CAPO III.

_La lieta novella._

Trasportiamoci ora per alquanto al fianco de' genitori della fanciulla.

Sull'arsa casa un'altra in pochi mesi era sorta, dove i meschini viveano

nel dolore. Giovanna diceva a Berardo: «Ov'è ita la pretesa gratitudine

del Marchese? Non confessava egli averlo i tuoi consigli liberato da

molti errori, e da molti rammarichi? Non rampognavati, perchè non

accettavi la proposta di vivere con lui? Non pareva tenero della tua

felicità come della sua? Ed ora egli c'invola il figliuolo: egli non

cura di scoprire ove sia la povera Rafaella. A chi spettava di fare

questa indagine se non al nostro signore, a colui che ostentava tanto

ardore per la giustizia e tanta grazia per te?»

--Non mormoriamo troppo del nostro signore, dicea Berardo. Se egli non

avesse dovuto partire per l'esercito, l'avremmo veduto adoperarsi più

caldamente per sapere la sorte della figliuola nostra. Quelli che

restarono al governo del marchesato curano poco lei e noi; essi anzi mi

odiano perchè non li ho mai adulati e li costrinsi talvolta a cessare, o

a nascondere le loro opere malvagie.

--Oh Berardo! m'avessi tu ascoltata, quand'io ti dicea di non ricusare

il gonfalone offertoti da Cuneo! Qual frutto godi della tua fedeltà al

Marchese? Dal canto di lui una superba degnazione di chiamarti amico per

giovarsi de' tuoi servigi ed obbligar te ad eccessi d'obbedienza. Dal

canto degli altri Baroni del paese, invidia, affettato disprezzo,

colleganza a danneggiarti. Ed ahi! niuno può tormi di mente essere il

rapitore di Rafaella uno d'essi, ed esaltarne gli altri sapendolo e

tacersi.

--Moglie mia, il frutto colto dalla mia fedeltà è pace di coscienza.

Perchè abbondano oggi la ribellione, e gli uomini che le approvano, non

però sarei da approvare io, se amato e beneficato da un principe ch'è

tra migliori di questo tempo, mi ponessi fra' suoi nemici. Giovanna, il

dolore travolge i tuoi pensieri. Tu dimentichi che, non ha guari,

Manfredo mi salvò dall'ignominia liberandomi di schiavitù.

--Oh Berardo! e chi può dimenticare tanto scorno? Doveva egli

permetterlo, affine di tenderti poi la mano dopo averti lasciato gettare

nel fango?

--Donna, il tuo linguaggio nasce da anima esacerbata. Non voglia Dio

recartelo a colpa; nè tel reco io, chè m'è nota la tua cristiana pietà.

Ma, per serbarci innocenti, non concediamo al labbro questi sfoghi. Essi

accrescono lo scontento, inaspriscono le piaghe del cuore, e ne inducono

ad essere ingiusti nel giudicare gli altri per darci l'infernale

soddisfazione d'odiarli. Ciò che può dirsi dei cattivi principi, io,

senza ingiustizia, non posso dirlo di Manfredo. E ov'anco errassi nel

buon giudizio che fo di lui, pensa, o moglie, che non tutti i doveri

degli uomini sono eguali. Poniamo che migliaia d'uomini fossero pure a

diritto nemici a Manfredo, io da lui fui beneficato, sarei ingrato e

vile se loro mi congiungessi.

--Certamente io venero la santità de' tuoi scrupoli. Ma quel Manfredo,

per amore del quale non volesti abbandonare questo paese, sì fecondo per

noi di sciagure, e t'esponesti all'obbrobrio d'essere dichiarato servo,

quel Manfredo cacciò barbaramente il nostro figlio in guerre lontane

donde forse non ritornerà più, o ritornerà quando noi saremo morti. E

quando ne venne rapita Rafaella, qual uso fec'egli del suo potere, per

trovarla e restituircela? Io non lo accuso di altre colpe ma piango teco

i nostri unici sostegni, ed egli non cura il nostro pianto.

Spesso così si lagnava la desolata madre, e così Berardo studiavasi di

consolarla. Ma questi stesso, quantunque affezionato al suo signore, e

fermo a tutto piuttosto patire, che accettare le proposte de' Cuneesi,

non potea nell'intimo dell'animo suo approvare la condotta del Marchese.

