_La Distruzione di Milano._
Sorgeva l'aurora del giorno 19 Marzo; e già arrivavano da Pavia i messi
imperiali, latori ai consoli di questo fiero comando:
--«Noi Federigo, per la grazia di Dio, Re di Germania e Imperador de'
Romani, intimiamo a tutti coloro che sono nella città di Milano, maschi
e femmine, di uscire nel termine d'otto giorni, con ciò che possono
portar seco.»
In pochi istanti l'orribile novella fu nota a tutti i cittadini, e
l'aere echeggiò di lamenti e di maledizioni. Alcuni, svegliandosi non
volevano credere ciò che udivano, e speravano di sognare; poi convinti
della realtà, non poterono sostenere questo colpo e impazzirono; altri
furono uccisi dall'eccesso del dolore; altri si svenarono per essere
almeno seppelliti nelle rovine della loro patria.
Le porte della città vennero immediatamente aperte. Un banditore fu
spedito dai consoli sovr'ogni piazza e per ogni via, perchè si
sollecitassero i cittadini ad obbedire, e si raccomandasse loro il buon
ordine, e la mutua carità in sì alta sventura. I consoli stessi, più
memori del pubblico bisogno che delle domestiche loro angosce, si videro
tutto il giorno in più luoghi della città arringare il popolo e pregare
che niuno s'abbandonasse ad inutile disperazione, affinchè almeno i
vincitori non disprezzassero i caduti.
Un numero grande di Sacerdoti si sparse per ogni dove, col Crocifisso in
mano, a ricordare che era giunto il tempo d'imitar il divino maestro,
immolato dalla ferocia delle passioni umane. Le esortazioni veniano
spesso soffocate dal pianto de' medesimi esortatori, e non s'udiva
allora che una voce: «Oh Milano! oh infelice Milano!»
Quindi ripigliavano quelli a predicare il Dio dei dolori e la brevità
delle sciagura mortali, e l'alterno sparire di tutte le grandezze che
per un tempo abbelliscono la terra. Simili verità non sono mai sentite
così profondamente come nelle afflizioni generali. Ma il grido: «Oh
Milano! infelice Milano!» torna a scoppiare; e quelli che alzavano il
Crocifisso per invitare a rassegnazione, ripeteano di nuovo anch'essi il
grido degli altri.
V'ebbe taluno, o perverso, o dissennato che assalì con vituperio e
percosse i consoli ed i sacerdoti urlando non esservi Dio, non esservi
giustizia, non esservi se non violenza e stoltezza e dolore. Tali
bestemmie erano in sì turpe dissonanza col pensiero comune, che il
popolo n'era empiuto di spavento, come se l'inferno per accrescere la
desolazione della triste città vi vomitasse i suoi mostri. Allora presi
da furioso zelo, gl'inorriditi si scagliarono sui bestemmiatori e li
fecero a pezzi. Immense furono le ricchezze abbandonate. Gran numero di
sventurati, sformandosi a portar fardelli superiori alle loro forze,
stramazzavano pe' trivi e calpestati dalla folla perivano, o non
trovavano più il fardello loro, o ne prendeano un altro o sdegnavano di
più nulla prendere ed usciano privi di tutto; quali muti, quali urlanti,
quali lagrimando in silenzio.
Il maggior numero di coloro che avevano pargoletti, od infermi parenti
moveano dalle loro case tenendoli per mano, e portando addosso i
bagagli: ma com'erano in mezzo alla moltitudine, o l'infermo o il
fanciullo stentava a reggersi in piedi, quelli gettavano via la roba e
si caricavano questi sulle spalle.
Tutti coloro che giugneano ad una porta della città voleano ancora
toccarla, e sclamavano miseramente--«Addio! addio!»--e questo angoscioso
saluto ripeteasi di continuo da tutti gli uscenti e prolungavasi per
lungo tratto fuori delle mura. Vane erano le cure dei più generosi
cittadini perchè quella moltitudine sgombrasse con ordine. Da mane a
sera affollavasi la turba alle porte, e quanta più ne partiva, tanto più
densa parea quella che rimanea. Dopo i tre o quattro primi giorni, la
popolazione era tuttora sì numerosa, che nacque in molti il timore di
non aver campo ad uscire entro il termine decretato. Allora, immaginando
che coloro che rimarrebbero sarebbero passati a filo di spada dai
saccheggianti od arsi colle loro case, l'ansia d'uscire divenne
frenetica. La quantità de' soffocati e de' pesti nella turba fu
spaventevole, ad onta che le mura fossero state rotte, onde aprire più
largo varco a' fuggenti.
Negli ultimi due giorni restavano pochi nella città, la maggior parte
infermi o storpi! senza aiuto. Decisi dapprima di non partire da' loro
tetti e di lasciarsi trucidare, il terrore della morte aveali poscia
scossi e consigliati di trascinarsi allo scampo.
