L’ho trovata la fortuna
Nel cantuccio dove batte
Il chiarore della luna.
Poi il ritornello di voci stridule, infantili, lanciate a piena gola,
si diffondeva:
E di pingoli, mingoli, ranplan, plan
Chi n’ha poco, chi nulla, chi tan, tan, tan.
Le pannocchie intanto cadevano con ritmo affrettato e si ammucchiavano
nel mezzo dell’aia. Un lumicino conficcato in una pilastrina del
portico, col pretesto di rischiarare, lasciava nella dolce penombra le
confidenze susurrate all’orecchio da due labbra carnose, i pizzicotti
furtivi, le strette di mano sotto le foglie, gli sbagli di acchiappare
un piede od un ginocchio in cambio di una pannocchia.
Il vinello andava in giro a inaffiare i soliti fichi secchi. Il
silenzio e le tenebre profonde della campagna incorniciavano quella
tranquilla giocondità rusticana.
Ad un tratto succede un tafferuglio; il lumicino, colpito, cade e
scompare, le pannocchie volano alla cieca, all’impazzata, e, guarda
alla testa! qualcuno irrompe in mezzo al crocchio, pesta gambe,
rovescia petti; è un grande fruscìo, è uno scompiglio, un rifascio, una
confusione da non dirsi. Poi, ad un tratto, silenzio, uno svolazzo di
risatine che fuggono.
Cos’è nato? Chi si trova sepolto sotto un mucchio di foglie, chi una
pannocchia in seno, chi col naso ammaccato; chi bestemmia, chi ride; si
domandano spiegazioni, si accusano a vicenda; il diverbio si accende,
ma finisce con una pronta riconciliazione, e coi soliti scappellotti di
sicurezza ai ragazzi, — qualcuno cerca il lumicino per terra.
Doro, un grosso fanciullone di sedici anni, dice a Centino:
— Non hai inteso tu? mi è piombata alle spalle; fo per pararmi, mi
volto, mi cade addosso faccia contro faccia, dei capelli lunghi mi
cascano in bocca, negli occhi, e sento un odore, un odore buono! non
hai sentito tu? l’ho ancora nel naso. Fo per tenerla, passo le mani
alla vita, sento liscio come seta...
Ma lo zio Evasio piglia Doro pel collarino, lo leva di peso, e:
— Alla paglia, allocco, imparerai a far le chiassate...
Lo issa su per la scala a piuoli del fienile, suo appartamento notturno.
Quando l’ebbe visto ritirato, levò egli stesso la scala, per sicurezza,
brontolando fra i denti:
— Diavolo di una contessina!
Una carrozza s’allontanava sullo stradone.
La prima quiete per quella sera non tornò più; i rabbuffi dei vecchi,
gli scapellotti paterni non giovarono a rinfrenare quella ragazzaglia
scatenata dalle gherminelle burlone; il vinello non puro, ma innocente
da ogni male fatto, fu calunniato atrocemente. Una vena di umor
birichino era entrata là in mezzo e vi accendeva razzi di monellerie
infinite; soffocate qui, scoppiettavano più in là; le confidenze
appioppate all’orecchio, le strette furtive, gli scambi nelle foglie
furono innumerevoli...
Quando Evasio, alzandosi, prese il lume e pronunziò le parole d’uso:
— grazie, a buon rendere, — Centino sfiorando il bordato di Agnese,
fantasticava il _liscio come seta_, di cui Doro gli aveva parlato.
Scoccava dal viso, dai modi di Luscià una provocazione al disordine
strana, involontaria.
Ella poteva dire colla frase evangelica: — sento che una certa virtù
è uscita dalla mia persona. — Però gli effetti erano tutt’altro che
salutari.
Tutte le domeniche il cappellano diceva la messa nell’oratorio
del castello; ma Luscià preferiva lo svago della messa grande alla
parrochia del paese.
L’arciprete, decrepito e acciaccoso lasciava quella massima fatica al
suo vicecurato, un giovine venuto da poco, smilzo, trasparente come una
candela, timido, che balbutiva un poco.
Quando si voltava a dire il _Dominus vobiscum_, arrossiva e non
guardava in faccia a nessuno.
Ma la prima volta che Luscià venne alla messa, una forza prepotente
lo costrinse a levar gli occhi... e... _Do... vi... Dobi_..., restò in
asso colle braccia aperte.
Luscià lo fissava seria seria e contegnosa; solo una fine ironia,
un’aria quasi impercettibile di beffa trapelava dal suo volto.
Una risata repressa serpeggiò, singhiozzò per la chiesa; il vicecurato
non salutò quel giorno i fedeli...