A grado a grado, da quella facilità di illudersi che possono avere anche
i savi, il conte Zaccaria era arrivato a quell'allucinazione permanente
che non hanno se non i pazzi. La sua era una pazzia ilare, innocua,
tranquilla, ma era pur sempre una pazzia, e quand'egli discorreva in
tuono di profonda convinzione dell'immense ricchezze che dovevano
venirgli da cento parti, era impossibile prendere abbaglio sul vero
stato del suo cervello. Tuttavia, in complesso, egli era più da
invidiare che da compiangere. In mezzo al crollo della sua fortuna, egli
stava sereno ed impavido come l'uomo giusto d'Orazio. Non si poteva
andar più a villeggiar sulla Brenta perchè la tenuta era stata mandata
all'asta dai creditori? Egli si stringeva nelle spalle, e diceva che non
gliene importava nulla perchè la Brenta gli era venuta in uggia e voleva
fra poco comperarsi una villa di suo gusto, in collina. Gli stessi
creditori, insaziabili arpie, s'impadronivano del podere situato in
Friuli, proprio quello in cui avrebbe dovuto esserci la famosa miniera?
Il nostro gentiluomo sorrideva con aria di superiorità:--Bah! Il podere
se lo piglino pure.... Quattro campi sterili.... Ma il diritto sulla
miniera l'ho sempre io.... Carta canta.--E tirava fuori una carta, ove
coloro che avevano fatto il sequestro dichiaravano realmente di
rinunziare ai prodotti della _eventuale miniera aurifera che si trovasse
sul fondo_. Questa dichiarazione da burla s'era ottenuta senza fatica,
giacchè, dal conte Zaccaria in fuori, non c'era nessuno che prendesse
sul serio l'esistenza della miniera.
A metter di buon umore Sua Eccellenza Bollati contribuiva altresì il
fermento politico che andava propagandosi per l'Italia. Dopo la morte
della contessa Chiaretta, ch'era una reazionaria di tre cotte, il conte
Zaccaria aveva spiegato una certa propensione alle idee liberali. Diceva
ch'era tempo di finirla, che i popoli erano stanchi d'esser trattati
come pecore, e che il Governo austriaco non meritava più la fiducia dei
Veneziani. Chi sa? Forse egli non era alieno dal credere alla
risurrezione della Serenissima, nel qual caso, se non facevano doge lui,
chi dovevano fare? Ma sopratutto era entusiasta di Pio IX, vero
italiano, vero capo della Chiesa, vero padre dei fedeli. Quello era un
uomo che doveva stabilir il regno della giustizia nel mondo, e per
cominciar bene il _lustrissimo_ Zaccaria sperava che Sua Santità avrebbe
fatto giustizia a lui nella rivendicazione dagli eredi Steno. Poichè la
sostanza Steno era andata a finire da un pezzo nelle mani della Pia
fondazione dei Catecumeni, fondazione, come ognun vede, d'indole
religiosa, e quindi tale da permettere al Papa di guardarci dentro e di
farle restituire il male acquistato. I legali avevano un bel dire che,
quand'anche il credito dei Bollati verso gli Steno fosse stato
sacrosanto, esso era ormai caduto in prescrizione da più d'un secolo; il
conte Zaccaria li lasciava discorrere e sorrideva sotto i baffi. Se il
Papa prendeva le sue parti, importava molto la prescrizione! E a Sua
Santità egli aveva spedito un _memorandum_ di venti pagine tutte scritte
di suo pugno, e non dubitava nemmeno di riceverne presto o tardi una
risposta favorevole. Certo che non bisognava aver fretta; il Sommo
Pontefice era tanto occupato!
Una sola cosa turbava l'ottimismo di Sua Eccellenza Bollati, ed era
l'impossibilità di ottenere l'aiuto del figlio nell'esecuzione dei suoi
disegni. Quel Leonardo era sempre un ragazzaccio, e il conte Zaccaria
non lo nominava senza una certa inflessione di voce e una certa
scrollatina del capo più eloquenti d'ogni parola.--Quel Leonardo--egli
diceva nei momenti di maggiore espansione--non è cresciuto come speravo.
