L’indomani il dottor Giulio deve fare la visita promessa.
È quasi mezzogiorno e al castello non c’è stato ancora. Però sono due
ore che egli ha preso il sentiero della collina. Maurizio, credendo
che volesse visitare i piantamenti di viti, ch’egli ha fatto sulla
spianata, gli è venuto dietro e, raggiuntolo, senza cerimonia gli si è
posto ai fianchi. Poi ha cominciato a dipanare la filatessa delle sue
spiegazioni.
Ma, arrivato in cima, il dottore s’è seduto su un rialzo di terreno, ha
levato un libro dalla tasca del soprabito l’ha aperto e v’ha cacciati
gli occhi dentro così bene, che Maurizio non ha potuto più farglieli
alzare: perciò, stanco di parlare al vento, ha preso partito di
andarsene, cercando fra sè d’indovinare il motivo del mal’estro che da
due giorni osserva sul viso del suo _medichino_.
Giulio, rimasto solo, ha chiuso il libro, l’ha riposto in tasca;
ha acceso un sigaro, l’ha lasciato spegnere, è restato lunga pezza
immobile colle mani incrocicchiate attorno ad un ginocchio; poi s’è
alzato e s’è posto a passeggiare; poi è tornato ancora a sedere.
La giornata è splendida, il sole caldo, l’aria tepida e queta; proprio
l’estate di S. Martino. Ma il viso del dottore s’oscura sempre più.
La moglie di Pasquale gli passa accanto e lo saluta.
Giulio si scuote, e le chiede:
— Come sta?
— Meglio; non viene a vederla?
— Ah! sì...
S’alza e con la donna viene al castello, all’uscio della camera
dove sta la malata. La donna entra: egli rimane sulla soglia; egli
che allo stabilimento ha un passo così sicuro, che non aspetta mai
nell’anticamera dei suoi clienti, perchè è avvezzo invece ad essere
atteso.
La donna annunzia il dottore alla contessina e questa risponde:
— Venga, venga.
Giulio allora entra. La contessina si tira in fretta le coperte fino al
mento e lo saluta con un cenno di capo.
Gli occhi di lei mostrano i segni del pianto di molti giorni, e sono
pieni di lagrime.
Giulio s’inchina profondamente, s’avvicina in silenzio: le chiede
del suo stato, l’esamina in fretta e poi ad un invito si siede al
capezzale.
Tacciono tutti e due qualche minuto, poi la contessina dice:
— Dottore, so che lei è stato qui iersera, la ringrazio.
Giulio fa un’esclamazione sommessa e non risponde.
La contessina si volge a guardarlo e soggiunge:
— Sa che da me non l’avrei riconosciuto? l’ultima volta che l’ho visto
era tanto giovane ancora, non aveva barba affatto: e sono quasi otto
anni; era ad una festa al castello di Cortanze.
— Lei si ricorda di quel giorno?
— Altro che, e lei?
— Anch’io... lei portava un abito violetto a balze bianche.
— È vero.
— Io me ne stavo vergognoso in un canto ed in silenzio, intimidito
da tutta quella compagnia di signori: e lei nel _cotillon_ venne a
prendermi per danzare.
— Poi quando uscii io l’ho salutato e lei non mi ha risposto...
— Io non me ne sono accorto; non osavo guardarla...
— Aveva paura di mia nonna? — domanda con un leggiero sorriso la
contessina; poi subito si abbuia e sclama sottovoce singhiozzando:
— Povera nonna!
Essa piange qualche minuto in silenzio, volgendosi dalla parte
del muro; le sue treccie bionde si sciolgono e s’attortigliano sul
guanciale.
Infine riesce a calmarsi e soggiunge:
— Lei sta a Torino?
— Sì.
— Tutto l’anno, anche la state?
— La state vo ad Acquasana.
— Torino! com’è bello Torino! come ci andrei volontieri!
— Ma non ci va ella adesso?
La contessina crolla malinconicamente la sua testina.
— Ma non ha i parenti colà?
— Ma... non so...
— Oh!
— Sì, forse qualcuno che non conosco, che non ho mai visto, che non sa
neppure ch’io viva.
Poi aggiunse amaramente:
— Meglio così...
— Perchè?
— Perchè l’entrare in casa di gente che vi prende per farvi una grazia
è cosa che mi spaventa; io...
— Dunque!
— Dunque ci penserà Pasquale a collocarmi; io sono stanca, non sono
buona di pensare alle cose mie; me lo diceva sempre la povera nonna.
Pasquale è la mia grossa provvidenza; io mi sono rimessa in lui.
— Pasquale, il suo servo?
— Pasquale non è servo; è nostro grande amico, egli vien qui per
affezione... ha la disgrazia di volerci bene...
— Perchè dice disgrazia?
— Creda, è proprio così: ho notato che tutti i nostri amici sono stati
sventurati, mentre quelli che ci hanno fatto del male, oh quelli hanno
prosperato...
Queste parole dette così innocentemente, senza intenzione, feriscono
il dottore; la contessina se ne accorge, se ne adonta, e tutti e due
restano impacciati.
Giulio s’alza poco dopo, raccomanda le sue prescrizioni e prende
congedo.
La contessina Maria, tratto fuori in fretta un braccio di sotto la
coltre, gli porge con gentile franchezza la mano.
Il dottore la prende con la sua e gliela stringe con premura, quasi con
riconoscenza; ed osserva involontariamente che quel candido e morbido
braccio è coperto da una manica di tela grossa e bigia.
— Tornerò stasera, — egli dice.
— Grazie.
La sera ci ritorna difatti, e trova che la contessina è stata colta
da una febbre ardente; egli le raccomanda il silenzio, la calma, fa
un’ordinazione ed esce. Nello stesso modo succedono le due visite del
domani e quelle del posdomani. La malata lo accoglie con un sorriso,
con un altro sorriso lo congeda; egli non fa che le interrogazioni
strettamente necessarie. La febbre scema al mattino e ripiglia forza
alla sera. Ma nel pomeriggio del terzo giorno continua a sminuire e
nella mattina del quarto è scomparsa del tutto.
La contessina Maria accoglie il dottor Giulio con un sorriso più bello
del solito, lo saluta con voce quasi gaia, e porgendogli il polso gli
dice:
— Dottore, mi dica subito che sto meglio, se no glielo dico io.
Giulio osserva che stavolta il braccio della contessina è chiuso in una
manica di battista fina, benchè un po’ logora.