V.

Intanto due altri montano al castello: Giacomo e Maurizio. Da un pezzo

il vecchio non esce quasi più di casa; son parecchi anni che non è più

stato lassù: cammina a stento sostenuto da Maurizio.

Il sentiero sale sull’antica traccia della strada signorile, la quale

una volta, assiepata di mortella e tappezzata di muschio, partiva

dalla porta della torretta esagonale, ora sull’angolo della cascina,

e si svolgeva in curve graziose ed eleganti in mezzo ad una folta

selvetta d’alberi — e ad un bellissimo frutteto piantato sul declivio

occidentale della collina, dal ciglio dello spianato fino al bastione,

da uno dei conti d’Ormeto nel lungo periodo di pace nel quale si chiude

il regno di Vittorio Amedeo II e comincia quello di Carlo Emanuele III.

Ma il Bellardi, nell’ultimo decennio, dal 48 in poi, ha sradicato il

frutteto sostituendogli una vigna rigogliosa; e lo stradale, rimendato

delle curve, ha mutato prima in una stradicciuola ripida, poi in un

sentieruolo più ripido ancora.

Il contino Rinaldo aveva venduto colla testa nel sacco e senza curarsi

dei diritti della madre, con cui era in rotta pel suo matrimonio

disparato e la sua vita stramba. La vecchia contessa Cristina, quando

le venne assegnata la sua quota d’usofrutto, esasperata fino alla

disperazione nel vedere dal figlio ceduta al suo nemico fin l’antica

proprietà titolare, non aveva pensato a farsi assicurare nell’atto di

divisione il diritto di passaggio sull’antico stradale; e anzi non se

n’era riserbato alcuno.

Il Bellardi, costretto per legge a dare un passaggio qualunque, erasi

arreso a farlo, ma, come dice il codice, _nel modo più breve e meno

dannoso_ ai fondi da lui acquistati, restringendo questo passaggio, man

mano tutti gli anni con la perseverante tirchieria del contadino, fino

a renderlo quasi impraticabile.

Per via, Maurizio mostra al vecchio le nuove piantagioni; spiega con

eloquenza i mutamenti fatti di sua testa. Ma Giacomo, che per solito

vuol saper tutto e sopravvegliare a tutto, quella mattina è distratto

o piuttosto assorto in un pensiero fisso; le sue labbra sottili,

ripiegate entro le gengive sdentate, si contraggono convulsivamente,

i suoi occhi piccoli, infossati sotto fasci di rughe pelose, brillano

e protestano contro l’intorpidimento delle membra. Ad ogni momento

si ferma, stizzito della sua impotenza, ed alza il capo in alto per

misurare l’altezza che rimane a salire.

A mezza costa, a mano destra del sentiero, s’allarga un piccolo

ripiano, dov’era la cappella gentilizia dei signori d’Ormeto. Giacomo,

che ha militato al tempo della Repubblica ed è stato in Francia, non

ha scrupoli di religione, l’ha trasformata in un casotto di guardia per

la stagione delle vendemmie; davanti alla porta, cadente per vetustà, è

la pila dell’acqua santa capovolta. Quivi Giacomo si siede a riprender

fiato.

In quella sopraggiunge il convoglio funebre, che porta il cadavere

della contessa alla parrocchia. Il vecchio drizza il capo e guarda

con una singolare aria di indifferenza. Maurizio si leva il cappello.

Sbucano fuori di mezzo alle viti le _umiliate_, poi i _battuti_, di

cui uno col fascio di ceri sotto l’ascella, poi il prete in camice e

stola bianca listata di nero, poi il feretro, in fine tre o quattro

donnicciuole. Vanno di trotto, a balzelloni, sbandati, alla rinfusa,

come un branco di montoni cacciati dal mandriano, rimescolandosi,

urtandosi, buttandosi l’un l’altro fuori del sentiero; le tre

croci sbatacchiano i rami, dondolano, si dimenano, picchiano l’una

contro l’altra; i portatori gridano, si rimbrottano; il secchiolino

dell’acqua santa cigola, il prete canta un versetto del _Miserere_,

tutti rispondono ansanti, masticando fra i denti le parole in furia, a

contrattempo, discordemente.

Le tre campane suonano a distesa.

In un momento sono passati; il rumore dei passi affrettati, il

salmodiare più affrettato ancora si allontana, discende giù per la

china, un fracasso di canne spezzate l’accompagna.

— Maledetti! mi rovinano l’armatura dei filari! — sclama Giacomo.