E dicea spesso fra sè: «No, egli non mi rende amore; egli non sa verso

di me discendere dall'altezza su cui siede, se non quando crede ch'io

possa aiutarlo; egli non sa porsi ne' panni d'un umile suddito e

compatire le sue afflizioni e studiarsi di consolarlo. Egli non dovea

tormi il figlio mio; nè partire di Saluzzo, senza aver fatto le più

diligenti indagini per restituirmi la figliuola.»

Malgrado l'occulta amarezza, non parlava però male di lui con alcuno, e

lo difendeva quand'altri, chi che si fosse, lo accusava. Nè la sincera

devozione di Berardo al suo signore, parea bassezza a veruno, e nemmeno

ai più caldi partigiani della ribellione. Era il suo un affetto così

puro, così radicato ne' suoi principii d'onestà e religione, che niuno,

ancorchè pensasse altramente, potea vituperarnelo.

Quindi molti de' Cuneesi non cessavano di tentarlo perchè loro s'unisse;

chè niuno in que' paesi godea tanta fama di senno: e speravano che, se

acquistassero tal magistrato, egli reprimerebbe col suo credito le

infinite discordie che li laceravano; flagello ordinario de' governi

popolari, e spesso fatale nei loro cominciamenti.

Imperversavano quelle discordie orrendamente in Cuneo, e nelle altre

città ribellate; il che era cagione che altre città si tenessero fedeli

agli antichi signori per non cadere in somiglianti dissensioni. Inoltre

nei reggimenti consacrati dal tempo le forme, benchè barbare, del

Governo erano rispettate, sì che l'ingiustizia stessa parea eroismo,

incuteva rispetto, o al più generava odio non disgiunto da rispetto ma

quasi mai odio unito a disprezzo. All'incontro nei reggimenti nuovi la

maggioranza plebea distruggeva quell'esterna dignità di che i nobili

soleano circondare la condotta delle cose pubbliche. La favella de'

nuovi magistrati sonava rozza come i loro costumi, scurrile come i loro

soprannomi, i quali erano oggetto di non poco riso comune. Chi

chiamavasi Cordaccio Beffasomari, chi Azzo Spezzaganasce, chi Simeone

Leccapiatti; chi, dopo essere detto Cuocipani, Acconciafatti, Capoleone,

venia trasformato buffonescamente in Castracani, Scorticagatti,

Pelavicini, Colleone, Collione e peggio. Le Cronache italiane sono piene

di siffatte sconce denominazioni, nobilitate talvolta dalla virtù degli

eroi che le tramandarono, ma non per questo men vili nei loro principii.

La quale volgarità di nomi e di maniere manifestantesi ad ogni tratto e

ridicola a giudizio de' signori, spiaceva a non pochi ancora di nascita

oscura, ai quali perciò la ribellione, benchè potesse recare qualche

guadagno, sembrava tuttavia un indegno affratellamento co' più abbietti.

Ignoriamo fino a qual segno questi ed altri motivi operassero sopra la

mente di Berardo. Ma il fatto si è che poco egli amava i governi plebei.

Nè per questo odiava coloro che per essi parteggiavano; nè rigettava

dalle sue braccia il Cuneese statogli amico altre volte; nè ricusava

aiuto a chi fuggiva la persecuzione d'un Barone e s'avviava a Cuneo.

Egli nascondea i feroci sventurati sotto il suo tetto, e se potea

recarli a sentimenti di perdono verso il nemico potente, s'adoperava

volentieri, e talvolta la mediazione di Berardo era efficace.

Concorde alla condotta di Berardo era quella di Guglielmo, Abate di

Staffarda, consolatore unico degli infelici genitori d'Eriberto e di

Rafaella. Questo venerando vecchio era seguace e discepolo di san

Bernardo; e come il suo maestro, avea l'animo intimamente penetrato da

questa massima, che la somma della virtù evangelica si riduce a un santo

e vero amore di Dio e del prossimo. Severo contro sè solo, non lusingava

la malvagità d'alcuno, ma compativa le miserie di tutti. Egli invitava

tutti all'indulgenza ed alla compassione, Baroni verso sudditi, sudditi

verso Baroni, seguaci d'una bandiera verso seguaci di un'altra, e diceva

la società umana essere per necessità divisa in condizioni diverse, e a

vicenda contrarie, e poter tuttavia in tutte le condizioni e sotto tutte

le bandiere avervi intento, se non retto, almeno perdonabile per

involontaria ignoranza.

