XVIII.

La salute non mai vigorosa di Sua Eccellenza Chiaretta ricevette una

scossa gravissima da questo tragico avvenimento. Solo il piacere della

vendetta, che dicono essere il piacere degli Dei, avrebbe potuto far

nascere in lei una benefica reazione, ma il vile uccisore di Romeo era

fuggito e le imperfette leggi della società moderna non tengono conto

del gatticidio. Onde alla _lustrissima_ Bollati non restò altro conforto

che quello di querelarsi e d'imputare al carbonarismo questa nuova

nefandità. Nè, ritornata di lì a poco a Venezia, e ridotta a vivere nel

secondo piano del suo palazzo, ella vi si trovò in tali condizioni da

poter rinfrancarsi di corpo e di spirito.

Adesso sì i Bollati cominciavano ad avvertir davvero i segni precursori

della miseria. Quegli stanzoni del secondo piano, non più abitati, non

più aperti quasi, dopo la morte del vecchio conte Leonardo, avrebbero

voluto lusso di addobbi a rivestirne le larghe pareti, e allegria di

fuochi crepitanti nel caminetto a mitigar il rigore delle lunghe sere

invernali. Invece la mobilia povera e scarsa mal nascondeva i guasti dei

muri screpolati e ammuffiti, e dall'ampie bocche dei caminetti senza

bragie e senza legna, anzichè il calore e la luce, veniva a buffate

l'aria umida e fredda. La sala che, simile a quella del primo

appartamento, divideva longitudinalmente il quartiere in due parti

uguali, era priva di tende e d'ogni specie di suppellettili e metteva i

brividi al solo affacciarvisi, nè la si poteva attraversare che

impellicciati e a capo coperto, provocando una fuga generale dei topi

che non avevano l'abitudine di esser disturbati nelle loro scorrerie.

C'era però una stanza ove i topi non si rintanavano, non fuggivano, ma

guardavano petulantemente l'uomo come un intruso, ed era la cosidetta

biblioteca o piuttosto archivio di famiglia, chè in fatto di libri non

ce n'eran stati troppi in palazzo neppure ai tempi della Serenissima, e

i Bollati, uomini d'azione più che di studio, avevano sempre avuto una

scarsa passione per la lettura. Ma quegli scaffali erano stati pieni di

filze, di buste, di pergamene, di registri che rendevano conto di tutte

le mutazioni avvenute nel patrimonio dallo scorcio del secolo

decimosesto fino alla caduta della Repubblica e ch'erano stati

spesso consultati dagli antichi e coscienziosi amministratori.

Subentrato poi il disordine col predecessore di _sior_ Bortolo e

inaugurato da _sior_ Bortolo stesso il regime dell'anarchia,

l'archivio cadde in assoluta dimenticanza o per meglio dire fu visitato

soltanto da qualche servo infedele che trafugava filze e registri per

venderle ai pizzicagnoli. Ora i rosicchianti compivano l'opera.

Moltiplicatisi prodigiosamente per virtù della vita comoda e delle

facili nozze, essi digerivano con la medesima disinvoltura la carta e il

cartone, lo spago e la pergamena, le prime note e i libri mastri, le

lettere dei gastaldi e quelle delle Eccellenze, i contratti e le

_mariegole_, le _commissioni_ degli ambasciatori e le _promissioni_

ducali. Per distruggerli ci sarebbe voluta una legione di gatti, ma si

preferiva di lasciarli in pace sperando che così rinuncierebbero ad

invadere il resto dell'appartamento. Solite e vane speranze dei deboli

nella moderazione dei forti.

La tristezza dei luoghi era accresciuta dalla solitudine e dal silenzio

che vi regnavano. Non c'era stato neanche bisogno di ridurre il numero

dei servitori; a eccezione di due rimasti o per fedeltà, o per

abitudine, o per la speranza di razzolare ancora qualche cosa, gli

altri, visto che il bottino era fatto, s'eran licenziati da sè. E anche

don Luigi aveva privato la famiglia delle sue prestazioni domestiche e

de' suoi conforti spirituali. Pover'uomo! Non aveva poi tutti i torti.