E sì che non si è risparmiato nulla per la sua educazione, e non gli son
mancati i buoni consigli.... Ma! Fatalità!... Capisco; le donne, il
giuoco, il vino sono una gran tentazione per un giovinotto
dell'aristocrazia che non può vivere come un anacoreta, specialmente
quando gli corre nelle vene il sangue dei Bollati;... ma, santo Iddio,
c'è modo e modo... _est modus in rebus...._ Io, per esempio... sì... mi
sono divertito... sempre nei limiti però... sempre tenendo alto il
decoro della famiglia... sempre trovando il tempo d'occuparmi degli
affari, quantunque la gente non lo credesse.... Adesso mi renderanno
giustizia.... Eh, se non ci fossi stato io che scovavo fuori quei due
filoni della miniera e dell'affare Steno, l'aveva da esser bella con
questi anni di cattivi raccolti, con questa petulanza di creditori che
fanno atti, sequestri e ogni specie di porcherie senza un riguardo al
mondo, e come s'io fossi un bifolco simile a loro.... Del resto io me ne
rido... so che a loro marcio dispetto lascierò ai miei eredi il
patrimonio quadruplicato. In fede mia, Leonardo non lo meriterebbe, no
davvero, non lo meriterebbe.
Quanto più il conte Zaccaria si persuadeva dei demeriti del figliuolo,
tanto più egli si mostrava gentile con la nuora. Lodava la sua pazienza
col marito, la sua bontà con la piccina, la sua attitudine a capir le
cose (poveretta! ella ascoltava a bocca aperta i suoi spropositi senza
osare di contraddirgli) e largheggiava sempre maggiormente nelle
promesse. Basta; se ne sarebbe accorta un giorno, dopo la sua morte.
In mezzo a queste volate d'una fantasia inferma c'era però un
sentimento vero. Il conte Zaccaria aveva preso sul serio a voler bene a
Fortunata. Era una di quelle tenerezze della vecchiaia che somigliano
tanto alle tenerezze dell'infanzia, una di quelle tenerezze alimentate
piuttosto dai sacrifizii che esigono che da quelli che fanno. Nondimeno
Fortunata se ne contentava, e nel suo cruccio di vedersi mancar l'amore
del marito, le dimostrazioni affettuose del suocero erano di gran
conforto per essa. Tanto più che la benevolenza del conte si estendeva
alla nipotina, alla quale egli mostrava una tenerezza che non aveva mai
mostrato ai suoi due figliuoli. La bimba, dal canto suo, aveva pel nonno
una simpatia appena agguagliata dalla ripugnanza invincibile ch'ella
provava pel babbo. Già il babbo non le aveva mai fatto una carezza; era
sempre cupo, stralunato, negletto nel vestire, con la barba ispida e i
capelli arruffati; il nonno invece la pigliava volentieri in collo, le
regalava delle chicche e l'affidava col suo viso ordinariamente sereno,
con la persona linda e pulita, con l'intonazione amichevole dei lunghi
discorsi ch'egli teneva alla mamma, passeggiando su e giù per la stanza,
gestendo anche con vivacità, ma senza perdere una tal quale compostezza
di gentiluomo.
Suocero e nuora uscivano sovente a braccetto, e andavano ora a fare una
giratina sulla Riva degli Schiavoni, ora a prendere il caffè da Suttil
in piazza San Marco, ove qualcuno dei conoscenti si accostava al loro
tavolino per barattar quattro chiacchiere. Gli altri avventori si
guardavano strizzando l'occhio e tentennando la testa; poi, quando i
Bollati non c'erano più in bottega, principiavano i commenti.
--È matto....
--Un matto allegro.... Non parla che delle sue ricchezze....
--Invece siamo agli sgoccioli, non è vero?
--Altro che agli sgoccioli!... Tutte le campagne all'asta... citazioni,
oppignorazioni da tutte le parti....
--Uno di questi giorni andrà all'incanto anche il palazzo.
--Lo comprerà il _Milord_.
--Probabile.
--C'è sempre quella gioia del _sior_ Bortolo?
--Sì, c'è ancora... finchè può raspare.
--È stato la rovina della famiglia.
--Ci ha cooperato sicuro.... Ma se avessero avuto un po' di cervello i
padroni....
--E il figliuolo? Vi par poco?
--Non discorriamone neanche.... Quello ha tutti i vizi.... Ed è
crivellato di debiti per suo conto particolare.
--Sì, come se non bastassero quelli della casa.
--Non si capisce nemmeno come tirino innanzi.
--Ma! Vendendo o impegnando il poco che resta.... Le fortune colossali
lascian sempre qualche piccolo avanzo....
--Pensare che si trattava di milioni!