Studiosissimo dei libri di S. Bernardo, ne' quali si ammira sì soave

dolcezza, egli vi scorgeva un grado di carità ancor maggiore di quella

che pare dalle sole parole scritte. Perocch'egli leggendoli, riproduceva

nella memoria e l'inflessione di voce del Santo ed i gesti, e gli

sguardi, e conoscea per intero ciò che questi, usando tali espressioni,

sentiva. Con eguale consenso coll'amantissima anima del defunto maestro,

egli studiava le divine Scritture, e ne insegnava il diritto senso, non

solo a' suoi monaci, ma a parecchi giovani che erano educati nel

monastero, benchè non destinati alla vita monastica.

Da lui erano stati educati Eriberto ed Ottolino; nei quali egli avea

posto un affetto singolare, per le esimie doti d'ingegno e di cuore che

in loro avea scorte. Da lui si potrebbe dire essere stata educata pure

Rafaella, poichè egli aveva assai cooperato al modo con cui era stata

da' genitori allevata. Aveale poi insegnato egli medesimo a leggere; il

che non soleasi imparare allora da veruna figlia d'arimanno, e nemmeno

dalla più parte delle figlie dei cavalieri.

L'Abate era il benefico consolatore di Berardo e di Giovanna; ed ogni

volta che, per qualsivoglia motivo, dovea stare lungo tempo lontano, le

sventure si sentiano da que' poveretti a mille doppi. Forse, s'egli non

fosse ito a Genova per abboccarsi con Papa Alessandro, o se fosse

ritornato prima della partenza d'Eriberto, egli avrebbe consigliato al

Marchese ciò che non avea osato Berardo. «Lasciate Eriberto a' suoi

parenti, avrebbe detto il savio monaco, egli è il bastone della loro

vecchiaia». Forse ancora il suo consiglio avrebbe giovato a promuovere

in tempo la ricerca di Rafaella. Ma ora Guglielmo non può che ricordare

il dovuto ad altri, e alleggerire il peso delle tribolazioni di Berardo

e di Giovanna, compiangendoli e visitandoli sovente. Ogni volta che il

cane sdraiato attraverso la porta manda un dimesso latrato di gioia, poi

si leva e dimena la coda, Giovanna, a cui tosto batte il cuore,

«S'avvicina persona che il vecchio Moro conosce» e s'affretta alla

finestra, non osando soggiungere «Chi sa che non sia Rafaella?»

--Sarà l'Abate, dice tosto Berardo cercando d'impedire in lei quella

subita speranza, che delusa vieppiù l'amareggia.

E allora Giovanna angosciata del disinganno, ma procacciando di non

lasciarsi scorgere, dice: «È il nostro consolatore; Dio lo benedica!»

E gli vanno incontro, e lo introducono in casa, e prendono il bastone ed

il cappello. E dopo averlo fatto sedere nella seggiola grande, e aver

parlato della salute e di altrettante cose, con cui si cominciavano

anche allora le conversazioni, aspettano se nomini Rafaella: ed egli

avvedendosi del loro desiderio nè potendoli altramente consolare, la

nomina; ma non dice cosa alcuna della sua sorte presente.

--Niuno sa dunque dove sia la poveretta! sclama allora Giovanna,

prorompendo in lagrime. Io non la vedrò più? io non udrò più mai quella

voce, ch'erami una benedizione ogni mattina, e che ora aspetto invano

ogni sera? Ahimè! che senza averla udita, il letto non mi porge riposo,

ed i rari sonni al paro delle veglie sono piene d'ambascia. Oh Abate!

Voi che siete caro a Dio, non vi stancate di pregarlo che ci renda la

figliuola.

--Povera madre! dicea Guglielmo, asciugate il vostro pianto; Dio ci ama

tutti, e non ci abbandona, anche quando non ci esaudisce. Egli, che

volle vivere su questa terra di dolore e nascere di donna, conosce le

ambasce di tutte le madri, le addolcisce col dono della pazienza, e

s'apparecchia a rimunerarle con alte consolazioni. Non è possibile che

miri le vostre con noncuranza. Egli ch'è così buono non ci lascia patire

se non quando vede che i patimenti possono valere a migliorarci.

