IX.

Il contino Leonardo risanò presto e Beppe Gualdi non ebbe a soffrire che

pochi giorni di carcere per soprusi e violenze, condanna che scandalizzò

molto, per la sua mitezza, la signora Chiaretta.--Ecco a che punto siamo

ridotti,--ella sospirava con don Luigi.--Un bifolco può metter le mani

addosso a un patrizio veneto senz'andar incontro a nulla di peggio che a

una settimana di prigione. Ormai, credetelo pure, anche i Governi sono

d'accordo coi carbonari.

Il sacerdote tentennava la testa.--Pur troppo, Eccellenza, tutto va

male, tutto è corrotto nei tempi moderni, il cuore, il cervello ed il

gusto.... specialmente da noi. In un paese dove un Manzoni può passare

per un grande scrittore non bisogna meravigliarsi di nulla.

Stabilita così la responsabilità indiretta di Alessandro Manzoni nelle

busse toccate dal contino Leonardo Bollati, don Luigi seguitava a

deplorare le infinite cause del, pervertimento degli animi, la mancanza

di religione, l'abbandono delle pratiche del culto, l'uso invalso in

tante famiglie di mangiare di grasso il venerdì e il sabato, ecc., ecc.

--E poi--soggiungeva la contessa--volete che non abbiano una cattiva

influenza quelle invenzioni del demonio che si succedono da pochi

anni?... Vapori di acqua e di terra, illuminazioni a gas e altre

porcherie simili.... Non hanno già cominciato a gettare un gran ponte

sulla laguna per unire Venezia alla terraferma?

Mentre che la contessa Chiaretta e il cappellano si querelavano in tal

maniera delle tristi condizioni dell'umanità, il conte Zaccaria era

occupato a negoziare un decoroso componimento.

Lo scandalo avvenuto nel chiosco chinese non avea soltanto fatto

tramontare ogni possibilità di matrimonio tra la Rosa e il nipote

dell'oste, ma aveva anche recato un colpo gravissimo alla riputazione

della ragazza.

Il gastaldo aveva sentito risvegliarsi a un tratto le sue viscere di

zio, e strappandosi i capelli per la disperazione era corso da S. E. il

conte Zaccaria a dirgli ch'egli era un uomo rovinato, che non avrebbe

potuto sopravvivere al disonore della famiglia, nè reggere al pensiero

che un colpo simile gli venisse da un nobil uomo Bollati. A chi la

mariterebbe adesso la sua nipote? Come risponderebbe ai fratelli della

ragazza, giovani impetuosi e maneschi, che lavoravano in Ungheria, ma

che sarebbero certo tornati in patria appena fosse giunta loro la

notizia dell'accaduto?

S. E. aveva molto ragionevolmente fatto notare al suo interlocutore

ch'egli aveva avuto torto di non accorgersi di quello di cui

s'accorgevano tutti, vale a dire che la Rosetta era un po' civettuola e

che egli doveva custodirla meglio di quel che non avesse fatto.

Ma il volpone non s'era dato per vinto. Sicuro, egli era stato una

bestia, sicuro, la Rosa era una fraschetta, ma egli aveva avuto sempre

tanta fiducia ne' suoi padroni! Quel contino Leonardo egli l'aveva

sempre considerato, salvo la debita riverenza, quale un figliuolo. Di

tutti avrebbe dubitato ma non di lui. E adesso, se quei ragazzi

tornavano a vedersi, come impedire che si riavvicinassero, come impedire

che la tresca ricominciasse?... Ah s'egli avesse potuto spedir la

Rosetta all'altro capo del mondo?... Se avesse potuto sposarla fuori di

paese?... Ma prima dello scandalo non c'era che da scegliere fra dieci a

dodici partiti oltre a Beppe Gualdi: invece dopo quella sera fatale

nessuno voleva più saperne.... Uno solo, forse, non aveva mutato idea,

Menico il caffettiere.... Quel monello lì era innamorato cotto della

Rosa e pareva sempre disposto a prendersela.... Ma come si fa? La Rosa

non aveva un soldo di dote, Menico non aveva neanche la camicia.... Si

doveva lasciarli morir di fame? In quanto a lui, il gastaldo, si sarebbe

levato il pane di bocca per dare quattro soldi alla nipote che gli era

stata raccomandata dal fratello al letto di morte, ma, quant'è vero

Iddio, era al verde, assolutamente al verde.... Anni cattivi, anni

cattivi, e S. E. lo sapeva meglio degli altri.

