Il 1847 s'era chiuso come una splendida notte di luglio, in cui il cielo
ancora sereno è solcato da spessissimi lampi; il 1848 s'apriva come una
giornata nella quale i rossori inauspicati dell'alba fanno prevedere il
temporale vicino. Le città italiane conservavano il loro aspetto
festante, le popolazioni empivano le strade, i teatri, le chiese (chè il
Papa liberale aveva messo di moda la religione) ed era dappertutto uno
sfoggio di colori vivaci, di abbigliamenti bizzarri, un echeggiar di
canzoni, una loquacità espansiva come di gente a cui prema rifarsi del
lungo silenzio e richiamar insieme le memorie del passato e divisar
l'avvenire. Ma sotto quella gaiezza tumultuosa covavano i fieri
propositi, ma in quei colori, in quei vestiti, in quei canti, in quel
fraternizzar delle classi era una sfida gettata in viso a un nemico
comune. E il nemico comune, vissuto a lungo in una sicurtà sprezzante,
pareva domandare a sè stesso se fosse possibile che i conigli si fossero
mutati in leoni, e intanto affilava le armi e si preparava alla lotta.
Già i moti fortunati di Palermo e di Napoli e le riforme civili di Roma
imbaldanzivano gli animi e rafforzavano la speranza della guerra
nazionale contro l'oppressore tedesco; già nelle terre lombardo-venete
erano cominciate le prime avvisaglie, già il sangue era corso per le vie
di Milano. Dalla laguna al Ticino un potere occulto che attingeva la sua
autorità dal consentimento dei più, deludeva i cent'occhi della Polizia
austriaca, e, senza codici e senza soldati, con una parola d'ordine
gettata nella folla, con un foglietto misterioso fatto pervenire a
domicilio, regolava le mosse dei cittadini. Quelli che non ubbidivano
per entusiasmo patriottico ubbidivano per ispirito d'imitazione, per
vaghezza di novità, per tema di essere mostrati a dito, per la curiosità
di vedere come andasse a finire una condizione di cose sì strana ed
insolita. Pochi osavano protestare ad alta voce; in maggior numero eran
coloro che, divisi tra due paure, la paura del Governo legittimo e
quella del Governo clandestino, procuravano di uscir di rado, di parlar
poco, di trovarsi con meno gente che fosse possibile. A questo regime
s'era condannato da sè il conte Luca Rialdi, suddito fedelissimo di S.
M. Ferdinando I, ma innanzi tutto uomo sollecito della propria pelle. In
ufficio era riuscito a schermirsi da ogni processo che avesse attinenza
con la politica; al Caffè della Vittoria non si faceva più vedere;
figuriamoci! tutti avevan sciolto lo scilinguagnolo, tutti volevan dire
la loro opinione sugli affari del giorno, non c'era un cane che
giuocasse a scacchi, e s'anche una partita si principiava era ben
difficile tirare innanzi in mezzo a quel frastuono di voci; in piazza
San Marco poi il conte Luca aveva giurato di non metter piede dopo un
certo tiro del marchese Ernesto Geisenburg-Rudingen von Rudingen.
Un giorno, che è che non è, mentre il nostro consigliere d'appello
percorreva a passo spedito le Procuratie vecchie, il signor marchese, in
piena tenuta di capitano degli ussari (che ci ha da fare un capitano di
cavalleria a Venezia?) il signor marchese, insomma, staccandosi da un
gruppo d'ufficiali, gli si avvicinò con la mano tesa e gli disse col suo
italiano che s'imbarbariva sempre peggio:
--O signor conte, pen contento di vederla, o _ja.... Ich gratulire
mich_, mi congratulo sua nomina a _Regierungsrath?.... Geheimerath?....
ach nein.... Appellationsrath. Ja, ja_, consigliere d'appello.
