VI.

Quello stesso giorno Maurizio fa il giro delle poche possessioni

dismesse dalla defunta: sono sette _giornate_ in tutto di fondi

spezzati, magri e danneggiati; dei cui frutti dimezzati col colono,

trappolati dalle costui ruberie, decimati ogni anno dalle imposte e

dalle riparazioni, la povera donna, per la riprovevole avventatezza del

figlio, era stata ridotta a vivere parecchi anni Dio sa come.

Egli li conosce a fondo zolla per zolla; non ha cessato mai, finchè

durò l’usufrutto della contessa, di visitarli di quando in quando e

di fiscaleggiarvi i modi di coltura e del mantenimento: il colono,

malgrado il divieto della contessa e la vigilanza di Pasquale, aveva

per quei della _trena_, e per Maurizio specialmente, una riguardosa

debolezza, prevedendo che un dì o l’altro egli avrebbe a far con loro.

Ora quel giorno è venuto, e Maurizio spadroneggia dappertutto, e il

colono gli corre dietro con umile condiscendenza, e cerca tutti i modi

d’ingraziarselo.

Maurizio è affaccendato, impaziente di entrare in possesso di quella

poca roba.

Incontrato Pasquale sull’uscio di casa sua, gli domanda:

— La signorina parte oggi?...

— Non so.

— Dille di sbrigarsi, e di sgombrare subito; siamo al San Martino

quandochessia, e noi vogliamo affittarla.

Era l’uso già praticato da Giacomo cogli altri edifizi del castello:

abbatterne subito tutto ciò che è ornamento, affittare l’abitabile

finchè rimane in piedi, poi distruggere anche questo quando sia

divenuto inservibile.

— Noi vogliamo affittarla, — ripete Maurizio.

Egli parla sempre alla prima persona plurale, e fa uso dei

corrispondenti pronomi possessivi quando parla degli affari di Giacomo

e della famiglia. — Cos’è Maurizio nella _cascina_? Non è parente,

non è amico, perchè i contadini non hanno, nella loro classe, che dei

cointeressati; — di servo non ha i modi; — è nulla, ed è tutto.

Una volta il dottore Giulio, a uno che gli aveva fatta la stessa

domanda, rispose dicendo:

— È _Maurizio_, non so altro. A casa nostra non si fa niente senza di

lui.

Fra la gente pratica della campagna hanno importanza le cose e non i

nomi. — Maurizio è quel che è: un uomo indispensabile: lo sanno tutti

là dentro, e lo sa egli pure. Martina sola non vuol saperne.

Quando il figlio di Giacomo, il notaio Giuseppe, affetto da malattia

cronica, deplorava la sua morte vicina e prematura, egli lo consolava

dicendo:

— Può morire tranquillo, sor Beppe, a suo figlio penserò io.

Bisogna ammettere che la ricchezza dei Bellardi s’era fra le sue mani

quadruplicata.

Però egli ha sempre conservato la sua indipendenza. Non ha mai abitato

alla cascina. — Prima stava a pigione; poi quando suo figlio, ch’era

stato nell’esercito come surrogante, tornò al paese, e coi denari del

cambio comprò una casa, Maurizio andò a stare con lui. Si osservava da

alcuni, che gli affari di questo figlio camminavano negli ultimi anni

con meravigliosa prosperità.

All’ordine crudele di Maurizio, Pasquale non replica nulla. Rientra

in casa; poi esce ancora, sale al castello; poi ridiscende di nuovo e

rincasa, accende un po’ di fuoco, vi siede vicino, e resta lì immobile,

col mento sul petto, parecchie ore di seguito.

Finalmente, quando è notte fatta, si butta il pastrano sulle spalle

ed esce; — prende la strada del castello, ma giunto a qualche passo

dalla cascina si ferma irresoluto: poi torna indietro, si ferma ancora,

alla fine entra arditamente, come chi ha preso una determinazione

penosa, ma inevitabile. Attraversa il cortile, e, spingendo l’uscio del

pianterreno, manda innanzi un — si può? — con voce rauca e malsicura.

Dalla cucina sbuca fuori la Martina, e guardandolo con occhio

inquisitorio, sta aspettando che le dica quel che vuole.

