Gli sposi tornarono a Peveragno verso il fine di settembre.
Trovarono il castello queto, silenzioso, come lo avevano lasciato;
solenne, ma non triste; il sole sfavillava nei vetri e avvivava i mille
colori autunnali dell’eriche e dei muschi, temperava l’austera maestà
dell’alte muraglie brune.
Emanuele era sereno, quasi ilare, ricuperava, nell’aria salubre del suo
paese, i suoi pensieri, i suoi ideali, la parte migliore di sè stesso.
Egli pensava alla profonda credenza latina, che perpetuava l’anima di
una famiglia in un campo e in una casa.
Così, mentre i suoi sensi scorazzavano, ignari di sè, il suo spirito,
il buon lare di Peveragno, era rimasto là nel cuore del maniere
feudale, nel viscere dell’antico torrione, ed ora gli dava il bene
arrivato.
La carrozza saliva lentamente l’erta di San Nazario, e il conte,
tenendo per mano la sposa, faceva i più bei sogni di domestica pace, di
gioia onesta ed uguale. Egli le raccontava le vecchie usanze della sua
casa, e vi ricamava su i suoi disegni d’avvenire.
Luscià, che per viaggio era stata sempre sonnacchiosa, diventava
inquieta, nervosa.
Si guardava intorno impaziente.
— Siamo arrivati, sei contentai le chiese il conte. Ella rispose di sì,
distratta.
Appena smontata dalla carrozza si buttò al collo di Nad, ch’era venuta
ad incontrarla, la trascinò nella sua camera, si fe’ portar tutti i
gingilli ch’ella recava seco dal viaggio, li sparpagliò per i mobili e
fra lei e la vecchia seguì un lungo cicalìo in gergo.
Emanuele venne più volte all’uscio per vederla; il dialogo non finiva
mai; Luscià rideva, sospirava, chiacchierava continuamente; egli non
volle turbarle questo sfogo naturalissimo; — e sempre tornò indietro.
A cena ella si mostrò stanca. Si ritirò subito dopo.
Il conte discese in giardino.
La notte era tiepida, molle, tranquillissima. Dei vapori, leggere
nuvolette, lambivano le falde della collina. Il cielo, coperto di una
rada caligine, pareva un velo trapunto di diamanti.
A un tratto gli parve intravvedere una bianca figura, che filava dietro
le piante, dove l’erba era più fitta, — spariva dietro le siepi e i
filari, correva rapidissima.
Attraversando un lembo del prato, il suo profilo si disegnò un minuto
sul nero cupo dell’erba.
Emanuele chiamò Luscià.
Ella si fermò... venne alla sua volta.
— Dove vai? le chiese.
Esitò un poco, poi rispose:
— Venivo a cercarti.
— Come sapevi ch’ero qui?
— Me l’ha detto Nad.
— Ma Nad non era coricata?
— L’ho fatta levare per mandarla a vedere.
Il conte non insistette.
Le prese il braccio: passeggiarono.
Nelle aiuole alcune rose esalavano l’ultimo loro profumo a
quell’estremo sorriso della stagione: sulle siepi i grisantemi fioriti
mettevano una nevicata precoce.
Il conte le parlava con una tenerezza grave del suo avvenire, delle sue
speranze, del suo affetto.
Ella si penzolava a lui e sonnecchiava un poco.
Rientrarono; il conte l’accompagnò sino all’uscio della sua camera.
Si ritirò nel suo appartamento: non si sentiva di dormire. Spense il
lume e si gettò vestito sopra un divano.
Dopo mezz’ora intese distintamente una leggera pedata attraversare la
galleria attigua e scender giù per la scaletta.
Uscì, ridiscese, — trovò la porticina del giardino socchiusa.
Egli si rammentava ben d’averla serrata a doppia mandata: difatti
la stanghetta sporgeva dalla toppa, ma il contrafforto era levato.
Qualcuno aveva aperto di dentro, poi, uscendo, riaccostati i battenti.
Egli andò fuori, percorse smanioso i sentieruoli del giardino,
s’inoltrò fra le macchie del parco, chiamò Luscià per nome.
Alla fine si vergognò; tornò indietro lentamente.
Era strano però!
Sedette sugli scalini dell’uscio: chi era uscito sarebbe rientrato...
Ma non era tranquillo, come avrebbe voluto; s’indispettiva del proprio
dispetto. Voleva ridere di sè — e trovava il tempo enormemente lungo.
S’alzò venti volte, e tornò a sedere.
Poi tornò a passeggiare.
All’angolo del pergolato si trovò faccia a faccia con Luscià.
— Dove sei stata? le domandò.
Egli l’avea lasciata qualche ora prima sfinita, che cascava dal sonno:
la rivedeva sveglia, ansante, accesa da una corsa precipitosa, coi
capelli sciolti e le vesti scomposte.
— Dove sei stata? ripetè.
— In nessun luogo, rispose Luscià un po’ intimidita.
— Ma cos’hai? tu mi nascondi qualche cosa.
Ella rimase interdetta.
— Perchè sei uscita?
— Sentivo caldo.
Emanuele si rabbonì, — quel gigante aveva viscere d’indulgenza materna.
— Perchè non me l’hai detto? t’avrei fatto compagnia.
— Non osavo.
Il marito le prese la mano: era ghiacciata.
— Perchè non osavi?
Sedette, la tirò sulle ginocchia.
— Sai bene, che io voglio contentarti in tutto... Hai le pianelline
infangate.
— È la rugiada.
— Guarda, tu sei andata sull’erba, — hai la veste tinta di verde.
— Sono caduta.
— Ti sei fatta male?
— No.
— Sì; il tuo braccio sanguina.
— È una spina che m’ha graffiata.
Emanuele riprese, intenerito, mezzo ridendo:
— Senti, carina, tu non mi fai mica de’ sotterfugi?
Ella sorrise.
Il conte sentì dileguare tutte le sue inquietudini ad un tratto:
ell’era così tranquilla...
— Io mi dimenticavo, disse, che tu sei una piccola selvaggia, che hai
bisogno di boschi, dell’aria aperta, della rugiada, — di correre, di
saltellare sull’erba. Ma senti, — quando ti pigliano di questi gusti,
dimmelo. Correremo insieme, salteremo insieme.
Ella fe’ cenno di sì, seria seria.
Emanuele rise della sua serietà, le raccontò come quand’era ragazzo,
nella profonda malinconia del castello, egli s’annoiava e si
rattristava. Mattina e sera, dicendo il paternostro, dopo aver chiesto
al buon Dio il pane quotidiano, aggiungeva a mezza voce con un sospiro:
— ed un camerata!
— Il camerata è venuto, un po’ tardi — ma faremo di riguadagnare il
tempo perduto, disse prendendola sulle ginocchia con infantile vivacità
e buon umore.