XX.

Un cambiamento notevole era successo nella situazione rispettiva dei

coniugi Rialdi: la moglie non era più così autoritaria, il marito non

era più così docile come una volta. Col suo arrabattarsi continuo, co'

suoi intrighi orditi di lunga mano, con la sua pretensione di ristorar

le fortune della famiglia, la contessa Zanze non era riuscita che al

colossale sproposito di maritar la figliuola a un uomo vizioso e

rovinato; senza impicciarsi in nulla, senza far altro che passar

quattr'ore al giorno all'Uffizio e il resto della giornata a giocare a

scacchi al Caffè della Vittoria, il conte Luca, gradino per gradino, era

giunto a ottenere il posto di consigliere di appello, ch'è quanto dire a

essere una persona d'importanza, che nelle feste solenni indossava la

sua brava uniforme, s'allacciava a fianco uno spadino incapace di far

male a nessuno, si metteva in testa un cappello a due punte, e

percorrendo le strade _pedibus calcantibus_ attirava sul suo passaggio

le esclamazioni ammirative dei monelli. Aggiungansi a queste compiacenze

morali quella d'avere uno stipendio che, in quei tempi di prezzi bassi,

permetteva di mantenersi assai decorosamente. Onde non c'era più bisogno

di pranzar fuori di casa due volte alla settimana, e s'era potuto

sostituire con un servo effettivo e reale il cameriere che la contessa

Zanze soleva prendere a nolo pe' suoi martedì. A fronte di questi

benefizi il conte Luca pretendeva dalla consorte un rispetto maggiore e

aveva anzi dichiarato in modo assoluto di non voler più lasciarsi

chiamare coi titoli di _pampano_, _babbeo_ e altri simili. La consorte

ubbidiva fremendo. A lei pareva d'aver attività, energia, intelligenza

da vendere al conte marito, ma l'era forza riconoscere che la sorte non

l'era stata propizia e aveva invece favorito lui, quell'imbecille, che

non s'era neanche mosso per meritarsene i favori. Delle giustificazioni

a sè stessa ella ne trovava in quantità; è naturale, se ne trovano

sempre. Ella diceva che quel precipizio dei Bollati era giunto

inaspettato a tutti, e che non si poteva prevedere che Leonardo non

avesse nè un briciolo di cervello, nè un briciolo di cuore. Del resto,

almeno per la parte economica, se l'avessero aiutata, le cose sarebbero

andate diversamente. E di tanto in tanto, nell'intimità coniugale, la

contessa Zanze si lasciava scappar la vecchia frase:--Se foste entrato

nell'amministrazione! Quel _sior_ Bortolo nuota nell'abbondanza.

Il conte Luca montava su tutte le furie e non aveva torto.--Cosa mi

venite a parlare di _sior_ Bortolo? Volevate ch'io facessi la parte di

quel furfante?

Ma la contessa protestava contro questo modo d'interpretar le sue parole

e ripeteva quello che aveva già detto centinaia di volte negli anni

passati.--Se foste entrato nell'amministrazione sareste diventato un

signore voi e avreste salvato dalla rovina i vostri parenti.

--Corpo di bacco! E vi par nulla che io sia invece consigliere

d'appello?

Comunque sia, questi erano discorsi inutili, e c'era ben altro da fare

che andar ruminando il passato. Ormai appariva chiaro come la luce del

sole che fra poco i Bollati sarebbero rimasti in camicia e che Fortunata

sarebbe tornata a carico dei genitori o del fratello.

Che se c'era ancora qualche illusione possibile finchè viveva il conte

Zaccaria, alla morte repentina di lui anche questa illusione doveva

dissiparsi. Il conte Zaccaria non era popolare com'era stato ai suoi

tempi il vecchio conte Leonardo; ma non era neppure un uomo mal veduto

in paese, aveva forme cortesi, alla buona, e le ingenue allucinazioni a

cui egli era in preda negli ultimi anni avevano piuttosto cresciuto che

scemato le simpatie intorno a lui.

