X.

Si sa quel che dura l'energia degli uomini deboli. È uno scatto e nulla

più. Stupiti essi medesimi del loro insolito vigore, ripiombano tosto

nell'irresolutezza e nell'indolenza di prima. Così avvenne al conte

Zaccaria. La tarda severità mostrata verso il figliuolo poteva ancora

dar qualche frutto, ma per ottener ciò bisognava che essa non rimanesse

un fatto isolato, che iniziasse un nuovo sistema di relazioni

domestiche, un nuovo periodo di vigilanza operosa. Invece il N. H.

Zaccaria lasciò che le cose camminassero coi loro piedi, e le cose

tornarono a camminare pel sentiero sdrucciolevole su cui egli era

riuscito a fermarle appena un momento. Il contino Leonardo, alienato

ancor maggiormente dalla famiglia in seguito al chiasso poco onorevole

che s'era levato intorno al suo nome, ripigliò le sue abitudini

dissolute, s'invescò peggio che mai nella cattiva compagnia e perdette

ogni verecondia. L'illustre casato, il largo censo (almeno creduto

tale), l'aspetto piacente gli avrebbero spalancate tutte le porte, e la

cosidetta buona società, tanto benevola pel vizio elegante, avrebbe

perdonato volentieri a' suoi rotti costumi, sol ch'egli avesse saputo

rispettar le apparenze. Ma a lui era intollerabile qualunque freno ed

egli non s'acconciava a nessun ritrovo ove convenisse moderare il suo

linguaggio da trivio. In tal modo il contino Leonardo Bollati, sul

quale, da fanciullo, molte mamme avevano fabbricati i loro castelli in

aria, diventava a poco a poco un partito impossibile, e _sior_ Bortolo,

l'agente generale, vedeva allontanarsi la probabilità di ristorare con

una bella dote le pericolanti fortune della famiglia. Tutt'al più, si

sarebbe forse potuto sperare di trovar un dì o l'altro qualche

pizzicagnolo arricchito che per _nobilitar_ la figliuola non badasse al

resto; ma figuriamoci se il lustrissimo Zaccaria e la lustrissima

Chiaretta, con la loro boria, avrebbero acconsentito a un matrimonio

simile. Ora, per fare a meno del loro consenso, era necessario aspettare

che il contino Leonardo fosse uscito di minorità, ossia, come

prescriveva il Codice austriaco, ch'egli avesse compiuto i

ventiquattr'anni, e l'ottimo _sior_ Bortolo, che vedeva la proprietà

stabile dei Bollati coprirsi rapidamente d'ipoteche dubitava molto di

poter tirare innanzi a forza di palliativi sino a quel tempo. Comunque

sia, il coscienzioso agente non ommetteva di far di tratto in tratto

l'inventario delle ragazze milionarie, anche se gobbe, sbilenche o

avariate nella riputazione, che potevano in caso disperato offrirsi

come ancora di salvezza al padroncino, quando un avvenimento imprevisto

sconcertò tutti i suoi disegni.

Una sera il contino Leonardo si mise a letto con la febbre e in breve la

malattia prese un tale carattere di gravità da incuter seri timori. Da

un pezzo il giovine non ispirava personalmente la minima simpatia, ma

l'idea che con lui sarebbe perito l'unico rampollo maschio di una grande

famiglia e che il palazzo Bollati e gli oggetti di valore che vi si

trovavano sarebbero andati a finire, alla morte del conte Zaccaria, in

mano di gente straniera, destò una certa commozione in paese e fece

seguire con viva sollecitudine le varie alternative del male.

Ma questo a noi preme poco o punto. Quello che ci gioverà di sapere si è

che l'infermità del contino Leonardo fece riacquistare alla contessa

Zanze Rialdi una parte dell'influenza che da qualche anno ella andava a

grado a grado perdendo in casa Bollati. Era costume inveterato della

contessa Zanze, quando c'era qualche malato grave tra i suoi conoscenti,

di recarsi in persona presso la famiglia, e lì, senza tante cerimonie,

profferire i propri servigi, l'opera sua, i lumi della propria

esperienza. Era madre di famiglia, aveva fatto pratica co' suoi

figliuoli, i quali, pur troppo, avevano avuto il morbillo, la rosolia,

la tosse canina e tutte le piaghe d'Egitto, e nondimeno eran sani e

salvi più per virtù delle sue cure che per virtù del medico.

Se poi il suo zelo derivasse da bontà d'animo, da spirito inframmettente

o dalla speranza di guadagnarsi qualche bel regalo, questo è quello che

non si potrà mai sapere con precisione; forse esso derivava da tutte

queste cose unite insieme. O forse si nasce infermieri e flebotomi come

si nasce poeti. Certo si è che la contessa Zanze non aveva chi la

pareggiasse nel mescere un farmaco, nel fasciare un salasso,

nell'accomodare i guanciali sotto il capo di un giacente, e, sia detto

coi debiti riguardi, nell'applicar cataplasmi d'ogni maniera.

Era naturale che con queste singolari attitudini ella si mettesse subito

a disposizione dei suoi cari parenti, dicendo che ella aveva visto

nascer Leonardo e lo considerava come un'altra sua creatura, e poteva

benissimo far presso di lui le veci della madre, la quale, cagionevole

di salute e nervosa all'estremo, non era assolutamente in condizione da

assistere inalati.

