_A._--Nel domestico patrimonio, se mal non mi appongo. E innanzi a

tutto antichissima voce è _mandraccio_, con il qual nome in più luoghi

della penisola veggo significata quella parte più secura ed interna

delle stagioni navali, che i latini diceano _angiporto_. È voce

semitica, che vale appunto _ricetto_, _stazione_. Un porto di Rodi avea

questo nome, che troviamo anche in Cartagine. Dalla quale non sarebbe

vana congettura il supporlo a noi derivato, sapendo che i suoi navili

solean frequentare le prode della Liguria, e cavarne i più destri suoi

frombolieri. Non gli si potrebbe a buon dritto negare cittadinanza

italiana. Erri a partito se tieni che il nome di _brigantino_

risalga allo inglese _brig_ o al gallico _brich_; altri ebbe già a

dimostrare doversi la sua radicale ricercare in _briga_, _brigare_,

nel significato di _procaccio_, _procacciare_, essendo noto che

siffatti legni nelle origini loro adoperavansi a servigi d’un naviglio

maggiore. E anche colla voce _rotta_ dovrai riconcigliarti se osservi

che altro è la _route_ de’ francesi, altro la _rotta_ o _rompimento_

degli italiani, i quali per rotta intendono il solco che fa la nave

_rompendo_ i flutti marini, ossia spostando le acque colla carena, e

perciò modo significativo e bellissimo[13]. Nè _landra_ mi par tal

voce da menar grave scandalo, per quanto abbia smesso dell’onestà sua

primitiva, trapassando, come alcune altre, nelle lingue furfantine e

ne’ lupanari. _Bigotta_, cioè carrucola senza puleggia vale, nè sono

io già il primo a chiarirlo, _doppia gocciola_, poichè questi bozzelli

van sempre appaiati, e arieggiano que’ membretti d’architettura che

diceansi _gocciole_ o _guttae_; e perciò voce pur essa italiana e

laziare, dacchè questo attrezzo era anch’esso noto agli antichi[14].

Ne la parola _stazzo_, per capacità della nave, merita che tu gli

faccia il viso dell’armi, poichè fu accolta e carezzata dal Caro[15].

Dovrai amicarti egualmente con la voce _calumare_, per non tirarti

addosso gli sdegni di messer Ludovico[16]. D’eguale legittimità va

improntato il vocabolo _randa_, a cui farai di cappello, non fosse che

per riverenza a Dante Alighieri[17]; essa ci viene da _randellare_ o

_distendere_, per l’ufficio che fa appunto la vela di randa. _Straglio_

ci richiama al verbo straggere, che vale tirare in altra parte, come fa

il cavo che tira l’albero di fronte, dove le sartie e le parasartie gli

fan di sostegno dai lati e sull’asse maggiore[18]. Quanto a _ralinga_,

col qual vocabolo, parmi, designate la corda cucita intorno le vele

per rinforzarne le bardature, noi ne troverem la ragione nel latino

_riligare_, come a _tonnellata_ darem padre il tonnello, che successe

alla veggia o botte, ch’era intorno il secolo XIV l’unità per valutare

la capacità delle navi.

_N. B._--Il tuo ragionamento quadra a capello; sarebbe ostinazione

il negarlo: tutto ciò corre evidente e piano com’olio. Ma tu devi

avere omai secco il gorzuzzolo; Schiaffino, fa di dare aria a qualche

bottiglia delle tue _Cinque Terre_.

_A._--Non prima che io abbia detto del _pappafico_, che tanto ti sa di

ridicolo.

_N. B._--Questo poi è un voler stravincere ad ogni costo, e ben sai

ch’ogni soverchio rompe il coperchio.

