XV.

Così era sempre lui che discendeva al livello di lei.

Curioso però: questo fascino pareva in lei involontario; si

prestava per compiacenza alle bizzarrie ch’ella ispirava senza quasi

parteciparvi. Il conte non poteva restar tranquillo con lei — ella

serbava sempre, sotto una vivacità superficiale, una grande padronanza

di sè stessa, e anche una grande freddezza.

La sua stravaganza era natura, caparbietà, condiscendenza, non mai

passione.

Tuttavia il conte cominciò nei dì seguenti a pensare davvero

all’educazione di Luscià. Volle farle egli stesso da maestro, per non

cedere ad alcuno le primizie della sua intelligenza.

Le diede con la massima gravità, tutte le mattine, lezione per un’ora o

due, e si sforzava di conservare la sua gravità. Poi nel pomeriggio le

teneva dei lunghi discorsi per farle intendere come dovesse comportarsi

in casa e fuori.

Per questo egli aveva scelta la camera della madre, per dar una certa

solennità alle proprie parole e sopratutto per essere sicuro della

propria serietà. Le parlava della contessa, cercando nell’esempio di

lei l’insegnamento per la sua Luscià: la memoria della madre, evocata

come un angelo tutelare, gli ridava in quell’ora la dignità e la calma

riflessiva del suo carattere. Ridiventava il protettore del primo loro

incontro.

Ma ella non era più la piccola vagabonda riverente di allora. Quel

luogo non le faceva più l’effetto di prima; ci s’era avvezzata e ci

si annoiava: quella penombra malinconica le dava un sonno molesto,

pesante, ostinato. Quanto al ritratto della signora, aveva perduto per

lei il suo carattere soprannaturale dell’idolo; e tutte le apologie

figliali di Emanuele non valevano a sostituirvi un’altra influenza: in

fin dei conti era immagine d’una donna — per bellezza Luscià ne aveva

incontrate di meglio, e del resto, della virtù, delle qualità morali

già non si vedeva nulla — poi ella non doveva farne gran caso. Era ben

vestita, ma ella poteva fare altrettanto.

Docile, obbediente, ella non si ribellava a quella noia di tutti i

giorni — ma gli sbadigli sempre più frequenti delle sue labbruzze di

carmino, la nervosa irrequietudine delle sue manine nelle frangie della

sedia, i moti, gli scatti repentini della sua personcina rivelavano il

suo supplizio.

Il conte faceva la vista di non accorgersene, felice della propria

resistenza; della quale poi faceva ammenda colle condiscendenze meno

ragionevoli.

Appena usciti di là si sprofondavano insieme nelle macchie del parco,

nel più fitto dei cespugli, — ed egli, da quel grande ragazzo che era

divenuto, era il primo a darle il segno della gazzarra. Egli stesso

aveva, più di lei, bisogno di sfogo. La trascinava di corsa, la portava

di peso sulle braccia, si abbandonava a dei matti trasporti. E la

povera influenza che poteva aver guadagnato col suo contegno sfumava

così ad un tratto.

Luscià faceva poco profitto delle lezioni. Aveva preso presto una

vernice superficiale, — ma oltre a questo, null’altro. Una certa

speditezza nel parlare era tutto per l’istruzione, una certa grazia

chiassona nel vestire, una certa morbidezza di maniere, una certa

pigrizia di gusti era tutto per l’educazione.

La zingarella era scomparsa, ma la dama non appariva.

Quei tre mesi l’avevano cambiata all’epidermide, — ma sotto, chi poteva

vedere?

L’indole petulante erasi raccolta dentro ad una crisalide di seta: ne

sarebbe uscita bruco o farfalla?

Il conte confidava nei primi tempi di trarne una buona, una affettuosa

mogliuccia, una savia, un’adorabile damina.

Intanto però ella era qualcosa d’indefinibile; una specie di enigma;

la sua stranezza meno farfallina aveva qualcosa di più intenso e

di più profondo. Il suo viso, nel quale non traspariva mai l’ombra

di un sentimento, si accentuava in un proposito tenace, ostinato,

incomprensibile.

E il marito credeva leggervi delle disposizioni serie alla vita

domestica.

Egli aveva voluto confidarle le chiavi della casa ma ella non era buona

di trattar coi servi: il loro rispetto, il loro riserbo l’impacciava,

le imponeva; ella non sapeva comandar loro nulla sul serio; volta a

volta troppo impetuosa, troppo umile, troppo trascurata. Non fosse

stata la tradizione severa della casa, li avrebbe guastati.

Poi quel materezzolo pesante le dava fastidio. Finì col darlo a Nad, la

quale se ne valse per ficcare il suo naso dappertutto e satollarvi le

sue ingordigie di mendica.

Ciò suscitò una seria tempesta e diede un serio impaccio al conte.

Aurelia la vecchia governante, avvezza da tanti anni al dominio reale

della dispensa, della guardaroba, non potè rassegnarsi allo sperpero

ghiotto che ne seguì: e se ne lagnò col conte.

