dolore. Il
popolo affollossi: l'urlo fu ripetuto; e quindi ogni freno al lamento si
ruppe. Una sedizione infrenabile scoppiò. Coloro che osarono di
ricordare il giuramento, e di vantare preferibile la morte
all'ignominia, furono chiamati carnefici; molti di questi vennero
tagliati a pezzi; e tra gli uccisori vuolsi che taluno fosse veduto
recidere un brano della carne dell'ucciso e divorarla.
I principali cessarono allora d'essere concordi. Chi persisteva a volere
la resa, chi la voleva necessaria, e comandata dal cielo. Prevalse
quest'ultima opinione, e si mandarono perciò ambasciatori a Lodi, ov'era
Federigo, a trattare di pace. Allora Uberto Arcivescovo, vedendo di non
poter giovare più al suo popolo e non volendo comunicare collo
scismatico Imperatore, determinossi a fuggire.
Inorridì l'abate di Staffarda all'udire tale racconto, e dopo mescolate
le sue lagrime con quelle de' quattro fuggitivi, disse il motivo della
sua andata, e chiese se alcuno di loro conoscesse Berengario da
Sant'Ambrogio. Questo cittadino non era loro ignoto, ma niuno di loro
avea pratica con lui. Lo consigliarono poi di retrocedere, mostrandogli
la presente difficoltà d'entrare in Milano. Ma Guglielmo non volle
rinunziare alla speranza di salvare Rafaella; e pregato Uberto di
memorare a Papa Alessandro la sua venerazione, invocò su tutti loro
l'assistenza del cielo e riprese il viaggio.
--Avrei creduto, disse frate Uguccione, che le udite vicende vi
facessero temere di peggio, e pensaste essere più savio il partito di
retrocedere.
--Non penso così, rispose l'abate sorridendo dolcemente.
--E se l'augustissimo Federigo a que' Milanesi che sono iti a chieder
pace rispondesse:--No!--Dio sa quai brutti miracoli possa fare la
disperazione. Una città di tante migliaia d'affamati che non isperino
più salute, può versarsi tutta fuori con impeto sugli assedianti, e
allora ammazza di qua, ammazza di là, che faremo noi là in mezzo?
--Faremo come potremo, figliuolo. Ove gl'infelici sono molti, cresce ne'
cuori pietosi il desiderio di soccorrerne alcuno: e sono certo che
crescerà pure nel vostro. Il monastero ci avvezzò a digiunare; non ci
sarà quindi così grave, se il pane conteso da tanti bisognosi
scarseggerà anche per noi.
--Eh, non parlo del digiunare, io; parlo del niun bisogno che ci è di
andarci a porre in mezzo a una battaglia.
--Ma voi sapete pure che è da seguire la volontà di Dio: la quale vuole
che i suoi servi non antepongano nè comodi, nè sicurezza, nè vita al
loro dovere.
--Anche l'Arcivescovo Uberto sa queste cose; eppure vediamo come fugge.
--Uberto ha scomunicato Federigo, e non troverebbe presso lui
misericordia. Ma noi non abbiamo scomunicato alcuno, frate Uguccione;
del resto nulla può sciormi dalla promessa di procacciar salute, se
posso, alla figliuola di Berardo.
--Così dee essere certamente! tornò a dire il compagno dell'Abate, senza
però essere più persuaso di prima.
Ed in verità più avanzavano nel viaggio, più si vedeva che i timori di
Uguccione non erano senza fondamento. Tutta la campagna, per quanto
stendeasi l'occhio, era coperta d'armati; ad ogni tratto le scolte
fermavano i due passeggieri, e chiedeano conto del loro venire e del
loro andare, Guglielmo dicea d'essere indirizzato al Marchese Manfredo
di Saluzzo, e chiedea dove potesse rinvenirlo.
