Dopo una settimana la baldoria non era ancora finita; si ravvivava
immancabilmente ogni sera e durava buona parte della notte; danze
figurate, giochi, rappresentazioni di burattini, si succedevano con una
varietà, che il genio fantastico e carnevalesco degli zingari rendeva
inesauribile.
In una cosa erano pur troppo monotoni; nel mettere a contributo la
liberalità del conte; in castello, dopo le nozze di Luscià, la loro
petulanza non aveva più limiti, facevano come in casa loro; Antonio
era caduto ammalato, s’era chiuso nella sua stanza e aveva detto ai
suoi dipendenti di non venirlo a frastornare, finchè un solo zingaro
rimaneva in Peveragno. — Dopo, quando, se Dio vorrà, saranno tutti
partiti, se sarò vivo ancora, venitemelo a dire.
Le ruberie si stendevano anche alle case, agli orti del villaggio
e specialmente alle cascine; colà gli zingari trovavano minore
arrendevolezza; le busse cominciavano a spesseggiare, e chi le prendeva
erano, invariabilmente, _i figli delle donne_; perchè, come osservò il
sindaco, nell’arte del picchiare _i figli dell’uomo_ valgono meglio.
I derubati assaltavano a caso il primo zingaro che capitava loro
sottomano «la punizione non cascava ad ogni modo in terra, ma su
autentiche spalle di ladro» — venivano nelle tende e vi mettevano tutto
a soqquadro.
Ma ciò non serviva a correggerli; i fittaioli e i massai scelsero fra
loro una commissione di notabili e la mandarono dal conte.
Essi, con licenza parlando, con tutto il rispetto dovuto ai parenti
della signora Contessa, fecero le loro brave lagnanze e lo pregarono
di dare lo sfratto a quella marmaglia, prima che accadesse qualche
disgrazia.
— Non si può pretendere, disse arditamente Gervaso, che un pover’uomo,
il quale ha sgobbato tutta l’annata per pagare puntualmente il fitto,
le imposte, stia colle mani in tasca, a veder dissipare i suoi sudori
sacrosanti.
Antonio, il fabbriciere dell’Annunziata, aggiunse che, oltre a tutto il
resto, quella genìa dava, al paese, un tristissimo esempio.
— Le loro donne sono tutte di quelle, smaliziano i ragazzi e li
spingono a rubare; poco più che si vada innanzi, anche i nostri
servitori diventano zingari.
Il conte promise di contentarli; anch’egli cominciava ad essere
impensierito.
Luscià, cangiando stato, non aveva punto cangiato modi e gusti;
ella era continuamente fra le loro tende a far pompa degli abiti
nuovi; tornando a casa, ella si tirava dietro, fin nella sua camera,
una infezione di donne e di ragazzi, e giocava, con indiscrezione
infantile, con loro tutto il giorno.
Con quella compagnia, ogni disegno di educazione diveniva impossibile.
Il conte aveva tentato di parlarle della diversità della sua
condizione, ella non capiva.
Una volta ch’egli insistette, rispose francamente:
— Sono i miei compagni; abbiamo sempre vissuto insieme, mi hanno dato
il loro pane, mi hanno tenuta sotto la loro tenda; perchè non dovrei
più vederli? non mi hanno fatto male.
Il conte s’arrabbiava, non si raccapezzava, non era per questo
verso ch’egli la voleva prendere, non era la superbia ch’egli voleva
insegnarle, no davvero, le sue idee d’umanitario ci si opponevano, non
si trattava che del riserbo; ma come farle comprendere la differenza?
Sconfitto alla prima, egli finiva sempre col darle ragione — col
concederle tutti i capricci, ed arrivava sino a prevenirli.
La cosa era però giunta ad un punto che egli non fu malcontento di
essere costretto a finirla.
Prese una risoluzione, chiamò Dan, gli accordò tutto ciò che volle, e
lo indusse a partire l’indomani colla sua gente.
A Luscià non disse nulla; per evitarle le scene penose dell’addio, e
per sottrarla alle plebee indiscrezioni degli zingari, la trattenne,
quella sera, di discendere alle tende.
La portò con sè, in carrozza, a fare un lungo giro; per via cercò di
prepararla, indirettamente, al distacco, che le disse esser vicino, ma
inevitabile.
Ella trasalì, non fece una sola lagnanza, non mostrò alcun
rincrescimento.
Tornarono a notte inoltrata. Passando presso al Ronco di San Nazario,
volse uno sguardo malinconico alla tenda del _balubassa_. Una lagrima
scese a rigarle la guancia. Si udivano dei lamenti soffocati.
— È Suceawa, ella mormorò.
Il conte si pentì di non averla avvertita; ma oramai era troppo tardi.
L’accampamento era immerso nel sonno.
La ricondusse nel suo appartamento. Licenziò la cameriera, la spogliò
egli stesso, come una bambina.
Poi sedette al capezzale.
— Sei afflitta? le domandò.
Ella fe’ cenno di no.
— Sei imbronciata con me?
Lo stesso gesto negativo.
— Lascia ch’io ti vegga negli occhi.
Spalancò le palpebre e lo guardò fiso nel volto.
— Ridi un poco, supplicò il conte.
Ella fe’ un sorriso a fior di labbro, fugace come un baleno.
— E non mi dici nulla? non mi dai la buona notte?
— Buona notte.
Il conte si alzò.
— Dormi, bambina, tu sei stanca.
Luscià chiuse gli occhi.
Egli stette qualche minuto a contemplarla, poi si chinò, la baciò sulla
fronte; non si mosse, pareva addormentata profondamente.
Egli uscì.
Aveva appena socchiuso l’uscio, ch’ella gettò le coltri, balzò a sedere
sul letto e stette ad origliare. Aveva inteso un lungo fischio.
Il conte discese per dare qualche ordine al cocchiere.
Attraversando il cortile, vide un’ombra sparire dietro il pozzo.
Era Nick; il conte non gli aveva parlato da un mese.
— Che volete? gli chiese severamente.
— Salutare Luscià, riprese sfrontato lo zingaro.
— È tardi, ella dorme.
E senz’altro, avviatosi alla porta, aperse egli stesso lo sportello e
gli fe’ segno d’uscire.
Nick obbedì, ma, varcata ch’ebbe la soglia, si volse.
— Voi, _rai_, non avete fatto a Nick i doni che gli avevate promessi,
non gli avete dato la mancia della partenza; avete torto, Nick è vostro
amico.
Mosse per andare, poi si trattenne di nuovo.
— Non volete che saluti Luscià, soggiunse, non importa; era per darle
dei buoni consigli. Luscià ha vissuto nella mia tenda con _mami_ Nad;
ella mi obbedisce, mi teme, e s’io le dico: rispetta il _rai_, ella
lo rispetterà e lo servirà in ginocchio. Non volete, non importa, non
importa...
E s’allontanò zufolando.