IV.

Il conte diceva a Luscià, indicandole il ritratto della madre:

— Vuoi prendere il suo posto? diventare, come era lei, la padrona di

tutto ciò che la mia casa possiede? la signora di tutti, cominciando da

me?

Egli era sereno; la sua voce seria, tranquilla, non esprimeva la

passione, ma un proposito lungamente meditato.

Aveva tanto tempo cercato uno scopo alla sua vita desolata, una cura,

un pensiero, colle quali riempire la sua triste solitudine: e fra

tutti il disegno di farsi egli nobile, dovizioso, stanco, sgloriato, la

provvidenza di qualche povera creatura, di dare alla propria ricchezza

il valore nuovo del godimento altrui, gli era sempre parso il più

seducente.

L’umile condizione di Luscià non era per lui un ostacolo, ma

un’attrattiva di più, un raffinato aumento d’ideale; più ella veniva

dal basso e più alto sarebbe stato il benefizio. Ella avrebbe dovuto

salire per sua mano tutta la scala immensa dalla vita nomade alla

civiltà, e, ad ogni gradino, il suo amor proprio avrebbe trovato una

gioia, una compiacenza. Ma non era solo egoismo: le sue risoluzioni

prendevano quasi l’aspetto di un dovere.

Le circostanze singolari dell’incontro colla Luscià avevano determinata

la sua scelta, e la nobilitavano a’ suoi occhi. Il trovarla nella

camera della madre, a quel posto sacro al suo dolore, non poteva

sembrargli interamente casuale. Un’intima, una vaga superstizione

del suo cuore solitario stabiliva dei rapporti fra l’adorazione della

fanciulla e il ricordo della madre, dava alla zingarella qualcosa della

dignità della contessa: la metteva quasi sotto la sua protezione.

Non era un favore soltanto che egli le dava, era un diritto che le

riconosceva: un destino misterioso l’aveva mandata colà nel santuario

famigliare, nel cuore della sua casa — egli le dava il permesso di

rimanervi — null’altro.

Perciò le diceva: — vuoi tu essere la signora? — come avrebbe offerto

un omaggio dovuto o un’ospitalità obbligatoria.

E Luscià lo guardò stupita.

Il conte la condusse per mano fra tortuose scalette e misteriosi

corridoi fino all’alta specola della torre quadrata, e quivi,

affacciato al parapetto merlato, le indicò senza albagia, quasi senza

compiacenza, come i suoi padri avrebbero rassegnato al sovrano i loro

titoli di vassallo, le indicò le sue possessioni, che dalle pendici di

Peveragno alle rive della Sesia offrivano allo sguardo folti boschi,

numerose schiere di viti, gialli campi e bianche risaie: un piccolo

regno dove un piccolo popolo lavorava per lui.

Ma Luscià restò indifferente. L’idea della proprietà non l’era mai

venuta a quel modo. Quella verde distesa serviva forse ad altro che a

pascolar i cavalli? Della terra ella ne aveva veduto sfilare tanta e

tanta dinanzi ai suoi occhi sonnacchiosi stando accoccolata sul carro

di Nick, al fianco di _mami_ Nad, senza lasciare sulla strada percorsa

l’ombra di un desiderio o di un rammarico: patria, dominio, erano nomi

ignoti, vuoti di senso per lei.

La contea di Peveragno era appena un cantuccio del vasto mondo da lei

attraversato da oriente a ponente sotto la sferza del sole.

Ella diede a tutto ciò un’occhiata distratta, stringendo con mano

furtiva ed amorosa sul seno la medaglia, almanaccando per il proprio

gingillo nascondiglio capace di sottrarlo all’occhio avido di Nick e di

_mami_ Nad.

Il conte le fece poi visitare il castello, la condusse, sempre

tenendola per mano, per il vasto dedalo di sale, di androni, di

bugigattoli, di ripostigli, in cui la sua stirpe s’era svolta

orgogliosa, e poi a poco a poco inaridita.

Scesero dai solai al terzo piano, una volta dispensa e gineceo,

dove stavano le donne e si tenevano le provviste per la casa, dove i

grandi armadj della biancheria, in legno di quercia appena digrossato,

coprivano i muri dal pavimento di nude assi al soffitto di travicelli;

fra l’una all’altra stanza si aprivano dei piccoli ripostigli in cui si

custodivano le conserve di frutti, di farine, di olii, di commestibili

d’ogni maniera; piccoli tesori la cui chiave non abbandonava mai la

cintura della padrona. Entrarono nella stanza di lavoro, locale immenso

posto sul pianerottolo, nel mezzo dell’ala posteriore del castello,

fra la dispensa e le camere delle donne, rischiarato da quattro alti

finestroni grigliati, da cui la luce pioveva a fiotti e non apparivano

altre distrazioni che le nuvole vaganti pel cielo e la vetta nevosa

dell’Alpi lontane. Colà, dall’alto del seggiolone di legno, a dossale

e bracciuoli uniti a foggia di tribuna, scendeva un tempo sul garrulo

crocchio delle fantesche il vigile sguardo e la parola temuta della

castellana; ed ora, inutile scettro di un regno deserto, la venerabile

conocchia, sovrana dalle gretole dorate e dall’animella d’argento

stemmata, dominava sopra una fila di arcolai sgangherati, di fusi

tarlati, di zoppi scannetti, inerti ricordi di un’attività estinta, di

una vita soffocata sotto l’alta polvere e i fitti ragnateli.

