XXII.

Di lì a tre o quattro giorni arrivava a Venezia Gasparo Rialdi. Arrivava

da Pola insieme con qualche altro ufficiale di marina, sopra un piccolo

legno, e dopo esser sfuggito non senza fatica agl'incrociatori

austriaci. La gioia di trovar la patria libera, di poter combattere per

una causa santa era amareggiata a quei generosi dal non esser riusciti a

farsi seguire da tutta la flotta. Alle prime voci di rivoluzione, essi

dicevano, s'era manifestato un vivo fermento negli equipaggi e in gran

parte degli ufficiali ch'erano italiani di sangue e di pensieri. I più

arditi, tra cui il Rialdi, sostenevano doversi salpar subito per

Venezia, per partecipare alla lotta, se l'esito era ancora incerto, per

recare al nuovo ordine di cose il sussidio d'una forza disciplinata, se

la battaglia era vinta. Ma la maggioranza fu d'altro parere. Non

bisognava precipitare, bisognava aver ragguagli più esatti; forse erano

rumori sparsi ad arte; era impossibile che i compagni i quali si

trovavano a Venezia non mandassero qualche avviso, che un Governo

nazionale il quale per avventura si fosse stabilito colà non desse

notizia di sè. Il consiglio di chi voleva gl'indugi prevalse. E intanto

a Venezia si commetteva un primo, fatalissimo errore. Le lettere di

richiamo per la flotta erano affidate al capitano del vapore del Lloyd

che riconduceva il governatore Palffy, e quel capitano, o spontaneo, o

costretto, dirigendosi a Trieste anzichè a Pola, consegnava il dispaccio

alle Autorità austriache, le quali furono in tempo di prender le

disposizioni necessarie a scongiurare un avvenimento forse più grave per

la monarchia che la perdita d'una provincia. Rimaneva un partito. Alzare

audacemente il vessillo della rivolta, passar sotto i cannoni del porto,

aprirsi a ogni costo il varco per Venezia. Questo avevano suggerito, a

questo s'erano dichiarati pronti Gasparo Rialdi e pochi animosi suoi

pari. Ma molti indietreggiarono all'idea dell'aperta ribellione; si

sentivano legati dal giuramento, dall'onor militare; non osavano

intraprendere, contro la volontà espressa dei capi, ciò che avrebbero

osato quando i capi, colti dal panico, avevano smesso di comandare. A

forza di titubanze si lasciò passare il momento propizio e parve follia

il tentare quello che prima sarebbe stato agevole il compiere. Il Rialdi

e quattro o cinque amici partirono soli; gli altri, fremendo, morsero il

freno. Venezia non ebbe nel 1848 una flotta, e chi può dire che il non

averla avuta non abbia ritardato di dieci anni la redenzione d'Italia?

Comunque sia, quando il giovane ufficiale giunse in patria, ben pochi

s'erano accorti di aver perduta, senza combattere, una prima battaglia.

Il paese era nella luna di miele della libertà; i fatti interni e le

notizie dal di fuori mantenevano gli animi in uno stato d'ebbrezza

gioconda; le voci più strane, pur che conformi al desiderio, erano

accolte come verità incontestabili. I Milanesi, vincitori nelle loro

cinque eroiche giornate, avevano chiuso Radetzky in una gabbia di ferro;

Carlo Alberto era già col suo esercito sotto Verona, ove si trattava

della formalità della capitolazione; cinquantamila papalini, benedetti

da Pio IX, avevano passato il Po; dietro a loro venivano cinquantamila

napoletani, ch'eran soldati di quelli coi fiocchi, diceva la gente, come

se li avesse visti alla prova. S'affermava inoltre che non c'erano più

neanche due reggimenti austriaci in tutto il Lombardo-Veneto, locchè

rendeva alquanto difficile di capire con chi se la sarebbero presa i

formidabili eserciti che pullulavano da ogni parte, ma gli spacconi non

si confondevano per così poco. Quando una nuova, data per certa la

mattina, era smentita la sera--Bah!--si diceva stringendosi nelle

spalle.--Quello che non è vero oggi, sarà vero domani.--Che se alcuno si

permetteva esprimere un dubbio, gli si dava addosso come a uccello di

malaugurio.

Non che si trascurasse d'armarsi, che si esitasse a sottomettersi a

qualunque sacrifizio, oh no. Anzi la contraddizione era questa, che si

chiedevano e si accettavano lietamente i sacrifizi per una causa la

quale, a sentir le chiacchiere della piazza, pareva non doverne aver più

bisogno. Senonchè, alla gioia più legittima, agli entusiasmi più santi,

all'abnegazione più pura nuoceva un non so che di sguaiato e

melodrammatico nelle foggie, nel linguaggio, nelle consuetudini romorose

della vita cittadina. Gran bandiere, gran musiche, gran sciupìo di

versi, gran mostra di _crociati_ che parevan coristi, di _lions_ che

manifestavano i loro sentimenti vestendosi da tenori, gran sfoggio di

pennacchi nei cappelli, di colori sugli abiti.

