Intanto due altri montano al castello: Giacomo e Maurizio. Da un pezzo
il vecchio non esce quasi più di casa; son parecchi anni che non è più
stato lassù: cammina a stento sostenuto da Maurizio.
Il sentiero sale sull’antica traccia della strada signorile, la quale
una volta, assiepata di mortella e tappezzata di muschio, partiva
dalla porta della torretta esagonale, ora sull’angolo della cascina,
e si svolgeva in curve graziose ed eleganti in mezzo ad una folta
selvetta d’alberi — e ad un bellissimo frutteto piantato sul declivio
occidentale della collina, dal ciglio dello spianato fino al bastione,
da uno dei conti d’Ormeto nel lungo periodo di pace nel quale si chiude
il regno di Vittorio Amedeo II e comincia quello di Carlo Emanuele III.
Ma il Bellardi, nell’ultimo decennio, dal 48 in poi, ha sradicato il
frutteto sostituendogli una vigna rigogliosa; e lo stradale, rimendato
delle curve, ha mutato prima in una stradicciuola ripida, poi in un
sentieruolo più ripido ancora.
Il contino Rinaldo aveva venduto colla testa nel sacco e senza curarsi
dei diritti della madre, con cui era in rotta pel suo matrimonio
disparato e la sua vita stramba. La vecchia contessa Cristina, quando
le venne assegnata la sua quota d’usofrutto, esasperata fino alla
disperazione nel vedere dal figlio ceduta al suo nemico fin l’antica
proprietà titolare, non aveva pensato a farsi assicurare nell’atto di
divisione il diritto di passaggio sull’antico stradale; e anzi non se
n’era riserbato alcuno.
Il Bellardi, costretto per legge a dare un passaggio qualunque, erasi
arreso a farlo, ma, come dice il codice, _nel modo più breve e meno
dannoso_ ai fondi da lui acquistati, restringendo questo passaggio, man
mano tutti gli anni con la perseverante tirchieria del contadino, fino
a renderlo quasi impraticabile.
Per via, Maurizio mostra al vecchio le nuove piantagioni; spiega con
eloquenza i mutamenti fatti di sua testa. Ma Giacomo, che per solito
vuol saper tutto e sopravvegliare a tutto, quella mattina è distratto
o piuttosto assorto in un pensiero fisso; le sue labbra sottili,
ripiegate entro le gengive sdentate, si contraggono convulsivamente,
i suoi occhi piccoli, infossati sotto fasci di rughe pelose, brillano
e protestano contro l’intorpidimento delle membra. Ad ogni momento
si ferma, stizzito della sua impotenza, ed alza il capo in alto per
misurare l’altezza che rimane a salire.
A mezza costa, a mano destra del sentiero, s’allarga un piccolo
ripiano, dov’era la cappella gentilizia dei signori d’Ormeto. Giacomo,
che ha militato al tempo della Repubblica ed è stato in Francia, non
ha scrupoli di religione, l’ha trasformata in un casotto di guardia per
la stagione delle vendemmie; davanti alla porta, cadente per vetustà, è
la pila dell’acqua santa capovolta. Quivi Giacomo si siede a riprender
fiato.
In quella sopraggiunge il convoglio funebre, che porta il cadavere
della contessa alla parrocchia. Il vecchio drizza il capo e guarda
con una singolare aria di indifferenza. Maurizio si leva il cappello.
Sbucano fuori di mezzo alle viti le _umiliate_, poi i _battuti_, di
cui uno col fascio di ceri sotto l’ascella, poi il prete in camice e
stola bianca listata di nero, poi il feretro, in fine tre o quattro
donnicciuole. Vanno di trotto, a balzelloni, sbandati, alla rinfusa,
come un branco di montoni cacciati dal mandriano, rimescolandosi,
urtandosi, buttandosi l’un l’altro fuori del sentiero; le tre
croci sbatacchiano i rami, dondolano, si dimenano, picchiano l’una
contro l’altra; i portatori gridano, si rimbrottano; il secchiolino
dell’acqua santa cigola, il prete canta un versetto del _Miserere_,
tutti rispondono ansanti, masticando fra i denti le parole in furia, a
contrattempo, discordemente.
Le tre campane suonano a distesa.
In un momento sono passati; il rumore dei passi affrettati, il
salmodiare più affrettato ancora si allontana, discende giù per la
china, un fracasso di canne spezzate l’accompagna.
— Maledetti! mi rovinano l’armatura dei filari! — sclama Giacomo.