Tutt’e due, l’uno a braccio dell’altro, riprendono la salita, giungono

in cima. Maurizio batte alla porticina del castello; al suo picchio

risoluto viene la moglie di Pasquale, e vedendoli rimane a bocca

aperta. Essi entrano, vanno innanzi nella cucina, dove è rimasta la

tavola parata, poi in un altro camerone vuoto, poi nell’androne che dal

cortile una volta metteva al giardino dietro la casa. Quivi, dacchè lo

scalone che dava accesso al piano superiore fu demolito dal Bellardi,

s’è collocata una scala di legno tarlato, dagli scalini smossi, e

che, per mezzo d’una trappola, mette capo nella galleria di sopra. Il

vecchio e Maurizio salgono, e la donna dietro a loro. Maurizio esamina

minutamente ogni cosa, ne giudica lo stato, e ne calcola il valore;

appena giunto nella galleria egli spinge un uscio a destra, e gitta uno

sguardo curioso entro la stanza, che è quella della contessina.

— Povera signora, — dice la donna a mezza voce, — non fa che

disperarsi; è mezz’ora appena che ha chiusi gli occhi.

— Ih! le passerà, si queterà anche lei come fanno gli altri, — dice

Maurizio ghignando e alzando le spalle.

— Volete che andiamo a vedere i mobili? — dice poi a Giacomo.

Il vecchio scuote la testa; — egli ha uno scopo. — Dov’è il salotto

ottagonale?

— È qui, — risponde la donna; e fattasi innanzi apre loro un altro

uscio in faccia, li fa attraversare un altro stanzino, una specie

di grazioso tinello; quindi li introduce nel salotto ottagonale, che

una volta separava o riuniva gli appartamenti delle due ali, ed era

il luogo di ritrovo della famiglia, la scena discreta delle serate

tranquille, monotone, eppur così care, così degne di ricordo; il

rifugio dei confidenti ragionari, delle gioie e dei dolori verecondi.

Quivi da qualche secolo tutti i casi lieti e tristi dei signori

d’Ormeto hanno avuto un’eco, un riflesso, una memoria: quella stanza

è il viscere che ha risposto a tutte le pulsazioni di una progenie,

che ne ha alimentato, risentito, raccolto le febbri, le passioni, le

superbie, le ambizioni e i patimenti. Delle otto pareti, una è occupata

dall’invetriata del balcone, tre dalle porte orlate di stipiti e

sormontate da frontoni con dipinti rappresentanti soggetti arcadici,

stipiti e frontoni sovraccarichi di dorature, di vetri, di ornati,

di rabeschi bizzarri, capricciosi, assurdi; fiori a foglie e viticci

che arieggiano gole di draghi, spire serpentine, mostri grotteschi

e mingherlini, prodotto di fantasie isteriche e leziose, decrepite

e bambine; ghiribizzi, viluppi inestricabili che furono le prime

impressioni e le prime ammirazioni dei fanciulli, e il malinconico

passatempo dei vecchi sgloriati, stanchi della vita e del mondo, che

venivano a cercarvi le speranze ed i sogni giovanili. Sulle altre

pareti, fra l’una e l’altra porta, quattro grandi arazzi Gobelins,

che rappresentano la leggenda del Cid. Li ha recati il conte Renato,

reduce dall’ambasciata alla corte di Luigi XV; ed è anche lui, il

conte Renato, che ha fatti porre colà gli altri mobili, tutti nello

stile vistoso e manierato del suo tempo, tutti parlanti di lui maturo

vagheggino, del suo fasto, della sua petulanza. Ma il tempo ha smorzati

i colori troppo vivi, i toni chiassosi, i luccicori impertinenti, ha

abbrunite le dorature smaglianti, ha reso le tinte più tranquille e

simpatiche, ha steso sovra tutto un velo di famigliarità dignitosa,

di malinconia profonda. Si capisce subito che là dentro le pompe, le

mattìe, le svenevolezze sono cessate da un pezzo, che sono sparite

insieme con le parrucche incipriate a _aile de pigeon_, insieme

con le code lustre, gli scarpini scollati, i nodi carnovaleschi, le

marsine variopinte, — e che in loro vece sono venuti i pensieri, le

riflessioni, le inquietudini di una vita più modesta e più severa.

Poi, una cert’aria di tristezza, di ordine scrupoloso, certi ninnoli

mezzo infranti sul camino, rivelano il tedio, i dolori di un’anima

solitaria, abbandonata fra quelle pareti di cui accarezza e conserva

gelosamente i ricordi, richiamando il passato a conforto e ad oblio

del presente. Poi certi strappi ai damaschi delle sedie, rimendati

con cura, dissimulati, nascosti studiosamente negli angoli più oscuri

della stanza, nelle penombre artifiziosamente ricercate; certi sdrusci

ai piedi dei mobili, certe scranne zoppe e appoggiate al muro, dicono

una terribile cosa, _miseria_, quella più penosa, quella che è posta

accanto alle tradizioni, agli usi, alle mostre, al bisogno della

ricchezza, quella che si vergogna, che vuol nascondersi, e non ci

riesce in tutto, e diventa una tortura, una mortificazione di tutte

l’ore, di tutti i minuti. — Un leggiero strato di polvere indica

che da molti giorni la famiglia non è venuta nella sala: un ragno

ha condotto i suoi fili dalla lumiera di cristallo alla candela di

un doppiere, e corre sovr’essi trionfante; gli specchi si rimandano

stupidi l’un l’altro l’immagine mostruosa, mai più veduta, dell’ospite

nuovo, la moltiplicano all’infinito, come per dirsi che la desolazione

è cominciata e che la distruzione è vicina; che il nemico il quale ha

fatto screpolare quei muri, squassandoli di fuori, tanti anni fa, è

alla porta, — sta per entrare.

