XIX.

A grado a grado, da quella facilità di illudersi che possono avere anche

i savi, il conte Zaccaria era arrivato a quell'allucinazione permanente

che non hanno se non i pazzi. La sua era una pazzia ilare, innocua,

tranquilla, ma era pur sempre una pazzia, e quand'egli discorreva in

tuono di profonda convinzione dell'immense ricchezze che dovevano

venirgli da cento parti, era impossibile prendere abbaglio sul vero

stato del suo cervello. Tuttavia, in complesso, egli era più da

invidiare che da compiangere. In mezzo al crollo della sua fortuna, egli

stava sereno ed impavido come l'uomo giusto d'Orazio. Non si poteva

andar più a villeggiar sulla Brenta perchè la tenuta era stata mandata

all'asta dai creditori? Egli si stringeva nelle spalle, e diceva che non

gliene importava nulla perchè la Brenta gli era venuta in uggia e voleva

fra poco comperarsi una villa di suo gusto, in collina. Gli stessi

creditori, insaziabili arpie, s'impadronivano del podere situato in

Friuli, proprio quello in cui avrebbe dovuto esserci la famosa miniera?

Il nostro gentiluomo sorrideva con aria di superiorità:--Bah! Il podere

se lo piglino pure.... Quattro campi sterili.... Ma il diritto sulla

miniera l'ho sempre io.... Carta canta.--E tirava fuori una carta, ove

coloro che avevano fatto il sequestro dichiaravano realmente di

rinunziare ai prodotti della _eventuale miniera aurifera che si trovasse

sul fondo_. Questa dichiarazione da burla s'era ottenuta senza fatica,

giacchè, dal conte Zaccaria in fuori, non c'era nessuno che prendesse

sul serio l'esistenza della miniera.

A metter di buon umore Sua Eccellenza Bollati contribuiva altresì il

fermento politico che andava propagandosi per l'Italia. Dopo la morte

della contessa Chiaretta, ch'era una reazionaria di tre cotte, il conte

Zaccaria aveva spiegato una certa propensione alle idee liberali. Diceva

ch'era tempo di finirla, che i popoli erano stanchi d'esser trattati

come pecore, e che il Governo austriaco non meritava più la fiducia dei

Veneziani. Chi sa? Forse egli non era alieno dal credere alla

risurrezione della Serenissima, nel qual caso, se non facevano doge lui,

chi dovevano fare? Ma sopratutto era entusiasta di Pio IX, vero

italiano, vero capo della Chiesa, vero padre dei fedeli. Quello era un

uomo che doveva stabilir il regno della giustizia nel mondo, e per

cominciar bene il _lustrissimo_ Zaccaria sperava che Sua Santità avrebbe

fatto giustizia a lui nella rivendicazione dagli eredi Steno. Poichè la

sostanza Steno era andata a finire da un pezzo nelle mani della Pia

fondazione dei Catecumeni, fondazione, come ognun vede, d'indole

religiosa, e quindi tale da permettere al Papa di guardarci dentro e di

farle restituire il male acquistato. I legali avevano un bel dire che,

quand'anche il credito dei Bollati verso gli Steno fosse stato

sacrosanto, esso era ormai caduto in prescrizione da più d'un secolo; il

conte Zaccaria li lasciava discorrere e sorrideva sotto i baffi. Se il

Papa prendeva le sue parti, importava molto la prescrizione! E a Sua

Santità egli aveva spedito un _memorandum_ di venti pagine tutte scritte

di suo pugno, e non dubitava nemmeno di riceverne presto o tardi una

risposta favorevole. Certo che non bisognava aver fretta; il Sommo

Pontefice era tanto occupato!

Una sola cosa turbava l'ottimismo di Sua Eccellenza Bollati, ed era

l'impossibilità di ottenere l'aiuto del figlio nell'esecuzione dei suoi

disegni. Quel Leonardo era sempre un ragazzaccio, e il conte Zaccaria

non lo nominava senza una certa inflessione di voce e una certa

scrollatina del capo più eloquenti d'ogni parola.--Quel Leonardo--egli

diceva nei momenti di maggiore espansione--non è cresciuto come speravo.