A.--Bene sta, ma pur odi. Pappafico nomavasi nel secolo XIII e forse

anche più innanzi quel capuccio a becchetto, ossia quell’arnese di

panno, che assestavasi in capo per ischermo della pioggia e de’ venti:

dal quale uso, per un vago traslato, passò a significare il velaccio

o la vela di punta de’ bastimenti. E questo aggiungo colla scorta del

Guglielmotti[19], intendentissimo delle materie navali, che una tal

vela per lo innanzi diceasi _suppara_ o _suppa_, con vocabolo or ito in

disuso, ma vivo in quel verso di Dante:

La vendetta di Dio non teme suppe:

verso inintelligibile al volgo de’ chiosatori, ma facile e piano a chi

non ignora che davasi tal nome a una vela, poichè si vedrà allora

tralucere in esso un sublime concetto: essere, cioè, inutile far forza

di remi o di vele per isfuggire le vendette celesti.

_N. B._--Un nuovo orizzonte, tua mercè, mi si è aperto allo sguardo. Io

sentia bensì dentro una voce che mi rendea ripugnante ad avere in conto

di barbaro il nostro lessico marinaresco, e quasi per istinto diceami,

che opere proprie di nautica in cui questo linguaggio si contenesse,

dovea possedere l’Italia, e leggi, statuti, regolamenti, elenchi,

contratti, proverbi, relazioni di viaggi, di scoperte e di guerre: ma

il manco di forti studi non mi consentia di dare un passo più innanzi.

_A._--E drittamente sentivi, sovvenuto, com’eri, dal tuo potentissimo

ingegno; e se da te stesso non giungesti a scorgere il vero, ne dêi

accagionare la tempestosa tua giovinezza e gl’istessi tuoi studi

indirizzati più a moderni che non agli antichi scrittori; ma più di

tutto a quella pressochè universale opinione che sfata il linguaggio

marino, come dammeno; opinione che venne in noi ribadita da Bernardino

Balbi, da Simon Stratico ed altri, i quali pretesero recar giudizio

di cose che punto non conoscevano. Oh! escano fuori una volta dai

lor gabinetti i saccenti della giornata, che van sbraitando contro la

parlatura de’ marinai, viva fin dall’origini del nostro linguaggio, e

si convincano alfine che essa deve rifarsi alle antiche sue fonti. E

già tutto nelle materie navali si volge all’antico. Io veggo rinnovarsi

le navi corazzate e rostrate: rifarsi rembate e castelli; la forza del

naviglio concentrarsi nella testa anzichè ne’ fianchi, la forma dello

scafo allungarsi, la spinta delle palette dell’elice tener luogo de’

remi.. .. ..

_N. B._--Io qua’ ti volea per conoscere se cotesta schietta lingua

italiana sarebbe da tanto da porgerci la descrizione della macchina a

vapore de’ nostri navigli. Essendo essa un trovato affatto recente,

sarei di credere.. .. ..

_A._--Io ti offrirò tal descrizione di questa macchina, non che de’

suoi più minuti congegni e delle lor varie funzioni, che tu stesso

dovrai confessare che mai t’avvenne di leggerne la più esatta e

completa.

_N. B._--Tu vai troppo innanzi, tu vai.. ..

_A._--E per giunta te l’offrirò in isplendidi versi, quali appunto

sapea tornire Lorenzo Costa, dal cui poema il _Colombo_, troppo a

torto negletto, io la tolgo. Prestatemi orecchio:

Luogo è sovr’esso la naval sentina

Non lunge all’arco della proda interna

Ove dedala man ponea capace

Clibano ardente; dall’infusa copia

De’ fossili carboni alimentato

Saetta un caldo, che simil nè bronzo

Cosse, nè ferro alla fucina, quando

Il mantaco più forte aura vi soffia.

A lui fe’ quindi sovrastar col peso

Di tutta l’acqua che nel centro aduna

Fermo lebete: rinterzate piastre

Condusse intorno a’ suoi fianchi, e la bocca

Ne suggellò d’impenetrabil chiuso.

