XXIII.

È un fatto che Leonardo Bollati, un giorno in cui egli era d'umor più

trattabile, aveva detto alla moglie che, in fin dei conti, se gli

offrissero un buon impiego, egli avrebbe forse la degnazione di

accettarlo. Una simile idea può parere strana in un uomo di quella

tempra e di quella vita, ma la si spiega benissimo ove si consideri che

il 22 marzo aveva portato uno sconvolgimento profondo nelle abitudini

dei Veneziani. In condizioni ordinarie non c'è popolazione più metodica

di questa; la gente si reca ogni giorno alla stessa ora agli stessi

ritrovi; alla distanza di dieci anni voi vedete dietro le vetriate dei

soliti caffè i soliti visi con qualche ruga e qualche capello bianco di

più; quelli che mancano, mettete il vostro cuore in pace, molto

probabilmente son morti. Entrate, e sentirete, non dico gl'identici

discorsi, ma l'identico modo di discorrere, di sparlare del prossimo,

di spropositar di politica, di gridar la croce addosso agli

amministratori del Comune. Ciò che vale pei caffè, vale pei teatri, per

le conversazioni, per le osterie, per le passeggiate: ciò che vale per

un ceto di persone vale per tutti. Gli amici si vedono, si lasciano, si

rivedono tre o quattro volte nel corso di ventiquattr'ore. Che amici! si

dirà. Adagio un poco. Certo di amici veri ce ne sono anche qui, ma chi

si lasciasse illudere dalle apparenze dell'intrinsichezza andrebbe

incontro a terribili disinganni. L'amicizia, a Venezia, è più che altro

una malattia cutanea; prende le forme d'un'eruzione di cordialità; i

visceri ne sono illesi. Tizio, Caio, Marco, Sempronio passano insieme

mezza giornata, supponiamo, al Florian, si danno del _tu_, scherzano

insieme, fanno il tresette, sembrano quattro corpi e un'anima. Una

mattina Sempronio non si lascia vedere. Tizio, Caio, Marco sono

inquieti, ma si consolano dicendo:

--Verrà alle cinque.

Alle cinque Sempronio non compare.

--Oh bella!--esclamano gl'indivisibili.--Dove s'è cacciato oggi colui?

--Non importa. Stasera per la partita non manca sicuramente.

Viene la sera e di Sempronio nessuna nuova.

--Diavolo! Questa poi è grossa.... Bisogna dire che sia malato. Chi fa

il quarto invece di lui?

Il quarto si trova facilmente, e si comincia a giocare.

Sul più bello capita qualcheduno con aria contrita.

--Lo sapete? Sempronio è morto!

--Diavolo, diavolo!--dice Tizio.--Come mai? Se ieri era sano come un

pesce?

--Ma! L'apoplessia lo ha colto questa mattina e alle tre era spirato.

--Corpo di bacco!... Mi dispiace assai,--soggiunge Caio.

Anche Marco manda un sospiro al perduto amico:

--Povero Sempronio! È proprio una disgrazia.... Accuso tre assi senza

denari.... E dove stava di casa?

Ebbene, si capisce senza difficoltà come ogni fatto pubblico il quale

alteri l'andamento normale della vita cittadina debba sciogliere queste

relazioni così superficiali quantunque così espansive. Figuriamoci poi

un fatto dell'importanza della rivoluzione del 1848. Chi fu sbalestrato

di qua, chi di là: fu come se un cataclisma gettasse tutti gli astri

fuori della loro orbita. Non c'è dubbio che dal nuovo caos uscirebbe una

nuova armonia e i corpi celesti prenderebbero un altro cammino regolare;

è probabile però che qualche astricino più tardo a disciplinarsi

andrebbe alquanto vagando alla ventura per cascar poi a guisa di bolide

Dio sa in che luogo. Nel 1848 gli uomini ch'entrarono nel movimento

politico, che si posero sul serio al servizio del paese trovarono presto

un nuovo equilibrio: quelli, che, senza curarsi dei tempi mutati,

vollero continuar le abitudini frivole di prima, si aggirarono come

fantasimi smarriti in un mondo che non li intendeva e ch'essi non

intendevano più.

Eccoci dunque, per una strada un poco lunga, tornati al nostro Leonardo.