Tutt’e due, l’uno a braccio dell’altro, riprendono la salita, giungono
in cima. Maurizio batte alla porticina del castello; al suo picchio
risoluto viene la moglie di Pasquale, e vedendoli rimane a bocca
aperta. Essi entrano, vanno innanzi nella cucina, dove è rimasta la
tavola parata, poi in un altro camerone vuoto, poi nell’androne che dal
cortile una volta metteva al giardino dietro la casa. Quivi, dacchè lo
scalone che dava accesso al piano superiore fu demolito dal Bellardi,
s’è collocata una scala di legno tarlato, dagli scalini smossi, e
che, per mezzo d’una trappola, mette capo nella galleria di sopra. Il
vecchio e Maurizio salgono, e la donna dietro a loro. Maurizio esamina
minutamente ogni cosa, ne giudica lo stato, e ne calcola il valore;
appena giunto nella galleria egli spinge un uscio a destra, e gitta uno
sguardo curioso entro la stanza, che è quella della contessina.
— Povera signora, — dice la donna a mezza voce, — non fa che
disperarsi; è mezz’ora appena che ha chiusi gli occhi.
— Ih! le passerà, si queterà anche lei come fanno gli altri, — dice
Maurizio ghignando e alzando le spalle.
— Volete che andiamo a vedere i mobili? — dice poi a Giacomo.
Il vecchio scuote la testa; — egli ha uno scopo. — Dov’è il salotto
ottagonale?
— È qui, — risponde la donna; e fattasi innanzi apre loro un altro
uscio in faccia, li fa attraversare un altro stanzino, una specie
di grazioso tinello; quindi li introduce nel salotto ottagonale, che
una volta separava o riuniva gli appartamenti delle due ali, ed era
il luogo di ritrovo della famiglia, la scena discreta delle serate
tranquille, monotone, eppur così care, così degne di ricordo; il
rifugio dei confidenti ragionari, delle gioie e dei dolori verecondi.
Quivi da qualche secolo tutti i casi lieti e tristi dei signori
d’Ormeto hanno avuto un’eco, un riflesso, una memoria: quella stanza
è il viscere che ha risposto a tutte le pulsazioni di una progenie,
che ne ha alimentato, risentito, raccolto le febbri, le passioni, le
superbie, le ambizioni e i patimenti. Delle otto pareti, una è occupata
dall’invetriata del balcone, tre dalle porte orlate di stipiti e
sormontate da frontoni con dipinti rappresentanti soggetti arcadici,
stipiti e frontoni sovraccarichi di dorature, di vetri, di ornati,
di rabeschi bizzarri, capricciosi, assurdi; fiori a foglie e viticci
che arieggiano gole di draghi, spire serpentine, mostri grotteschi
e mingherlini, prodotto di fantasie isteriche e leziose, decrepite
e bambine; ghiribizzi, viluppi inestricabili che furono le prime
impressioni e le prime ammirazioni dei fanciulli, e il malinconico
passatempo dei vecchi sgloriati, stanchi della vita e del mondo, che
venivano a cercarvi le speranze ed i sogni giovanili. Sulle altre
pareti, fra l’una e l’altra porta, quattro grandi arazzi Gobelins,
che rappresentano la leggenda del Cid. Li ha recati il conte Renato,
reduce dall’ambasciata alla corte di Luigi XV; ed è anche lui, il
conte Renato, che ha fatti porre colà gli altri mobili, tutti nello
stile vistoso e manierato del suo tempo, tutti parlanti di lui maturo
vagheggino, del suo fasto, della sua petulanza. Ma il tempo ha smorzati
i colori troppo vivi, i toni chiassosi, i luccicori impertinenti, ha
abbrunite le dorature smaglianti, ha reso le tinte più tranquille e
simpatiche, ha steso sovra tutto un velo di famigliarità dignitosa,
di malinconia profonda. Si capisce subito che là dentro le pompe, le
mattìe, le svenevolezze sono cessate da un pezzo, che sono sparite
insieme con le parrucche incipriate a _aile de pigeon_, insieme
con le code lustre, gli scarpini scollati, i nodi carnovaleschi, le
marsine variopinte, — e che in loro vece sono venuti i pensieri, le
riflessioni, le inquietudini di una vita più modesta e più severa.
Poi, una cert’aria di tristezza, di ordine scrupoloso, certi ninnoli
mezzo infranti sul camino, rivelano il tedio, i dolori di un’anima
solitaria, abbandonata fra quelle pareti di cui accarezza e conserva
gelosamente i ricordi, richiamando il passato a conforto e ad oblio
del presente. Poi certi strappi ai damaschi delle sedie, rimendati
con cura, dissimulati, nascosti studiosamente negli angoli più oscuri
della stanza, nelle penombre artifiziosamente ricercate; certi sdrusci
ai piedi dei mobili, certe scranne zoppe e appoggiate al muro, dicono
una terribile cosa, _miseria_, quella più penosa, quella che è posta
accanto alle tradizioni, agli usi, alle mostre, al bisogno della
ricchezza, quella che si vergogna, che vuol nascondersi, e non ci
riesce in tutto, e diventa una tortura, una mortificazione di tutte
l’ore, di tutti i minuti. — Un leggiero strato di polvere indica
che da molti giorni la famiglia non è venuta nella sala: un ragno
ha condotto i suoi fili dalla lumiera di cristallo alla candela di
un doppiere, e corre sovr’essi trionfante; gli specchi si rimandano
stupidi l’un l’altro l’immagine mostruosa, mai più veduta, dell’ospite
nuovo, la moltiplicano all’infinito, come per dirsi che la desolazione
è cominciata e che la distruzione è vicina; che il nemico il quale ha
fatto screpolare quei muri, squassandoli di fuori, tanti anni fa, è
alla porta, — sta per entrare.