Poichè sforzando ogni sottil meato

Nel cavo rame il sottoposto incendio

Si traforò non rattenuto e mosse

Vicino assalto alla nimica sua,

Quella agitarsi, gorgogliar bollente,

Urtar e riurtar dentro i pareti

La stanza che l’infesto ardor disagia:

Poscia dall’imo al circolar coperchio

Su per lo collo d’una canna bugia,

In vaporoso nembo attenuata,

Salir veloce. Ma perchè non mai

Dall’ignea sferza dileguata o scema

Sia la cagion della fumante uscita,

Altra pur v’inserì girevol doccia

Come a rincalzo, e l’ordinò siffatta

Che l’un de’ capi suoi nel bulicame

Tien sempre immerso, e l’opposito insala

Fuor del naviglio, e con perpetua vece

Infonde il mar dove la fiamma asciuga.

La qual se molto divampando il fiero

Turbine ingrossi de’ volanti effluvii,

Pur lì s’interza di minor sifone

Tondo spiraglio, in cui sovente isfoga

Quel gran soperchio, e via per l’animella

Che nel transito suo scatta leggera

Va sciolto all’aer vivo e si disperde. . . .

Segue il vapor con misurato ascenso

La prima entrata, e dolcemente infuso

Nell’alvo d’una tromba, ivi sue forze

Tutte sprigiona e a bene oprar comincia.

_N. B._--Potente di bellezza e di vero, è questa pittura, e se il resto

consuona ... Ma qui forse viene il difficile.

_A._--Viene infatti il difficile, e lo sente il poeta che pur non si

perita a sgroppare magistralmente quel nodo. Udite:

.....La mirabil tromba

Co’ piè l’interior dificio abbranca,

E aderge il fusto che d’un largo istesso

La cavità che non ha sghembo aggira:

Lo stremo è chiuso, e s’incappella il sommo

Di lamina tegnente, e giù vi casca

Da vertical sospeso asta di ferro

Cilindrico volume, e per lo vano

A scender sempre ed a salir disposto,

Mobile è sì che non accerta il dove.

Sopra la base e sotto inver la cima

Son due forami, e da quel fianco aperti

Che un quarto parallelo organo affronta

Di stupendo artificio. Entra le vuote

Latebre o vena che dal mar vi bagna,

O lo spiro dell’aria, e il loco verna

Continuamente. L’una mole e l’altra

Benchè distinte di potenza e d’atto

Si dan mutuo soccorso, e par che nuovo

Sentimento d’amor scuota le fibre

Dell’inerte metallo e n’avvalori

Il congiurato sforzo ad un intento;

Chè dentro la maggior mole compagna

Dal fomite vicino in nugol fitto

Penetra il guazzo ribollente e occupa

L’intima chiostra. Allor ne va sospinto

Il pendulo serrame, e si raccoglie

Verso l’altezza ove dall’orlo estremo

Fa il denso fumigar subito salto

Per la cruna di sopra, e al ferreo dosso

Puntando gravemente lo rincaccia.

Ma dello scender giù nulla sarebbe,

Chè la piena costipa a randa a randa

La via dal mezzo e vi frappone intoppo;

Senonchè fuor della gelata gola

Sbuca un alito vivo, e mesce addentro

L’accidioso fummo e lo rappiglia,

Sì che di lui riman solo parvente

Quasi un rorido velo, e cade a piombo

L’imminente cilindro. In questa forma

Il freddo vuota ed il bollore intasa

E la suprema e la sottana bolgia

Del terzo ricettacolo, e solleva

Sempre ed atterra quell’assiduo moto

Il volubile ordigno. . . . . . .

. . . . . . Il moto si dirama

Pel diritto manubrio ad uno stelo

Il cui centro su lunga asse librato

Contrappesa amendue le braccia opposte

Come in bilico lance. Ivi una verga

Il punto aggrappa che più dista eguale

Dal principio motore, e poi dà leva

Torcendo alquanto sua rattezza, e gira

Le ruote magne che son pinne al ventre

Della nuova e diversa orca natante.