Ora gli strozzini non hanno l'animo troppo aperto alla simpatia, ma se

possono far di meno d'inasprir l'opinione pubblica lo fanno, e non

isdegnano di usar qualche temperamento verso i debitori più forniti di

aderenze e di relazioni. Mettere sulla strada un patrizio di quell'età,

con quel nome! Era da far gridar mezza Venezia. Col figliuolo era un

altro par di maniche. Prima di tutto si trattava d'un giovane; e poi

quello lì aveva l'opinione pubblica contro di sè. Anzi può dirsi che

l'accanimento con cui l'attaccavano era persino eccessivo; pareva che

non ci fossero altri farabutti al mondo. Come talora, per quel bisogno

che ha la gente di crearsi dei simboli, un uomo diventa la

personificazione d'ogni virtù, così un altro diventa la personificazione

d'ogni vizio. Il senso morale, che va soggetto a tante distrazioni, si

sveglia a un tratto per protestare contro questo mostro di turpitudine;

gli onesti e gli ipocriti si scagliano addosso a lui;... ciò che

permette loro di esser più indulgenti con quelli che gli somigliano e

anche con sè stessi.

Avete visto mai, verso la chiusa d'un ballo o d'una pantomima

spettacolosa, la reggia del tiranno, il castello dell'oppressore, la

prigione della vittima cader giù a pezzi, finchè, a un dato segnale,

succede l'ultimo scroscio e la luce elettrica accesa in buon punto

scende dall'alto a rischiarar le rovine? Questo è quello che accadde,

lasciando stare la luce elettrica, del maestoso edifizio Bollati. Il

segno dello scroscio finale fu dato dalla morte del conte Zaccaria.

Allora non ci furono più riguardi, e gli avvocati ricevettero dai loro

clienti l'ordine di proceder negli atti a passo di carica senza

lasciarsi smuovere da sollecitazioni o da preghiere di nessuna specie.

Terribile fra tutti i creditori era il marchese Ernesto

Geisenburg-Rudingen von Rudingen piombato dalla Moravia a far valere le

ragioni della consorte, che per la malferma salute non aveva potuto

accingersi al viaggio. Il marchese Ernesto, al quale una cura dietetica

aveva fatto perdere alquanto della sua corpulenza, s'era risolto a

riprendere il servizio militare e veniva di guarnigione in Venezia per

invigilar coi propri occhi la liquidazione dell'eredità del suocero. Nè

voleva sentir a dire che l'eredità era bell'e liquidata non essendovi un

centesimo per nessuno; egli protestava pestando la sciabola che a lui

_Potz tausend!_ non la davano ad intendere, e che avrebbe saputo,

occorrendo, tagliare il naso al cognato, a _Herr_ Bortolo e a tutti gli

Italiani, _verfluchte Italiener!_ E al cognato e a _Herr_ Bortolo non

risparmiava gli improperi e le minaccie dirette, tantochè l'uno e

l'altro mettevano il loro studio a non farsi mai trovare in casa e più

di una volta era toccato a Fortunata l'onore di ricevere le sue visite

amabili.

In queste difficili contingenze l'ottimo _sior_ Bortolo pensò ch'era

venuto il momento di levarsi d'impiccio. E perchè la sua ritirata non

somigliasse a una fuga, egli ricorse al comodo espediente di cader

malato. L'asma di cui egli soffriva da parecchi anni si aggravò

d'improvviso, un medico premuroso dichiarò che gli era indispensabile

un soggiorno di alcuni mesi in campagna, e il signor Bortolo Segugi, col

cuore straziato, dovette prendere congedo dai suoi nobili padroni.

Nell'epistola, modello di stile affettuoso e patetico, da lui diretta in

quest'occasione al conte Leonardo, egli si permetteva anche di dar quei

consigli che gli erano inspirati dalla molta esperienza e dal grande

amore per la illustre famiglia. Condurre una vita regolata, ridur le

spese ai minimi termini, vendere quello che era ancora vendibile,

eccetera, eccetera. Se il Signore Iddio voleva ch'egli, _sior_ Bortolo,

si ristabilisse in salute, e se non gli veniva meno la fiducia

dell'illustrissimo conte Leonardo, sperava di ripigliare ancora in mano

le redini dell'amministrazione; se poi doveva soccombere, egli si

sarebbe presentato al suo Giudice con la coscienza netta e col

convincimento di aver sempre servito fedelmente i suoi benefattori. In

un poscritto alla bellissima lettera _sior_ Bortolo suggeriva di valersi

dell'opera dell'avvocato Timoteo Sgriccioli, a cui egli aveva chiesto da

ultimo qualche consulto legale e ch'era l'uomo fatto apposta per trovare

il bandolo di una matassa arruffata.