--E il genero e la figlia dove sono?
--In Boemia, in Moravia, che so io?... Indebitati fino agli occhi anche
loro....
--Che _patatrac_!
--La bella speculazione che ha fatto la ragazza Rialdi sposando Leonardo
Bollati!
--Bella tanto! È stata la madre.... Lei, poveretta, s'era innamorata
proprio del cugino....
--E gliene aveva date le prove....
--Casi che nascono!
--Del resto, sarà una buona diavola, ma fisicamente non vai nulla....
--Nulla affatto.... Mostra dieci anni di più di quelli che ha.
Dev'essere giovanissima.
--Oh sì.... Ventuno, ventidue anni al massimo....
--Ebbene se gliene darebbero trenta....
--Il curioso si è che oggi i Rialdi sono in migliori condizioni dei
Bollati.
--Non c'è dubbio.... Tanto più se, come dicono, il conte Luca sta per
diventar consigliere d'appello.
--Consigliere d'appello! Con quei meriti! Non ha fatto mai altro che
giocare agli scacchi.
--Eh, è un posto che gli viene per anzianità.
--Il figlio, ch'è in marina, si farà strada....
--L'ufficiale? Sì, è un giovane d'ingegno, ma una testa calda, una testa
calda.... Uhm!... Vi ricordate la faccenda del duello? E la scena al
Casino?
--Quella volta se non c'era qualche santo che lo proteggeva l'andava a
finir male per lui. Prender la difesa dei Bandiera? Nella sua posizione?
Mentre si tenevano tali discorsi sul conto dei Bollati e dei Rialdi, il
nobiluomo Zaccaria, tornando a casa con la nuora, giudicava severamente
le _cariatidi_ del Caffè Suttil.
--Quella è gente buona da mettere in museo--egli diceva--gente che non
capisce i tempi, come la povera Chiaretta.... E poi tutti rovinati, sai,
tutti, senza eccezione....
I tempi che il conte Zaccaria credeva di capire si facevano sempre più
grossi, e dall'Alpi al Mar Jonio era un fremito di vita nuova che si
manifestava negli scritti, nelle adunanze, nelle dimostrazioni di
piazza. Il nome d'Italia, lasciato un giorno ai poeti ed ai rétori, era
oggi sulle labbra del popolo e non significava più una memoria, ma una
speranza, ma un affetto sentito e gagliardo, preparatore d'opere virili.
E l'amore di patria portava seco come natural conseguenza l'odio contro
il dominio straniero. Palesemente ove non c'eran gli Austriaci,
velatamente nelle terre lombardo venete, si parlava d'una prossima
alzata di scudi; con quali armi non si sapeva ancora, ma gl'Italiani si
contavano, e già pareva loro d'esser tutti soldati per la guerra santa.
I muri si coprivano d'iscrizioni di _Morte ai Tedeschi_.--_W.
l'Italia_--_W. Pio Nono_; strana eppur quasi universale illusione che
associava l'idea del riscatto al nome d'un Papa. E anche Venezia,
accusata fino a quei giorni di spiriti fiacchi, usciva dal lungo
torpore. Il sonnolento Ateneo non isdegnava di entrar esso pure nella
corrente rivoluzionaria e iniziava la discussione d'argomenti sociali ed
economici; le onoranze a Riccardo Cobden nel luglio 1847 furono un
pretesto per inneggiare alla libertà, e il Congresso dei dotti
raccoltosi nel settembre in Palazzo ducale servì a stringer saldi legami
di pensiero e d'affetto tra i migliori uomini della Penisola.
Questa sinfonia allegra del dramma sanguinoso che doveva rappresentarsi
nel 1848 era fatta apposta per isconvolgere interamente la testa debole
del conte Zaccaria. Egli confondeva le faccende pubbliche con le sue
faccende private, vedeva un'intima relazione tra le riforme politiche,
la riscossione dei suoi crediti immaginari, e l'esercizio della non meno
immaginaria miniera; ma quest'era ancora il meno peggio perchè
gl'impediva di accasciarsi sotto il peso delle sue sventure reali. Il
guaio serio era l'inquietudine che gli si era cacciata addosso e che gli
cresceva ogni giorno; gli sembrava, chiamandosi Bollati, di non poter
rimanere estraneo agli avvenimenti, avrebbe voluto discorrere, scrivere,
stampare anche lui qualche cosa (avrebbe stentato a dir che cosa) e
s'irritava delle difficoltà che gli attraversavano la via, del modo
sprezzante con cui certa gente da nulla accoglieva le sue parole. Sotto
l'impressione di queste ripulse egli s'esaltava fuor di misura, e
Fortunata, che sola riusciva a calmarlo, cominciava a temere che la
pazzia innocente del suocero potesse presto o tardi convertirsi in una
pazzia pericolosa. Di qui uno spasimo nuovo per lei, che tremava per la
sua Margherita, eppur non sapeva come impedire al conte Zaccaria di
vederla.