Entrano Giacomo e Maurizio.

Il vecchio volge intorno uno sguardo di curiosità soddisfatta; poi,

vedendo che Maurizio ha colle sue scarpaccie fangose lordato il

tappeto,

— Somaro, — gli dice, — nettati le scarpe. Non sai che anche il

vescovo su quell’uscio si levava la calotta che tiene fino in chiesa?

e mostrava più rispetto per quei che stavano qui, che pei suoi santi?

L’onore di penetrare fin qui non l’aveva che il conte Corsione, il

marchese di Montafia, il conte di Castelleone, il marchese di Frinco,

quello di Castellalfero... e tu dirai ch’io ci sono entrato... col

cappello... in testa... da padrone!

Egli si rizza, con un prodigioso sforzo di volontà, sulla persona, e

pare aver scosso dalle spalle curve una diecina d’anni; poi move due

o tre passi, e viene a sedere nell’antico seggiolone damascato, con

la civetta dei conti d’Ormeto nel mezzo alla spalliera; — chiude gli

occhi, e mormora:

— Egli era qui.

— Chi? — domanda Maurizio un po’ stupito.

— Il conte Renato, il padre del conte Rinaldo.

— Quando?

— Settantasei anni fa: la sera del 6 gennaio 1782, sì, il giorno

dell’Epifania... Quella sera io sono venuto qui per la prima ed unica

volta... È una famosa storia, te la voglio contare:

— Il conte Renato aveva condotta a casa la sposa, una francese, con

un nome più grosso del suo giudizio; l’accompagnavano signori e servi

di tutti i colori; qui al castello era corte bandita: io era venuto

ad aiutare lo stalliere... avevo undici anni. I parenti e gli amici

condussero la sposa fin qui; io, curioso, mi cacciai in mezzo a loro;

i corridoi erano scuri, i servi coi lumi andavano innanzi agli sposi;

entrai, non visto, e mi nascosi, per vedere la sposa, dietro quella

scansia là. Poco dopo tutti salutarono ed uscirono: il conte Renato

stringeva loro le mani sulla porta; io non ho osato farmi innanzi. Poi

il conte chiuse gli usci a chiave, e rimasero soli gli sposi; sedettero

al fuoco. Il conte, frusto pei vizi, aveva sonno, sbadigliava, la sposa

aveva paura; trovava che il castello era melanconico. Io, che stavo a

disagio, mi mossi e feci tremolare certi barattoli che stavano sulla

scansia.

« — Vi è qualcuno là dietro, — disse spaurita la sposa.

— «No, — disse il conte.

— «Si,» — essa ripetè.

— Il conte s’alzò, venne alla mia volta, mi vide, mi acciuffò per

i cappelli... mi menò due terribili ceffoni che mi fecero uscire il

sangue dal naso e dalla bocca, poi aperse l’uscio, mi lanciò fuori e mi

sferrò un gran calcio, dicendo:

— «Un’altra volta ti ricorderai che il tuo posto è nella stalla.»

Maurizio dà in uno scoppio di risa.

— Egli rideva come te... la bestia... Ora il mio posto è qui, e i suoi

pari... non hanno neppur più la stalla... Fra pochi giorni la unica sua

discendente sarà in mezzo alla strada... ed io sarò...

Egli s’interrompe.

In faccia al verone, a un tiro di schioppo, è un poggetto sul quale

sta il cimitero nuovo del villaggio; appunto in quella ci portano la

vecchia contessa Cristina e s’ode il salmodiare della sepoltura.

. . . . . . .

— ... Io sarò ancora... qui, — dice Giacomo; poi alza il capo e guarda

Maurizio... e Maurizio guarda lui: — non pare che abbiano avuto tutti

due lo stesso pensiero? Maurizio ha in certi momenti un ghigno che fa

paura.

— Fa freddo... qui... non ti pare?

— No, — risponde l’altro, — sono gli anni, Giacomo.

Giacomo fa inutili sforzi per rialzarsi in piedi; Maurizio lo lascia

affannarsi un bel po’; poi colla sua flemma sinistra gli viene in

aiuto:

— Perchè fare il valoroso, quando non si può più?

Tenda e castello · 第 39 / 55 题