A Gasparo Rialdi questo carnovale dispiacque; tuttavia egli tenne per sè

le proprie impressioni e non pensò che a mettersi agli ordini del

Governo. Offertogli di attendere all'armamento della flotta minuscola

rimasta dentro l'Arsenale, egli accettò subito l'incarico, deliberato

però ad arruolarsi più tardi nell'esercito di terra, se, com'egli

temeva, non c'era da far nulla sul mare. Naturalmente, durante il suo

soggiorno a Venezia, egli abitava presso la famiglia, da lui non più

riveduta dopo il disgraziato matrimonio della sorella.

Il 22 marzo aveva mutato di nuovo le relazioni reciproche dei coniugi

Rialdi che sembravano destinati a essere, l'uno verso l'altro, nella

condizione di due che si trovano sull'altalena.

Adesso la contessa Zanze era tornata in alto; il conte Luca era ricaduto

al basso. Egli conservava il suo posto di consigliere d'appello, ma la

moglie gli diceva sempre che se non lo avevano destituito era per un

riguardo a lei e a Gasparo. E si rifaceva delle umiliazioni sofferte

negli ultimi tempi:

--Non mi darete più della visionaria, spero? Chi aveva ragione di noi

due, eh?... Dove sono i vostri tedeschi?... Quanto pagherei a sapere

dove ha portato la sua pancia quel prepotente del Geisenburg! Ah se

avesse fermato me invece che voi, quel giorno in piazza San Marco,

avrebbe trovato pane per i suoi denti.... Ma voi, Dio ve lo perdoni,

siete un coniglio....

Il conte Luca, che ormai viveva in uno stato d'orgasmo continuo,

sbuffava ma non reagiva contro le tirate della moglie. Tutt'al più, in

un tuono che voleva esser di comando ed era invece di preghiera,

insisteva perchè tacesse:

--Che donna, santo Iddio! Non sapete star zitta un minuto. Se ne sono

andati i Tedeschi? E voi lasciateli in pace.

Era difficile confessarlo, ma il conte Luca aveva paura dei vecchi

padroni. I nuovi potevano fargli del male subito, i vecchi potevano

fargliene più tardi.... se tornavano. E il conte Luca, senza dirlo a

nessuno, senza dirlo ad alta voce nemmeno a sè stesso, non sapeva

persuadersi che non dovessero tornare. Intanto s'acconciava

all'inevitabile. Teneva anche lui la sua coccarda tricolore

all'occhiello, faceva di gran salamelecchi ai personaggi in carica, ed

era pieno d'indulgenza pegli impiegati subalterni che non andavano

all'ufficio con la scusa di dover montare la guardia.

Slanciata nella fiumana del patriottismo chiassoso, la contessa Zanze

era sempre in faccende e lasciava la cura delle cose domestiche a

Fortunata, la quale, poverina, non aspirava minimamente a mettersi in

mostra. S'occupava della casa, della bimba, faceva una scappata quasi

ogni giorno fino al palazzo Bollati per aver notizie di Leonardo, per

vederlo se era possibile, e la sera preparava filaccia per i feriti.

Gasparo che, venendo a Venezia, sapeva già di trovarla in famiglia, non

s'era presa l'ingenerosa soddisfazione di rammentarle le sue parole di

quattr'anni addietro, ma abbracciatala con benevolenza, le aveva chiesto

subito della piccina.

--Dorme.... vuoi vederla lo stesso?

--Perchè no?

Margherita riposava tranquillamente nella sua cuna, con uno dei suoi

braccetti nudi piegato sotto la testa, con una puppattola al fianco.

--Quella puppattola è il suo grande amore,--disse sorridendo

Fortunata;--la chiama Lilì e non se ne vuol staccar mai.

Margherita aveva allora tre anni ed era una bella bimba, quantunque

fosse lecito dubitare se sarebbe stata anche una bella donna, tanto più

che la contessa Zanze ripeteva sempre:--Fortunata era tal quale.

Fatto si è che ell'era bianca e rosea, aveva lineamenti regolari,

capelli biondi e finissimi, e nel viso un'espressione dolce, affettuosa

che rammentava l'espressione materna. Era forse l'unica somiglianza che

ci fosse tra madre e figliuola.

--È carina assai,--disse Gasparo.

--Non è vero?--soggiunse Fortunata tra orgogliosa e commossa.--È buona

come un angelo, docile, intelligente....--Poi sospirò a voce

bassa:--Povera creatura!