La sua compagnia di farabutti e viziosi s'era, dopo il 22 marzo,

dispersa; alcuni, cosa strana a dirsi, erano partiti pel campo, altri

s'erano rintanati brontolando. Nella bettola ov'egli consumava metà

della notte e ove l'ostiere fino al 22 marzo serbava a lui e alla sua

brigata una tavola a parte, ora gli toccava sedere in mezzo a

sconosciuti che parlavano della guerra, di Manin, di Carlo Alberto, di

Pio IX, urlando come ossessi e minacciando talvolta, nel calore della

discussione, di rompersi i bicchieri in faccia. È vero che per lo più le

dispute ci calmavano, le voci irose si raddolcivano e si fondevano in un

inno patriottico. Ma Leonardo Bollati non ci si divertiva punto; lì

solo, dimenticato in un angolo, egli non ci trovava più gusto nemmeno a

ubbriacarsi. E anche le donne gli parevano cambiate, perfino quelle che,

ordinariamente, non hanno opinioni e non si curano delle opinioni

altrui. Nossignori, adesso anche loro avevano l'aria di guardarlo d'alto

in basso, di rimproverargli la sua inerzia; lasciando stare poi le

preferenze ch'esse accordavano ai militari, agli elmi, ai grandi

mantelli bianchi, ai pennacchi e ai lustrini....

Sotto l'influenza di quest'uggia che gli si era cacciata nell'ossa,

Leonardo Bollati tenne alla moglie il discorso ch'ella aveva timidamente

riferito al fratello. Leonardo vedeva della gentuccia salita ai primi

onori; possibile che non ci avesse a essere un buon posto per lui che

aveva un nome inscritto nel Libro d'oro della Repubblica di San Marco?

Anche dei giovani patrizi, di nobiltà meno antica della sua, erano

entrati negli uffici pubblici, dispensavano grazie e protezioni; ed egli

riteneva d'aver il diritto d'esser messo al livello di costoro. In

quanto al genere dell'impiego, Leonardo non aveva precisato nulla; gli

bastava un impiego decoroso. E non aveva escluso a priori neppur gli

impieghi militari; poichè egli non amava la guerra, ma ci avrebbe

pensato su prima di rifiutare una carica di generale o di colonnello con

residenza a Venezia.

Il lettore si sarà accorto che fra le idee di Sua Eccellenza Leonardo

Bollati e quelle del cognato Gasparo Rialdi c'era un dissidio bastevole

a mettere a repentaglio il buon successo delle negoziazioni aperte da

Fortunata. E infatti quelle negoziazioni fallirono. La proposta di andar

a rischiar la pelle come soldato semplice parve a Leonardo un'ingiuria

atroce e si sfogò con la moglie a dir corna di Gasparo e di tutti i

Rialdi, ch'eran vissuti di carità alla sua tavola e che adesso eran

montati in superbia perchè avevano il vento in poppa. Sciocco lui a

fidar sul loro aiuto; doveva pur ricordarsene che i Rialdi erano stati

una delle piaghe della sua famiglia! Non voleva veder più nessuno di

quella brutta gente, neppur lei che già valeva quanto gli altri e non

sapeva far di meglio che venirgli a piagnucolare davanti. Ell'aveva

fatto benone a tornar presso i suoi genitori; ci stesse e non lo

importunasse con le sue visite.

Leonardo non pensò più ad avere un impiego; bensì, riordinandosi allora

la guardia civica, egli prese l'eroica risoluzione d'iscrivervisi, e,

perchè il nome della sua casa non aveva ancora perduto ogni autorità nel

circondario, riuscì a farsi elegger tenente della sua compagnia.

Veramente egli aspirava al grado di capitano, ma questo fu conferito ad

un pizzicagnolo ch'era stato militare sotto l'Austria. Per un altro uomo

che fosse stato soltanto disoccupato ed inerte, quella nomina avrebbe

potuto considerarsi una fortuna, chè, o poco o molto, c'era anche nella

guardia civica qualche cosa da fare e qualche pericolo da correre. Per

Leonardo Bollati fu una nuova disgrazia. Voleva svergognar i superiori,

confonder gli uguali, accattivarsi l'animo dei militi, e per ottener

quest'intento gli occorreva scialar da gran signore e pagar da bere alla

compagnia, nè potendogli bastare all'uopo il suo magro assegno

aggiungeva debiti a debiti. Come poi un oberato trovasse dei gonzi che

gli prestavan danaro, quest'è uno dei tanti misteri dinanzi a cui

gl'ingenui devono chinar la fronte in silenzio. Un povero galantuomo che

una volta in vent'anni chieda al sarto un mese di respiro per saldargli

il conto, sentirà rispondersi con mali modi; un fallito che abbia

mangiato un milione del proprio e due milioni di quello degli altri

potrà ancora imbattersi in uno strozzino di buona volontà che gli dia

qualche migliaio di lire.