Preghiamolo ancora; e un dì gioiremo d'aver patito, perocchè vedremo che

il tempo della tribolazione fu quello in cui lo invocammo con più

fervore.

Le ragioni di Guglielmo erano semplici, Giovanna le avea udite mille

volte. Ma è proprio delle parole sante specialmente se profferite da

uomo venerando, di portar persuasione nelle anime pie e di rassegnarle a

patire. Oh quanto sono benefiche tali parole ripetute dal buon Abate

alla misera madre! Quanto sono dolci ancora a Berardo, che sebbene

simuli pace, è divorato talora da viva ambascia e solo ritrova pace

veramente quando il santo vecchio è entrato sotto il suo tetto!

Almeno s'avessero frequenti novelle d'Eriberto; ma rade sono,

apportatrici per lo più di timori. Ora s'ode che fu leggermente ferito,

e dubitasi che il nuncio sia infedele ed attenui per compassione la

gravità del caso. Ora s'ode che meritò onore per la sua prodezza, e

paventasi non forse questa prodezza gli sia stata fatale. Ora si narra

ch'egli ed Ottolino sono ognora scudo l'uno dell'altro, e prevedesi che,

se Ottolino cadesse fra lance nemiche, Eriberto arrischierebbe

disperatamente i suoi giorni per salvarlo.

Una volta venne notizia che il giovane Duca Guelfo, cugino

dell'Imperatore, dilettato sommamente dai canti d'Ottolino, desiderò

d'averlo tra' suoi famigliari, e pregò il Marchese Manfredo di

volerglielo cedere insieme col suo compagno indivisibile Eriberto.

Manfredo avea appagato il Duca. Essere al servigio di tanto Signore

potea sembrare fortuna; se non che i guerrieri di Manfredo se

sopravvivono alle battaglie, torneranno a Saluzzo; ma potrà Eriberto

sciorsi facilmente dal preso servigio? L'amistà sua per Ottolino, se

questi s'avvince agli stranieri, avvincerà anche lui; nè più sarà

sollecito de' genitori, se non forse quando piangerà sulla trista loro

tomba!

Ammalò Giovanna, e fu presso a morte, nè poi risanando potè

riacquistare, fuorchè in poca parte, le prime forze. Un giorno, che

sorretta dall'una parte dal marito, dall'altra dall'abate di Staffarda,

usciva, dopo molti mesi d'infermità, per rivedere il lieto aspetto delle

campagne, illuminate dal sole, sedutasi sopra una pietra, vicina alla

porta, udì abbaiare il cane, e disse mestamente:

--Qualcuno s'appressa, ma non è persona conosciuta dal vecchio Moro.

--E tuttavia può essere amica, disse Guglielmo.

Vedono avvicinarsi un viandante, il quale dalla strada volgeva verso la

casa di Berardo, e pareva esitasse, quasi ignaro se quello fosse il

luogo ch'egli cercava. Questi allora andogli incontro e disse:--Siate il

benvenuto viaggiatore al tetto di Berardo della Quercia.

--Viva Dio! Voi siete appunto quegli, che io cerco.

Berardo s'accorse dalla pronuncia che il viandante era un ebreo, e gli

dimandò che bramasse.

--Bramo che la mia venuta vi porti quelle gioie del cuore che io non

posso più gustare sulla terra. Perocchè Dio m'avea dato tre figli ed una

figlia. Due figli vidi spirare nel loro letto; il terzo perì in

battaglia; la figliuola mi fu involata da' Saracini e dopo

averla cercata dieci anni, seppi che il suo tiranno l'avea

trucidata.--S'asciugò una lagrima e soggiunse: Felice voi, Berardo!

vostra figliuola vive.

--Che dite? Ella vive? La mia Rafaella? Dove?

L'ebreo non s'affrettava a rispondere, temendo che l'impeto della

letizia non ispezzasse quel cuore paterno. Egli mirava da lontano

Giovanna, e pensando essere forse quella madre, chiedeva a sè stesso se

quella donna sì scarna e sì pallida potesse sostenere un annunzio di sì

grande consolazione. Egli voleva quindi frenare l'impazienza di Berardo.

Ma questi instava dicendo--Dov'è mia figlia? Ve ne scongiuro, deh

parlate!

E Giovanna che vedeva il marito fare di gran gesti, aguzzava l'occhio e

tendeva l'orecchio, e dicea, palpitando, a Guglielmo:--Che sarà mai?