Il quale si provò parlarne a Luscià.

— Tu devi tenere il governo della casa e non Nad.

— Vuoi dunque ch’io mi faccia tutto da me?

— No, ma tu devi ordinare, tu sola.

Finì coll’indurla a restituire le chiavi alla governante.

Ma da quel giorno Aurelia non ebbe più pace: — una guerra sorda

cominciò fra essa e Nad, la quale, coprendosi della autorità della

nipote, era infinitamente più forte di lei.

Luscià si lamentò col conte che la governante le faceva mancar tutto,

che la maltrattava, che le voleva male.

Ciò era incredibile; il conte tentò di prendere le difese della povera

donna; essa stessa, con tutto il riguardo della sua educazione, cercò

di rabbonire la padrona, di persuaderla delle sue buone intenzioni, di

dissipare rispettosamente le accuse che le si movevano.

Luscià sostenne, in presenza del conte, le sue lagnanze, ripetè con

faccia franca che la malmenava, la faceva patire, trovò lì per lì dei

fatti, delle prove, le colorì con la massima naturalezza.

E, si capisce, il torto rimase ad Aurelia; il conte le cedette l’uso di

una piccola casetta in paese, ed ella dovette abbandonare, piangendo,

colla morte nel cuore, il castello dov’era cresciuta, dov’era

invecchiata, dove tutta la sua vita, onesta, laboriosa era trascorsa,

lasciandovi tutte le sue abitudini, tutte le sue affezioni.

Nad era sempre l’unica confidente di Luscià.

Ella la vestiva, l’abbigliava, l’infronzoliva come una bambola; era,

con lei, tenera, umile, servile ed anche esigente ed imperiosa; aveva

l’autorità di esserle utile e necessaria.

Luscià non l’avrebbe lasciata un momento.

Ella non si affezionava punto nè alla casa, nè al paese.

Nel castello era sempre, come al primo giorno, un’ospite incomoda, non

la signora; la zingara e il vecchio maniere non se l’intendevano punto,

non si compenetravano.

Fra’ suoi istinti e quella veneranda chiocciola di una razza di

potenti, v’era sempre la ripugnanza di due mondi diversi.

Non si sentiva bene che nella camera; e bisognava vederla quella

camera! disordinata, piena di confusione come una tenda.

La giocondità grave e profonda della vendemmia si spandeva per

le campagne; i vigneti, tinti di tutti i colori autunnali, gaia

decrepitezza della verzura, erano pieni di canti, di operosità; dolci

nenie la sera salivano il colle, accompagnate dallo stridere dei carri

sopraccarichi di tinozze e di arbie ricolme.

Luscià non amava nulla di tutto ciò.

Il suo trattenimento favorito era di star seduta dinanzi allo specchio,

ridendo con Nad o cantando sulla _cobza_, ch’ella e la nonna sonavano

benissimo, le melodie imparate a Milano; le melodie facili, allegre,

erano quelle che preferiva.

Qualche volta i suoi ghiribizzi da zingara la pigliavano. Ella

scorazzava allora per la campagna, squarciando filari, strappando

tralci, imperversando come un animale malefico, per involare un

grappolo di uva, che mordeva furiosamente, assaporandovi la voluttà del

furto riuscito.

Il conte, testimone di queste scene, ne rideva di gran cuore.

Dell’altre volte si vestiva di tutto punto, si copriva da capo a piedi

di gingilli, di gale, di pizzi, di merletti, di nastri d’ogni colore,

d’ori, di brillanti, e così attillata, mascherata, impennacchiata, ella

montava in carrozza e si faceva menare, di galoppo, attraverso a sette

od otto villaggi dei dintorni.

Lo scampanìo delle sonagliere della sua quadriglia, lo schioccar della

frusta, lo scalpitar dei cavalli, spinti alla corsa sul ciottolato

ineguale, invadevano, con violenza improvvisa, la pace sonnolenta, la

morta quiete dell’abitato; tutti correvano all’uscio, alle finestre; le

donne balzavano, con meraviglia paurosa, a schivar i bambini, facevano

ala dalle due bande, atterrite, sgomente. E Luscià passava sdraiata nel

suo cocchio, sorridente, superba, contenta.

Una sera alla cascina di Evasio, uno dei massai del conte,

spannocchiavano il granturco. La famiglia ed i vicini sedevano in

semicerchio dinanzi al portico, sulle pannocchie; i vecchi in mezzo

sopra alcune sedie, dinanzi a loro la gente matura, poi più in là i

giovani, come vanguardia in prima fila, e ai due lati in mezzo alle

foglie i ragazzi. I vecchi sonnecchiavano un poco raccontando le cose

d’una volta; gli uomini discorrevano di cose positive; qualcuno contava

qualche storia ardita, suscitando fra le donne degli scoppi saltellanti

di risa secche, di singhiozzi repressi.

Tenda e castello · 第 20 / 55 题