Gasparo, che non aveva staccato gli occhi dalla dormente, a

quell'esclamazione della sorella:--Povera creatura!--sentì qualche cosa

che rispondeva nel suo cuore. Povera creatura davvero! Con quel nome che

anni addietro sarebbe stato una forza e oggi era una debolezza, quasi

una colpa! Con quel padre di cui ella non avrebbe potuto ignorar sempre

le turpitudini! Povera creatura! Chi sa che sorte l'era destinata? Chi

avrebbe guidato i suoi passi sul sentiero della vita? Chi l'avrebbe

protetta contro la miseria, contro le tentazioni? Certo la madre sarebbe

stata pronta a darle il suo sangue, ma che valida difesa poteva esser la

misera Fortunata ch'era inetta a difender sè stessa, che forse era

ancora sotto il fascino dell'ignobile marito?

Di mano in mano che tali pensieri sorgevano nell'animo di Gasparo, egli

sentiva anche nascere dentro di sè una tenerezza singolare per questa

bambina, sentiva nascere un desiderio intenso di vigilare su lei, di

tutelarla contro l'insidie d'un mondo nel quale ella entrava sotto

auspicî sì tristi. Pur non disse nulla, e rivolgendosi a Fortunata che

piangeva in silenzio, si limitò a susurrarle:--Coraggio!

Il primo giorno Margherita stentò alquanto ad addomesticarsi con lo zio,

ma il dì appresso Gasparo, tornando dall'arsenale, si presentò alla

nipote con un involto misterioso sfidandola a indovinare ciò che vi

fosse contenuto. Margherita si fece rossa rossa in viso e, naturalmente,

non indovinò nulla.

Allora l'involto fu aperto e comparve una splendida bambola tutta nastri

tricolori, la cui vista strappò alla fanciulla un grido d'ammirazione.

--Oh!--disse Fortunata--lo zio t'ha portato una nuova _Lilì_!

Il nome rimase e la bambola battezzata per _la nuova Lilì_ strinse

Margherita d'un nodo indissolubile allo zio Gasparo. Ogni volta ch'egli

veniva a casa Margherita gli correva incontro festosa a mostrargli la

nuova _Lilì_, il cui abbigliamento andava illeggiadrendosi e

complicandosi sempre più per le ingegnose aggiunte che vi faceva

Fortunata. Gasparo, prima ancora di spogliarsi della sua divisa e di

depor la sua sciabola, prendeva in collo la nipote e la copriva di

carezze e di baci, ma la nipote non era contenta s'egli non dava qualche

bacio e qualche carezza anche alla bambola, sua indivisibile compagna.

Intanto la vecchia _Lilì_, dimenticata in un angolo, con la veste

sdruscita, una gamba rotta, i fianchi squarciati e la stoppa che le

usciva dalla pancia, esperimentava duramente l'ingratitudine umana.

Eran circa due settimane dacchè Gasparo si trovava a Venezia quando

Fortunata si fece animo a iniziar con lui un discorso scabroso che le

stava da un pezzo sulla punta della lingua e ch'ella non sapeva mai

risolversi a cominciare.

--Gasparo--ella balbettò una sera dopo aver messo a letto la bimba--non

t'ho ancora parlato di....

--Di che cosa?--interruppe il giovane aggrottando le ciglia.

--Non turbarti, non guardarmi in quel modo--esclamò Fortunata.--Mezz'ora

fa eri così gaio, così sorridente con Margherita.... Io sentivo svanir

la gran soggezione che ho di te....

--Soggezione! Soggezione!--brontolò Gasparo.--Perchè devi averne?

--Ho torto, lo so.... Sei tanto buono.... Fosti sempre tanto buono....

Ma che vuoi? Sono una femminetta senza spirito.... Basta un nulla a

confondermi.

--Via--soggiunse Gasparo raddolcendo la voce.--Di che cosa vuoi

parlarmi?

--Di... di Leonardo--disse Fortunata tutta tremante.

--Me l'aspettavo.... Ebbene?... Non hai dovuto riconoscer tu stessa che

t'era impossibile viver con lui?.... E quand'egli ha stancato una

pazienza come la tua!...

--No, Gasparo... forse non ne ebbi abbastanza... o almeno... non ebbi

tatto... non so far niente io... che disgrazia! che disgrazia!

--Povera vittima!--esclamò l'ufficiale un po' irritato, un po'

commosso.--Dovresti anche prendertela con te stessa! Quel miserabile che

t'ha sedotta non per amore, ma per capriccio, che t'ha sposata non sotto

l'impulso del dovere, ma sotto quello della paura, quel miserabile che

non ha cuore nè per sua moglie, nè per sua figlia, che s'è mangiato

tutto il suo, che è precipitato ruzzoloni di vizio in vizio, d'ignominia

in ignominia, quel miserabile merita proprio che tu t'accusi per lui!