In ogni circostanza critica il conte Zaccaria ricorreva al consiglio ed

all'opera del suo agente generale. Quell'impagabile _sior_ Bortolo col

suo umore uguale, calmo, sereno, era l'uomo fatto apposta per appianare

i dissidi. Non che escludesse _a priori_ le liti. Quando la dignità

dell'illustre famiglia Bollati lo esigeva, egli sapeva tirarle in lungo

anche più della guerra di Troia, ma negli altri casi egli preferiva gli

accordi amichevoli. Ora, egli aveva un modo tutto suo d'intendere questa

dignità del casato. Se le liti potevano fruttare dei quattrini a lui,

egli diceva che bisognava litigare; se non potevano fruttargli nulla e

aveva invece da sperar qualche cosa dagli accordi, egli sosteneva con

altrettanta energia che bisognava venire a patti.

Fedele a questo sistema, egli suggerì a S. E. Zaccaria di far ponti

d'oro al matrimonio della Rosetta con Menico. La dignità del nome

Bollati imponeva di riparare alle conseguenze della leggerezza del

contino Leonardo, e poichè se ne offriva la propizia occasione era

debito sacrosanto di non lasciarselo sfuggire. Si desse una piccola

sommetta a Menico per aprire, come egli desiderava, un caffè nel vicino

paesetto di Oriago, e ch'egli si sposasse in santa pace la Rosa. E

_sior_ Bortolo tanto disse e tanto fece che il conte Zaccaria si

persuase al sacrifizio pecuniario che gli era richiesto. Già a trovar

il danaro ci pensava l'agente.

La ragazza, rendiamole giustizia, si mostrava molto restìa ad accettare

una simile soluzione, ma il gastaldo, questa volta, fece da zio e da

tutore sul serio, e dichiarò che s'ella non accondiscendeva al

matrimonio, egli l'avrebbe cacciata di casa. Non voleva, no, aver altri

fastidi per cagion sua.

Ond'ella dovette piegare il capo e rassegnarsi a queste nozze ridicole.

È inutile ripetere i commenti che se ne facevano sul luogo e la sorte

che si pronosticava a quel grullo di Menico. Costui però non se ne dava

per inteso, e tutto tronfio per la bellissima fidanzata, lasciava cantar

le cicale, mentre coi capitali di S. E. Zaccaria e sotto il patrocinio

di suo santolo e di _sior_ Bortolo si disponeva ad aprire nel villaggio

di Oriago la nuova bottega di caffè e liquori col titolo pomposo:

_All'Imperatore d'Austria_.

Dopo la sua ingloriosa avventura campestre, il contino Leonardo scivolò

ancora più basso sul lubrico pendìo del libertinaggio. Egli non aveva

ormai altra cura che questa e aveva abbandonato anche l'esercizio del

remo, ch'era stato la passione della sua infanzia. S'era poi emancipato

da ogni tutela e non andava nemmeno col suo signor padre al caffè

Suttil, trovando abbastanza noioso di sentir raccontare dai vetusti

avventori di quel caffè le galanterie di trenta o quarant'anni addietro.

Passava invece la sera e buona parte della giornata con altri giovanotti

della sua età e de' suoi gusti, amanti del bigliardo, del vino e delle

femmine. Quantunque avesse ogni tanto delle vampate di boria patrizia,

non era troppo rigido nella scelta dei compagni; fra questi suoi amici

ce n'erano di nobili, di quelli che, come lui, trascinavano nel fango un

nome storico, ma ce n'erano anche della media e della piccola borghesia;

ce n'erano infine di usciti dai bassi fondi della società, gente rotta a

ogni vizio e priva d'ogni pudore. Costoro vivevano alle spalle dei

camerati facendosi perdonare la viltà del parassitismo con viltà ancora

più grandi.