E sì che non si è risparmiato nulla per la sua educazione, e non gli son

mancati i buoni consigli.... Ma! Fatalità!... Capisco; le donne, il

giuoco, il vino sono una gran tentazione per un giovinotto

dell'aristocrazia che non può vivere come un anacoreta, specialmente

quando gli corre nelle vene il sangue dei Bollati;... ma, santo Iddio,

c'è modo e modo... _est modus in rebus...._ Io, per esempio... sì... mi

sono divertito... sempre nei limiti però... sempre tenendo alto il

decoro della famiglia... sempre trovando il tempo d'occuparmi degli

affari, quantunque la gente non lo credesse.... Adesso mi renderanno

giustizia.... Eh, se non ci fossi stato io che scovavo fuori quei due

filoni della miniera e dell'affare Steno, l'aveva da esser bella con

questi anni di cattivi raccolti, con questa petulanza di creditori che

fanno atti, sequestri e ogni specie di porcherie senza un riguardo al

mondo, e come s'io fossi un bifolco simile a loro.... Del resto io me ne

rido... so che a loro marcio dispetto lascierò ai miei eredi il

patrimonio quadruplicato. In fede mia, Leonardo non lo meriterebbe, no

davvero, non lo meriterebbe.

Quanto più il conte Zaccaria si persuadeva dei demeriti del figliuolo,

tanto più egli si mostrava gentile con la nuora. Lodava la sua pazienza

col marito, la sua bontà con la piccina, la sua attitudine a capir le

cose (poveretta! ella ascoltava a bocca aperta i suoi spropositi senza

osare di contraddirgli) e largheggiava sempre maggiormente nelle

promesse. Basta; se ne sarebbe accorta un giorno, dopo la sua morte.

In mezzo a queste volate d'una fantasia inferma c'era però un

sentimento vero. Il conte Zaccaria aveva preso sul serio a voler bene a

Fortunata. Era una di quelle tenerezze della vecchiaia che somigliano

tanto alle tenerezze dell'infanzia, una di quelle tenerezze alimentate

piuttosto dai sacrifizii che esigono che da quelli che fanno. Nondimeno

Fortunata se ne contentava, e nel suo cruccio di vedersi mancar l'amore

del marito, le dimostrazioni affettuose del suocero erano di gran

conforto per essa. Tanto più che la benevolenza del conte si estendeva

alla nipotina, alla quale egli mostrava una tenerezza che non aveva mai

mostrato ai suoi due figliuoli. La bimba, dal canto suo, aveva pel nonno

una simpatia appena agguagliata dalla ripugnanza invincibile ch'ella

provava pel babbo. Già il babbo non le aveva mai fatto una carezza; era

sempre cupo, stralunato, negletto nel vestire, con la barba ispida e i

capelli arruffati; il nonno invece la pigliava volentieri in collo, le

regalava delle chicche e l'affidava col suo viso ordinariamente sereno,

con la persona linda e pulita, con l'intonazione amichevole dei lunghi

discorsi ch'egli teneva alla mamma, passeggiando su e giù per la stanza,

gestendo anche con vivacità, ma senza perdere una tal quale compostezza

di gentiluomo.

Suocero e nuora uscivano sovente a braccetto, e andavano ora a fare una

giratina sulla Riva degli Schiavoni, ora a prendere il caffè da Suttil

in piazza San Marco, ove qualcuno dei conoscenti si accostava al loro

tavolino per barattar quattro chiacchiere. Gli altri avventori si

guardavano strizzando l'occhio e tentennando la testa; poi, quando i

Bollati non c'erano più in bottega, principiavano i commenti.

--È matto....

--Un matto allegro.... Non parla che delle sue ricchezze....

--Invece siamo agli sgoccioli, non è vero?

--Altro che agli sgoccioli!... Tutte le campagne all'asta... citazioni,

oppignorazioni da tutte le parti....

--Uno di questi giorni andrà all'incanto anche il palazzo.

--Lo comprerà il _Milord_.

--Probabile.

--C'è sempre quella gioia del _sior_ Bortolo?

--Sì, c'è ancora... finchè può raspare.

--È stato la rovina della famiglia.

--Ci ha cooperato sicuro.... Ma se avessero avuto un po' di cervello i

padroni....

--E il figliuolo? Vi par poco?

--Non discorriamone neanche.... Quello ha tutti i vizi.... Ed è

crivellato di debiti per suo conto particolare.

--Sì, come se non bastassero quelli della casa.

--Non si capisce nemmeno come tirino innanzi.

--Ma! Vendendo o impegnando il poco che resta.... Le fortune colossali

lascian sempre qualche piccolo avanzo....

--Pensare che si trattava di milioni!