Insomma Leonardo, alquanto rimpannucciato in quella sua divisa di

tenente, tornò ad aver quattro soldi in tasca, ciò che gli permetteva,

quand'era di servizio, di far portare in corpo di guardia dei boccali di

vino e dei polli arrosto che rinfocolavano il patriottismo dei

sott'ufficiali e dei gregari.

Di giorno il quartier generale del nostro tenente era l'osteria _Alla

Venezia risorta, condotta da Oreste Meolo_, gran ritrovo dei politicanti

di Cannaregio. Là si sapevano tutte le novità, si dibattevano tutte le

opinioni, si giudicavano tutti gli uomini, e le dispute si facevano

tanto più calde e romorose quanto più gli affari accennavano a

intorbidarsi; nè ci voleva meno che la calma olimpica e l'imperturbabile

ottimismo del signor Oreste per quetar gli spiriti degli avventori.

In mezzo alle loro grida, alle accuse di tradimento ch'essi scagliavano

oggi al Papa, domani a Carlo Alberto, o al Borbone, o al Durando che non

correva in aiuto dei volontari, il signor Oreste con la sua faccia

serena, con la sua voce melliflua sorgeva a dire:

--Mi lasciano esporre il mio debole parere?

E il suo debole parere era questo. Le cose non si dovevano guardar nei

loro particolari, ma nell'insieme. E dall'insieme risultava chiaro come

il sole che si camminava a gran passi verso una compiuta vittoria. Se lo

lasciavano dire, ne darebbe la prova.

--Sì, sì,--interrompeva qualcheduno,--bel principio. Intanto gli

Austriaci vengono avanti.

--Meglio,--diceva il signor Oreste,--così si piglieranno tutti in una

volta.

--Uhm! E Durando che non si muove mai?

--E il Papa che volta casacca?

--E Carlo Alberto che sta a guardare i Tedeschi sul Mincio?

--E Ferdinando che richiama i suoi soldati?

--Fidarsi dei Re!... Tutti traditori, tutti bricconi.

--La ghigliottina ci vuole, ecco il rimedio.

--Sangue, sangue....

Pare impossibile la quantità di sangue che domandano agli altri quelli

che non sono disposti a spargerne una goccia del proprio!

Il signor Oreste non aveva ancora potuto svolgere il suo concetto, ma,

presto o tardi, trovava il modo di farsi sentire.

--M'ingannerò, ma per me queste ritirate, questi voltafaccia non sono

che finte, tranelli per adescare il nemico. Perchè, signori, se l'Italia

non dovesse pensare che a sè direi anch'io: S'è sbagliata strada.

Bisognava gettarsi subito sui pochi Austriaci ch'erano rimasti nel

Lombardo-Veneto e impedire che ne venissero giù dei nuovi dall'Alpi e

dall'Isonzo. Ma l'Italia, signori, ha degli obblighi, dei grandi

obblighi. Si tratta di distruggere l'Austria, si tratta. Ora mettiamo

che i Piemontesi, i Papalini, i Napoletani, fossero tutti marciati

subito verso la frontiera, è evidente che quelli di Vienna non avrebbero

avuto coraggio di spedir altre truppe in Italia. Noi avremmo fatto

prigioniero Radetzky e i suoi reggimenti, ma il grosso dell'esercito

sarebbe rimasto sano e salvo a casa propria. Invece, lasciando sguarniti

i confini, vengono ad uno ad uno a cader nell'agguato, Nugent, Welden,

d'Aspre e tanti nomacci simili che il diavolo se li porti. E un bel

giorno, quando tutte le forze austriache si son calate quaggiù, i

Piemontesi da una parte, i Romagnoli e i volontari dall'altra, te li

prendono in mezzo e fanno una frittata. Non ce ne deve tornare di là dai

monti uno solo. Questo è il mio debole parere. Che ne dice il nostro

tenente?

Il _nostro_ tenente, ch'era il N. H. Leonardo Bollati, arricciava il

naso a sentirsi trattar con questa confidenza dal suo antico cuoco, ma

eran tempi democratici e conveniva adattarvisi. Del resto il _nostro_

tenente non aveva opinioni ben determinate circa all'andamento probabile

della guerra, ed era disposto ad accettar le opinioni del signor Oreste.