--È vero... egli ha le sue colpe... ha molte colpe... non lo difendo,

no... ma è anche molto da compiangere... e se io potessi....

--Sicuro, se tu potessi dargli dell'altro danaro da scialar come prima

fra le ballerine e le femmine da partito, tu saresti contenta come una

Pasqua?

--Gasparo, non è questo.... Io vorrei aiutarlo a togliersi da quell'ozio

che è la sua rovina... vorrei aiutarlo a trovarsi una occupazione....

--Un'occupazione? Lui? Lo credi uomo da occuparsi d'altro che... di

quello di cui s'è occupato finora?

--Forse sì.... Mi pare che ne senta anch'egli la necessità....

--Che ne sai tu?

--Lo vedo talvolta... oh, avrei forse dovuto piantarlo affatto, solo,

infelice com'è?... Lo vedo, l'ho visto ieri... era tranquillo,

ragionevole.... «Che vuoi ch'io faccia?» mi disse. E soggiunse... ma non

arrabbiarti... stammi a sentire con calma.

--Continua, in nome di Dio.... Son calmo, mi pare.

--Soggiunse: «Adesso c'è qui tuo fratello che ha un posto importante,

che è pieno di aderenze....»

Gasparo non la lasciò finire.

--E avrei da servirmene per dare un impiego a lui, a lui che non è atto

a far nulla, che non merita nulla?... Tronchiamo questo discorso.... O

piuttosto--egli ripigliò--ma come non ci ha pensato lui subito?...

piuttosto digli che c'è un modo per levarsi dall'abbiezione, un modo

facile, sicuro, che può restituirgli la stima dei galantuomini....

--Quale? Quale?

--Tu pure me lo domandi?... Si ricordi dei suoi avi che affrontarono

cento volte la morte per la patria; brandisca un fucile, vada, corra

dove si combatte contro gli Austriaci;... un giorno solo, un'ora, un

minuto di eroismo può sanar molte colpe.... Non rispondi?

--Andar soldato!--mormorava Fortunata, tenendo gli occhi bassi,--Ma egli

non è robusto, non è avvezzo alle fatiche... e pur troppo in questi

ultimi tempi....

--I vizi l'hanno indebolito di più.... Me lo immagino.... Non

importa.... Ne son partiti degli altri, viziosi, scioperati al pari di

lui; hanno capito, hanno sentito che quest'era l'unica via di

salute....

--Ma egli, ne son sicura, non resisterebbe alla prova.

--E se fosse?--proruppe Gasparo con impeto.--Non c'è dubbio; andando

alla guerra egli può soccombere alle fatiche, può morire, beato lui! con

una palla in fronte; ma qui, non muore a oncia a oncia? E tu

preferiresti di vederlo finire sulle panche d'un'osteria, forse nel

canto d'una strada?

--Gasparo, Gasparo, che pronostici fai!--esclamò Fortunata atterrita

coprendosi il viso con le mani.

--Io non pronostico nulla d'inverosimile--egli le rispose. E vedendo che

le sue parole l'avevano scossa se non persuasa, continuò:--Invece chi

sa? Nei sani travagli del campo egli può trovare una vigorìa ignota, e

sfuggendo ai pericoli può tornar rifatto di corpo e di spirito.... E

allora, siane certa, egli benedirebbe chi gli avesse dato il consiglio

di prender l'armi.

Che Gasparo credesse proprio al miracolo, questo non oseremmo

affermarlo; tuttavia egli parlava con l'accento d'uomo convinto; e forse

era convinto realmente che se v'era per Leonardo un mezzo di redenzione

possibile, era quello da lui indicato.

Fortunata era in una strana perplessità. Col suo carattere timido, col

suo sgomento della guerra, ella non sapeva neanche figurarsi di dover

dare lei stessa al marito un suggerimento di quella specie; anzi non

sapeva figurarsi che quel suggerimento non le destasse addirittura una

ripugnanza invincibile. Eppure una voce interna le ripeteva che Gasparo

aveva ragione e la sua mente si fermava volentieri su quella frase:

_egli può tornar rifatto di corpo e di spirito_.... Se fosse vero?

--Gasparo--ella cominciò peritosa--se gli parlassi tu?

--Io?... No... non voglio vederlo... adesso.... Quando si sarà deciso a

compiere il suo dovere di cittadino, allora, allora soltanto venga da

me.... Io l'accoglierò dimenticando il passato, io farò tutto quello che

sarà in mio potere per ispianargli la via.... Ma eh' egli non mi capiti

dinanzi se non è ben risoluto.... Hai inteso?

Visto che suo fratello era irremovibile, Fortunata mise un sospiro e

disse:

--Gli parlerò io, proverò.

E il colloquio fu terminato così.

Dal primo piano alla soffitta · 第 41 / 57 题