--Buffone! Ladro! Brigante! Gesuita!--urlò il conte Leonardo quand'ebbe

letta e decifrata la lettera.--S'è ingrassato col nostro sangue e adesso

va a far la digestione in campagna.... Andasse almeno alla malora quel

brutto figuro asmatico.... Se mi torna tra i piedi sta fresco.... Non

son chi sono se non lo piglio a calci nel sedere.... E anche dei

consigli mi dà quel furfante ch'è stato la prima causa di tutti i nostri

guai.... Dei consigli, lui, al conte Leonardo Bollati!

Nonostante questa filippica, prima che passassero ventiquattr'ore, il

conte Leonardo aveva già adottato uno dei suggerimenti del suo

degnissimo agente e si era messo nelle mani dell'avvocato Sgriccioli,

patrocinatore ordinario dei debitori morosi o falliti, a benefizio dei

quali egli aveva anche conformato il suo studio pieno di bugigattoli, di

nascondigli e di usci segreti. L'avvocato Sgriccioli mostrò di prender

molto a cuore la faccenda, ma non potè tacere che s'era indugiato troppo

a ricorrere a lui e che la condizione delle cose era grave, assai grave,

gravissima. Infatti i suoi sforzi non valsero a ritardar la catastrofe;

il tribunale (ed era ancora il meno peggio che potesse succedere) aprì

il concorso sui beni mobili ed immobili del signor conte Leonardo

Bollati P. V., e sino a liquidazione giudiziale finita assegnò

all'ultimo rampollo di tanti uomini illustri poche lire al giorno pel

suo mantenimento. Il palazzo, mandato all'asta per conto della massa

creditrice, fu aggiudicato al maggior offerente, lord Herbert Seaweed,

che era l'inquilino del primo piano. E il nobile lord concedette ai

Bollati quindici giorni per lo sgombero dell'appartamento da essi

occupato, lasciando però generosamente a loro disposizione tre camere a

tetto, che se non eran proprio soffitte, di poco ne differivano.

La vanità del baronetto era lusingata dall'idea di dar ricovero a un

patrizio che aveva avuto due dogi fra i suoi antenati. Leonardo dal

canto suo accettò con lieto animo l'offerta, e perchè gli ripugnava di

andar in cerca di un altro alloggio, e fors'anche perchè seguitando ad

abitare nel suo palazzo, gli pareva d'esserne sempre lui il padrone.

Aggiungasi che in tal maniera egli sperava di sbarazzarsi della moglie e

della figliuola. Possibile che Fortunata non si risolvesse a tornare in

famiglia e a portarsi seco quell'impiccio della bimba! Già il conte Luca

e la contessa Zanze avevano dichiarato di esser pronti a ricever lei e

la nipote.

Messa alle strette, Fortunata, cui non bastava l'animo di veder patire

la sua piccina, mandò Margherita dai nonni (andando poi a mangiarsela di

baci due o tre volte al giorno), e in quanto a sè, dichiarò che non

voleva dividersi da suo marito e che avrebbe affrontato volentieri il

freddo e la fame piuttosto che abbandonarlo alle prese con la miseria.

Ma se c'era uomo inetto a capir questi sentimenti era Leonardo Bollati,

il quale non vide in tutto ciò che uno sciocco puntiglio e pensò di far

pagar cara alla moglie la matta ostinazione di stargli appiccicata ai

fianchi. E se prima rimaneva fuori di casa mezza giornata, adesso ci

rimaneva la giornata intiera, e faceva tutti i suoi pasti all'osteria,

non rientrando che nel cuor della notte con gli occhi lustri, con la

lingua grossa e con le gambe barcollanti. Allora si cacciava in letto e

dormiva fino al tocco per ripigliar poi la solita vita. A Fortunata non

dava un centesimo; quello che gli passava il tribunale non era neppur

sufficiente per lui; andasse da suo padre, il consigliere d'appello, che

s'era abbastanza riempiuto l'epa alla tavola dei parenti quand'eran

ricchi da poter oggi restituire un desinare a una Bollati, che, per

giunta, era sua figlia. Che s'ella non voleva andarci, s'ingegnasse come

poteva.