I principali cittadini si ricoverarono a Piacenza, a Brescia e presso
altre genti amiche. Non mancarono tuttavia molti che trassero a Lodi, a
Pavia ed a Como, ove l'enormità della loro sventura li fece compiangere
ed accogliere umanamente da coloro, che poco prima erano loro nemici
accaniti. La plebe si sparse fuori della città a' monisteri di san
Vincenzo, di san Celso, di san Dionisio e di san Vittore, e ne' vicini
contorni.
Malgrado sì lunghi esperimenti della efferatezza del Barbarossa, le
lusinghe della speranza viveano ancora nel cuore di tutte quelle
migliaia d'addolorati. Non parea loro inverosimile che l'Imperatore pago
del recato spavento desse finalmente adito alla clemenza, e, permutato
il castigo in forti somme di denaro, li lasciasse ritornare alle case
loro. Vana lusinga! All'alba del dì seguente Federigo, accompagnato da'
cortigiani e dalle infinite sue schiere, mosse verso la città da lui
maledetta. Egli v'entrò da porta Ticinese, ed uscì dall'opposta,
abbandonando la ricca preda all'avidità dell'esercito. Chi può dipingere
la gara di tanti rapaci? Palazzi, case, emporii, botteghe, tutto fu
invaso, tutto fu spogliato. Neppure le chiese furono risparmiate:
l'abbondanza de' sacri arredi che i profanatori si divisero non fu
computabile. Un'antica opulenza, e la pietà di migliaia di uomini
aveanli accumulati: e tutto fu in breve dissipato! Narrasi che trovati
in tale giorno i corpi creduti de' tre Magi, Rinaldo Arcivescovo di
Colonia li abbia fatti prendere, per quindi mandarli alla sua diocesi
ove tuttora si venerano.
Durò più giorni il saccheggio, e ancora i palpitanti cittadini speravano
di riavere almeno i loro nudi tetti. Ma il barbaro editto della totale
distruzione di Milano uscì finalmente. I Cremonesi furono destinati ad
atterrare il sestiere di porta Romana: i Lodigiani quello di porta
Renza; i Pavesi quello di porta Ticinese; i Novaresi quello di porta
Vercellina; i Comaschi quello di porta Comacina; e gli abitanti del
Seprio e della Martesana quello di porta Nuova. Furono tutte mani
italiane quelle che distrussero la regina delle province Lombarde, una
delle più belle e più grandi città dell'Italia. E niuno si ritrasse
dall'opera nefanda. Che anzi, essi, essi furono che dimandarono questo
ministero per soddisfare alla loro scellerata vendetta. E non solo il
dimandarono, ma lo comprarono offrendo migliaia di marchi d'argento!
Un'infinità di furibondi s'avventò con martelli e picconi al
diroccamento; e per terminare più presto, venne appiccato il fuoco in
molte parti della città. In pochi giorni la ruina fu compiuta.
Una sera l'innumerevole popolo, disperso qua e là pe' borghi e per la
campagna tenea le ciglia lagrimose sovra alcuni avanzi di quelle care
mura, di quelle superbe torri, di quelle venerande basiliche, ed ahi!
rammaricavasi di non doverle più vedere il mattino seguente. Il sole
tramontava sanguigno, velato dai globi di fumo che sorgeano dalle
rovine. Il crepuscolo fu breve: un denso tenebrore circondò quelle
indistinte moli; le fiamme stesse eransi abbassate e ardeano covanti pe'
tetti.
«Oh Milano! oh dolce patria! gridarono i miseri con disperato lamento.
Addio! addio! Non ti vedremo mai più! mai più!» E quel _mai più!_ sonava
così angoscioso e così pieno d'affetto, che a molti de' nemici,
udendolo, sgorgarono le lagrime. E mentre echeggiava per l'aere
quell'orrendo _mai più_, il campanile della metropolitana, ch'era il più
alto edifizio della Lombardia e mirabile per la sua vaghezza, precipitò
con grandissimo fracasso, e rovesciatosi sovra la chiesa, atterrò la
massima parte di essa.
Dopo un lungo «Ah!» successe un silenzio che fece drizzare i capelli
allo stesso Imperatore. Pareva il ritorno del nulla, dopo la distruzione
del creato.
Il giorno appresso, Milano non era che un monte di pietre; e la rabbia
degli esterminatori non era cessata. Quelle pietre si trasportarono con
furore sinchè furono disperse, sinchè il suolo fu nudo, e la città parve
non essere stata mai. Sole rimaneano qua e là, come stupite di se
medesime alcune chiese depredate, quali affatto intere, quali soltanto
danneggiate dall'incendio e da caduta di fabbriche vicine.
Quando furono sgombre le macerie della città, fu veduta più giorni una
moltitudine di sfrenati banchettare e danzare cantando le glorie di
Barbarossa e dei Lombardi suoi compagni di vittoria, e giurando per sè e
pe' loro nipoti di mantenere osservato in eterno il cesareo decreto, che
Milano non si rifabbricasse mai più.
