La notte era alta ancora, quando una bianca figura, rasentando il muro
del giardino, salì sulla spianata e scomparve nella tenda di Nick; una
vecchia cavalla, a cui passando sfiorò la groppa, nitrì festosamente,
e, dai vicini accampamenti, tutte le altre bestie le risposero.
La campagna dormiva e russava nel canto vasto dei grilli e delle
cavallette; appena impallidivano alcune stelle in scialbo orliccio, che
profilava i ciglioni oltre la Sesia.
L’astro di Venere, al confine dell’orizzonte, ammiccava maliziosamente
all’apparente quiete delle tende e a cento mani solerti, affaccendate
all’ultime prede sulla collina di Peveragno.
Poco dopo il pianeta si tuffava nell’ombra dei boschi, e, come ad un
segnale, gli accampamenti si ridestavano. Le tende si ripiegavano in
fretta nei carri stipati di cenci, di sciarpe, di donne, di bambini,
si disponevano in fila, scendevano sulla strada; la marcia si ordinava
rapida, silenziosa.
Quando, verso l’alba, il conte si affacciò alla finestra della torre,
la carovana era lontana parecchie miglia, si svolgeva come un lungo
serpente nella pianura, si tuffava nei vapori densi delle risaie,
spariva. Il torrente del destino aveva ripreso il suo limo.
Unica traccia della loro dimora, le cime scalvate dei colli, simili a
lembi di deserto e di barbarie caduti in mezzo ai colti. Come dopo un
temporale, nei vigneti e nei campi, i contadini verificavano i danni
lasciati da quel flagello umano, e sorgeva un coro d’imprecazioni,
consueta espressione dell’odio che la razza, maledetta per un arcano
peccato originale, suscita sul suo cammino.
Il conte Emanuele, triste, oppresso dal pensiero di quella infinita
sciagura, discese nell’appartamento di Luscià, povera rondinella che lo
scirocco del destino aveva buttato sotto il suo antico tetto feudale...
Trovò la camera vuota: Luscià era scomparsa, portando seco le sue gioie
e il suo abito da sposa.
Egli non smaniò, non fe’ ricerche; chiuse nell’anima questo disinganno
cogli altri, e si rassegnò a portarlo.
Ma la sera, verso l’imbrunire, sotto il viale del parco, gli si
presentò Nick, e indicandole Luscià che lo seguiva per mano di Nad, gli
disse con uno scaltro sorriso:
— Vedete, se il _Ronmitschel_ è di parola: io vi riconduco Luscià; ella
è vostra, io ve la rendo.
— Io non voglio farle violenza, disse il conte tentennando il capo;
ella è libera di seguire la sua gente.
— Violenza? interruppe lo zingaro meravigliato. Se un cavallo vi
sfugge, lo lasciate andare?
— Noi facciamo una differenza fra le donne e i cavalli.
Nick divenne riflessivo.
Poi, pigliando un fare magnanimo:
— Voi l’avete pagata la dote; è vostra; sotto la mia tenda non c’è più
posto per lei.
— Non voglio trattenerla per forza.
— Non è per forza, ella è giovine, non sa quel che si faccia, bisogna
avvezzarla: io le ho detto che ella deve rimanere, ella mi obbedisce,
e rimarrà, ne rispondo io. Se voi m’aveste lasciato parlare con lei
iersera, ciò non sarebbe avvenuto. Luscià, tu rimarrai?
Luscià si fe’ innanzi premurosa, e disse in fretta baciando la mano al
conte:
— Sì, sì!
La sua voce tremava.
— Vedete!... soggiunse Nick con un ghigno di trionfo. Pagherete almeno
il mio servizio?
Il conte disse alla donna:
— Orsù, io non vi mando via, la mia casa è la vostra: stateci se
volete; tenete con voi anche Nad. Voi siete la padrona di restare o di
andarvene.
La vecchia voleva buttarsegli ai piedi; il conte la trattenne e le
ordinò di seguir Luscià nella sua stanza.
Poi, quando ebbe aggiustati i conti con Nick, rientrò anch’egli, venne
a cercar la sposa, e le parlò con una gran calma, una grande tristezza.
— Or che siamo soli, ti ripeto che sei libera di far quel che vuoi: se
non ci stai volontieri, va che Dio ti benedica.
— No, no, sclamò Luscià.
— Hai paura di Nick? ti accompagnerò io da Dan, egli ti proteggerà.
— No, no, io resto con te.
Nad s’intromise:
— La _galvay_ vi vuol bene; ella non è fuggita. Nick l’ha nascosta per
ingannarvi. Voi non l’avete regalato — egli l’ha fatto per avere il
_pleisserdum_.
Il conte si rasserenò.
Nad soggiunse umilmente:
— Mi tenete con voi? vi servirò bene.
— Ma sì, ma sì, buona mamma, sclamò il conte.
Poi, volto a Luscià:
— Hai inteso quel che ella ha detto... ed è vero?
La giovane fe’ cenno di sì.
Emanuele fu vinto. Riaperse l’animo alle sue care illusioni, si risentì
felice.
Dopo il giorno delle nozze, fu quello per lui il primo momento di vera
e schietta gioia.
Finalmente quel cuore e quell’esistenza gli appartenevano; egli
n’era sicuro. S’udiva nella valle il galoppo di un cavallo che si
allontanava.
Strinse quella bruna testolina sul petto, ve l’adagiò, la carezzò
teneramente senza parlare, pensando ai tesori d’intelligenza e di
affetto ch’ei vi avrebbe fatti sbocciare, alle sue candide meraviglie,
alle dolci sorprese, ai tripudi infiniti...
Luscià s’era addormentata fra le sue braccia.
Egli sognava per lei.