VIII.

Forse il conte Luca aveva ragione a voler mantenere una politica di

assoluta neutralità, ma, d'altra parte, la contessa Zanze non aveva

torto nel presagire che quest'intrigo del contino Leonardo e della

Rosetta sarebbe andato a finir male. Era una cosa troppo lunga, e, come

dice il proverbio, le cose lunghe diventan serpi. In città, Leonardo

aveva mille distrazioni che gl'impedivano di pensare alla nipote del

gastaldo, ma quand'era in campagna gli occhi bellissimi e il sorriso

affascinante della Rosetta esercitavano sopra di lui il solito impero.

Inoltre c'era ormai di mezzo anche un po' di puntiglio. Egli giurava e

spergiurava a sè medesimo di venirne a capo, di non voler essere

raggirato più a lungo da una contadina, di non voler più contentarsi

d'una carezza e d'un bacio a ogni morte di papa. Per la Madonna! Egli

non aveva mai avuto queste abitudini, e le Candide, le Olimpie e le

Serafine non lo avevano mai fatto sospirar tanto. Però questi propositi

risoluti del contino Leonardo si spuntavano contro le arti sopraffine

della ragazza, la quale pareva aver imparato la civetteria in una

capitale. Ella accettava i regalucci del suo spasimante, gli diceva di

volergli bene, accordava quello che non era possibile di negargli, ma in

quanto al resto, nemmen per sogno. Comunque sia, questa tattica era

piena di pericoli, ed era evidente che non poteva durare a lungo,

soprattutto, se, in mezzo ai tanti farfalloni che svolazzavano intorno

alla Rosa, fosse spuntato un pretendente serio. In verità il pretendente

serio tardò abbastanza a venire, e le buone amiche della Rosa si

tenevano sicure ch'esso non sarebbe venuto più, perchè, siamo giusti,

chi doveva sposare quella sguajata? C'era bensì un tal Menico, garzone

di caffè, povero di quattrini e di spirito, il quale dichiarava di

languir d'amore per lei e d'esser pronto a darle il suo nome, ma a

nessuno passava pel capo che la Rosetta si adattasse a sposar quello

zotico di cui ella era la prima a burlarsi, quantunque Menico fosse

sotto la protezione del gastaldo, ch'era suo santolo.

Per altro, allorchè Beppe Gualdi, il figlio dell'oste, finita la ferma

militare, tornò in paese e s'attaccò subito ai panni della ragazza, si

cominciò a susurrare nei crocchi che, se la Rosetta aveva giudizio, lo

sposo era bell'e accalappiato, perchè Beppe non era uomo da perdersi in

galanterie senza costrutto e aveva già detto di voler prendere moglie.

Naturalmente uno sciame di persone officiose, per la maggior parte

madri che avevano figliuole da marito e zitelle che cercavano un

collocamento, si diedero premura di metter sull'avviso il giovinotto,

informandolo di tutte le chiacchiere che correvano sul conto della

Rosetta. Era proprio peccato che un galantuomo cascasse in così cattive

mani. Ma Beppe troncò presto i discorsi, rispondendo che aveva ormai il

dente del giudizio e ch'era in grado di regolarsi da sè. Ai suoi intimi

poi diceva che le chiacchiere dei maligni non gli facevano nè caldo, nè

freddo, e che non si stupiva punto se la Rosetta aveva tante nemiche,

perch'era più bella e più vivace delle altre. Del resto egli era

disposto ad ammettere che le fosse piaciuto di farsi corteggiare anche

dal contino Leonardo, ma al suo posto tutte avrebbero fatto lo stesso. A

lui bastava che queste galanterie non avessero seguito, ed egli non

avrebbe certo domandato formalmente la mano della Rosetta finchè non si

fosse assicurato da sè che tra lei e il contino era troncata ogni

relazione.

La Rosetta non provava nessun entusiasmo per Beppe Gualdi, che aveva una

diecina d'anni più di lei, ma non voleva disgustarlo, nè darla vinta

alle sue rivali che gli tendevano le loro reti; inoltre, per aliena

ch'ella fosse dal matrimonio, non era poi così grulla da rinunziar

troppo leggermente a un buon partito. Onde si mostrava piena di

deferenza pel suo nuovo adoratore e rideva e scherzava con esso intorno

al contino Bollati, i cui stupidi omaggi, ella diceva, non avevano

servito che a tenerla di buon umore.