Quindi gli si mise a fianco e cominciò a discorrergli degli affari
Bollati.... _eine traurige Geschichte...._ sì, una triste storia....
quel Leonardo meritar pastonate, prigione.... anche conte Zaccaria puon
anima, consumare un patrimonio di quella sorte! Adesso I. R. Tripunale
afer in mano la faccenda.... _man wird sehen; ja...._ si vedrà.... pur
troppo, poco, anzi _nichts_, niente da sperare.... _Und wie gehet's....
ja_, come sta la contessa Zanze? E la contessa Fortunata?...
_Unglückliche junge Dame!..._ Ah prutto mondo!... Anche sua _Frau_,
marchesa Maddalena, afer immensamente sofferto.... tante disgrazie di
seguito!... _Arme Frau!_
Il conte Luca non sapeva in che mondo si fosse. Quel marchese così
borioso, il quale, specialmente dopo il duello con Gasparo, l'aveva a
morte coi Rialdi, quel marchese aveva adesso la bell'idea di girar con
lui per la piazza San Marco, il ritrovo dei curiosi e dei fannulloni? E
non si poteva mica piantarlo in asso da un momento all'altro!
Dagli argomenti privati l'ufficiale passò a parlare degli argomenti
pubblici, di quella maledetta politica che si cacciava dappertutto. Gli
Italiani erano matti, il Papa era _ein Dummkopf_, uno sciocco che
agitava la miccia accesa vicino a una polveriera; quel _grosser Kerl_
del Borbone aveva avuto torto di cedere alle grida di quattro fanatici,
ma si poteva esser sicuri che alla prima opportunità egli avrebbe saputo
accomodar le cose per benino; Carlo Alberto, quello lì era _ein
Schwärmer_, un sognatore, un entusiasta, ora carbonaro, ora
sanfedista.... non si sapeva mai. A ogni modo, Metternich aveva giudizio
per tutti.... E in quanto ai facinorosi Lombardo-Veneti bisognava dar
degli esempi, e si sarebbero dati; stesse tranquillo il signor conte che
si sarebbero dati: già egli poteva dire con fondamento che il decreto
per introdurre il giudizio statario era sul punto di esser sottoposto
alla firma di S. M. Allora, in una quindicina di giorni, tutto questo
baccano sarebbe finito.... _Ja, gnädiger Herr Graf, so ist es...._ così
è....
A questo punto il marchese offerse un sigaro al suo interlocutore.
Bravo! Al povero conte Luca non mancava altro che di farsi vedere a
fumare dopo la proibizione assoluta di quei signori del Governo
clandestino! Per buona ventura il conte non fumava mai, ed ebbe
un'ottima ragione per rifiutar l'offerta.
Il marchese sorrise.--_Sie haben nie geraucht?_ mai fumato? _Wirklich
so?..._ Proprio?
--Proprio, proprio... mai fumato--rispose il conte Luca.
E parendogli di poter finalmente accommiatarsi senza increanza, disse al
signor capitano ch'era atteso in un luogo e doveva lasciarlo.
--_Auf Wiedersehen, Herr Graf..._ a rivederci... _Meine Complimenten den
gnädigen Frauen, bitte...._ prego miei complimenti alle signore,--gridò
l'espansivo marchese stringendo forte la mano del conte Luca.
E raggiunse il crocchio degli amici a cui raccontò ridendo che _der Herr
Appellationsrath_, con quella pillola del giudizio statario in corpo,
non doveva dormir certamente per tutta la notte. Del resto, egli aveva
fermato il conte Rialdi all'unico scopo di recargli un po' di molestia e
di sforzarlo a passeggiar di pieno giorno in piazza San Marco con un _K.
K. Offizier_. Che se _Herr Graf_ doveva per questa ragione soffrir
qualche sfregio dagli _italianissimi_, egli ne avrebbe avuto molto
piacere.
Il conte Rialdi uscì dalla piazza senza nemmeno alzar gli occhi. Non
vedendo nessuno gli pareva che nessuno dovesse veder lui.