Al nostro Leonardo erano insufficienti adesso, nonchè i pochi quattrini

datigli dal padre al primo del mese, anche le generose sovvenzioni del

signor Oreste, ed egli doveva ricorrere ai peggiori strozzini della

città per aver danari a babbo morto. Si può immaginarsi a che condizioni

li aveva. Il signor Oreste, che, nella sua qualità di creditore, teneva

d'occhio il padroncino ed era sempre informato dei fatti suoi,

brontolava a vederlo caricarsi di debiti verso altre persone e

minacciava di parlare, tantochè, per tenerlo quieto, conveniva pagargli

di tratto in tratto degli acconti che falcidiavano le somme ricevute a

prestito, e per conseguenza rendevano necessarii de' prestiti nuovi.

È ben raro che simili cose restino segrete, e il conte Zaccaria fu

avvertito che circolavano delle cambiali con la firma di suo figlio.

Vissuto sino allora nella dolce illusione che il contino Leonardo

avesse l'arte di divertirsi a buon mercato, Sua Eccellenza rimase di

stucco all'inatteso annunzio, e dovette mettersi a letto per un travaso

di bile. La particolarità delle cambiali era quella che l'offendeva di

più; debiti ne aveva fatti anche lui in giovinezza, e pur troppo ne

faceva ancora sotto forma di mutui, ma le cambiali le lasciava ai

mercanti. O che il nome di un Bollati doveva figurare a fianco di quello

d'un salumaio?

Il N. H. Zaccaria chiamò a consulto _sior_ Bortolo e l'avvocato di casa,

chiamò _ad audiendum verbum_ il suo nobile rampollo e con uno slancio

d'insolita energia gl'intimò di dargli la nota precisa dei suoi

creditori e della somma che doveva a ciascuno. Ma il contino Leonardo

non era in grado di fornirgli quest'utile informazione; chè non s'era

mai curato di tenere un registro. Aveva sottoscritto le cambiali; che

importava il resto?

A questo proposito l'agente generale e l'avvocato osservarono

concordemente che le obbligazioni assunte dal contino Leonardo, ancor

minorenne, non avevano effetto legale e potevano quindi non

riconoscersi; però il conte Zaccaria, frivolo, dissoluto, improvvido

com'era, conservava qualche buona qualità e ci teneva, a suo modo,

all'onor del casato, nè volle saperne della scappatoia che gli era

offerta. In conseguenza di ciò, tutti quelli che avevano delle ragioni

da far valere verso S. E. il signor contino Leonardo Bollati P. V.

furono invitati a recarsi entro un dato termine nei mezzanini del

palazzo e a presentare i loro titoli al signor Bortolo Segugi, agente

generale della nobile famiglia. Trascorso infruttuosamente il termine

stabilito si approfitterebbe dei diritti concessi dalla legge

relativamente ai debiti dei minori e non si accoglierebbe nessuna

domanda, come si dichiarava fin d'ora di respingere in avvenire

qualunque pretesa relativa a fatti posteriori alla data di quell'avviso.

L'intimazione sortì in parte soltanto il suo effetto; i creditori più

timidi risposero all'appello, e preferendo il certo all'incerto, scesero

volentieri agli accordi; gli altri invece, più avidi di guadagno, più

fiduciosi nella fortuna dei Bollati, stimarono meglio di correre il

rischio e di continuar anzi a sovvenire il giovane Leonardo per

rimborsarsi poi del capitale e degli interessi quand'egli fosse venuto

in possesso del patrimonio. Il conte Zaccaria era già innanzi negli anni

e non era un colosso; non sarebbe mica vissuto eterno. Anche il cuoco,

il signor Oreste, dopo molte esitazioni finì coll'appigliarsi a questo

partito. A voler figurare tra i creditori del padroncino egli metteva a

repentaglio il suo posto, e quel posto era troppo lucroso da giocarlo

sopra una carta.

