XVI.

Il conte cominciava a soffrire uno strano malessere, non sapeva bene

che cosa, un sentimento di vuoto, di morale solitudine.

Luscià non mostrava alcuna confidenza per lui.

Aveva tutte le docilità servili, le compiacenze supine, le tenerezze

convenzionali della schiava favorita. Ubbidiva alla sua volontà, subiva

i suoi desideri, non li preveniva.

Chiamata, accorreva pronta e premurosa, rimaneva passiva al suo fianco,

senza impazienza, con una sommessione perfetta, irreprensibile.

Ma, egli l’aveva notato con dolore, non veniva mai, spontaneamente,

a cercarlo. Se qualche volta gli si avvicinava, era per chiedergli

qualche cosa; le sue carezze non erano allora che la diplomazia dei

suoi capricci; questi soddisfatti, cessavano.

Spesse volte, dopo una scena di suppliche, di preghiere, quando egli

cominciava ad illudersi, a vedere in quel fuoco artifiziale di moine

una scintilla di affetto vero, Luscià, allontanandosi improvvisamente,

fredda, impassibile, lo lasciava profondamente mortificato. La sua

arrendevolezza di gentiluomo rendeva anche meno frequenti queste

illusioni; nè egli era uomo da valersene consciamente.

Accordava sempre tutto; l’idea di esigere un compenso lo avrebbe

stomacato.

Fra loro non c’era stato punto vero di contatto che il sollazzo dei

primi giorni a cui ella aveva, senza saperlo, trascinato il marito

inconscio; scomparso questo, il loro allontanamento si approfondiva.

Il fatto è che quella baraonda, quello sfogo tutto fisico, rumoroso,

chiassoso, non poteva bastare ad Emanuele. E nella severa casa de’ suoi

avi non poteva neppure piacergli.

Ristabilito l’equilibrio nel suo animo, le facoltà più nobili avevano

ripreso il sopravvento. Svaporata la foga tardiva di un’adolescenza

repressa, sedato l’orgasmo dei sensi, svanito il fascino femminile, il

cuore cercò la donna.

E la donna restò un mistero.

Come l’antico scultore, egli si sforzava di ravvivare un’immagine, ma

invano.

Quando si trovavano soli a passeggiare nei boschi, nella solitudine

del parco; quando, alzandosi da mensa, nel silenzio grave, voluttuoso

dell’ore meridiane, Luscià veniva, con la grazia di un cagnolino

domesticato, ad accoccolarsi, pigra e sonnolente, sulle sue ginocchia,

egli aveva ancora degli slanci di vivacità, delle smanie; la copriva

qualche volta di baci furiosi, le scompigliava i capelli, vi tuffava

la fronte riarsa, s’inebbriava del suo sorriso, del suo profumo. Ma

non era più la gaia spensieratezza facile e poco esigente d’una volta;

i suoi trasporti avevano qualcosa di più violento, di più profondo, di

più tormentoso. Erano i dubbi, le inquietudini, le curiosità dolorose,

gli sgomenti delle sue riflessioni solitarie, delle sue veglie, era

tutto il suo cuore straziato, che irrompevano in quelle carezze, che

picchiavano con queste smanie, per farsi strada nel cuore di lei, e che

pur rimaneva fredda, impenetrabile.

Perchè egli l’amava perdutamente, infinitamente.

L’ideale della prima simpatia, passando per il fascino de’ sensi,

gli era penetrato nelle carni, nel cuore, nello spirito, e vi aveva

suscitata una di quelle passioni terribili, violenti come le tempeste,

che commovono i laghi profondi e dormenti delle montagne. Una passione

che aveva tutto l’impeto del desiderio, tutta la forza del sentimento,

tutte le pretese infinite dell’ideale, che avrebbe voluto sollevare la

donna amata fino all’adorazione, e, non potendo, discendeva con lei

fino nel fango dei sensi, cercandovi oblìo di sè stesso e trovando

tormento, umiliazione.

Certe volte egli, esasperato, stringeva Luscià fra le sue braccia,

metteva il suo labbro ardente sovra quelle di lei fresche e profumate,

la sua fronte corrugata e accesa su quella di lei bianca, marmorea,

figgeva gli occhi allucinati nei suoi; il suo petto ansante batteva

contro quello di lei. Diceva: — Se il sospiro di un sentimento, se la

scintilla di un pensiero scatterà dal suo cuore, — io lo sentirò, sarà

mio.

Ella di solito s’addormentava.

Allora lo prendeva un acuto dolore, poi un grave sconforto, una nausea

profonda; — le braccia gli cadevano penzoloni; sentiva un peso molesto,

una ripugnanza per quel corpo inerte. Talvolta la tortura era tanto

insopportabile, ch’egli era costretto a svegliarla. Luscià si alzava,

fregandosi le palpebre; non si lagnava, scivolava a terra leggera e

s’allontanava.