Invece prima di sera gli capitò a casa un bigliettino concepito a un
dipresso in questi termini:
«Signor consigliere.--Se non foste padre di un eccellente
patriotta, vi si darebbe oggi una buona lezione. Il Comitato si
limita per questa volta a un amichevole avvertimento. Non è più
lecito a un italiano di mostrarsi coi militari austriaci, fatta
eccezione pegli ufficiali di marina che sono dei nostri. Austriaci
e italiani non si devono ormai incontrare che sulle barricate o sul
campo di battaglia. Abbiate dunque prudenza e moderate il vostro
zelo di servitore fedelissimo di S. M.
«_Il Comitato._»
Se il povero consigliere viveva sempre in angustie e aveva perduto il
sonno e la fame non si poteva dargli poi tutti i torti. Compromesso coi
liberali pe' suoi sentimenti di fedeltà, compromesso col Governo per
cagion del figlio che un dì o l'altro doveva passar un cattivo quarto
d'ora, egli aveva per soprammercato da invigilar sulla pazzia della
moglie alla quale era venuto il ticchio di far la patriotta ardente
anche lei, e di trinciar di politica con le femminette che venivano a
visitarla ne' suoi martedì.
--Donna senza giudizio!--le diceva il marito.--Non la volete finire? Non
lo sapete che c'è qualche signora che non vien più da voi per non sentir
certi discorsi?... E cosa son questi colori sul vestito?... Via subito
quel nastro.
--Oh,--rispondeva la contessa Zanze.--Voi sareste capace di aver paura
anche se vi portassero in tavola un piatto d'indivia mista col radicchio
rosso!
--E voi non avete sale in zucca.... Vi pare che siano momenti da
scherzare, questi? Ci tenete proprio ad andar in prigione per il bel
gusto di dir tutto quello che vi passa per la testa e d'abbigliarvi come
un arlecchino? Vergogna! Alla vostra età!
--Oh! L'età....
--Sì; e con l'allegrie che ci sono in casa.... Con la figlia e la nipote
da mantenere!... Che se, Dio scampi e liberi, io perdessi l'impiego,
sarebbero quei signori del Comitato che vi darebbero da pranzo! Pregate
piuttosto a mani giunte il Signore che non ci faccia capitar qualche
brutta notizia da Gasparo che sarà un brav'uomo, non dico, ma è un
cervello esaltato.... e se riescono a coglierlo in fallo....
--Voi non sapete preveder che disgrazie.
--E voi avete una benda agli occhi.... Se il Comitato dice che mio
figlio è un eccellente patriotta, è segno che ne hanno le prove. Mi
spiego?
--Sicuro che le avranno. O che lo credete un austriacante del vostro
stampo?
--Zitto, disgraziata... Dovreste gridarlo dalla finestra queste cose!
Non vi ricordate dei Bandiera?
--Altri tempi, altri tempi. Adesso quelli che sono al Governo si sentono
mancar la terra sotto i piedi e devono far i conti col popolo.
--Ma che popolo? Vorrei vederli, alla prima cannonata, questi strilloni,
questi ragazzacci che, in omaggio alla libertà, fischiano un galantuomo
che si permetta d'aver un sigaro in bocca. Bella libertà! Non parlo per
me che non fumo.... Ma io vi dico che mi par d'essere in un manicomio e
che questo baccano va a finire in tragedia.... oh se va a finire!... Mi
spiego?