La contessa Zanze Rialdi piantò quindi le sue tende in palazzo Bollati

tirandosi dietro anche il marito e la figliuola, a cui nessuno preparava

più da colazione e da pranzo, giacchè la rispettiva moglie e genitrice

non si fidava della donna di servizio, e da buona massaia stimava

opportuno di non far nemmeno accendere il fuoco in cucina. Però il conte

Luca e Fortunata andavano ogni sera a casa a dormire.

Invece la contessa Zanze stava dì e notte al letto di Leonardo che le si

era affezionato con quel trasporto col quale gli egoisti sogliono

affezionarsi a coloro di cui hanno bisogno e pel momento in cui ne

hanno bisogno. Egli non prendeva le medicine da altri che da lei, non

ubbidiva che alla sua voce, non voleva lasciarla mai uscire di camera,

e, nel suo immenso terrore della morte, aspettava da lei sola la sua

salute.

Per più settimane il nostro giovinotto fu in gran burrasca, e in tutto

questo tempo don Luigi dovette consacrarsi interamente alla

_lustrissima_ Chiaretta e assisterla nelle sue pratiche religiose o

apparecchiarla con esempi della Sacra Scrittura a sopportar con animo

forte la prova che pareva esserle serbata dal Signore. In complesso la

torpida contessa Zanze aveva l'aria di voler rassegnarsi presto, e S. E.

Zaccaria era in molto maggiori angustie di lei. Nessuno però soffriva

quanto Fortunata, che passava le notti senza chiuder occhio, piangendo a

calde lagrime e pregando i Santi e la Madonna per la salvezza di suo

cugino. Se almeno le avessero permesso di rendersi utile, se le avessero

permesso di aiutar sua madre nei suoi uffici d'infermiera! Ma non c'era

caso; non la lasciavano nemmeno entrare in camera; le dicevano ch'ella

non avrebbe fatto che confusione. Solo qualche volta, mentre aprivano

l'uscio adagio adagio, ella, che era venuta in punta di piedi

nell'andito, s'affacciava allo spiraglio, e nella penombra della stanza,

in fondo all'alcova, vedeva un viso affilato, due occhi smorti, due mani

lunghe e scarne che giacevano immobili sulla coperta del letto. Povero

Leonardo! Com'era ridotto! Non lo si riconosceva quasi più.

Alla fine i medici dichiararono che l'ammalato era fuori di pericolo, ma

che la convalescenza sarebbe stata assai lunga, perchè ogni strapazzo

avrebbe potuto produrre una ricaduta fatale. Essi soggiunsero altresì

che se il contino ci teneva a campar molti anni, egli doveva menar una

vita più regolata. Ed egli che aveva avuto quel po' di battisoffia che

sappiamo, promise tutto ciò che gli si domandava.

Appena Leonardo fu in istato di veder qualcheduno, Fortunata impetrò la

grazia di dargli un saluto; poi le visite di lei divennero più lunghe e

più frequenti, e allorchè egli principiò ad alzarsi, ella fu ammessa a

tenergli compagnia per un paio d'ore al giorno.

Quasi tutti quelli che escono da una grande malattia si sentono come

attratti verso il loro passato, verso le persone, verso gli affetti

della prima giovinezza. Così l'albero investito dal turbine sente le sue

radici. Il contino Leonardo, nel riaffacciarsi ora alla vita, rivedeva

con maggior simpatia dell'usato la compagna de' suoi giochi infantili, e

l'accoglieva con una espansione a cui ella non era più avvezza e che le

empiva l'anima di giubilo. Ella diceva a sè stessa ch'ella aveva avuto

ben ragione a difenderlo, poveretto! quando gli altri lo accusavano.

Covava il suo male, ecco la ragione de' suoi modi aspri, de' suoi

stravizzi, di tutto. E poi c'eran stati i falsi amici che lo avevano

traviato, que' falsi amici ai quali il portone del palazzo Bollati era

ormai chiuso per sempre, e che Leonardo aveva giurato di non guardare

più in faccia. Adesso che stava bene, adesso che nessuno gli dava

cattivi consigli, egli era un altr'uomo. Ah! che trionfo sarebbe stato

per Fortunata il poter dire a suo fratello Gasparo:--Vedi chi di noi due

s'ingannava!--Perchè quel suo fratello era così ostinato! Le poche volte

ch'egli le scriveva una riga trovava sempre la maniera di far qualche

allusione spiacevole al cugino Bollati. Non s'era commosso neppure alla

notizia della malattia. «Desidero che Leonardo guarisca--egli aveva

scritto sdegnosamente ai suoi genitori--perchè non si deve augurar male

a nessuno, ma in fin dei conti la sua morte non sarebbe una disgrazia nè

per la famiglia, nè per Venezia, nè per l'Italia.»

--L'Italia! Che cosa c'entra l'Italia?--brontolava il conte Luca.

Se c'entrasse l'Italia è assai dubbio, ma secondo la rispettabile

opinione del nobile Piero Canziani, c'entrava nientemeno che l'umanità.

Infatti la guarigione del contino Leonardo ispirò la Musa dell'insigne

poeta, e gli dettò un lunghissimo ditirambo, che S. E. Chiaretta,

avvertita che non era un _sonetto_, chiamò _un verso_. Ora il

componimento del nobile vate esordiva così:

Sorgi, o contrita umanità. Dal coro

Sgombra il vano terrore;

Questo figlio d'eroi vive e non muore.

Dal primo piano alla soffitta · 第 26 / 57 题