_E. S._--Mirabile invero!

_N. B._--Sublime!

_A._--Lasciate che io m’affretti alla fine:

È strepito ne’ lati, è turbinio. . . . . . . .

. . . . . . . Abbriva il legno e guizza

Rapidissimamente, e qual se tratto

Fosse per l’ampio mar da cento coppie

Di volanti corsieri, il mar guizzando

Sega l’ardito legno, e fuor l’immane

Troncon che sopra vi torreggia e fuma,

Di caligine ondante in ciel fa zona.

_N. B._--Io non credo che la musa italiana abbia osato affrontare

giammai così temerarî argomenti e trattarli con tanta chiarezza. Io

mi ti do piè e mani legato. Tu hai dissipato nella mia mente e soluto

que’ dubbi in cui stavasi avvolta; sicchè molto in breve stringendo,

parmi aver raccolto, che Italia nostra possedeva ab antico una lingua

marinaresca completa e che intatta fu a noi tramandata, poichè l’arte

del navigare mai non venne qui meno. Che se nei due ultimi secoli

d’oppressione e di schiavitù, non sferrarono da porti italiani armate

di guerra eguali a quelle d’altre nazioni che di tanto avanzavanci,

s’ebbero però qui sempre arsenali, cantieri e marinai che bastarono a

conservarci il patrimonio della favella navale: patrimonio ricchissimo,

e pur troppo quasi ignoto a noi stessi.

_E. S._--Aggiungi che molte voci già avute in conto di rozze o

accettate dagli stranieri, son per contro di puro conio italiano,

passate in un co’ nostri capitani ed artefici ad arricchire le

marinerie d’altre nazioni. Son queste le tue conclusioni?