--Chi lo sa? veniagli risposto or dall'un capitano, or dall'altro. Qui
presso non è. Quelle insegne sono lodigiane, quelle cremonesi, quelle
altre parmigiane. Là sono que' di Modena e di Reggio; più oltre que' di
Mantova, di Ferrara, di Bologna. Dall'altro fianco accampano le schiere
tedesche: fra tanta copia e sì diversa di guerrieri come è possibile il
conoscersi? In quella disordinata riunione di popoli, l'odio comune
contro Milano dava nelle battaglie una direzione comune; ma
negl'intervalli si guardavano bieco l'un l'altro; e perchè non venissero
insieme a zuffa era necessaria grande vigilanza nei capitani, i quali
faceano opera che ogni gente vivesse separata dall'altra e non
comunicasse colle vicine. Frequente cagione di discordia erano le
vettovaglie. Abbondavano talora sotto una bandiera, e mancavano sotto le
altre: invidia e bisogno spingea queste alla rapina; i duci loro
s'insultavano a vicenda, si sfidavano a duello, negavano di punire i
soldati della propria schiera, che ne avevano oltraggiato un'altra. I
principi più illustri di Germania erano sempre affaccendati ad
intromettersi tra gli offesi, e a sopprimere le gare alternando lusinghe
e minacce, e procacciando di tener nascosta all'Imperatore gran parte di
que' disordini, affinchè i già troppo frequenti supplizi non si
andassero ancora moltiplicando.
A forza d'interrogare, Guglielmo seppe alfine che Manfredo era a Lodi
coll'Imperatore, e colà s'avviò. Manfredo, al vedersi comparire innanzi
il vecchio abate, tutto stupì, e credendo che l'impronta di mestizia,
ch'era sul suo volto fosse annunzio di sventure che toccassero lui:
--Dunque non m'ingannarono, gli disse: tutto va a soqquadro anche colà?
Siete voi fuggito?
--Io non sono fuggito, rispose l'Abate.
--Ma che fa Berardo? Le accuse che gli si fanno sono grandi. Si vuol
ch'egli tenda a sovvertire il Marchesato; e so di certo che a Cuneo si
celebrò una festa popolare, in cui Berardo, liberato da me di servitù
rappresentossi come oltraggiato dal mio benefizio, e giurante la mia
morte.
--Ignoro, Marchese, se tali indegne rappresentazioni si siano fatte
nelle feste di Cuneo; ma se anche quella avesse avuto luogo, essa non
indicherebbe se non la folle speranza della plebe a cui per concitarla i
suoi seduttori indicano Berardo come suo fautore.
--Sarei già volato a Saluzzo a chiarirmi d'ogni cosa: ma le cure
incessanti di questa guerra m'incatenano qui. Frattanto non voglio
giudicare senza prove certe. Ma guai se Berardo!....
--Egli meriterebbe tutto il vostro sdegno, o Marchese, se si servisse
contro di voi del credito di cui gode. Ma appunto perchè vi serve
fedelmente, egli è odiato e la sua fama è insidiata.
--Voglia il Cielo che nè io nè voi c'inganniamo sopra il conto di
Berardo.
--Bandite pure ogni dubbio, riprese l'abate. Ma io non venni qui per
difendere la sua fama: bensì per farvi noto un delitto di cui lo stesso
Berardo è vittima.
L'abate narrò quindi a Manfredo il ratto di Rafaella, e la scoperta
fatta del rapitore, e mostrò in testimonianza la lettera di lei, portata
da Melchisedecco.
Il Marchese arse di sdegno contro Villigiso, e raccontò a Guglielmo,
come quello scellerato, essendo tanto felice quanto valoroso nelle
battaglie, e congiungendo alla sua iniquità una finissima scaltrezza
nell'adulazione, s'era amicato singolarmente l'arcicancelliere Rinaldo,
ed insinuato nella grazia di Federigo.
--Posta la presente sua fortuna, soggiunse Manfredo, m'è forza reprimere
l'ira che mi destano gli oltraggi da lui fatti a Berardo, e fingere
d'ignorarli. Ma penserò a Rafaella, e vedrò, qualora Milano s'arrenda di
salvare questa fanciulla dalla rovina universale.
Notò il luogo dell'abitazione di Berengario, quale era indicato da lei
stessa, coll'intenzione d'andare egli medesimo ad esserle scudo, tosto
che il paese fosse libero.
Dopo questo colloquio, l'abate per alcuni giorni non potè rivedere
Manfredo; tante furono le cure in tutti i petti per le cose che poco
dopo avvennero, tante le agitazioni de' principi, chi per aizzare, chi
per pacificare l'Imperatore, chi per promuovere l'intero eccidio di
Milano, chi per impedirlo.