Fortunata s'ingegnava vendendo o impegnando qualcheduno degli oggetti

ch'erano avanzati dal gran naufragio e ch'erano stati buttati alla

rinfusa in una delle tre stanze lasciate per carità dai nuovi agli

antichi padroni. Del resto, per lo più, desinava effettivamente presso i

genitori.

Ormai tutti le ripetevano che, poichè Leonardo non aveva cuore nè per

lei, nè per la bambina, e ricevendo, checchè ne dicesse, un sussidio

bastante per far vivere la famiglia, non voleva pensar che a' suoi vizi,

ella poteva piantarlo senza rimorsi.

Ella però era irremovibile. Pur troppo con la sua presenza ella non

impediva nulla, non riusciva a fargli lasciar nè un cattivo amico, nè

una cattiva abitudine; ma chissà? mancando lei, sarebbe stato ancora

peggio. Egli non avrebbe passato in casa nemmeno le poche ore che ci

passava; non avrebbe preso, prima d'uscire, nemmeno una tazza di caffè.

E chi avrebbe vigilato perchè la sua camera fosse in ordine, perchè i

suoi vestiti fossero spolverati, e chi l'avrebbe assistito se una notte

non si sentiva bene!

Inoltre, Fortunata sperava in un miracolo, sperava in un ritorno

d'affetto conquistato a forza d'umiltà, di pazienza e di devozione.

Perchè, pare impossibile, ell'amava sempre Leonardo. Qualche volta,

verso l'alba, mentr'egli dormiva della grossa, ell'entrava pian pianino

nella stanza di suo marito, e si accostava al letto e si chinava a

deporre un bacio su quella fronte non solcata mai da un pensiero

generoso, su quelle labbra umide e sozze da turpi contatti. Una mattina

quel tiepido soffio lo scosse a mezzo; abbastanza desto da sentir che

una donna gli era vicino, non abbastanza da distinguer qual fosse, egli

la tirò a sè, le gettò le braccia al collo. Poi spalancando gli occhi,

vide la moglie, palpitante, svergognata come un'adultera côlta in fallo.

--Tu!--egli disse con un'inflessione di voce ch'esprimeva lo stupore e

il disgusto.--Io credevo.... Peccato!... Va via.

--Oh Leonardo!--ella cominciò supplichevole e con le lagrime che le

gocciolavano giù per le gote.

Ma un resto di dignità le tolse di proseguire. Divenne scarlatta, e

coprendosi il viso con le mani fuggì dalla stanza. Indi, abbigliatasi in

furia e fatto uno fardello di alcuni oggetti che più le premevano,

scese a precipizio la scala e volò a casa sua.

--Oh!--esclamò la contessa Zanze--Cosa c'è di nuovo? Cosa t'ha fatto

quel brigante?

--Capisco che avevate ragione.... Se mi volete, vengo a star con voi...

per ora almeno...

--Sicuro che ti vogliamo.... Sei la nostra creatura.... Ma si può

sapere?...

--Non c'è nulla... nulla.... E Margherita? E il babbo?

--Stanno benissimo.... Dormono ancora.... Però vorrei sapere....

--Oh è inutile, mamma....

S'intese la voce della bimba che chiamava:--Nonna, nonna!

--Ecco, s'è svegliata--disse la contessa Zanze. E rivolgendosi alla

figliuola le chiese: Vuoi andarci tu?

--Sì--rispose Fortunata. Ma pentitasi subito soggiunse:--È meglio che

prima tu l'avverta che ci sono.... Andrò di qui a un momento.

Si fece portare una catinella d'acqua e vi immerse la faccia tre o

quattro volte. Poi entrò nella camera di Margherita.

--Oh mamma, mamma--gridò la piccina battendo le mani.

--Tesoretto mio!--proruppe Fortunata piegandosi sopra di lei.--Starò

sempre sempre con te.

Margherita le cinse il collo con le sue braccia nude e la coperse di

baci che non volevano più finire.

--Ancora, ancora!--diceva la povera donna. Le pareva che quei baci

scancellassero l'onta degli altri che, poco prima, ell'aveva ricevuti...

per isbaglio.

Dal primo piano alla soffitta · 第 39 / 57 题