Sul resto poteva transigere, ma aveva almeno il diritto di mangiar bene,

e dopo la partenza del cuoco non c'era più caso di veder portare in

tavola un piatto decente. Il dotto istitutore del conte Leonardo se ne

andò carico di tutti i suoi manoscritti inediti, imprecando alla sorte

che lo aveva fatto nascere un secolo troppo tardi. Cent'anni prima egli

sarebbe invecchiato pacificamente presso i suoi Mecenati a' quali

avrebbe potuto dedicar le sue opere stampate a loro spese in edizione di

lusso.

In quanto agli antichi conoscenti alcuni non si facevano più vivi, altri

venivano per curiosare; primissima fra questi la contessa Ficcanaso a

cui non pareva vero di andar in giro per la città esclamando con aria

contrita:--Madonna Santa! Quei Bollati a che punto sono ridotti! È una

cosa che stringe il cuore.... Una famiglia come quella!... Io vado a

salutarli per amicizia, perchè non si vedano abbandonati da tutti, ma ci

patisco, in fede mia ci patisco.... Ma! Che lezione pei Rialdi i quali

han messo sossopra cielo e terra per accalappiare il conte Leonardo! Eh!

Se non fosse che per quella pettegola della contessa Zanze si dovrebbe

dire che c'è una giustizia a questo mondo.

Così a poco a poco la loquace femmina lasciava trasparire l'intima

soddisfazione recatale dalle disgrazie de' suoi amici.

E ormai cadevano come foglie secche le ultime illusioni di Fortunata. La

campagna aveva esercitato un'azione pacificatrice sul suo spirito, aveva

avuto la virtù di attutire in lei le impressioni spiacevoli, di render

più intense le impressioni gioconde. E poi la piccola Margherita era

tanto sorridente, pareva tanto felice di trovarsi all'aria aperta, in

mezzo all'erba, agli alberi, ai fiori, che la tenera madre non aveva

tempo da pensare ad altro, nemmeno all'abbandono del marito, nemmeno

alla povertà minacciosa. Oggi la scena era cambiata. La bimba non

sorrideva più, e perdeva il suo bel colore di rosa, e piagnucolava pei

geloni, e mostrava di non comprendere, senza poterlo dire ancora, perchè

l'avessero condotta in quelle stanze fredde e melanconiche invece di

lasciarla dov'era. La bimba non sorrideva più, e Fortunata, priva di

quel sorriso attraverso il quale le cose le erano apparse tinte d'una

luce gaia, si trovava a faccia a faccia con la nuda realtà, e guardava

paurosamente all'avvenire. Che sarebbe di lei, che sarebbe della sua

creatura?

Tentar di scuoter Leonardo, richiamarlo alla coscienza dei suoi doveri,

era impresa disperata. Testimonio, consapevole o no, d'una rovina che

del resto nessuna forza umana poteva evitare, il giovane conte Bollati

s'abbrutiva ogni giorno peggio nei vizii, e per resistere alle preghiere

e ai buoni consigli trovava un'energia che non aveva mai trovato per

fare il bene. Guai se sua moglie gli rivolgeva un'esortazione, un

rimprovero, guai s'ella rimaneva alzata ad aspettarlo quand'egli tornava

a casa nel cuor della notte! Egli la colmava di improperi e si scagliava

contro quelle santocchie che con le loro finzioni di tenerezza e i

sospiri e gli sdilinquimenti e le arie da vittime cercano di dettar la

legge agli uomini e di condurseli dietro come cagnolini. Non l'avevano

ancora capita ch'egli voleva esser libero? Non avevano capito che s'era

tenuto una stanza separata da quella di sua moglie e della bambina

appunto perchè intendeva andare e venire quando e come gli piacesse

senza render conti a nessuno?

Dopo un paio di queste scene, Fortunata non osava più farsi vedere, ma

d'altra parte ella non poteva pigliar sonno finchè non fosse sicura che

suo marito era in casa. E le accadeva sovente, dopo spento il lume, di

mettersi a sedere sul letto, col busto avviluppato in uno sciallo, con

le orecchie tese, con gli occhi fissi nel buio. Nei silenzi notturni le

giungeva distinto dal campanile della parrocchia il suono delle ore, le

due, le tre, le quattro talvolta; finalmente ella sentiva aprir la porta

dello scalone e Leonardo col suo passo strascicato attraversar la sala

ed entrar nella sua camera di cui richiudeva rumorosamente l'uscio

dietro di sè. Non c'era dubbio pur troppo ch'egli venisse a fare

un'improvvisata alla sua sposa, a dare un bacio alla sua figliuola.