_A._--Sono: e resta a dire soltanto che se corre un qualche divario fra

le parlature della nostra gente di mare, non certo eguali ma simili

in tutti i porti italiani, queste dissomiglianze, invero assai lievi,

ànnonsi a riferire alla diversità della pronuncia, alle desinenze, alle

elisioni proprie dei diversi dialetti: ma l’essenza della locuzione è

invariabilmente la stessa. Quando io sento l’agile e schietto idioma

de’ nostri marinai, mi par di vivere ancora ne’ secoli delle nostre

glorie navali; che poco o nulla è mutato il lor linguaggio da quello

de’ nostri grandi ammiragli: i Pessagno, i Colombo, i Vespucci, i

Dandolo, i Grimaldi, gli Spinola, i Morosini, i Doria, i Colonna ed

i Cossa. Con questo idioma tra i denti Biagio Assereto sgominava, il

sapete, le armate di due potenti corone: e Leone Strozzi vincea la

giornata di Wight, rompendo Inglesi e Spagnoli. E fo voti che usando

questo linguaggio possa in breve un qualche prode italiano seppellire

nel fondo dell’Adriatico il naviglio tedesco, sostituendo all’odierno

grido di guerra--_abbasso le brande_--che troppo mi sa di bastardo, il

solenne e italico grido--_armi in coverta_[20].--

A queste parole un fremito convulso, come di furore e di rabbia,

invase la persona di Bixio: i suoi occhi brillavano di luce sanguigna,

e strette le pugna, giacque immerso in tempestosi pensieri. Taciti

lasciammo la nave, andando ciascun di noi per i suoi venti, non senza

averci ricambiata una stretta di mano e fatta promessa di ripigliare di

curto la nostra discussione. Ma del mandarla ad effetto per allora fu

nulla. Correano que’ giorni in cui Giuseppe Garibaldi raccoglieva tra

noi il fiore della gioventù italiana per lanciarla al riscatto delle

provincie meridionali: e Nino Bixio, che fu l’Aiace della gran gesta,

impadronitosi di viva forza, siccome è noto, del vapore il _Lombardo_,

facea vela per la Sicilia. Ma il desiderio di ritornare nel debito

onore il linguaggio marinaresco, e avanzare sotto ogni aspetto le

nautiche discipline, da quel giorno in lui non ebbe più tregua. Ognun

sa quanto egli si travagliasse perchè fosse creata una Giunta, o,

come dicesi, una _Commissione d’inchiesta_, la quale dovesse indagare

le nostre condizioni marittime, per accertare quai nuove proposte e

migliorie fossero tuttavia bisognevoli, e fondare scuole e istituti

atti a formar valenti capitani, esperti piloti, abili maestranze e

marinai. Di qui gli accurati suoi studi sull’Arsenale di Venezia, le

sue ricerche sulla industria del ferro, sì strettamente connessa alla

questione della costruzione e corazzatura de’ legni; di qui l’alto

ossequio al P. Alberto Guglielmotti, di cui predicò le lodi in Senato,

e volle in Roma nel 1870 complire in un col suo stato maggiore.

Lo Schiaffino, commesso a un altro capitano il suo legno, si ridusse

in Camogli, ove spese la vita a beneficare la gente di mare e a

volgerne in meglio le sorti; vero tipo del marinaio italiano, che ha

per divisa: _petto di bronzo e cuor d’oro_. Noi lo rivedrem già canuto

a bordo del _Maddaloni_, per ripigliarvi con Nino Bixio la trattazione

dell’interotto argomento.

_DIALOGO II._

DA Nino Bixio convitato ad un desinare di bordo sul _Maddaloni_,

ebbi la lieta ventura di abbattermi con Francesco Buzzoni che ne fu

il capitano, col dott. Mariano Saluzzo, con Emilio Schiaffino, il

vecchio lupo di mare, e con Agostino Tortello, colui, cioè, che in

quattro anni e mezzo di navigazione percorse 87,370 miglia marittime,

e perciò 29,530 più di Magellano; tagliò ben otto volte l’equatore

con una goletta, la _Sofia_, di non più che centoventi tonnellate e

coll’equipaggio di soli cinque uomini; degno di andar di conserva

coi più ardimentosi nocchieri. Evidentemente volle il Bixio raccolti

al suo desco quegli uomini espertissimi nelle cose marinaresche per

sentirne i consigli, specie per quanto riguarda il linguaggio navale,

ch’egli in un collo Schiaffino avea preso a caldeggiare con quella

tenacità di propositi, ch’era propria della sua indole. Però durante la

mensa non si fe’ cenno di ciò; i ragionari furono di molti e diversi:

squisita l’imbandigione in ispecie per vini di varie ragioni; la gioia

e l’ilarità regnava in noi tutti. Il convito già volgeva al suo fine,

quando levatosi in piè Agostino Tortello:

--Io v’invito, disse, o Signori, ad un brindisi al Maddaloni ed al suo

valente armatore, augurando possa egli trovare nelle Indie orientali

ben più oneste accoglienze di quelle che v’ebbe altra volta.--

Un solo e prolungato evviva scoppiò dal labbro de’ commensali. Senonchè

le ultime parole del Tortello aveano desta in noi tutti la curiosità

di conoscere quai venture incolsero al Bixio nel suo primo viaggio in

quelle remote contrade. Ond’è che pressato da tutti noi, cominciò il

suo racconto in tal guisa.

_Nino Bixio._--Nel 1846 io lasciai il naviglio di guerra, e insieme

con due miei fidatissimi amici, il Tini e il Parodi, feci disegno di

imbarcarmi con essi loro per il Rio della Plata. Sorgeva allora a ruote

nel porto sur un’àncora di leva un legno americano diretto a caricar

pepe in Sumatra, e in difetto di meglio salpammo su quello in qualità

di marinai. Non l’avessi mai fatto! Il capitano, per quanto onesto

e abilissimo, apparteneva alla setta dei _quaqueri_; quindi a bordo

letture di Bibbia, sermoni, preghiere, digiuni e una austerità di

contegno e di modi, qual maggiore non avremmo trovata in un chiostro

di certosini. A noi baldi di giovinezza e di brio, ed anche un po’

scappati, se vuolsi, quella vita di santimonie e di ferrea disciplina

piacea come il fumo negli occhi; io m’ero sciolto dalla milizia per

desiderio di più libera vita, ed eccomi dalla padella cascar nella

brace. Voi conoscete l’adagio de’ marinai genovesi:

Senza vino si naviga,

Senza mugugni, no;[21]

e a noi perfino il _mugugno_, era severamente interdetto. Si convenne

perciò tra noi, appena ce ne venisse il destro, di disertare. Infatti,

giunti dopo prospera navigazione rimpetto a Sumatra, divisammo

d’attendere la notte, lanciarsi ne’ flutti e afferrare a nuoto la

riva. Calate le tenebre, il Parodi assai meno avventato di Tini e di

me, ci pose innanzi il pericolo de’ pescicani e de’ squali, ond’erano

infestati que’ mari, e che da più giorni vedevansi saltellare, come

monelli, attorno alla nave; e noi per tutta risposta--_non te ne

incaricare_--e giù a capo fitto nelle onde. Ed egli di botto con noi.

Nuotammo facilmente per alcune ore: ma la terra che di notte c’era

sembrata sì presso, parea fuggire da noi e farsi più ognora lontana.

Cominciava a fallirci la lena: pur si filava alla meglio, or _facendo

il morto_, or nuotando di fianco: ma s’era spossati e quasi esausti di

forze. Diedi attorno uno sguardo, e veggendo il Parodi assai discosto

da noi, come men destro nuotatore che egli era, mi volsi per trarre in

suo aiuto, quando a un tratto, ch’è, che non è, mi scomparve dinanzi.

Pur troppo un di que’ voraci predatori del mare, de’ quali egli

presentiva il pericolo, l’aveva azzannato e travolto nel fondo; io

n’ebbi certezza dall’agitazione dell’onda e dalla nera pinna del mostro

a fior d’acqua, che intravidi nel punto in cui ci fu tolto per sempre.

Povero amico mio! Non posso pensare a lui senza sentirmi stringere il

cuore!

Cominciava ad albeggiare. Il rischio d’essere noi pur divorati da

quegli enormi cetacei, ci aggiunse vigore; e buon per noi che scorgemmo

non discosto un banco di corallo, ove dopo sforzi inauditi ci fu dato

sostare. S’era omai rifiniti di stento e di fame. La fresca aura

del mattino ed alcuni frutti di mare che agevolmente cogliemmo, ci

ristorarono alquanto. La terra ci stava dinnanzi, ma occorrevano a

raggiungerla non manco di tre ore di nuoto. Non c’era via di mezzo:

o morir di fame in quello arido scoglio, o tentare quel guado. Ci

buttammo adunque un’altra volta tra i flutti, e tanto sbracciammo

di nuoto, che si giunse alla riva, ma come e in qual modo, vattelo

a pesca: poichè fummo raccolti privi di sensi sul lido. Io rammento

soltanto, che aprendo gli occhi, mi vidi disteso accanto il Tini, che

già cominciava a riaversi, e una moltitudine di Malesi, intesa a

sovvenirci di bevande e di cibo. Forse que’ selvaggi ci tennero per

esseri privilegiati, non potendo comprendere come ci venisse fatto

di sfuggire ai capidogli onde ribocca quel golfo. Certo è che fummo

trattati con la più squisita amorevolezza, fino a vestirci con calzoni

rossi di seta e con tutti quegli altri fronzoli che colà si costumano.

Queste cortesie durarono per alcuni giorni, e del vedermi addobbato in

quel modo, io facea le grasse risa col Tini.

