XXIV.

Noi non facciamo la storia dell'assedio, e non siamo quindi tenuti a

seguir passo a passo gli avvenimenti, nè a discorrer dei casi della

guerra, nè della fusione col Piemonte votata nel luglio 1848

dall'Assemblea, nè del moto popolare succeduto l'11 agosto alla nuova

dell'armistizio Salasco; diremo soltanto che coll'incalzar del pericolo

crebbe l'animo e la saviezza dei Veneziani. Alla richiesta di maggiori

sacrifizi rispose più spontanea l'abnegazione di tutti, alla necessità

di prepararsi a resistere rispose un'energia maggiore nell'organizzar la

difesa. Si provvide all'armamento dei forti, si mobilizzò una parte

della guardia civica, si formarono nuove legioni di combattenti, quella

tra l'altre che in omaggio ai martiri di Cosenza s'intitolò di Bandiera

e Moro.

Fosse il fascino d'un nome che gli ricordava gli amici della sua prima

giovinezza, fosse la persuasione di non poter far nulla d'efficace

nella marina, Gasparo Rialdi chiese ed ottenne di entrar col grado di

capitano in questo corpo che raccoglieva il fiore della cittadinanza

veneziana. Fu codesta un'amara delusione per la contessa Zanze, la quale

s'era fitta in capo che suo figlio avesse a diventare ammiraglio e non

sapeva rassegnarsi a vederlo senza il suo cappello a due punte e le sue

belle spalline d'oro. Ai suoi occhi il cambiamento era poco meno di una

degradazione, ed essa se la pigliava a vicenda col Governo che non aveva

apprezzato abbastanza un ufficiale di quel merito, e con Gasparo stesso

ch'era un grand'uomo, ma non sapeva farsi valere. Però queste cose ella

non le poteva dire che nel segreto dell'amicizia, alla contessa

Ficcanaso, per esempio, quella sua tenera amica che conosciamo, giacchè

Gasparo aveva certe massime tutto sue, e guai s'egli avesse sentito che

sua madre si lagnava del modo in cui egli era trattato.

In quanto a lui, non desiderava che di poter finalmente combattere, e

l'ebbrezza delle prossime lotte lo rendeva dimentico d'ogni altra cosa,

perfino del significato doloroso che aveva per la causa italiana

quell'avvicinarsi degli Austriaci a Venezia. È vero pur troppo che anche

l'eroismo, anche la voluttà del martirio rende talvolta egoisti.

Il lettore conosce abbastanza il carattere del conte Luca da poter

credere senza fatica che egli s'apparecchiava agli avvenimenti con

disposizioni d'animo affatto opposte a quelle del figlio. Pover'uomo!

Dalla metà d'aprile a tutto maggio s'era sforzato di persuadersi della

fine del dominio austriaco in Italia, e aveva fatto (almeno così pareva

a lui) delle dimostrazioni pubbliche atte a ingraziarlo coi liberali, ma

dopo i disastri del luglio e dell'agosto la sua vecchia idea che i

tedeschi sarebbero tornati aveva ripreso l'antico predominio e non gli

lasciava pace. Il peggio si era che gli toccava divorar in silenzio le

sue inquietudini. A lunghi intervalli, quando non ne poteva più e il

soffiare gli era uno sfogo insufficiente, vuotava il sacco con

Fortunata.

--Matti, matti, matti da legare!--egli diceva (però tanto piano che

Fortunata doveva aguzzar l'orecchio per sentirlo).--A un bel punto ci

hanno ridotti!... Ecco ciò che ha saputo fare il loro Carlo Alberto, ciò

che han fatto i volontari, e i papalini, e i napoletani.... E adesso

tutta la tempesta viene addosso a noi; stiamo freschi.... Mi ricordo del

blocco del 1813, che delizia!... Questi furibondi che ci governano non

se ne rammentano mica, son giovani, loro, se no, non farebbero tanto i

gradassi.... Eh, perchè l'esperienza servisse a qualcosa, bisognerebbe

che al mondo non ci fossero altro che i vecchi.... E il blocco di questa

volta sarà anche più rigoroso, si può scommettere.... Avremo la

carestia, la miseria, e chi sa che altri malanni.... Con che sugo

poi?... Per calar le brache, con rispetto parlando, per istar peggio di

prima.... Figuriamoci quanti impiegati destituiti!... Si terrà conto

delle apparenze, delle parentele.... so quel che mi dico. E voglia il

cielo che i nostri padroni d'adesso, a forza di arroganza, non spingano

i Tedeschi agli estremi... Che se c'è l'assalto, siam fritti. Tutti gli

abitanti saranno passati a fil di spada e di Venezia non rimarrà pietra

su pietra... Mi spiego?... Chi è?