Attraversarono poi gli appartamenti signorili, al secondo piano, lunga

fila di stanze fredde, deserte, quasi interamente sguarnite, dalle

quali la famiglia s’era a poco a poco ritirata nella camera della torre

quadrata, malinconico rifugio d’una grandezza decrepita; tabernacolo

dove l’antica potenza sonnechiava negl’inutili e travagliosi

rammarichi.

Sotto, invece della desolazione, una tristezza fastosa, una severa

ricchezza di arredi, la galleria dei ritratti, l’armeria, la gran

sala dei festini, l’antica sala di udienza, il tinello, le stanze del

gineceo, di conversazione, e nel mezzo gli appartamenti degli ospiti.

Camini alti dai ricchi stipiti di granito e di cipollino; i pavimenti

di legno intarsiato, i muri dipinti, coperti di arazzi o di tappezzerie

chinesi, soffitti a cassettoni, a medaglioni indorati, scolpiti,

istoriati, vaste specchiere, sovrapporte dipinte dal Cignaroli, dal

Moncalvo, dall’Aires; una strepitosa confusione di stili, in cui

prevaleva il barocco colle sue fantasticherie pesanti, colle sue

arditezze piene di sussiego. In una di quelle camere, dall’imperatore

Ottone, autore della casa, a Napoleone, che aveva deliberato invano

di distruggerla, col confiscarne i beni e regalarne il castello al

Comune, molti sovrani avevano alloggiato: c’era stato Galezzo tornando

colla sposa di Francia, e Luigi XII e lo Sforza e il Moro e Carlo VIII,

seduttore infelice, da cui una Peveragno, rigida bellezza, aveva, caso

raro, ricevuto omaggio senza dar compenso; poi una fila di sovrani

sabaudi da Emanuele Filiberto in poi, una lunga fila di leggendarie

figure, di follie, di superbie, di ambizioni, di alti concetti, di

cupidigie fastose, di sovrane liberalità: e di tutti costoro, di tutto

ciò rimaneva qualche cosa: uno stemma, una decorazione, un titolo, una

pergamena, un gingillo, una spada rugginosa, una sciarpa sfilacciata,

un elogio, una petulanza, una medaglia, un aneddoto, una parola,

memorie moribonde di morte grandezze.

Luscià, più intimidita che ammirata di tutte quelle magnificenze

patrizie, sbigottita da tutta quella tetraggine, da quel mondo

incomprensibile, dai volti arcigni che pendevano ai muri, dai

morioni che la guardavano per le vuote occhiaie, dallo scricchiolar

dei pavimenti, dagli echi profondi, voci eloquenti del vuoto e

dell’abbandono, si stringeva al fianco del conte; e neanco osava

guardarlo in viso, perchè alla luce giallastra degli androni, fra

le penombre degli anditi e delle scale, anche egli colla sua lunga

barba rossa, con quella sua cera malinconica e squallida, coll’azzurra

pupilla velata di pensieri, alto, stecchito, silenzioso, aveva quasi

l’aria di un risuscitato.

Ella non capiva bene il perchè della lunga rassegna; sentiva un vivo

desiderio di scappar fuori all’aria aperta, di correre al sole, di

ritornare in mezzo al frastuono, al garrito dell’accampamento, di

sentir l’allegro picchiare di martelli cadenzati di canzoni e di

bestemmie. Ma si rasserenò ad un tratto quando, tornati alla fine

nella camera della contessa, il conte levò da un armadio uno stipo, una

maraviglia di ebano intarsiato d’avorio e di madreperla, istoriato di

puttini e di rabeschi mirabili, l’aperse, e le disse:

— Sono i gioielli di mia madre, e saranno i vostri.

Luscià rise e saltellò con infantile tripudio innanzi a quel tesoro,

ammucchiato di generazione in generazione trasmesso dall’una all’altra

contessa di Peveragno, che narrava coi patrizii suggelli una lunga

storia di blasoni, di parentadi illustri, di alleanze con le più alte

famiglie d’Europa.

La zingarella non vedeva in tutto ciò che il lucciccar degli ori,

il balenar sanguigno dei rubini, il marezzar dell’opale, dell’agate,

delle perle, il glauco bagliore dei topazii e degli smeraldi. Una pazza

ebbrezza le faceva balenar gli occhi, rabbrividiva di delizie ignote;

l’istinto della vanità femminile si risvegliava possente nel suo

cuore ignorante; avrebbe voluto mettersele addosso tutte in una volta,

mostrarle a tutto il mondo e nasconderle perfino all’aria.

— Luscià, tu non mi hai ancora risposto.

— Tua _romni_, tua _romni_, bel _rai_! esclamò con impeto la zingara,

battendo palma contro palma.

Prima di congedarla il conte disse a Luscià:

— Va e conducimi qualcuno della tua gente, perchè io tratti con esso

della tua sorte.

E la giovinetta se n’andò questa volta lentamente, tutta pensosa della

grande novella ch’ella recava alla sua gente.

Aveva promesso di tornare prima di sera; ma non venne.

Il conte l’aspettò per tre giorni di seguito, poi disse alla figlia

del cuoco di prendere seco una torta e di andarne in traccia fin nelle

tende.

La ragazza tornò dopo mezz’ora sola, colle mani vuote. L’offerta aveva

incontrato il gradimento di tutti: il pasticcio era stato sequestrato e

divorato in sua presenza. Ma Luscià era scomparsa dall’accampamento.

Nessuno degli zingari pareva saperne nulla: alle sue domande si

stringevano nelle spalle, come si trattasse di cosa che non li

riguardasse: un ragazzetto che la seguì un pezzo fuori delle tende,

avevale detto che la giovane figlia di _mami_ Nad era stata condotta al

_baro pani_, al mare, ma non sapeva altro.

Tenda e castello · 第 8 / 55 题