— Giacomo è alzato ancora?

— Sì, perchè?

Maurizio, che fumava seduto sulla pietra del fuoco, si alza, e viene

anche lui incontro a Pasquale, il quale riprende:

— Vorrei dirgli due parole, a Giacomo.

— Andate lì, nel tinello, — soggiunge bruscamente la donna, e gli volta

le spalle.

Maurizio invece tien dietro a Pasquale, ed entra con lui nel tinello.

Il vecchio è di malumore, lo si vede subito; è in piedi, ma le gambe

lo sorreggono a stento, ed è costretto ad appoggiarsi con ambe le mani

alla stufa. — Quando entrano, fa un moto per rizzarsi sulla persona,

e aguzza gli occhi stracchi in volto a Pasquale, che sta sulla soglia

pensoso, come inchiodato colà dalla ripugnanza che gli danno quell’uomo

e quella stanza.

Il vecchio continua a fissarlo senza parlare.

Maurizio gli dice:

— Non lo riconoscete? — è Pasquale.

— Lo conosco benissimo, — brontola Giacomo; poi, volgendosi a Pasquale,

soggiunge:

— È uscita... colei?

— La sora contessina, — spiega Maurizio in tono ironico.

Pasquale risponde a mezza voce:

— Non ancora...

— Cosa? — domanda Giacomo.

— Ha detto di no... — grida Maurizio.

— Ho già capito, — ribatte il vecchio stizzito. — E dimmi un po’,

quando fa conto di andarsene?

Pasquale fa qualche passo avanti, e comincia:

— Abbiamo scritto a Torino, a’ suoi parenti...

— Quali parenti? — chiede Maurizio, — quelli di sua madre?

— Abbiamo scritto che vengano a prenderla, — ripiglia Pasquale parlando

in fretta, come chi dice una bugia; — se siete contenti che stia ad

aspettarli al castello... fra otto... o dieci giorni al più... qualcuno

verrà.

— Quanti giorni? chiede Giacomo.

— Sette od otto, — risponde Pasquale, che ha capito d’aver chiesto un

termine troppo lungo.

— Ventiquattr’ore... con...cedo, — ribatte il vecchio.

Pasquale rimane sconcertato.

Giacomo soggiunge:

— Domani... che prenda i suoi... stracci, e se ne vada.

— Là dentro, ci hanno ballato abbastanza, — dice Maurizio, — e non c’è

più una sedia buona.

Pasquale si fa un po’ di coraggio, e dice:

— Dove volete che vada subito?

— Vada da’ suoi parenti, — risponde Maurizio ghignando.

Pasquale vorrebbe dire qualcosa a Maurizio, ma pensa alla signorina

per cui è venuto, e per paura di nuocerle si contiene, e, rivolgendosi

sempre al vecchio, continua con santa pazienza:

— Volete che vada a Torino da sola?

— Eh, sua madre ha girato il mondo da sola... e così è divenuta

contessa, — dice Maurizio.

— Massime in questi momenti, — prorompe Pasquale, — essa non sta bene...

— Pretesti, — borbotta Giacomo fra i denti.

— A voi cosa fa... giorno più, giorno meno...

— Ho detto... ventiquattro ore.

Pasquale resta là confuso, sbalordito, come un condannato a cui hanno

letto la sentenza; che vorrebbe protestare, e vede ch’è inutile il

farlo, e non sa capacitarsene.

— Hai inteso? — riprende il vecchio imperiosamente, dopo qualche minuto

di silenzio, e poi gli volta le spalle, con atto che significa: non

seccarmi più, e vattene.

Pasquale si volge lentamente. Maurizio ride sempre, il Napoleone

dell’orologio ha la sinistra nel cappotto, e coll’altro braccio gli

intima anch’esso di uscire.

Egli esce, e quand’è fuori affretta il passo, come se il terreno gli

scottasse i piedi. All’entrata del paese, incontra il suo ragazzo che

correva alla sua volta; egli è già stato a casa, per dirgli che al

castello è preso male alla contessina.

— Anche questa ci vuole, — geme Pasquale, e ritorna di trotto sulla

strada percorsa.

Tenda e castello · 第 40 / 55 题