Non cessavano le esecrande orgie neppure negli orrori della notte; e chi
da lontano mirava l'agitarsi delle fiaccole, e ascoltava le abbominevoli
cantilene credea di vedervi, mista a que' forsennati, una turba di
spiriti maligni, che giganti or passeggiavano, or balzavano per aria, or
fuggivano uno spirito più grande di loro, l'angiolo di Milano; il quale,
prostrato a piangere sulle rovine, a quando a quando sorgeva, ed
offuscava col fulgore delle pupille la luna e le stelle, e roteando una
spada di fuoco sconfiggea i satelliti d'inferno.
Forse ad alterare le fantasie degl'infelici, e a far vedere apparizioni
celesti contribuivano certe urla ferine, che prima non s'erano intese
mai così moltiplici, così addolorate, così orrende. Erano le urla di
numerosi branchi famelici, che percorrevano uniti la solitudine, e
accresceano la propria rabbia urlando, e divoravano cadaveri insepolti,
o sentendoli al fiato sotterra li disseppellivano per cibarsene, ed
inseguivano spaventosamente i vivi; sicchè bisognò alfine dar loro la
caccia, ed a poco a poco distruggerli come bestie feroci.
Fu chi lasciò scritto che Federigo fece sul suolo della sterminata città
condurre l'aratro e seminar sale. Certo è che egli, dopo avere
assaporata la crudele sua opera, assistendo a quella desolazione, ebbe
l'impudenza d'insultare ancora a tanta miseria, presentandosi con gran
pompa, nella domenica delle Palme, ai divini officii della Basilica di
Sant'Ambrogio.
E niuno fu che gliene vietasse il passo, come già fece il magnanimo
Santo in quella medesima città (e forse alla porta del medesimo tempio)
all'Imperatore Teodosio che sordido di strage voleva appressarsi agli
altari! Ma Uberto, successore del gran Vescovo, fuggiva l'ira di
Federico in terre lontane, e tutto il clero fedele era dissipato.
L'Agnello di propiziazione veniva offerto dalle mani scellerate d'un
antipapa: la parola di Dio era pronunciata dal sanguinario Rinaldo
Arcivescovo di Colonia, i circondanti prelati e sacerdoti erano
scismatici e ribelli al legittimo Pontefice. La pia Beatrice si disse
ammalata e non volle aver parte a tale profanazione.
Federigo avrebbe pur quivi celebrata la Pasqua, ma Beatrice negò
d'intervenirvi, ed egli fermò di celebrarla in Pavia. Non potè ella
negarvi la sua presenza, ma volle che la Messa fosse detta da Ottone zio
dell'Imperatore, Vescovo di Frisinga; il che fu a disdoro dell'antipapa.
Folta copia di Vescovi, d'abati, di marchesi, di conti e d'altri baroni
vi concorse.
In questo solenne giorno, Federigo si mise in capo la corona che da due
anni non portava, per giuramento fatto di solo ricingerla, domati i
Milanesi. Alla Messa successe un convito dato a' più intimi: la
riverenza del giorno pasquale non consentiva maggiore baldoria.
Più lauto festino fu imbandito il dì seguente. Vi s'assisero gli augusti
sposi colla corona, i Vescovi settatori dello scisma di Vittore, i
principi tutti ed i consoli della città colle varie insegne del loro
grado. L'abate di Staffarda, benchè invitato non comparve.
Sedeanvi pure molte gentili donne de' più illustri casati, vestite di
magnifiche vesti di damasco o di broccato, con corsetti di stoffa d'oro.
Candidi finissimi veli pendeano dietro le spalle, fermati sulle chiome
da fila d'oro, o da eleganti borchie ricche di gemme. Tutte aveano in
orecchini, collane, smaniglie ed anella, tesori mirabili proporzionati
allo splendore delle famiglie.
Al suono di guerresca musica portaronsi le prime vivande da un gruppo di
cavalieri, rappresentanti colle loro diverse fogge di vestire e con
ingegnosi ricchissimi emblemi i diversi feudi dell'Impero. Ciascuno
porgendo il suo piatto diceva qualche motto cortese in omaggio
all'augusta coppia. Successe a que' suoni un'armonia più soave, ed
allora vennero portate le frutta da cento damigelle figuranti le varie
città e i diversi contadi de' dominii patrimoniali di Federigo, vestite
con gran ricchezza a foggia qual di matrona, qual di forese e tutte
incoronate di fiori. Mescolavasi a quel coro una turba di vaghissimi
fanciulli, i quali significavano gli angioli delle città e delle
castella; e ciascuno sollevando sopra il capo in leggieri vasellami
d'oro e d'argento ogni sorta di confetti andarono a deporli sui deschi.
Sì le donzelle che i garzonetti dissero del pari il loro motto
d'omaggio.
Al convito successero magnifiche danze che durarono l'intera notte.
Beatrice era sparita. Simili feste, insultanti all'eccidio di sì nobile
città e al dolore di tanti infelici, metteanle spavento.