Entrano Giacomo e Maurizio.
Il vecchio volge intorno uno sguardo di curiosità soddisfatta; poi,
vedendo che Maurizio ha colle sue scarpaccie fangose lordato il
tappeto,
— Somaro, — gli dice, — nettati le scarpe. Non sai che anche il
vescovo su quell’uscio si levava la calotta che tiene fino in chiesa?
e mostrava più rispetto per quei che stavano qui, che pei suoi santi?
L’onore di penetrare fin qui non l’aveva che il conte Corsione, il
marchese di Montafia, il conte di Castelleone, il marchese di Frinco,
quello di Castellalfero... e tu dirai ch’io ci sono entrato... col
cappello... in testa... da padrone!
Egli si rizza, con un prodigioso sforzo di volontà, sulla persona, e
pare aver scosso dalle spalle curve una diecina d’anni; poi move due
o tre passi, e viene a sedere nell’antico seggiolone damascato, con
la civetta dei conti d’Ormeto nel mezzo alla spalliera; — chiude gli
occhi, e mormora:
— Egli era qui.
— Chi? — domanda Maurizio un po’ stupito.
— Il conte Renato, il padre del conte Rinaldo.
— Quando?
— Settantasei anni fa: la sera del 6 gennaio 1782, sì, il giorno
dell’Epifania... Quella sera io sono venuto qui per la prima ed unica
volta... È una famosa storia, te la voglio contare:
— Il conte Renato aveva condotta a casa la sposa, una francese, con
un nome più grosso del suo giudizio; l’accompagnavano signori e servi
di tutti i colori; qui al castello era corte bandita: io era venuto
ad aiutare lo stalliere... avevo undici anni. I parenti e gli amici
condussero la sposa fin qui; io, curioso, mi cacciai in mezzo a loro;
i corridoi erano scuri, i servi coi lumi andavano innanzi agli sposi;
entrai, non visto, e mi nascosi, per vedere la sposa, dietro quella
scansia là. Poco dopo tutti salutarono ed uscirono: il conte Renato
stringeva loro le mani sulla porta; io non ho osato farmi innanzi. Poi
il conte chiuse gli usci a chiave, e rimasero soli gli sposi; sedettero
al fuoco. Il conte, frusto pei vizi, aveva sonno, sbadigliava, la sposa
aveva paura; trovava che il castello era melanconico. Io, che stavo a
disagio, mi mossi e feci tremolare certi barattoli che stavano sulla
scansia.
« — Vi è qualcuno là dietro, — disse spaurita la sposa.
— «No, — disse il conte.
— «Si,» — essa ripetè.
— Il conte s’alzò, venne alla mia volta, mi vide, mi acciuffò per
i cappelli... mi menò due terribili ceffoni che mi fecero uscire il
sangue dal naso e dalla bocca, poi aperse l’uscio, mi lanciò fuori e mi
sferrò un gran calcio, dicendo:
— «Un’altra volta ti ricorderai che il tuo posto è nella stalla.»
Maurizio dà in uno scoppio di risa.
— Egli rideva come te... la bestia... Ora il mio posto è qui, e i suoi
pari... non hanno neppur più la stalla... Fra pochi giorni la unica sua
discendente sarà in mezzo alla strada... ed io sarò...
Egli s’interrompe.
In faccia al verone, a un tiro di schioppo, è un poggetto sul quale
sta il cimitero nuovo del villaggio; appunto in quella ci portano la
vecchia contessa Cristina e s’ode il salmodiare della sepoltura.
. . . . . . .
— ... Io sarò ancora... qui, — dice Giacomo; poi alza il capo e guarda
Maurizio... e Maurizio guarda lui: — non pare che abbiano avuto tutti
due lo stesso pensiero? Maurizio ha in certi momenti un ghigno che fa
paura.
— Fa freddo... qui... non ti pare?
— No, — risponde l’altro, — sono gli anni, Giacomo.
Giacomo fa inutili sforzi per rialzarsi in piedi; Maurizio lo lascia
affannarsi un bel po’; poi colla sua flemma sinistra gli viene in
aiuto:
— Perchè fare il valoroso, quando non si può più?