Le nozze si fecero il giorno di San Giovanni.
Un’ora prima della cerimonia il conte Emanuele venne a trovar Luscià
nella casa lasciata dalla contessa alla nutrice Brigida, dove Luscià
dimorava da una settimana attorniata da un piccolo esercito di sarte,
di crestaie e di cucitrici.
— Luscià — le disse commosso — noi vivremo d’ora innanzi sempre
insieme: tu sarai la mia signora; e così tu possa essere contenta nella
mia vecchia casa com’io desidero. Io farò sempre il tuo volere, e tu
che farai per me?
— Non so, rispose la giovinetta ingenuamente.
Allora lo sposo la prese per mano, e, con una gravità piena di
tenerezza, le parlò lungamente degli obblighi e dei diritti della
nuova condizione, di questi più che di quelli, delle sue premure più
che delle sue esigenze; — accennò ai riguardi dovuti al suo grado, non
chiese nulla per sè stesso. Egli non cercava il piacere, non chiedeva
la felicità, voleva darla.
La giovinetta non disse nulla; seria, immobile, gli fissava in volto
uno sguardo vago, meditabondo.
Comprese ella la sua devozione?
Al conte parve di sì.
Dopo la benedizione nuziale nella cappella del castello, il conte
condusse la sposa nel suo appartamento.
Quivi Luscià spiegò tutto il suo corredo, le sue vesti, i suoi
gioielli, e fatte entrare le donne della sua gente, quante ce ne
capivano, indossò l’una dopo l’altra innanzi a loro tutte quelle
meraviglie; segno visibile e più invidiato della sua fortuna.
Le zingare la contemplavano a mani giunte, scoppiavano in grida
d’ammirazione, di religioso entusiasmo.
La birichina, la compagna delle loro corse vagabonde, che aveva diviso
i loro cenci, con la quale si erano cento volte accapigliate — si
trasfigurava per quello sfolgorìo di colori e di splendori in qualcosa
di rispettabile, di adorabile.
Al pranzo non assistettero che il sindaco e il dottore; i due testimoni
del matrimonio. Il conte aveva pregato Dan di venire, ma egli preferì
rimanersene re nella propria tenda: solo richiese un’enorme quantità di
provvigioni per banchettar la sua gente.
Le nozze, malgrado l’assenza della nobiltà, cui la casa di Peveragno
apparteneva, furono festeggiate in modo straordinario, colla
munificenza rozza e strepitosa delle leggende orientali e delle saghe
scandinave, compresi i banchetti colossali senza fine e le baruffe, gli
alterchi di razza fra i paesani e gli ospiti.
Tutte le sparse squadre della tribù erano venute a raccogliersi intorno
al loro vecchio capo. V’erano gli uomini di Cihari, quelli di Andrea,
quelli di Gurka, di Barbà. Dal castello alle case del paese, fra i
castagneti, ai due lati della strada, era tutto un accampamento; un
vero e grande villaggio di tende, un formicolìo lurido e pittoresco,
una gozzoviglia vivace, clamorosa, sterminata.
Dan convitò tutti i capi famiglia a San Nazario: i giovani, le donne,
i ragazzi mangiarono, sdraiati sull’erba sui margini della strada,
sparpagliati per la china a gruppi, a capannelli intorno alle marmitte,
alle cucine, ai fornelli improvvisati.
Dopo il vespro gli sposi discesero al Ronco di San Nazario.
Luscià col suo abito di raso bianco a pagliuzze d’oro era sfolgorante,
tutti i _romes_ si alzarono per renderle omaggio. Il solo Nick rimase
fermo sull’erba, col bicchiere fra le labbra: i suoi denti stritolarono
il cristallo. Nessuno guardò il conte; appena Dan si degnò fargli dire
da Cihari che il vino datogli era cattivo.
I capi si accosciarono di nuovo sull’erba e Luscià presentò loro la
coppa del buon pronostico; ciascuno beveva e le faceva ad alta voce un
augurio.
Quando venne la sua volta, Nick aggiunse al saluto d’obbligo alcune
parole smozzicate fra i denti. La giovane balenò; uno spruzzo di vino
cadde sulla sua veste nuziale e le fe’ una piccola macchia sanguigna.
Il giro, cominciato da Dan, si chiuse con lui: egli bevette il primo
e tornò a bere per l’ultimo: egli aggiunse stavolta al complimento una
piccola monetuzza d’argento che gettò nella coppa.
Ma Luscià notò che al suo fianco era vuoto il posto di Suceawa, il
quale, come figlio del _balubassa_, aveva diritto di assidersi alla
mensa d’onore.
Le libazioni più frequenti e numerose scomposero la gravità
dell’assemblea. Luscià si scostò dal circolo: aveva visto Suceawa
disteso al sole in mezzo al prato. Gli si avvicinò. L’infelice si
dibatteva sotto il brivido della febbre.
Lo chiamò per nome carezzevolmente; e gli offerse la coppa che aveva
riempita per lui.
Egli si voltò, la guardò stupita un momento: poi prese la coppa, vi
accostò le labbra, — ma tosto la gettò come gli scottasse le labbra, e
si ravvoltolò con un rantolo angoscioso sul terreno.
Luscià si chinò; gli prese la fronte tra le mani, e cominciò a
parlargli: egli singhiozzava. Ma ad un tratto si adombrò, si contorse
di nuovo, la respinse.
Ella tornò al Ronco.
Il convito era finito; l’orgia cominciava.
Nuovo vino era venuto dal castello, e questa volta Dan s’era degnato
d’invitare il conte a sedere al suo fianco.
Il conte lo interrogava sugli antichi ricordi, sulle credenze, sulle
sciagure della sua razza, e il vecchio giudice gli rispondeva:
— Le nostre donne pregano tutti i _dewol_ della terra, e ciò non mi ha
mai fruttato un solo _para_: l’importante è aver molti cavalli e che
siano sani; ma tutti oramai chiudono i prati alle puledre dei _romes_,
e l’erba dei fossi è insalubre.
Le più giovani della tribù danzavano il _tanàna_. Accosciate in
semicerchio dicontro al capo, dondolavano a cadenza la persona
tutte insieme, come steli di fiori ripiegati dalla brezza; il tuono
lamentevole, dolce del moscalu, simile a quello di un’antica zampogna,
accompagnava quei moti di una mistica malinconia.
Poi una si alzava, veniva innanzi e cominciava a girare con atto
cauto e voluttuoso sulla punta de’ piedi; e la voce flautina dei naiu
subentrava a quella della zampogna.
Poi anche il naiu taceva; dalle nove corde di una cobza scattavano
strida acute, fieri accordi passionati, e un’altra danzatrice si
lanciava nel mezzo e girellava vorticosamente, battendo le nacchere con
frenesia d’ossessa, finchè cadeva sfinita.
Finalmente tutte l’altre s’alzavano e intrecciavano le mani, girando
in cerchio da destra a manca e da manca a destra, come il coro greco.
Poi la danza, composta ancora, diventava voluttuosa, poi concitata,
furiosa, col frastuono e i contorcimenti di un trescone sfrenato.
La luna, vagando sopra le risaie della sottoposta pianura, dava alla
scena il fantastico sfondo di qualche remota palude del Gange.