E invero le Autorità, vinte le prime titubanze, accennavano a voler far
sul serio anche a Venezia. Sin dal 18 gennaio la Polizia aveva tratti in
arresto il Manin e il Tommaseo come quelli che capitanavano la cosidetta
_agitazione legale_; il 22 febbraio fu promulgato il giudizio statario,
del quale il marchese Geisenburg aveva dato al conte Rialdi l'annunzio
alquanto precoce. Tuttavia gli animi non si quetavano e gli avvenimenti
parevano fatti apposta per rincorare i timidi, per imbaldanzire gli
audaci. La proclamazione della Repubblica in Francia, come tutto ciò che
succede in quel paese singolare, aveva un immenso rimbombo in Europa; di
lì a poco Carlo Alberto accordava lo Statuto promesso, e infine la
notizia della rivoluzione di Vienna era l'ultima scintilla che faceva
divampare l'incendio. Il 17 marzo i prigionieri politici, liberati dal
carcere, eran portati in trionfo sulle braccia del popolo, i colori
nazionali apparivano agli occhielli degli abiti nella piccola ma
provocante coccarda, una bandiera bianca, rossa e verde era issata sopra
una delle antenne della piazza S. Marco. Nel 18, maggiore la folla, più
insistenti le grida, più risoluti, più feroci gli animi. La truppa,
accolta a fischi e a sassate, perde la pazienza e fa fuoco; ci sono
morti e feriti; sembra imminente una lotta sanguinosa per le strade
della città. Ma il governatore civile e il comandante la guarnigione
eran timidi, fiacchi, benevoli forse a Venezia ove avevan lungamente
vissuto; pieni di energia, d'entusiasmo, di fede erano invece gli uomini
postisi in quei giorni memorabili a capo del popolo. Si chiede e si
ottiene, col pretesto di mantenere la sicurezza pubblica, l'istituzione
della guardia civica; dai fondaci dei rigattieri escono vecchie spade
irrugginite, e fucili a pietra, e alabarde spuntate; escono dalle cucine
i coltellacci e gli spiedi, e i nuovi militi bizzarramente vestiti e
tutti con una sciarpa bianca a tracolla corrono come a festa le vie, e
distribuiti in pattuglie fanno la notte il servizio di ronda. È il primo
atto d'un'epopea? È l'ultima scena d'una farsa? Chi lo sa? Quali sono in
quella folla gli eroi veri e quali gli eroi da teatro? Chi lo sa? Sono
confusi insieme e non si potranno distinguere che al momento della
prova.
Certo non si rischia molto assicurando fin d'ora che non è un eroe un
nostro vecchio conoscente, il signor Oreste, comandante di una di quelle
strane pattuglie nella notte tra il 21 ed il 22 marzo. Il signor Oreste,
ch'è padrone d'una delle principali osterie in Cannaregio e che ha la
sua buona dose di vanità, non ha potuto esimersi dal prestar l'opera sua
alla patria in momenti tanto solenni, ma egli vuol conciliare i doveri
di cittadino coi dettami della prudenza, e guidando il suo manipolo di
prodi attraverso il dedalo inestricabile delle _callette_ veneziane,
pone ogni studio nell'evitar _cattivi incontri_.
--Non si passa per i Gesuiti?--domanda un gregario, non so bene se
coraggioso o malizioso.
--Ohibò--risponde il signor Oreste.--Perchè si dovrebbe passarci?
--Così, per veder quello che fanno quei _patatuchi_ del reggimento
Kinsky che son lì consegnati in caserma.
--Bel gusto.... Se venissero fuori?...
--Si spara il nostro colpo di fucile e si dà l'allarme.
--Provocazioni inutili.... Noi siamo in giro per la sicurezza della
città e nient'altro....
--Uhm... Senza un po' di sangue non la si finisce--ripigliò il milite
battagliero.
--Insomma--grida il signor Oreste con piglio autoritario--qui il capo
son io. Pei Gesuiti non ci si passa. Si va fino a S. Giovanni
Grisostomo, poi si torna indietro e ci si ferma a bere un mezzo boccale
da me.
Questa proposta raccoglie tutti i suffragi, e la pattuglia riprende in
silenzio le sue perlustrazioni.
--Là c'è una figura sospetta--esclama a un tratto il comandante segnando
all'imboccatura d'una calle un individuo che veniva avanti con passo
incerto.--Chi va là?
L'individuo borbotta qualche parola incomprensibile che sembra aver una
parentela lontana con una bestemmia.
--Bisogna vedere--soggiunge il signor Oreste rivolgendosi ai militi.
E seguìto da loro s'avvicina al misterioso personaggio, nel quale, con
sua grande maraviglia, riconosce nientemeno che il conte Leonardo
Bollati.
--Oh! Eccellenza--balbetta l'ex cuoco con un resto d'ossequio.
--To', to'--dice il conte strascicando le parole.--Siete voi... bel
mobile?... Anche voi in ma...a...schera?... Mi gira la testa.... Già...
già che siete qui... accompagnatemi fino al... palazzo.... È vi...
vicino....