Qualcheduno domanderà se la clientela della _Venezia risorta_ fosse

composta d'idioti o di sonnambuli a cui si potesse spacciar queste

fanfaluche; il fatto si è che _il debole parere_ del signor Oreste era

nel 1848 anche quello di persone intelligenti, le quali, nel loro santo

entusiasmo per la causa dell'indipendenza, avevano finito collo smarrire

ogni lume di critica. Ciò non vuol dire che tutti gli avventori

s'acquetassero allo sentenze spropositate dell'oste, ma i più gli

porgevano ascolto benevolo, ed egli, con la sua tattica, mostrava

d'intuire due grandi verità: che gli uomini credono sempre volentieri a

quello che desiderano, e che a conciliarsene l'animo non c'è mezzo più

efficace che accarezzar le loro illusioni.

In quanto a lui, dell'indipendenza non gliene importava nè punto nè

poco; solo vedeva con piacere per le vicende della guerra la guarnigione

crescer ogni giorno, e molti dal di fuori rifugiarsi a Venezia. E per

mettersi, come si dice, a livello delle circostanze, il signor Oreste

ingrandiva la sua trattoria, si provvedeva di vini napoletani che

richiamassero alla _Venezia risorta_ i prodi seguaci di Guglielmo Pepe,

migliorava il servizio, e dava impiego a due nostre vecchie conoscenze,

esuli dalla provincia, la bella caffettiera d'Oriago e il relativo

marito. Sì, la Rosetta e Menico, all'avvicinarsi degli Austriaci avevano

stimato opportuno di chiudere il caffè e di fuggir gli invasori.

Veramente Menico, sulle prime, non capiva perchè i Tedeschi, tornando,

dovessero prendersela direttamente con lui; ma sua moglie, la quale

correva dietro a un sott'ufficiale della legione romana, tanto disse e

fece per provare al consorte ch'egli s'era compromesso in un modo tale

da rischiar la vita ove fosse rimasto, che egli finì col persuadersi di

essere un gran patriotta minacciato del patibolo e accondiscese a

emigrare, come facevano altri che, a sentir la Rosetta, erano assai meno

compromessi di lui. Giunto fra le lagune con pochi quattrini, egli si

sarebbe mangiati ben presto anche quelli aprendo un'osteria, se l'ottimo

signor Oreste non ne lo avesse sconsigliato e non avesse offerto a lui e

alla consorte un posto sicuro e onorevole presso la sua _Venezia

risorta_. Dopo qualche titubanza i coniugi si acconciarono alla

necessità, e le grazie della Rosetta contribuirono ad aumentar

notevolmente la clientela del signor Oreste.

Il sott'ufficiale della legione romana trovava che gli ammiratori della

vispa cantiniera eran troppi e non seppe tacergliene il suo rammarico.

Essa però gli fece intender ragione, dicendogli che non voleva e non

aveva mai voluto gelosie, che d'altra parte ell'era di carattere allegro

e le piaceva far buona cera a tutti, tanto più che ciò le era imposto

dai doveri della sua carica. Il sott'ufficiale si rassegnò a chiudere un

occhio; Menico poi da un pezzo li aveva chiusi tutti e due.

La Rosetta non mancò di fare i suoi convenevoli a Sua Eccellenza il N.

H. Leonardo Bollati; e Leonardo avrebbe voluto riappiccar con lei la

vecchia amicizia. Ma il conte non aveva più nessuna attrattiva fisica,

e, diciamo la brutta parola, nessuna attrattiva economica. Da quando la

Rosetta non lo vedeva, ed erano quasi tre anni, egli era scaduto

immensamente d'aspetto e ci voleva poco ad accorgersi ch'egli stava

malissimo di finanze. Infatti gli riusciva ogni giorno più difficile di

scovar nuovi sovventori, e i vecchi insistevano per esser pagati e

minacciavano di sequestrargli l'assegno accordatogli dal Tribunale. In

questa condizione di cose, il meglio per lui era di mostrarsi meno che

fosse possibile, tanto più che, indebitato com'era, non avrebbe potuto

conservare a lungo il suo grado nella guardia civica. Con la scusa della

salute egli diede le sue dimissioni e scomparve anche dalla _Venezia

risorta_.

Dal primo piano alla soffitta · 第 42 / 57 题