Con questo grido angoscioso--_chi è?_--il conte Luca soleva troncare o

interrompere le sue querimonie, chè bastava il sospetto della presenza

di qualcheduno per suggellargli la bocca. E non solo non avrebbe parlato

dinanzi a sua moglie che era una pettegola o a suo figlio con cui non

aveva mai avuto confidenza, ma gli dava ombra perfino la piccola

Margherita. I bambini, si sa, nella loro pericolosa innocenza, son

capacissimi di riferir tutti i discorsi che sentono. E il conte Luca

faceva giurare a Fortunata che non si sarebbe lasciata sfuggire con

nessuno una parola di ciò ch'egli le diceva. Ella ubbidiva, e la sua

mente inclinata a tristi pensieri prestava facil credenza alle terribili

profezie paterne e già precorreva le stragi, gl'incendi, la rovina

ultima di Venezia.

Intanto l'anno 1848 finiva, per la causa liberale, in Italia e fuori

d'Italia, in modo ben diverso da quello in cui era cominciato. La

discordia aveva pazzamente agitato la sua face nel campo di coloro che

parevano scesi a combattere sotto la stessa bandiera. Da una parte

gl'indugi fatali, i tentennamenti colpevoli, le aperte fellonie;

dall'altra gli eccessi del linguaggio e le violenze degli atti.

Nondimeno nei primi mesi del 1849 una lieta notizia riconfortò i

patriotti della nostra penisola; il Piemonte riprendeva le armi. Ma la

gioia durò poco, e la tragica giornata di Novara ripiombò l'Italia nel

lutto. Gli Austriaci, sicuri alle spalle, potevano ormai converger le

loro forze contro i ribelli. Il 26 marzo, tre giorni dopo la disfatta

dell'esercito di Carlo Alberto, il feroce Haynau, nome esecrato dalle

madri lombarde e magiare, dal suo quartier generale di Padova, intimava

la resa a Venezia. E il 2 aprile, Venezia, col voto unanime dei suoi

rappresentanti raccolti nello storico palazzo dei Dogi, decretava la

resistenza a ogni costo. Santo e nobile voto che riscattava lunghi anni

d'ignavia, ed evocava in quelle aule famose lo spirito della grande

Repubblica.

Colpita al cuore dalla tremenda delusione ch'era successa a tanto

rifiorir di speranze, la popolazione si riebbe all'annunzio del fiero

decreto. Era un'ebbrezza simile a quella del marzo 1848, ma meno

teatrale, ma più virile, più degna d'uomini preparati a morire. Simbolo

della lotta ad oltranza, non emblema di funeste divisioni sociali, il

nastro rosso comparve alla bottoniera degli abiti, la bandiera rossa

sventolò sui tetti dei palazzi, sulle cupole delle chiese, sulle punte

dei campanili.

E il rimbombo del cannone, dal maggio in poi, divenne la musica

pressocchè quotidiana dei Veneziani. Chi, in un giorno di battaglia, udì

di lontano quel suono cupo e profondo sa che angoscia esso metta negli

animi, che pallore sparga sui volti, e come sospenda, per così dire, in

quella crudele trepidazione di tutti, il corso della vita ordinaria. Ma

chi, per settimane, per mesi, l'udì da una città assediata sa pure che

l'orecchio vi si abitua quasi come a un suono domestico, e che il primo

sbigottimento si cambia a poco a poco in un'apatia rassegnata e persino

in una spensieratezza gioviale.

Così a Venezia. Il cannone tuonava intorno a Malghera, e tuttavia il

popolo conservava il suo umore gaio e il suo spirito caustico; si

sarebbe detto talvolta che c'era nella città un'attrattiva di più; onde

gli uni si recavano in brigatelle alla punta estrema di Cannaregio a

veder i globi di fumo che s'alzavano dalle lunette dei forti, gli altri,

dalle specule e dagli abbaini, spingevano col canocchiale lo sguardo

fino alle batterie austriache di Campalto e di Mestre.

E quando Malghera, ridotta un mucchio di rovine, fu abbandonata in

silenzio nella notte dal 26 al 27 maggio, e la eroica guarnigione,

decimata ma non vinta, non doma, fatti saltar i primi archi del ponte,

si trincierò fieramente sul piazzale opponendo al nemico una seconda

linea di difesa non meno formidabile dell'altra, lo strepito più vicino

dell'artiglieria, la coscienza del crescente pericolo non valse ancora

ad accasciar l'animo dei Veneziani.

Si sperava a dispetto di tutto: si sperava nella propria costanza, nei

soccorsi del di fuori, negli aiuti del cielo; nessuno parlava, nessuno

voleva sentir parlare d'arrendersi. Di tratto in tratto la gente

s'accalcava in piazza domandando ad alte grida Manin. E Manin, dal

balcone delle Procuratie, rivolgeva agli adunati brevi parole, non

mendaci, non lusinghiere, ma ferme e virili quali i forti rivolgono ai

forti. La folla si disperdeva applaudendo e più che mai risoluta a

resistere.