Durante queste peripezie dei loro nobili congiunti, i Rialdi stavano

sempre nell'ombra. Nessuno si curava di loro, nessuno chiedeva il loro

parere; tutt'al più la querula contessa Chiaretta ripeteva alla cugina

Zanze e alla Fortunata gli sproloqui ch'essa soleva fare due volte al

giorno con don Luigi. Erano variazioni su un unico motivo. Il mondo

andava a rotoli per l'audacia dei carbonari e per la debolezza dei

Governi. Quest'era la ragione per la quale il contino era stato

picchiato dal figlio dell'oste, quest'era la ragione per cui egli era

caduto in mano degli usurai. Non c'era che dire, i suoi difetti egli li

aveva pur troppo, e la contessa Chiaretta, altrettanto energica nel

linguaggio quanto fiacca e nulla nell'azione, ammetteva lei per la prima

che Leonardo era uno scioperato, un vizioso, un uomo ch'ella non si

stupirebbe di veder finire sul patibolo, ma, alla stretta dei conti, di

chi era la colpa? Dei carbonari, dei frammassoni e dei loro acoliti.

Senza di questa brutta genìa, la vecchia Repubblica sarebbe ancora in

piedi, e Leonardo farebbe quello che facevano i suoi nonni, e anche lui,

dopo morto, lo metterebbero in cornice come una brava persona.

--Povero Leonardo!--pensava Fortunata.--Se gli avessero voluto bene,

sarebbe cresciuto diversamente. Altro che i carbonari!... Io però gliene

avrei voluto tanto di bene, gliene voglio anzi come una sorella,

come.... più che come una sorella.... Ma è una fatalità... Egli non mi

dà retta e corre invece dietro a certe femmine.... È vero che quelle son

bellissime... dicono... e io invece... oh perchè, perchè non son bella

anch'io?

E quest'idea di non esser bella, di non piacere a Leonardo, di non poter

salvarlo dalla rovina del corpo e dell'anima l'accorava fuor di misura

e le impediva di gustare quel po' di bene che c'era in famiglia. Perchè

in casa Rialdi pareva essersi aperto uno spiraglio alla fortuna. Dopo

dieci anni di aspettativa, il conte Luca aveva finalmente ottenuto una

promozione che aveva il duplice vantaggio di farlo guadagnare di più e

lavorare di meno, giacchè è noto che nei pubblici impieghi ognuno lavora

in ragione inversa della paga che ha. Però questo era il meno. Le

maggiori speranze dei Rialdi erano oramai concentrate in Gasparo, a cui

sembrava riservato davvero uno splendido avvenire. L'anno stesso del suo

imbarco, vale a dire il 1840, egli aveva la buona ventura di prender

parte alla fazione di San Giovanni d'Acri e di coprirvisi di gloria,

tanto da esser citato con lode speciale nell'ordine del giorno del

comandante, e di passar alfiere di vascello, primo tra i giovani usciti

con lui dall'Accademia di Sant'Anna. Più tardi la sua intrepidezza in

una burrasca, l'audacia e il sangue freddo con cui egli aveva diretto

un'imbarcazione alla riscossa di alcuni naufraghi, avevano confermato la

sua fama di marinaio valoroso ed intelligente, e gli avevano procurate

nuove dimostrazioni di stima da' suoi superiori.

La contessa Zanze, che nella sua fervida fantasia lo vedeva già

ammiraglio, gli perdonava ormai il suo carattere impetuoso e la sua

avversione ai parenti Bollati, e nelle rare e brevi gite ch'egli faceva

a Venezia lo costringeva a passeggiar con lei una o due ore al giorno

per la piazza S. Marco con la sua bella uniforme in dosso e con la sua

spada al fianco. Visite egli non voleva farne a nessun patto; bisognava

dunque ch'ella trovasse un altro mezzo perchè le sue conoscenti lo

ammirassero e nello stesso tempo ammirassero lei ch'era sua madre.

Anche Fortunata era orgogliosa di suo fratello, ma quanto più egli

cresceva in riputazione tanto più ella si sentiva intimidita e quasi

sgomenta al suo cospetto. Egli, vedendola sempre malinconica, faceva di

tutto per darle confidenza e per indurla ad aprirsi con lui, ma non

c'era caso, le parole le morivano sul labbro. Già nel fondo del suo

cuore, la giovinetta maturava un pensiero che non osava rivelare a

nessuno, il pensiero di entrare un dì o l'altro in un chiostro. Colà

almeno ell'avrebbe pregato giorno e notte per Leonardo.

Dal primo piano alla soffitta · 第 25 / 57 题