Però queste sue paure non dovevano durare a lungo. Era una giornataccia
di novembre umida e fredda e il conte Zaccaria aveva rinunziato a uscir
di casa. Per tutta la mattina egli non aveva fatto altro che discorrere
strampalatamente, ma tranquillamente, con Fortunata de' due affari che
gli stavan più a cuore, la miniera e la causa di rivendicazione,
dicendo, a proposito di quest'ultima, che voleva sollecitare il Papa a
rispondergli. E invero dall'agosto 1840 al novembre 1847 c'era stato
tempo d'avanzo a maturar la risposta.
Dopo colazione il conte si sdraiò sur una poltrona in fondo del salotto,
mentre Margherita, ch'era oramai una trottolina di due anni e mezzo, gli
s'arrampicava sulle ginocchia e gli chiedeva due cose, _un confetto_ e
_una storia_. Fortunata, seduta accanto alla finestra, rammendava della
biancheria; Leonardo, al solito, era fuori.
Il vecchio gentiluomo diede alla nipote uno zuccherino; poi,
impasticciando insieme le reminiscenze delle fiabe udite dalla balia con
le fantasie del suo cervello malato, raccontò d'un re e d'una regina che
avevano una bimba bella come il sole, e d'un mago che aveva trovato dei
filoni d'oro e con quell'oro aveva fabbricato una casa per mettervi
dentro la bimba, e la casa era grande, grande, grande....
--Grande così--disse la bimba allargando il più possibile le sue piccole
braccia.
--Grande così--ripetè il conte chinando la testa in segno d'assenso.
E non soggiunse altro.
--Nonno dorme--bisbigliò Margherita dopo una breve pausa.
Fortunata si scosse.
--Se dorme, lascialo stare. Vieni qui. Ma la fanciulla non si moveva.
--Nonno dorme--ella tornò a dire.
E intrecciava le sue dita rosee nei capelli bianchi del conte Zaccaria e
chiamava:
--Nonno; nonno!
--Bimba disubbidiente!--esclamò la madre alzandosi
infastidita.--Lascialo quieto il nonno.
Oh il nonno era tanto tanto quieto. Egli non sentì nè l'appello della
nipote, nè il grido della nuora, nè l'irrompere tumultuoso della gente
accorsa in aiuto, nè le preghiere del sacerdote venuto a rendergli gli
ultimi uffici. Il nonno era morto, morto meglio di quel che non fosse
vissuto, morto al suono d'una voce carezzevole che gli blandiva
l'orecchio, morto col sorriso sul labbro, sognando le ricchezze, la
fortuna, gli onori.
Il testamento trovato in un cassetto della scrivania provò le felici
disposizioni d'animo del defunto. Egli legava somme considerevoli a
un'infinità d'Istituti di beneficenza, e nuove Opere pie voleva fossero
fondate col suo nome. Ma largheggiava specialmente in favore di
Fortunata e di Margherita. Alla prima egli assegnava ottomila zecchini
da prelevarsi sul prodotto della miniera aurifera del Friuli; alla
seconda destinava duecentomila lire venete sul credito Steno; a tutt'e
due poi distribuiva perle, diamanti e altri oggetti preziosi che non
esistevano più. Alla figlia maritata Geisenburg lasciava il compimento
della legittima e un fornimento di pizzi venduti da due anni; del conte
Leonardo diceva che la sua condotta dissipata avrebbe autorizzato il
padre a diseredarlo; nondimeno, nella speranza ch'egli si ravvedesse, lo
nominava erede universale, con l'ordine espresso di spingere alacremente
i lavori della miniera e gli atti della causa. Dopo parecchi legati di
minor conto, c'erano istruzioni precise sui funerali che dovevano essere
splendidissimi, e sui due monumenti che Sua Eccellenza Zaccaria voleva
eretti a sè e alla N. D. Chiaretta sua moglie.