Il figlio dell'oste era ripatriato alla fine dell'inverno, mentre i

Bollati non erano in villa, ciò che sulle prime diede buon gioco alla

nostra civettuola. Le difficoltà vere dovevano affacciarsi più tardi,

nell'autunno, quando la Rosetta sarebbe stata messa al punto o di

decidersi per uno dei suoi due innamorati o di sfoggiare un'arte

maggiore del solito per corbellarli entrambi. Era anche fuor di dubbio

che allora tutti quelli che le volevano male sarebbero stati con tanto

d'occhi aperti per coglierla in fallo.

Ne venne di natural conseguenza che il contino Leonardo Bollati,

quell'anno, trovò la Rosetta notevolmente mutata, cosa che non poteva

accadergli in peggior momento, giacchè egli s'era impegnato con certi

suoi compagni di libertinaggio a non tornare a Venezia senz'aver vinto

l'ultime resistenze della capricciosa fanciulla. E a raggiungere meglio

il suo fine, egli s'era munito d'un anellino di brillanti il cui

splendore, a parer suo, era atto a trionfare di ben altre virtù

femminili che di quella della nipote del suo gastaldo.

Dinanzi agli ostacoli impreveduti che intralciavano la sua via, il

contino Leonardo, quantunque fosse un balordo, si condusse, per una

volta tanto, da uomo di spirito. Non andò in escandescenze, non perdette

il suo sangue freddo, ma non depose le armi e fidò nella fragilità

femminile.

C'era un'altra bellezza campagnuola che pretendeva contrastar la palma

alla Rosetta, e ch'era stata tra le più implacabili nel giudicarla. Il

giovine conte, che non s'era occupato mai di costei, cambiò tattica a un

tratto, le si avvicinò ripetutamente, le disse di quelle paroline che

suonano così dolci alle donne, solleticò insomma in tutti i modi la sua

vanità. Queste galanterie non rimasero segrete, chè la prima a non voler

che rimanessero tali era la persona alla quale esse erano fatte.

Figuriamoci s'ella poteva resistere al gusto di umiliare la Rosetta che

l'aveva per tanto tempo guardata d'alto in basso! E la Rosetta n'ebbe

una rabbia da non dirsi. Che Leonardo, disgustato dal suo eccessivo

riserbo, si curasse appena di lei, pazienza; ma ch'egli corteggiasse la

Filomena (era il nome della rivale) questo passava davvero ogni misura.

Solo a pensarci le veniva da piangere. E se la prendeva un po' con

tutti. Con la Filomena, s'intende; con Leonardo, ch'era volubile e di

pessimo gusto, con quel noiosissimo Beppe Gualdi che faceva il geloso,

con lei stessa che gli dava retta. Ah, se un giorno essa diventava sua

moglie, come gliel'avrebbe fatta pagare!

Intanto, una mattina, mentre il contino Leonardo tornava alla villa per

una scorciatoia, egli vide la Rosetta che pareva occupata a coglier

margherite sul ciglio del sentiero. Avrebbe voluto far lo spavaldo e

passare avanti, ma ell'era troppo bella, troppo procace in

quell'atteggiamento, col seno che quasi le traboccava dalla bustina, ed

egli sentì una ondata di sangue caldo salirsi alla testa.

--Buon giorno, Rosetta--egli disse fermandosi sui due piedi.

Ella finse una grande sorpresa, arrossì e lasciò cadere i fiorellini che

teneva in mano.

--Ti faccio paura?--ripigliò il giovane. E soggiunse più basso:--Come

sei bella stamattina! Meriti proprio il tuo nome; sei un bocciuolo di

rosa.

--Oh--ella rispose--la Filomena è molto più bella di me.

Il contino Leonardo si strinse nelle spalle.

--La Filomena non è degna neanche di baciar la terra su cui tu cammini.

La fisonomia della Rosetta s'illuminò dal piacere; nondimeno ella si

tenne in un certo riserbo:--A me dice così, a lei invece....

--O che credi sul serio ch'io sia invaghito della Filomena?

--To!!... Come se non lo credessero tutti quanti?...

--Tutti quanti credono male, quest'è la verità.... A ogni modo, che te

ne importa se hai la testa piena del tuo Beppe Gualdi?

La ragazza fece un gesto d'impazienza.

--Un brav'uomo--seguitò Leonardo--un po' maturo per te... ma dal momento

che gli vuoi bene....

--Che ne sa lei se gli voglio bene, o no?

--Oh bella! risponderò anch'io: tutti lo dicono.

--La gente chiacchiera per aprir la bocca.

