XIV.

Gli sposi tornarono a Peveragno verso il fine di settembre.

Trovarono il castello queto, silenzioso, come lo avevano lasciato;

solenne, ma non triste; il sole sfavillava nei vetri e avvivava i mille

colori autunnali dell’eriche e dei muschi, temperava l’austera maestà

dell’alte muraglie brune.

Emanuele era sereno, quasi ilare, ricuperava, nell’aria salubre del suo

paese, i suoi pensieri, i suoi ideali, la parte migliore di sè stesso.

Egli pensava alla profonda credenza latina, che perpetuava l’anima di

una famiglia in un campo e in una casa.

Così, mentre i suoi sensi scorazzavano, ignari di sè, il suo spirito,

il buon lare di Peveragno, era rimasto là nel cuore del maniere

feudale, nel viscere dell’antico torrione, ed ora gli dava il bene

arrivato.

La carrozza saliva lentamente l’erta di San Nazario, e il conte,

tenendo per mano la sposa, faceva i più bei sogni di domestica pace, di

gioia onesta ed uguale. Egli le raccontava le vecchie usanze della sua

casa, e vi ricamava su i suoi disegni d’avvenire.

Luscià, che per viaggio era stata sempre sonnacchiosa, diventava

inquieta, nervosa.

Si guardava intorno impaziente.

— Siamo arrivati, sei contentai le chiese il conte. Ella rispose di sì,

distratta.

Appena smontata dalla carrozza si buttò al collo di Nad, ch’era venuta

ad incontrarla, la trascinò nella sua camera, si fe’ portar tutti i

gingilli ch’ella recava seco dal viaggio, li sparpagliò per i mobili e

fra lei e la vecchia seguì un lungo cicalìo in gergo.

Emanuele venne più volte all’uscio per vederla; il dialogo non finiva

mai; Luscià rideva, sospirava, chiacchierava continuamente; egli non

volle turbarle questo sfogo naturalissimo; — e sempre tornò indietro.

A cena ella si mostrò stanca. Si ritirò subito dopo.

Il conte discese in giardino.

La notte era tiepida, molle, tranquillissima. Dei vapori, leggere

nuvolette, lambivano le falde della collina. Il cielo, coperto di una

rada caligine, pareva un velo trapunto di diamanti.

A un tratto gli parve intravvedere una bianca figura, che filava dietro

le piante, dove l’erba era più fitta, — spariva dietro le siepi e i

filari, correva rapidissima.

Attraversando un lembo del prato, il suo profilo si disegnò un minuto

sul nero cupo dell’erba.

Emanuele chiamò Luscià.

Ella si fermò... venne alla sua volta.

— Dove vai? le chiese.

Esitò un poco, poi rispose:

— Venivo a cercarti.

— Come sapevi ch’ero qui?

— Me l’ha detto Nad.

— Ma Nad non era coricata?

— L’ho fatta levare per mandarla a vedere.

Il conte non insistette.

Le prese il braccio: passeggiarono.

Nelle aiuole alcune rose esalavano l’ultimo loro profumo a

quell’estremo sorriso della stagione: sulle siepi i grisantemi fioriti

mettevano una nevicata precoce.

Il conte le parlava con una tenerezza grave del suo avvenire, delle sue

speranze, del suo affetto.

Ella si penzolava a lui e sonnecchiava un poco.

Rientrarono; il conte l’accompagnò sino all’uscio della sua camera.

Si ritirò nel suo appartamento: non si sentiva di dormire. Spense il

lume e si gettò vestito sopra un divano.

Dopo mezz’ora intese distintamente una leggera pedata attraversare la

galleria attigua e scender giù per la scaletta.

Uscì, ridiscese, — trovò la porticina del giardino socchiusa.

Egli si rammentava ben d’averla serrata a doppia mandata: difatti

la stanghetta sporgeva dalla toppa, ma il contrafforto era levato.

Qualcuno aveva aperto di dentro, poi, uscendo, riaccostati i battenti.

Egli andò fuori, percorse smanioso i sentieruoli del giardino,

s’inoltrò fra le macchie del parco, chiamò Luscià per nome.

Alla fine si vergognò; tornò indietro lentamente.

Era strano però!

Sedette sugli scalini dell’uscio: chi era uscito sarebbe rientrato...

Ma non era tranquillo, come avrebbe voluto; s’indispettiva del proprio

dispetto. Voleva ridere di sè — e trovava il tempo enormemente lungo.

S’alzò venti volte, e tornò a sedere.

Poi tornò a passeggiare.

All’angolo del pergolato si trovò faccia a faccia con Luscià.

— Dove sei stata? le domandò.

Egli l’avea lasciata qualche ora prima sfinita, che cascava dal sonno:

la rivedeva sveglia, ansante, accesa da una corsa precipitosa, coi

capelli sciolti e le vesti scomposte.

— Dove sei stata? ripetè.

— In nessun luogo, rispose Luscià un po’ intimidita.

— Ma cos’hai? tu mi nascondi qualche cosa.

Ella rimase interdetta.

— Perchè sei uscita?

— Sentivo caldo.

Emanuele si rabbonì, — quel gigante aveva viscere d’indulgenza materna.

— Perchè non me l’hai detto? t’avrei fatto compagnia.

— Non osavo.

Il marito le prese la mano: era ghiacciata.

— Perchè non osavi?

Sedette, la tirò sulle ginocchia.

— Sai bene, che io voglio contentarti in tutto... Hai le pianelline

infangate.

— È la rugiada.

— Guarda, tu sei andata sull’erba, — hai la veste tinta di verde.

— Sono caduta.

— Ti sei fatta male?

— No.

— Sì; il tuo braccio sanguina.

— È una spina che m’ha graffiata.

Emanuele riprese, intenerito, mezzo ridendo:

— Senti, carina, tu non mi fai mica de’ sotterfugi?

Ella sorrise.

Il conte sentì dileguare tutte le sue inquietudini ad un tratto:

ell’era così tranquilla...

— Io mi dimenticavo, disse, che tu sei una piccola selvaggia, che hai

bisogno di boschi, dell’aria aperta, della rugiada, — di correre, di

saltellare sull’erba. Ma senti, — quando ti pigliano di questi gusti,

dimmelo. Correremo insieme, salteremo insieme.

Ella fe’ cenno di sì, seria seria.

Emanuele rise della sua serietà, le raccontò come quand’era ragazzo,

nella profonda malinconia del castello, egli s’annoiava e si

rattristava. Mattina e sera, dicendo il paternostro, dopo aver chiesto

al buon Dio il pane quotidiano, aggiungeva a mezza voce con un sospiro:

— ed un camerata!

— Il camerata è venuto, un po’ tardi — ma faremo di riguadagnare il

tempo perduto, disse prendendola sulle ginocchia con infantile vivacità

e buon umore.

Tenda e castello · 第 19 / 55 题