Emanuele la richiamava, — ella ubbidiva, tornava presso di lui, gli

chiedeva quetamente:

— Che vuoi?

— Non comprendi? le rispondeva con voce tremante.

Ella lo guardava muta, riflessiva.

Dopo alcuni minuti di silenzio:

— Vado, diceva, — e se ne andava.

Egli la lasciava andare — e si ritirava nella sua camera coi nervi in

sussulto.

La sua mente si perdeva, avea degli accessi di superstizione. Si

chiedeva per qual sortilegio fatale i loro spiriti non riuscivano a

intendersi, ad affiatarsi nella stretta intimità della loro vita. —

Ella m’appartiene, sclamava, con tutta la sua persona, con tutta la

sua volontà; non un suo sguardo mi sfugge, non un respiro; ella ride,

dorme fra le mie braccia, posso contare tutte le sue pulsazioni; ella è

veramente ossa delle mie ossa, carne della mia carne, — eppure ella non

è mia: si è mai visto, si può spiegare l’accordo di un così completo

abbandono e di una così completa indipendenza? La sua persona non ha

segreti per me, eppure io non vedo nel suo spirito più di quello che

veda nel cuore il mio cavallo.

Ma era molto peggio. Si poteva dubitare che il cavallo avesse una

coscienza propria, indipendente dalle sensazioni esteriori.

Invece in Luscià c’era, senza dubbio alcuno, un mondo morale ignoto a

lui, incomprensibile, senza punto d’incontro col suo.

Guardando negli occhi di Luscià, in quei suoi sguardi fissi, quando

era queta e immobile, si sentiva davanti a un abisso tenebroso, che gli

dava delle vertigini.

Egli aveva allora quasi paura di quell’essere ignoto che non lo capiva

e ch’egli non riusciva a capire.

Quando si recava da lei, appressandosi alla camera, la sentiva parlare

con Nad nel proprio dialetto, — non pareva più quella: — si fermava

alla porta ad ascoltarla, — tratteneva il fiato, — non capiva nulla; —

ma sentiva nel suo cicalio degli accenti teneri, profondi, affettuosi,

ora soavi, ora impetuosi, quasi violenti; era la sua anima che parlava

allora, — era il suo cuore che tripudiava, — che soffriva. — Perchè? —

chissà!

Appena egli entrava, il miraggio spariva: la sua fronte s’appianava,

i suoi lineamenti si quetavano, la commozione si celava rapidamente,

il sentimento dileguava in un baleno, l’ultima lagrima cadeva, gli

occhi rimanevano asciutti, e sulle sue labbra, sulla sua fronte, sul

suo volto tutto quanto si atteggiava prontamente il sorriso freddo,

servile, odioso, che non diceva nulla e nascondeva tutto: una maschera.

Ella aveva dunque delle gioie, dei dolori che a lui non era dato

conoscere.

Ma quali? Ci pensava e ci si smarriva.

Quando era con lui ed egli cercava scrutarla, ella non mostrava tema e

neppur diffidenza, — ma solo una ingenuità illimitata.

Un giorno che l’aveva intesa piangere angosciosamente, egli la prese in

disparte, — uscirono insieme per la campagna: egli si trovava più ad

agio con Luscià fuori che non fra le mura del castello, dove pareva i

ricordi, le abitudini, le convenienze si frapponessero fra loro due. —

Presero il sentiero della fontana e discesero nella valle.

Camminavano sopra un tappeto fitto di foglie di pioppo. Luscià coglieva

nei prati dei gigli freddolini d’un violetto vivace: ma appena li aveva

messi in seno avvizzivano, ed ella li buttava.

L’autunno spargeva per la campagna le sue tinte calde, tutti i toni

dalla porpora intensa delle lacche al rancio vermiglio del carmino, al

giallo, all’oro lucente.

Emanuele guardava quella falsa pompa di vita nella natura morente;

credeva leggervi la condanna della sua gioventù in ritardo. Era triste,

rimpiangeva la malinconica severità della vita solitaria di una volta.

Luscià era del solito umore, senza la minima traccia di una commozione.

Ad intervalli si accostava al marito e gli parlava dei suoi gusti di

fanciulla viziata, della veste ch’ella voleva farsi, chiedendogli il

suo consiglio sopra una quantità di particolari nuovi che ella aveva

pensato.

Repentinamente egli le disse:

— Luscià, tu non hai confidenza in me.

E soggiunse prendendole il braccio:

— Tu non mi dici mai il tuo pensiero: hai dei dispiaceri e me li

nascondi...

— Io... no...

— Stamattina tu hai pianto, io t’ho sentita, — perchè?

Ella tacque.

— Dimmelo, — perchè piangevi?

— Non ricordo...

— Qualcuno ti ha offesa, afflitta...

