Il conte passeggiava solo nel parco.
La notte era oscura, i fuochi innumerevoli gittavano bagliori strani
fra gli alberi; le danze e i canti continuavano, e la baldoria
cresceva.
Il conte contemplava con una triste dolcezza il singolare spettacolo, e
s’abbandonava alle utopie della sua magnanima generazione. Il suo cuore
si faceva vasto per comprendervi tutto il genere umano, per stringerlo
in una sola tenerezza.
Intanto avveniva nel castello una scena singolare. Luscià s’era
ritirata con Nad nella camera nuziale; dritta davanti ai grandi
specchi delle pareti si guardava con vivo piacere, mentre la vecchia la
spogliava. I vezzi della bella persona spiccavano a poco a poco da quel
gran viluppo di mussole, di pizzi, di trine candidissime, che le si
ammucchiavano al suolo.
Ad un tratto, dietro a lei, spuntò un ceffo beffardo con due occhi
scintillanti. Era Nick che usciva di dietro le cortine della finestra
e si accostava alle sue spalle. Mormorò alcune parole in zingaresco, e
rise ferocemente.
La giovine non si mosse, chinò il capo sul seno seminudo in atto di
sommessione.
Nick ordinò alla vecchia di mettersi alla porta; ella obbedì senza
fiatare, si sedette sulla soglia e accoccolò la testa sulle ginocchia.
Ella udì di là le risa sarcastiche, le rampogne di Nick, i sospiri,
i gemiti, i lamenti di Luscià. Ma il pensiero d’intromettersi non le
venne nemmanco. E quando egli fu uscito ella riordinò, premurosa, la
stanza per farne sparire le traccie...
Il conte passeggiava ancora in giardino e sognava ad occhi aperti
e fantasticava della riconciliazione delle umane stirpi, della
confederazione universale, tutte cose che erano di moda nella filosofia
sociale di allora.
Egli notò quella sera che la sposa non aveva il braccialetto di
brillanti, che egli stesso le aveva allacciato il mattino, e gliene
chiese notizie.
Ella guardò tristamente il suo polso sinistro illividito dalla brutale
stretta di Nick, ma disse che l’aveva perduto.