--E il genero e la figlia dove sono?

--In Boemia, in Moravia, che so io?... Indebitati fino agli occhi anche

loro....

--Che _patatrac_!

--La bella speculazione che ha fatto la ragazza Rialdi sposando Leonardo

Bollati!

--Bella tanto! È stata la madre.... Lei, poveretta, s'era innamorata

proprio del cugino....

--E gliene aveva date le prove....

--Casi che nascono!

--Del resto, sarà una buona diavola, ma fisicamente non vai nulla....

--Nulla affatto.... Mostra dieci anni di più di quelli che ha.

Dev'essere giovanissima.

--Oh sì.... Ventuno, ventidue anni al massimo....

--Ebbene se gliene darebbero trenta....

--Il curioso si è che oggi i Rialdi sono in migliori condizioni dei

Bollati.

--Non c'è dubbio.... Tanto più se, come dicono, il conte Luca sta per

diventar consigliere d'appello.

--Consigliere d'appello! Con quei meriti! Non ha fatto mai altro che

giocare agli scacchi.

--Eh, è un posto che gli viene per anzianità.

--Il figlio, ch'è in marina, si farà strada....

--L'ufficiale? Sì, è un giovane d'ingegno, ma una testa calda, una testa

calda.... Uhm!... Vi ricordate la faccenda del duello? E la scena al

Casino?

--Quella volta se non c'era qualche santo che lo proteggeva l'andava a

finir male per lui. Prender la difesa dei Bandiera? Nella sua posizione?

Mentre si tenevano tali discorsi sul conto dei Bollati e dei Rialdi, il

nobiluomo Zaccaria, tornando a casa con la nuora, giudicava severamente

le _cariatidi_ del Caffè Suttil.

--Quella è gente buona da mettere in museo--egli diceva--gente che non

capisce i tempi, come la povera Chiaretta.... E poi tutti rovinati, sai,

tutti, senza eccezione....

I tempi che il conte Zaccaria credeva di capire si facevano sempre più

grossi, e dall'Alpi al Mar Jonio era un fremito di vita nuova che si

manifestava negli scritti, nelle adunanze, nelle dimostrazioni di

piazza. Il nome d'Italia, lasciato un giorno ai poeti ed ai rétori, era

oggi sulle labbra del popolo e non significava più una memoria, ma una

speranza, ma un affetto sentito e gagliardo, preparatore d'opere virili.

E l'amore di patria portava seco come natural conseguenza l'odio contro

il dominio straniero. Palesemente ove non c'eran gli Austriaci,

velatamente nelle terre lombardo venete, si parlava d'una prossima

alzata di scudi; con quali armi non si sapeva ancora, ma gl'Italiani si

contavano, e già pareva loro d'esser tutti soldati per la guerra santa.

I muri si coprivano d'iscrizioni di _Morte ai Tedeschi_.--_W.

l'Italia_--_W. Pio Nono_; strana eppur quasi universale illusione che

associava l'idea del riscatto al nome d'un Papa. E anche Venezia,

accusata fino a quei giorni di spiriti fiacchi, usciva dal lungo

torpore. Il sonnolento Ateneo non isdegnava di entrar esso pure nella

corrente rivoluzionaria e iniziava la discussione d'argomenti sociali ed

economici; le onoranze a Riccardo Cobden nel luglio 1847 furono un

pretesto per inneggiare alla libertà, e il Congresso dei dotti

raccoltosi nel settembre in Palazzo ducale servì a stringer saldi legami

di pensiero e d'affetto tra i migliori uomini della Penisola.

Questa sinfonia allegra del dramma sanguinoso che doveva rappresentarsi

nel 1848 era fatta apposta per isconvolgere interamente la testa debole

del conte Zaccaria. Egli confondeva le faccende pubbliche con le sue

faccende private, vedeva un'intima relazione tra le riforme politiche,

la riscossione dei suoi crediti immaginari, e l'esercizio della non meno

immaginaria miniera; ma quest'era ancora il meno peggio perchè

gl'impediva di accasciarsi sotto il peso delle sue sventure reali. Il

guaio serio era l'inquietudine che gli si era cacciata addosso e che gli

cresceva ogni giorno; gli sembrava, chiamandosi Bollati, di non poter

rimanere estraneo agli avvenimenti, avrebbe voluto discorrere, scrivere,

stampare anche lui qualche cosa (avrebbe stentato a dir che cosa) e

s'irritava delle difficoltà che gli attraversavano la via, del modo

sprezzante con cui certa gente da nulla accoglieva le sue parole. Sotto

l'impressione di queste ripulse egli s'esaltava fuor di misura, e

Fortunata, che sola riusciva a calmarlo, cominciava a temere che la

pazzia innocente del suocero potesse presto o tardi convertirsi in una

pazzia pericolosa. Di qui uno spasimo nuovo per lei, che tremava per la

sua Margherita, eppur non sapeva come impedire al conte Zaccaria di

vederla.