Il signor Oreste non può negare un sì piccolo servigio al suo antico
padrone.
--Ce n'avete... fatte di grosse... voi...--continua Sua Eccellenza
appoggiandosi al braccio di quel furfante arricchitosi a spese della sua
famiglia.
Il signor Oreste avrebbe voluto dire che anch'egli era stato sacrificato
non riscotendo un centesimo dei suoi crediti, ma s'era ormai giunti al
portone del palazzo.
--Lo sapete che... che il palazzo appartiene a...adesso a un Lo...ord
inglese?
--Pur troppo, Eccellenza.... Ma!
--Nie...ente paura!... Ho tre camere... in... a...alto e... e m'han
lasciato... a...anche la chia...a...ve.
Il signor Oreste aiutò il conte a introdurre questa famosa chiave nella
toppa; poi disse:
--Lustrissimo, buona notte....
--Buo...o...na notte.... O che co...o...sa gridano?
Pel vicino Canalazzo passava una gondola e il barcaiuolo con voce sonora
gridava:--Viva San Marco!
--Gridano:--Viva San Marco!
--Vi...va San Ma...a...rco?--ripetè a mezza voce Leonardo fermo sulla
soglia.--To...o...rna la Serenissima?
--Chi può dir nulla?... Se ne vedono tante.... Buona notte, signor
conte.
E la pattuglia si ritirò.
Noi non vorremmo affermare che quel grido di _Viva San Marco_ non
facesse nessun effetto a Leonardo Bollati, che nessuna fibra si scotesse
in lui all'idea di veder risorger l'antica Repubblica, a pro della quale
i suoi padri, per tante generazioni, avevano versato il sangue e speso
l'ingegno. Ma l'impressione, come accade a chi s'è disavvezzato dal
pensare e dal sentir fortemente, non fu che passeggera; egli aveva ben
altro pel capo che la risurrezione della Repubblica; aveva bevuto
troppo, era stanco, aveva un sonno, un sonno! Si strascinò su dei suoi
centoquindici scalini, chè non ce ne volevano meno per arrivare dov'egli
abitava, e si mise a letto.
Il giorno dopo Leonardo non s'alzò che tardissimo. Affacciandosi a un
finestrino che dava sul Canal grande vide un movimento, un'animazione
maggior dell'usato, sentì più insistente il grido che l'aveva colpito la
notte prima: _Viva San Marco!_ E altri gridi insieme con questo: _Viva
Pio IX! Viva Manin! Viva la libertà!_ Inoltre dalle frasi scambiate tra
la gente che curiosava sulle _rive_ o ai _traghetti_ capì che gravi
fatti erano successi e fatti non meno gravi si preparavano.
--Gli arsenalotti gli hanno fatto la festa?
--Al colonnello Marinovich? Sicuro.... Gli sta bene a quel cane. Li
trattava da bestie.
--E com'è andata?
--Ma! Chi la racconta in un modo e chi in un altro. La mia però è storia
genuina perchè la so da mia cognata che è sorella di un arsenalotto.
Fatto si è che appena Marinovich s'è presentato all'arsenale questa
mattina, gli operai, che non se l'aspettavano dopo le minaccie di ieri,
gli si strinsero attorno con urli, fischi, imprecazioni. Lui tira fuori
la spada e si fa largo un momento.... Ma quelli s'inviperiscono di più e
gli danno addosso di nuovo. Vista la male parata, il colonnello cerca di
fuggire, trova aperta la porta di una delle torri vicine all'ingresso,
sale per la scala, ma i suoi inseguitori gli sono alle calcagna, un
calafato gli pianta nella schiena la sua trivella, e felice notte.
Di lì a poco si sente un'altra gran novità.
--L'arsenale è nostro.
--Come? Come?
--Se n'è impadronito Manin.
--Senza combattimento?