— No, no, rispose Luscià crollando vivamente il capo.

— Dunque?... ti sentivi forse male...

— Sì, mi sentivo male.

— E non mi dici nulla! — e cosa ti sentivi?

— Non so, — ora è passato...

— Vedi, ripetè Emanuele, l’ho detto, tu non hai confidenza in me che

ti voglio tanto bene, in me che penso continuamente a te, che non ho

segreto per te, che farei non so cosa per vederti contenta! — Ma tu non

sai ch’io ti voglio bene, non te ne importa nulla, perchè sei cattiva,

perchè non hai cuore.

Luscià camminava a testa china al suo fianco.

— Senti; — Emanuele si fermò; — senti, puoi tu lagnarti di me, lo puoi?

— No...

— Dunque, perchè mi neghi ciò ch’io ti domando? è così poco... parla...

dimmi...

— Che cosa?

— Orbene, farò anch’io così, non ti parlerò più, non ti dirò più

nulla... non mi vedrai più, sclamò il conte amaramente.

Ma la minaccia non fu più efficace delle suppliche: Luscià rimase

silenziosa.

Più tardi, il conte interrogò Nad. Ella gli disse che Luscià le aveva

mancato di rispetto; che, per questo, ella l’aveva sgridata e fatta

piangere.

Emanuele fece un umiliante confronto: egli con tutte le sue parole, i

suoi scongiuri non era riuscito neppur a commuoverla. Appena l’aveva

lasciato, Luscià era salita tranquillamente nella sua camera, aveva

tirato fuori un mucchio di nastri e aveva fabbricato un visibilio

di nodi per guarnirne una tunica che l’era arrivata da Torino quella

stessa mattina.

Fra le mille ipotesi che la stranezza del suo caso gl’ispirava, il

conte pensò che causa della freddezza di Luscià fosse la diversità

del suo linguaggio nazionale: s’ella potesse parlare con lui la lingua

nella quale il suo cuore s’era dischiuso ai primi affetti della vita,

la lingua che parlava con Nad in quei momenti di abbandono di cui egli

era stato tanto geloso, forse sarebbe più espansiva, più confidente

anche con lui.

E pregò la sua sposa d’insegnargli il suo gergo indostanico; si fece a

sua volta discepolo di lei, un discepolo attento, zelante, docilissimo,

instancabile; il suo cuore aiutò nello sforzo la sua mente. Per alcune

settimane non ebbe altro pensiero; la sua intelligenza non cessava un

minuto dal frugare nelle strane parole zingaresche per scoprirvi il

pensiero, il sentimento, l’anima tanto desiderata della sua Luscià.

Ma ad un tratto s’imbattè in una desolante conclusione.

Luscià aveva acconsentito di buon grado ad accontentarlo; ma non

gl’insegnava che parole di cose comuni, tutte materiali: quando egli le

chiedeva l’equivalente di un’espressione di affetto o di pensiero, si

fermava interdetta, non comprendeva, non sapeva cosa rispondere.

Un dì gl’insegnò che l’amore si chiamava _koba gamaben_, e per commento

gli mise le braccia al collo baciandolo sulle labbra freddamente. Poi

gli chiese se egli voleva _kelen_, divertirsi!

Questa parola fu un lampo sinistro per Emanuele. Gli parve intravedere

un abisso spaventevole di corruzione...

Il conte si persuase che anche questo mezzo non giovava a nulla; il

discorso di Luscià non diventava punto più elevato, e invece, per la

scarsità e materialità delle parole, si abbassava infinitamente il suo.

Gli nascondeva ella la parte migliore del suo linguaggio, come gli

celava il suo cuore? Egli non lo seppe mai, — nulla poteva fargli

supporre in lei un proposito, un rifiuto deliberato; — quando alle sue

insistenze per avere una versione ella rispondeva: — non so, — il suo

volto pigliava l’aria della più sincera, della più candida ignoranza.

Ma il conte non poteva persuadersi che lo spirito fosse così scarso,

così rudimentale sotto quella bella fronte pensosa, in quegli occhi

profondi. Egli si paragonava a Faust, e si crucciava di non potersi far

comprendere da quella Margherita viva e vera.

Sentiva talvolta per lei quella ripugnanza di stanchezza che si

sente per la materia ribelle di un lavoro sfortunato. L’evitava

allora, la sfuggiva; un vero scoramento gli rabbuiava lo spirito.

Poi colla riflessione tornava il suo buon naturale, un raggio di

serenità squarciava la caligine della disperazione; l’indulgenza lo

ravvicinava a lei, gliela mostrava buona, innocente, ingenua. E per

due o tre giorni egli ridiventava fiducioso, tenero, per ricadere

daccapo nell’accasciamento. Ma gli impeti erano sempre più lunghi e gli

intervalli sempre più radi.

Tenda e castello · 第 22 / 55 题