Fortunata, singhiozzando, cacciava la testa sotto le coperte.

Intanto, come se le disgrazie fossero poche, la contessa Chiaretta

deperiva a vista d'occhio, e quella primavera bisognò per cagion sua

rinunziare alla campagna. Ella non aveva una malattia ben determinata;

aveva degli accessi di estrema debolezza da cui si rimetteva

temporaneamente per ricader poi nella prostrazione di prima. Il medico

di famiglia che la curava per amicizia tentennava il capo dicendo:--Non

ci vedo chiaro. Tanto può durare degli anni, tanto può morire da un

momento all'altro. Non lasciatela mai sola.

Sua Eccellenza, assistita a vicenda dalla nuora, dalla contessa Zanze e

da una vecchia fantesca, tirò innanzi sin verso la fine dell'estate

continuando ad attribuire ai carbonari tutti i guai pubblici e privati,

e lagnandosi col suo padre spirituale monsignor Lipari (il buon canonico

di San Marco che aveva favorito il matrimonio di Fortunata e Leonardo)

della eccessiva tolleranza dei Governi verso i nemici del trono e

dell'altare. Ma quando nel giugno 1846 Pio Nono salì al Pontificato e un

mese dopo la sua elezione promulgò l'amnistia pei delitti politici, la

contessa Chiaretta non potè resistere a questo nuovo colpo, e prese

commiato da un mondo ove l'ordine naturale delle cose era sconvolto e i

patrizi veneti andavano in rovina e i Papi facevano all'amore coi

rivoluzionari.

Lo scarso numero di gondole che seguirono al cimitero il feretro della

defunta dimostrò a luce di meriggio quanto in basso fossero caduti i

Bollati. E pensare che ott'anni prima mezza Venezia era accorsa ai

funerali del conte Leonardo!

--Buffoni!--brontolava Sua Eccellenza Zaccaria prendendo nota dei pochi

ch'eran venuti e dei molti ch'eran mancati.--Credono che non siamo più

quelli d'una volta. Come resteranno intontiti quando principierò a

mettere in circolazione l'oro della mia miniera!

Con questa fissazione in testa, il conte Zaccaria non ebbe campo di

sentir troppo profondamente la perdita ch'egli aveva fatta. Solo

esternava il rammarico che sua moglie non fosse vissuta abbastanza da

veder rifiorire le condizioni economiche della famiglia. Invece

Leonardo, che si rideva della miniera paterna, provò lo sbigottimento

che i pusillanimi provano sempre allo spettacolo della morte. Dalla

finestra egli accompagnò con lo sguardo il funebre corteggio che usciva

dal portone del palazzo per avviarsi alla chiesa; poi si rannicchiò

pallido e smarrito presso la moglie che, interpretando quell'atto come

un segno di resipiscenza e rasciugandosi le lagrime che le sgorgavano

sincere e abbondanti dal ciglio,--Oh Leonardo--gli disse--per la memoria

della tua povera mamma che adesso è lassù a pregare per noi, per amor di

questa bambina innocente che è pur figlia tua, fa senno, Leonardo. Se è

proprio destinato che la miseria debba picchiare alla nostra porta,

pazienza.... Vogliamoci bene almeno noi che siamo rimasti al mondo,

viviamo l'uno per l'altro, e tutte le privazioni ci parranno lievi....

Credilo pure, la vita che fai non può darti alcuno soddisfazione, non

può che rovinare la tua salute.

Quest'era l'argomento che poteva colpire di più un uomo come Leonardo. E

infatti per alcuni giorni, fosse effetto delle parole di Fortunata,

fosse l'impressione del lutto recente, egli sfuggì i soliti amici e

passò la maggior parte della giornata in casa, contentandosi, miracolo

davvero nuovo per lui, di uscir tre sere di seguito in compagnia della

moglie. Senonchè le abitudini dissolute hanno fra gli altri guai anche

questo, che chi vuol levarsele d'addosso deve non solo combattere le sue

inclinazioni, ma deve pur rassegnarsi a soffrire per qualche tempo cento

piccoli acciacchi sinchè il corpo si avvezzi al cambiamento di stato.