--Quetatevi, dicea Guglielmo: non vedete che egli è allegro? Il

pellegrino gli portò buona notizia.

Giovanna non potendo contenersi, si levò in piedi, e pregò Guglielmo di

reggerla per avvicinarsi più presto ai due interlocutori.

--Berardo! disse con voce fioca, Berardo! Per pietà, se hai nuove della

figlia, non farmele aspettare!

--Vive! Vive! gridò, ebbro di contentezza, il buon padre.

--Vive? Tu dici che vive? chiedeva affannosamente Giovanna.

E fatta certa che non s'ingannava, lasciò il braccio dell'Abate, e

s'inginocchiò nella polvere piangendo e ringraziando Dio.

Nel suo entusiasmo di gratitudine, ella non voleva rialzarsi e

diceva:--Quel pellegrino è un Angelo del Signore. A me s'aspetta

ascoltarlo, prona a suoi piedi; io non leverò la faccia sopra di lui.

--Mi chiamo Melchisedecco e sono un povero ebreo, disse quegli.

Alzatevi, o donna, e degnatevi solo di non mirarmi con odio, sebbene di

razza sciagurata. Io vidi Rafaella; ed è sana, ed è in casa di amici;

Dio la salvò da grandi pericoli.

--Ah, quantunque ebreo voi siete mandato da Dio, esclamò Giovanna

alzandosi, e mirando per la prima volta senza ribrezzo un giudeo.

I tre uomini la ricondussero a casa mezzo svenuta per troppa letizia, e

i servi accorsero per soccorrerla, e quando ebbe riacquistato i sensi

rimasero ad udire ciò che Melchisedecco stava per narrare di Rafaella.

Egli andava un po' per le lunghe, e cominciò a dire chi egli fosse: un

nativo del ghetto di Torino; un ramingo da lunghi anni per diversi

paesi: un poveretto, stato spogliato e martirizzato dieci volte da

masnadieri; un servitore fedele di tutti coloro che lo pagavano

onestamente; un osservatore scrupoloso della legge, benchè sotto spoglie

di cristiano, ch'egli fingeva affine d'andare più illeso da violenze.

Si sarebbe, certo, risparmiato quel travestimento, se avesse saputo che

non potea aprir bocca senza farsi conoscere, dalla pronuncia, per quel

ch'egli era.

Quando gli parve che gli animi fossero abbastanza preparati, trasse

finalmente dalla bisaccia una grossa lettera, e dandola a Berardo disse:

--Io taccio: qui parla la vostra stessa figliuola.

Nuovo giubilo, nuova ansietà, nuove lagrime. Guglielmo che aveva voce

più ferma, lesse. Narrava Rafaella il suo ratto e i giorni vissuti in

Mozzatorre, ed il viaggio, e la fuga, poscia proseguiva:

«Il generoso che m'ha raccolta è un vecchio cittadino per nome

Berengario da Sant'Ambrogio. Sua moglie Alberta mi ama con tenerezza di

madre. I loro figliuoli sono sotto le bandiere di Milano. Tutta gente sì

onesta, ch'io ne fui per molti giorni come rapita. Una esemplare pietà

regna in questa casa. Io ascolto messa ogni mattina con Alberta. So che

l'Arcivescovo di Milano e tutto il suo clero furono scomunicati da

Vittore, ma qui tiensi con sincero animo che Vittore sia antipapa. Per

certo la scomunica di Vittore non vale; chè assistendo io alla Messa

provo sempre una grande consolazione, il che non credo che

potrebb'essere se il sacerdote che la dice fosse uno scomunicato. In

chiesa m'inginocchio ognora a sinistra di Alberta, come faceva allato

della mamma, e pregando la guardo spesso come altre volte guardavo la

mamma: e rammentando questa piango; ma il pianto che si versa in chiesa

è pieno di dolcezza. Oh amati genitori! io anelo di tornare fra le

braccia vostre. E tremo nondimeno immaginando il padre per via, in

questi tempi di ladri e d'eserciti. Berengario ed Alberta dicono che

dovete lasciarmi qui sino a giorni più tranquilli. Ma verranno tali

giorni? E quando? Ed ahimè se Milano, come già si paventa, venisse

assediata! E che diverrei, se i nemici entrassero, atteso il giuramento

che dicono fatto dall'imperatore, già volgono due anni, di non riporre

la corona sul capo, finchè Milano non sia distrutta, e spersi gli

abitanti? Oh me infelice! Eppure sento che nel mio tremore, pavento meno

per me che pel lutto che ne provereste. Poichè se l'ora della morte

viene, Iddio dà la forza di sostenerla.»