--E allora perchè sei stata così cattiva con me quest'autunno?--incalzò

il contino passandole un braccio attraverso la vita.

Essa resisteva.--No, no, mi lasci.... Se qualcuno ci vede.

--Non c'è anima viva--replicò Leonardo. E, pronto ormai ad ogni più

ardita impresa, le stampò un bacione sul collo, mentre cercava di

spingerla fuori del sentiero, in un campo di grano turco, le cui canne

alte e fitte potevano essere un eccellente riparo contro gli sguardi

indiscreti.

Quantunque alla giovane ripugnasse l'idea di questa capitolazione

vergognosa, non si sa quel che sarebbe accaduto, se proprio fra le canne

del grano, a poca distanza dal luogo ove si trovavano i due giovani, non

si fosse inteso un improvviso fruscìo, come di persona che si aprisse

bruscamente il passaggio, forse per entrare, forse per uscire dal campo.

Pur non si vide nessuno e poteva esser benissimo un'illusione dei sensi.

Ma il momento buono era passato, e il timore d'essere scoperta ridonò

alla Rosetta il suo sangue freddo. Anche Leonardo divenne subito più

circospetto. Egli non aveva un'anima di leone, e non avrebbe voluto

tirarsi addosso la collera di Beppe Gualdi, ch'era uomo capace di non

guardare in faccia nemmeno a un'Eccellenza. Ottener la vittoria

senz'affrontare il pericolo, ecco il magnanimo ideale del nostro

valoroso contino.

Così Leonardo e la Rosetta si separarono di lì a poco non senza

promettersi che si sarebbero riveduti.

E si rividero in fatti più volte, ma sempre con infinite cautele e

sempre per brevissimi istanti. Però questa intimità avrebbe dato i suoi

frutti alla prima occasione propizia. Del resto, Beppe Gualdi non si

lasciò scappar con la Rosetta una parola che accennasse a qualche suo

sospetto, nè la Filomena fece a Leonardo alcuna scena di gelosia. Ne

venne una sicurezza fallace che doveva portar tristi effetti. Perchè i

due giovani che credevano aver delusa la vigilanza altrui erano invece

spiati a ogni passo. Il loro incontro presso al campo di frumentone

aveva avuto per testimonio un monello di dodic'anni, fratello della

Filomena, il quale raccoglieva alcune pannocchie cadute, e dileguandosi

non visto era corso subito ad avvertir sua sorella che la Rosetta s'era

lasciata dare un bacio dal _signorino_. La Filomena scattò come una

molla, e voleva fare uno scandalo, ma, riflettendoci meglio, pensò di

consultarsi con Beppe Gualdi, il quale non era uomo da sopportare in

pace una canzonatura di questa specie. Sulle prime Beppe fece alla

Filomena l'accoglienza che gl'innamorati fanno sempre a chi accusa

dinanzi a loro la persona a cui vogliono bene; poi, calmatosi alquanto,

le ordinò severamente di tacere e di lasciare a lui la briga di chiarir

quest'imbroglio. Guai a lei se si tradiva col contino Leonardo, guai. In

tal modo ella dissimulò per paura, egli dissimulò per calcolo e

provvide in maniera da esser informato per filo e per segno di tutto ciò

che Leonardo e la Rosetta facevano e architettavano. Egli godeva d'un

certo credito fra i terrazzani, era largo nello spendere, e gli era

facile trovar gente disposta a rendergli servizio. E poi, pare

impossibile, i servizi che la gente rende più volentieri son quelli coi

quali, giovando a qualcheduno, si può nuocere a qualchedun altro.

Insomma Beppe non tardò ad acquistare la certezza che la ragazza lo

ingannava, e vi fu anche chi gli riferì queste precise parole dette

dalla Rosa al contino per schermirsi da un abboccamento più intimo del

solito ch'egli le chiedeva con insistenza:--«Come devo fare se ho sempre

quel seccatore fra i piedi?»--Il seccatore era lui, Beppe Gualdi. Ah!