Leonardo, uso a cercare un vigore fittizio nelle bibite spiritose, uso a

respirar l'aria viziata ma calda delle osterie e delle alcove, provava

un malessere indefinibile, un senso di spossatezza, di freddo, di cui

non riusciva a liberarsi. Se si guardava nello specchio, si sgomentava

della sua tinta terrea, dei suoi occhi infossati, delle sue guancie

cascanti; gli pareva di sentirsi vecchio e attribuiva alla breve

astinenza quello ch'era effetto del lungo libertinaggio.

Uno de' suoi compagni di stravizzi, vistolo una mattina per la strada,

gli corse dietro, e battendogli sulla spalla--ehi Bollati--gli

disse--come va?... Hai fatto divorzio dal mondo... Capisco... la perdita

della madre... È una gran disgrazia... ma che farci? siamo tutti

mortali, e i vecchi bisogna che se ne vadano prima dei giovani.... Tu

però... non ci avevo badato... hai l'aria molto patita, sai?...

--Ti pare?--balbettò Leonardo sbigottito di sentir dal labbro di

un'altra persona la conferma di ciò che s'era detto lui stesso.

--Sì, parola d'onore.... Del resto, se stai bene....

--Oh sì, sto bene... sono un po' fiacco....

--Si vede.... Andiamo a prendere un bicchierino di _cognac_?

--No, no....

--Andiamo; pago io.... Voglio procurarmi il piacere di servir Sua

Eccellenza il nobiluomo Leonardo Bollati.... Sua Eccellenza non si

degna?

Leonardo cedette, e dopo bevuto quel bicchierino ripetè l'ordinazione, e

questa volta pagò lui, per sè e per l'amico. Il magico liquore entrava

nel suo stomaco come un padrone che rientra in casa dopo qualche tempo

d'assenza; casa e padrone si riconoscono e sono contenti di ritrovarsi.

--Auff!--esclamò il Bollati tirando un gran respiro.--Adesso sono un

altro uomo.

--Lo credo io--soggiunse il compagno.--Hai subito rifatto una cera da

cristiano.

--Davvero?

--Sicuramente.... Non c'è nulla che ristori come un sorso di

_cognac_.... Si prende un terzo bicchierino?

--Un terzo poi... è troppo.

--Ma che ubbie.... Questo lo giocheremo a pari e dispari.

Così fu fatto e Leonardo perdette.

--A dar retta alle donne si dovrebbe adottare il regime dell'acqua e

latte--egli disse leccandosi le labbra.

--Non tutte le donne però--rimbeccò l'altro.--Ti rammenti della

Mariannina?

--Quale? La figurante della _Fenice_?--domandò il conte Leonardo con gli

occhietti lustri.

--Quella appunto.... Che bevitrice!... È a Venezia di nuovo....

--Diavolo! Da quando?

--Da poco.... Stasera è a cena con noi altri al _Cappello_.... Dovresti

venire anche tu....

--Io?... No.... Sono in lutto....

--Capisco.... Se si trattasse d'una gran cena, se ci dovesse essere

molta gente.... Ma è una cenetta senza pretesa.... non siamo che in

cinque, io, per non dimenticarmi, Arduzzi, Caldieri, Dal Maido e la

Mariannina.... Vieni, vieni....

--No... oltre al lutto... se tu sapessi... ho tanti fastidi....

--Ragione di più per distrarsi.

--Quel maledetto _sior_ Bortolo mi lesina il centesimo....

--Eh... non siamo _in floribus_ nessuno. Appunto per questo s'è limitata

la spesa... Quattro svanziche a testa compreso il vino.... Poi si

pagherà una bottiglia alla Mariannina, tanto per vederla un po'

brilla.... Sai che originale è quando ha bevuto più del bisogno.... Tre

anni fa, al Ridotto, non ti ricordi?

Leonardo si mise a ridere. Se si ricordava! Una notte allegra come

quella non l'aveva passata mai.

L'idea di veder la Mariannina un po' brilla esercitava un fascino

singolare sull'animo del giovane conte. E dopo altri tentennamenti, egli

si risolse ad andare al ritrovo.

E vi andò infatti, ed ebbe il piacere di veder la Mariannina un po'

brilla, ma sembra che non uscisse neppur lui dalla cena in condizioni

normali, se gli amici stimarono opportuno di accompagnarlo a casa e di

aiutarlo a metter la chiave nel buco della serratura.

Spuntava il giorno e Fortunata non aveva ancora chiuso occhio. Le sue

speranze di ricondurre il marito sulla retta via erano durate una

settimana.

Dal primo piano alla soffitta · 第 37 / 57 题