Resistere fino all'ultima cartuccia e fino all'ultimo uomo, dicevano

anch'essi i difensori del ponte, imperterriti sotto una pioggia di

fuoco. Che importava morire? Quei prodi sentivano che sui pochi metri

quadrati dell'angusto piazzale si gettava il seme del futuro. E quel

seme era sangue, il più nobile sangue d'Italia confuso insieme in

quattro zolle di terra. Con un grido sul labbro, con un affetto nel

cuore eran venuti dalle sponde del Jonio e dalle falde dell'Alpi, dalle

pianure lombarde e dai clivi toscani, dal golfo incantato di Napoli e

dai feraci campi delle Puglie, dalla Romagna indomita e dalla Liguria

operosa; eran venuti a dividere i travagli e la gloria dei figli delle

lagune; ignoti fino a ieri gli uni agli altri, oggi più che fratelli. E

cadevano come spighe mietute stringendosi in un ultimo amplesso,

mormorando coi vari accenti d'una stessa favella il dolce nome della

patria comune. Onore a voi, valorosi, sia che vi ricordi la storia, sia

che, martiri oscuri, vi copra l'oblio! E onore anche a voi, pochi ma

eletti, svizzeri, slavi, magiari, che, non nati sotto il cielo d'Italia,

pur ci veniste a morire, suggellando col sacrifizio delle vostre giovani

vite l'alleanza fra quanti credono nella giustizia e nella libertà!

Ma non lasciamo sbizzarrir troppo la penna. Tra i più intrepidi

combattenti di Malghera e del Ponte c'era Gasparo Rialdi. Primo al

pericolo, ultimo a chiedere o ad accettare il riposo, a vicenda capitano

e soldato, egli comandava ed eseguiva, ora intento a puntare i cannoni,

ora a rinforzare i terrapieni, ora ad assistere i feriti. I suoi

compagni d'armi lo dicevano invulnerabile. Infatti le palle gli

grandinavano intorno senza toccarlo. Una volta un piccolo deposito di

polvere scoppiò a pochi passi da lui con un orrendo fragore; dieci

uomini stramazzarono al suolo per non più rialzarsi, altri due,

rovesciati dall'urto, sorsero subito in piedi tra il fumo e la polvere,

pesti, contusi, ma atti a riprendere il loro posto. Uno dei due era

Gasparo.

Ogni settimana egli consacrava alla famiglia una mezza giornata o una

notte, ed è facile immaginarsi con che lagrime egli fosse accolto dal

conte Luca e dalla contessa Zanze. Chè se il conte era pusillanime come

un coniglio e la contessa leggera come una farfalla, questo non voleva

dire che non amassero il loro figliuolo. Negli affetti veri, nei veri

dolori tutti gli uomini si rassomigliano.

Fortunata, il cui spirito debole era stato soprappreso da un nuovo

accesso di fervore religioso, vedeva nella salvezza del fratello un

effetto delle sue preghiere alla Madonna, e glielo diceva, e lo

scongiurava di non sorridere, di non provocar l'ira del cielo con la sua

incredulità.

La sola Margherita, in un'età che non capisce i pericoli, riceveva lo

zio Gasparo col sorriso ilare e confidente d'un tempo. Tanto più che

egli non si presentava mai alla nipotina senza un regaluccio, ed era

curioso vedere quell'uomo grande e grosso, un momento prima in mezzo

alle granate e alle bombe, era curioso, dico, vederlo entrar in un

negozio di balocchi a prendervi dei soldatini di piombo, o delle

minuscole posate di stagno o altre bagatelle simili.

La bimba, quando lo sentiva venire, gli correva incontro con le braccia

aperte chiamandolo a nome, ed egli la sollevava per di sotto le ascelle,

su, su, fino ad avvicinar la faccia bianca di lei al suo viso

abbronzito; poi se la metteva sulla spalla e la conduceva in giro per la

stanza.

Dai forti il cannone tuonava e faceva tremar i vetri.

--Vergine santissima!--esclamavano Fortunata e la madre. Il conte Luca

si turava gli orecchi con le dita; Gasparo corrugava la fronte come se

lo prendesse un rimorso di non esser sul luogo della pugna; Margherita

imitava ridendo il suono delle cannonate: _bum, bum_. Poi si metteva a

canticchiare una delle canzonette patriottiche di quei tempi:

Fuoco sopra fuoco

S'ha da vincere o morir,

ecc. ecc.

Dal primo piano alla soffitta · 第 43 / 57 题