bisognava finirla e costringer quei due sfacciati a levarsi la maschera;

bisognava sorprenderli insieme in un luogo, in un'ora che non desse loro

mezzo di scampo. Perciò Beppe finse di dover andare a Padova per un

affare di suo padre, e disse alla Rosetta che sarebbe tornato soltanto

di lì a tre o quattro giorni. E s'assentò realmente, ma invece di andare

a Padova, si ridusse nella campagna d'un suo compare, poche miglia

distante, ad aspettarvi le notizie che gli sarebbero state date dagli

amici zelanti. Quelle notizie non si fecero attendere un pezzo. La sera

del giorno seguente a quello in cui Beppe era partito, Leonardo e la

Rosetta dovevano trovarsi nel chiosco chinese della villa Bollati, un

chiosco che non s'apriva mai e del quale il contino si era fatto dar la

chiave dal giardiniere. Secondo tutti gl'indizi, la Rosetta s'era

lasciata tentare dalla speranza d'un bel regalo. Ell'aveva avuto

l'imprudenza di dire alla figlia del maniscalco che le mostrava un

anellino di smalto regalatole dal fidanzato:--Oh lo smalto ci vuol poco

ad averlo.... Ma son poche quelle che possono avere i brillanti.--Sta a

vedere che tu ne hai--rimbeccò l'altra ironicamente. La Rosetta non

rispose, ma guardò la sua amica con una tale aria di commiserazione da

far intendere che l'averne dipendeva da lei.

Gli amici diedero a Beppe tutti questi particolari con maligna

compiacenza, ma quand'egli, il cui amore s'era convertito in odio, li

invitò ad aiutarlo per somministrare una buona lezione a quel libertino

del conte Leonardo, sorsero mille scrupoli e mille dubbi. Non c'era

ragione di mettersi in lotta coi Bollati; i signori, si sa, hanno per

loro la polizia, e gli stracci vanno sempre all'aria. Che Beppe

piantasse la Rosetta era troppo giusto, ma in quanto al contino era

meglio non occuparsene.

Però questi consigli non ebbero presa sull'animo risoluto del giovane. E

poichè nessuno volle venire con lui, egli solo, poco prima dell'ora

fissata pel ritrovo dei due amanti, s'introdusse per una siepe nella

villa Bollati, e si appiattò in una macchia di lauri a pochi passi dal

chiosco. Il contino Leonardo non istette molto a comparire, aperse con

la chiave la porticina del chiosco, accese un lanternino che spargeva

intorno una luce fioca, e poi si fermò sulla soglia ad aspettare. Di lì

a dieci minuti s'intese un suono di passi affrettati e leggeri, una voce

sommessa (la voce di Leonardo) disse:--_Avanti_;--una figura di donna

avviluppata in uno scialle rasentò la macchia di lauri ove Beppe s'era

appiattato, ed entrò rapidamente nel chiosco. Egli la lasciò entrare,

resistendo alla tentazione di gettarsele addosso e di stritolarla, ma,

quando la porticina fu chiusa, egli, vi si precipitò contro con impeto,

ne scompaginò con un colpo vigoroso il debole assito e piombò come un

fulmine fra la Rosetta e il suo damo. Non aveva seco armi di nessuna

specie e nemmeno un bastone; ma con pugni e calci bene assestati mandò

il contino a ruzzolar nell'erba, mentre teneva stretta pei polsi la

Rosetta e la colmava d'ogni sorta di vituperi. Le grida acutissime di S.

E. Leonardo misero a soqquadro la villa. I servi uscirono coi lumi, i

cani da guardia latrarono a piena gola scuotendo furiosamente la catena,

la contessa Chiaretta che giocava a tresette dimenticò di accusare la

_napoletana_ di spade, S. E. Zaccaria si fermò nel bel mezzo d'una

spropositata dissertazione agricola col fattore, gli ospiti

tramortirono, e Fortunata, pallidissima, si trascinò fino alla portiera

a vetri che dava sul giardino; poi, mancandole le gambe, dovette

appoggiarsi a uno degli stipiti per non cadere.

Intanto Beppe Gualdi, pago di aver conciato il rivale pel dì delle

feste, era riuscito a ripassare la siepe prima che i suoi inseguitori lo

raggiungessero, mentre che il contino Leonardo, raccolto dai servi tutto

pesto e sanguinolento, era trasportato a casa e deposto sopra un canapè.

Per fortuna c'era lì presente il dottore, il quale dichiarò che non

c'erano lesioni pericolose e fece le prime medicature. Anche la Rosetta,

pazza di terrore, era stata ricoverata in cucina dalla servitù.

Leonardo, ch'era un vigliacco, piangeva e urlava come un bambino. Solo

di tratto in tratto egli interrompeva le sue lamentazioni per

gridare:--Bisogna denunziarlo alla Polizia quel cane, bisogna farlo

condannare a morte.--E nel dir così digrignava i denti e agitava le

braccia con piglio minaccioso.

Dal primo piano alla soffitta · 第 24 / 57 题