--Avevan mandato un battaglione di fanteria marina per riprenderlo, ma
le guardie civiche che c'eran dentro dissero: _marameo!_--_Fuoco!_
ordina il comandante del battaglione, un tedesco. I soldati che son dei
nostri, non gli badano neanche e un ufficiale, nostro veneto anche lui,
esce dai ranghi e grida: _Giù le armi_. Il tedesco va in furia e si
slancia sull'ufficiale....
--Oh diavolo.... E come va a finire?
--Si battono da disperati. Ma un sergente di marina la termina lui e
getta a terra il tedesco.
--Morto?
--No, no; pare che l'abbian risparmiato.... Se lo ammazzavano era
meglio.
--Perchè! Hanno ammazzato il Marinovich stamattina. Basta uno.
--Ce ne vuol altro che uno.... Insomma i soldati si confondono con le
guardie civiche, si mettono la loro brava coccarda sul petto e gridan
tutti insieme: Viva l'Italia!
--Viva la nostra marina!
E ormai le notizie si succedono con una rapidità straordinaria.
--Anche i granatieri han fatto lega col popolo.
--I cannoni della Gran guardia che eran carichi a mitraglia sono in
potere della guardia civica.
--Venti, trenta, quarantamila fucili son distribuiti fra i cittadini.
--Il palazzo del governo è nelle nostre mani.
--Il podestà Correr è andato da Palffy a intimargli la resa.
--Solo?
--No, con altri tre o quattro.
Passa un'ora, si sparge la voce che ci siano delle difficoltà, che il
governatore non voglia cedere, che il comandante di piazza voglia far
bombardare la città.
--Alle barricate--grida qualcheduno.
--Alle campane. Morte all'Austria!
Da qualche finestra si ritira la bandiera tricolore; sul tetto del
palazzo Bollati viene issato per prudenza il vessillo britannico.
Ma prima di sera ogni dubbio era tolto; la capitolazione era firmata;
era proclamata la Repubblica.
Ormai il tricolore sventolava da tutte le case; l'entusiasmo brillava su
tutti i volti; da tutti i petti irrompevano le grida _Viva San Marco!
Viva Pio IX! Viva l'Italia! Viva Manin!_
Leonardo Bollati era rimasto quasi sempre immobile alla finestra.
Sporgendo la testa fuori del davanzale, egli vedeva sotto di sè nel
terrazzo del primo piano la famiglia del _lord_ che, insieme con altri
connazionali, godeva, come di uno spettacolo, di quella rivoluzione
pacifica. E la famiglia del lord, di tratto in tratto, levava gli occhi
e vedeva lui, _the scion of the Doges_, il discendente dei dogi, e lo
mostrava agli ospiti, appollaiato lì in alto, sotto la grondaia, come
una civetta. Quando le grida di _Viva San Marco_ si fecero più romorose
e più generali, gli Inglesi si misero a guardare in su con una curiosità
più indiscreta. Pareva volessero indovinar i pensieri di lui, _the scion
of the Doges_, in quel momento solenne. E se il popolo fosse venuto a
prenderlo nella sua soffitta, e a ricondurlo nel primo appartamento,
cacciandone gli estranei che l'occupavano? Una figliuola del lord, molto
romantica, molto _byroniana_, diceva che sarebbe stata una scena
drammaticissima e ch'ella si sarebbe stimata felice d'assistervi anche
dovendo esserne la vittima. Ma l'austero genitore, il quale non voleva
che si scherzasse sopra tali argomenti, le diede sulla voce:--_Keep your
tongue, you silly thing_. Tacete, scioccherella. Ormai il palazzo è da
considerarsi come parte del territorio _of our most gracious Queen_,
della nostra graziosissima Regina, e guai a chi lo tocca.
Il nobile lord poteva mettere il suo cuore in pace. In quel giorno 22
marzo 1848 i Veneziani non si rammentavano nemmeno dell'esistenza del
conte Leonardo Bollati. E se, per una combinazione fortuita, l'uomo
acclamato dal popolo portava il nome medesimo dell'ultimo Doge della
Repubblica, non toccava ai nipoti degli antichi patrizii di regger le
sorti di Venezia durante i diciasette mesi di lotta sfortunata, ma
gloriosa, contro lo straniero.