Ad altri passi la commozione degli ascoltanti avea già interrotto più

volte la lettura, ma Guglielmo si mantenea senza lagrime. A questo passo

si coperse la faccia e pianse anch'egli, supplicando in silenzio che se

la rovina di quella città dovesse accadere, qualche Santo prendesse

pietà di quella derelitta, e la salvasse. Indi continuò la lettura: «Se

il trarmi a casa non fosse possibile, non però v'addolorate. Ho patito

molti affanni e l'esperienza m'ha insegnato che Dio non abbandona coloro

che patiscono e pregano. Ho cercato notizie di Eriberto da alcuni

prigioni. Non seppero darmene. Le schiere imperiali sono sì numerose,

che nemmeno i capitani maggiori sono conosciuti da tutti. Se voi avete

contezza del fratello, ed il padre non può venire, piacciavi di darmene

notizie con vostre lettere o con quelle del venerando Abate.

Melchisedecco promette d'essere qui di ritorno da Cuneo, fra poche

settimane». La lettera finiva così: «Se non potete recarmi altro aiuto,

ricordatevi almeno di me tutti, nelle vostre orazioni!» Dove gli

astanti, compreso l'ebreo, concordemente gridarono: Sì tutti, tutti.

E l'Abate, alzando allora solennemente la commossa voce, incominciò il

bel salmo di Davidde:

--Il Dio nostro è rifugio e virtù; aiutatore nelle tribolazioni, le

quali vennero molte sopra di noi.

--Perciò non temeremo s'anco si turbi la terra, e se i monti si

rovescino nel cuor dell'oceano.

--Dio è in lei, e non sarà crollata. Dio l'aiuterà all'albeggiare d'un

prossimo mattino.

La lieta notizia della salvezza della figliuola aveva oltre ogni dire

rallegrati gli animi di tutti; sì che Berardo e Guglielmo stringeano la

mano di Melchisedecco, e Giovanna dimandava al Signore di rimeritarlo

della sua buona opera, traendolo alla luce del Vangelo.

Melchisedecco, dopo aver goduto anch'egli della gioia di cui era stato

apportatore accettò un piccolo ristoro; ma quando vide offerirglisi una

borsa, stese in prima così un poco la mano; poi subito ritraendola,

disse ch'era giorno di sabato e non potea prendere denaro. Le istanze

furono vane. Partì per Cuneo dov'era spedito da' Consoli di Milano, e

disse che al ritorno ripasserebbe.

Quel giorno sì pieno di dolcezze fu amareggiato dal timore, che poscia

destarono i ripetuti deliquii di Giovanna, la quale avea tanto esultato

e lagrimato, che le sue forze erano esauste. Il dì seguente ella era

ancora indebolita per modo, che Berardo non potea formare pur un istante

il pensiero di lasciarla per volare, come avrebbe desiderato, a Milano.

L'Abate ciò vedendo gli disse:

--Quella figliuola convien trarla assolutamente di Milano, e presto: il

pericolo dell'assedio stringe troppo. Voi non potete scostarvi dal

fianco di questa inferma. Dunque andrò io a Milano per avere Rafaella e

porla in un Monastero di Novara, ov'è badessa una mia congiunta. Di là

poi la faremo ripatriare, come i furori della guerra sieno scemati, e le

strade sieno più sicure.

--Non fia mai, disse Berardo, che in tempi si sventurati e per istrade

così infeste vi poniate in rischio voi di tanto più attempato di me, e

in questi freddi di Febbraio!

--Perchè, rispose l'Abate, fate voi sì poco conto delle mie forze?

Perchè sono alquanto più vecchio di voi? Ma se le membra hanno il vizio

di tremolare, l'animo non mi trema, sapete!

Berardo e Giovanna aveano qualche rimorso di consentire al viaggio

dell'Abate. Ma egli fu costante nel proposito; gli diedero dunque una

lettera per la figliuola e per Berengario da Sant'Ambrogio, ed egli,

accompagnato da sospiri e da benedizioni, partì.

Rafaella · 第 5 / 17 题