VII.

Il dottor Giulio è uso a fare ogni sera, quando il tempo è buono, due

passi sulla spianata del castello.

Il cielo si è rasserenato verso il tramonto, ed è limpido e chiaro:

l’aria è fredda, ma tranquilla. Giulio passeggia col capo chino sulla

stradicciuola erbosa che taglia obliquamente l’altura in mezzo ai

filari sull’area degli edifizi abbattuti, fino all’incontro d’un angolo

del corpo di fabbrica superstite. Quivi alza gli occhi e guarda il muro

lacerato, pieno di screpolature, per le quali è cresciuta l’erba e si

sono arrampicati il luppolo ed il rovo. Poi corruga dolorosamente la

fronte, si volta, e, come per cacciare un pensiero molesto, gitta uno

sguardo sull’orizzonte, su quelle curve moltiformi, innumerevoli, che

paiono ondate d’un mare burrascoso fatto immobile per incanto, ad un

tratto: i campanili che emergono nelle creste hanno l’aspetto di fari

spenti.

È uno spettacolo mirabile, fantastico. Qua e là spiccano sull’azzurro

pallido del cielo profili neri, bizzarri come di scogli sgretolati dai

marosi.

Erano i castelli di Corsione, di Mirabella, di Albereto, e sono adesso

mucchi di rottami, sfasciumi di muri cadenti. Sotto, a mezza costa

appaiono nell’ombra caseggiati vasti, bassi, quadrati, deformi: le case

dei _ricchi_.

Giulio china ancora gli occhi a terra; ritorna verso la casa della

defunta contessa, e volge un altro sguardo al muro screpolato, pendente

visibilmente infuori: pare abbia a crollargli addosso da un momento

all’altro.

Rifà nuovamente la strada sino al ciglio della spianata; al suo piede

si stende il villaggio d’Ormeto, come un’_esse_ allungata: quante case!

e chi porta il nome d’Ormeto non ha più una spanna di tetto!

Giulio continua la sua passeggiata innanzi indietro.

Dall’angolo del castello la stradicciuola rasenta, a sinistra, il

giardino e scende alla _cascina nuova_, quella che suo nonno ha

fatta edificare da circa quindici anni. Dopo molte giravolte, Giulio

s’accosta alla chiudenda del giardino e guarda là dentro: sono ancora

due brevi tronchi di viale ombreggiati da alberi centenari e in mezzo

a quelli alcuni sedili di pietra; fra l’uno e l’altro albero vi sono

siepi di mortella e macchie di arbusti.

A quindici anni, quando al collegio leggeva i primi romanzi, egli

pensava a quel povero lembo di parco gentilizio, vi collocava le

scene dei suoi libri favoriti, e la notte sognava vagare egli stesso

nell’ombra di quegli alberi, al chiaro di luna, nel silenzio della

campagna, solo con una damina al braccio, la sua damina, una contessa

per lo meno, la regina dei suoi pensieri di collegiale, col lungo

strascico di seta, con le mani bianche e le maniere aristocratiche, e

di sedere su di uno di quei sedili: e la mattina svegliandosi avrebbe

volentieri ceduto tutti i poderi della sua famiglia a chi gli avesse

potuto far vero quel sogno.

Sogni di adolescente, da un pezzo svaniti! — Proprio svaniti del tutto?

Alla finestra del primo piano, proprio in faccia a lui, vi è lume; sui

vetri si disegnano di quando in quando delle ombre e dei profili che

passano e ripassano e spariscono e ritornano. Cosa succede in quella

stanza? Anche in certi momenti gli par di udir delle voci confuse.

Poi sente a correre dalla parte opposta sul sentiero che sale dal

villaggio; egli allora ritorna indietro qualche passo, entra in mezzo

alla vigna, fa il giro del castello e viene dietro un filare donde si

scorge la porticina.

In quel mentre arriva un ragazzo di corsa e dalla porticina del

castello esce un uomo. Giulio riconosce Pasquale.

Il ragazzo trafelato dice:

— Il medico è fuori del paese.

Pasquale fa un’interiezione di dolore e soggiunge:

— Entra dentro, io vo’ dallo speziale.

E s’allontana con furia.

A Giulio il cuore batte in modo singolare.

Egli prende una risoluzione: esce dal suo nascondiglio, viene alla

porticina e la spinge; entra in casa.

Il ragazzo che stava nel corridoio si spaurisce.

Giulio gli dice:

— Conducimi nella stanza della malata.

Il ragazzo lo riconosce ed obbedisce...

Trovano la contessina svenuta sopra un canapè e presso a lei la moglie

di Pasquale che le stropiccia le mani, la chiama, singhiozza e non sa

cosa farle.

Giulio s’accosta e chiede:

— Cos’è stato?

— Sarà mezz’ora che m’è svenuta e non c’è verso di riaverla...

l’ho spruzzata d’acqua, le ho fregato i polsi, bagnate le tempie,

tutt’inutile... Sor medichino ha fatto bene a venire, ha fatto proprio

una carità.

— Avete fuoco acceso in cucina?

— Sì.

— Datemi un panno qualunque... sì, questo va bene, voi spogliatela in

fretta e mettetela in letto.

Poi corre in cucina e fa scaldare il panno: in quella giunge Pasquale

con un ampollino in mano, e, vedendolo, sbarra gli occhi in atto di

meraviglia.

Ma Giulio non s’accorge; egli è in quell’istante medico, null’altro che

medico: porge la pezzuola all’altro:

— Andate, gli dice, e fatela porre sul petto alla malata.

Gli strappa di mano l’ampollino, lo guarda, fa un gesto di

disapprovazione, e dice:

— Questo non serve, — ed esce.

Tutto questo in un baleno.

Dopo alcuni minuti ritorna con un cordiale e con un cucchiaio, ne versa

qualche goccia fra i denti della contessina. Poi dà parecchi ordini, ai

quali Pasquale e la moglie obbediscono con premura.

Finalmente la contessina dà segno di riaversi, mette un sospiro che

termina in un penoso sbadiglio.

Poi apre gli occhi e guarda intorno a sè.

Giulio si è ritirato in fondo alla camera, nell’ombra, e contempla

pietosamente quel visino smorto e patito.

La fanciulla chiede con un filo di voce alla donna:

— Cos’è accaduto?

— Nulla, — risponde la donna. — Come si sente?

— Sono stanca, — e chiude gli occhi ancora.

Giulio esce fuori nel corridoio e con lui Pasquale e poi la donna.

La donna domanda:

— Cosa ne dice lei?

— Questo è passato e speriamo non sarà nulla, — risponde Giulio.

— Non sarebbe meglio darle qualche nutrimento, un po’ di brodo?

— Sciocca! — esclama Pasquale.

— Sciocca niente affatto, — dice il dottore; — il male della signorina

è sfinimento. Datele pure il brodo; ma badiamo, poco e leggiero.

Buonanotte; se accade qualche novità venitemi ad avvertire. Tornerò

domani a vederla.

Uscito il dottore, Pasquale chiede col suo tono burbero:

— Chi l’ha chiamato?

La donna intimidita risponde:

— Nessuno, è venuto da sè.

Pasquale fa un moto di sorpresa, poi borbotta fra i denti:

— Diavolo; che il pruno voglia fare ciliege?

Tenda e castello · 第 41 / 55 题