Però queste sue paure non dovevano durare a lungo. Era una giornataccia

di novembre umida e fredda e il conte Zaccaria aveva rinunziato a uscir

di casa. Per tutta la mattina egli non aveva fatto altro che discorrere

strampalatamente, ma tranquillamente, con Fortunata de' due affari che

gli stavan più a cuore, la miniera e la causa di rivendicazione,

dicendo, a proposito di quest'ultima, che voleva sollecitare il Papa a

rispondergli. E invero dall'agosto 1840 al novembre 1847 c'era stato

tempo d'avanzo a maturar la risposta.

Dopo colazione il conte si sdraiò sur una poltrona in fondo del salotto,

mentre Margherita, ch'era oramai una trottolina di due anni e mezzo, gli

s'arrampicava sulle ginocchia e gli chiedeva due cose, _un confetto_ e

_una storia_. Fortunata, seduta accanto alla finestra, rammendava della

biancheria; Leonardo, al solito, era fuori.

Il vecchio gentiluomo diede alla nipote uno zuccherino; poi,

impasticciando insieme le reminiscenze delle fiabe udite dalla balia con

le fantasie del suo cervello malato, raccontò d'un re e d'una regina che

avevano una bimba bella come il sole, e d'un mago che aveva trovato dei

filoni d'oro e con quell'oro aveva fabbricato una casa per mettervi

dentro la bimba, e la casa era grande, grande, grande....

--Grande così--disse la bimba allargando il più possibile le sue piccole

braccia.

--Grande così--ripetè il conte chinando la testa in segno d'assenso.

E non soggiunse altro.

--Nonno dorme--bisbigliò Margherita dopo una breve pausa.

Fortunata si scosse.

--Se dorme, lascialo stare. Vieni qui. Ma la fanciulla non si moveva.

--Nonno dorme--ella tornò a dire.

E intrecciava le sue dita rosee nei capelli bianchi del conte Zaccaria e

chiamava:

--Nonno; nonno!

--Bimba disubbidiente!--esclamò la madre alzandosi

infastidita.--Lascialo quieto il nonno.

Oh il nonno era tanto tanto quieto. Egli non sentì nè l'appello della

nipote, nè il grido della nuora, nè l'irrompere tumultuoso della gente

accorsa in aiuto, nè le preghiere del sacerdote venuto a rendergli gli

ultimi uffici. Il nonno era morto, morto meglio di quel che non fosse

vissuto, morto al suono d'una voce carezzevole che gli blandiva

l'orecchio, morto col sorriso sul labbro, sognando le ricchezze, la

fortuna, gli onori.

Il testamento trovato in un cassetto della scrivania provò le felici

disposizioni d'animo del defunto. Egli legava somme considerevoli a

un'infinità d'Istituti di beneficenza, e nuove Opere pie voleva fossero

fondate col suo nome. Ma largheggiava specialmente in favore di

Fortunata e di Margherita. Alla prima egli assegnava ottomila zecchini

da prelevarsi sul prodotto della miniera aurifera del Friuli; alla

seconda destinava duecentomila lire venete sul credito Steno; a tutt'e

due poi distribuiva perle, diamanti e altri oggetti preziosi che non

esistevano più. Alla figlia maritata Geisenburg lasciava il compimento

della legittima e un fornimento di pizzi venduti da due anni; del conte

Leonardo diceva che la sua condotta dissipata avrebbe autorizzato il

padre a diseredarlo; nondimeno, nella speranza ch'egli si ravvedesse, lo

nominava erede universale, con l'ordine espresso di spingere alacremente

i lavori della miniera e gli atti della causa. Dopo parecchi legati di

minor conto, c'erano istruzioni precise sui funerali che dovevano essere

splendidissimi, e sui due monumenti che Sua Eccellenza Zaccaria voleva

eretti a sè e alla N. D. Chiaretta sua moglie.

Dal primo piano alla soffitta · 第 38 / 57 题