Ma ci cadde in breve la benda, poichè ci avvedemmo essere tenuti quai

prigionieri. Non basta: un più serio pericolo ci minacciava; quello

cioè, di dover sottostare alla formalità rituale e religiosa, che

l’Islamismo impone ai credenti. Noi fieramente ci rifiutammo a subire

la barbara operazione. Ma un ordine espresso del re imponeva a’ nostri

custodi di eseguire colla forza quell’infame cerimonia sopra di noi.

Non c’era più scampo; la nostra circoncisione dovea quanto prima

eseguirsi. Ma v’ebbe chi vegliava su noi. Il buon quaquero, preso

terra, seppe della nostra prigionia, e ammirato della fermezza con

cui ci opponemmo a mutar religione e a subir la legge de’ Mussulmani,

propose a’ selvaggi il riscatto dei due fuggitivi. Qual moneta

sborsasse a ricomprarci, non mi fu dato sapere; cert’è ch’egli ci

accolse qual padre amoroso, e seco ci tradusse in America, da dove poi

trassi in Anversa e a Parigi.

Ed ora che m’avete costretto a snocciolarvi queste mie buacciolate,

io penso rifarmene a misura di carbone su tutti voi, invitandovi a

trattare, come in famiglia, di cosa che altamente interessa noi tutti:

il linguaggio di mare. È un vecchio tema, e parecchi di voi lo sapete,

che giova omai ripigliare. Il nostro amico sostiene, ed io consento

con lui, che l’Italia ha una lingua navale antichissima, originale, a

cui attinsero tutte le nazioni civili, e che noi dobbiam tener monda

da forestiere sozzure, se, quali di nome, vogliamo essere italiani

anche nelle opere. Ed io fo qui giuramento che a bordo del Maddaloni

non comporterò mai, che s’usino parole e modi diversi da quelli che a

noi somministra la patria favella. Mi parrebbe delitto di lesa nazione.

Posso io fare assegnamento su voi?

_Agostino Tortello._--Rispondo per tutti: tu il puoi. Più volte mi

frullò pel capo il pensiero del debito che lega noi tutti, quello,

cioè, d’affermare l’unità della patria anche nel linguaggio navale

che va a poco a poco sconciandosi per l’assidua intromissione di voci

barbare, mentre si hanno in casa locuzioni a dovizia atte a significare

quanto ragguarda la nostra professione: velatura, manovra, nave,

attrezzi di bordo, fenomeni atmosferici e simili cose. Se le altre

nazioni, io dicea fra me stesso, pongono tanto studio a non usare che

modi dedotti dal corpo della lor lingua, oh perchè gli uomini di mare

italiani non faranno altrettanto? Perchè sopporteranno che una strana

mistura di voci rinnovi a bordo delle lor navi l’esempio della torre di

Babele?

_N.B._--Quà la tua mano. Per tutti i fuochi di Sant’Elmo, tu m’hai

compreso d’un fiato.

_A.T._--Senonchè mi sviò dal tentare qualche cosa in proposito l’idea

del ridicolo che gli uomini di picciola levatura, i quali mal sanno che

lingua vale nazione, avrebbero potuto gittare sovra una proposta, che

vuole essere messa fuori da uomini da ciò, e patrocinata da chi abbia

il mestolo in mano e voce in capitolo.

_Francesco Buzzoni._--Parmi or giunto veramente il tempo accettevole

per tradurre la proposta ad effetto. La parola del general Bixio,

rincalzata dall’autorità de’ patrî scrittori, suona autorevole in alto,

non che presso gli uomini di mare, i quali educati come omai sono alle

scienze e agli studi, agevolmente comprenderanno, che l’unità della

lingua nelle cose marinaresche, è anch’essa una suprema necessità de’

tempi che corrono.

_Emilio Schiaffino._--Altro adunque non resta, che a stringere una lega

fra noi. Nino Bixio se ne ponga a capo; una breve ma efficace scrittura

dimostri alla gente di mare che tanto sente l’amor della patria, ciò

ch’essa attende da loro: si sparga largamente un tale scritto in tutti

i porti della penisola: e al vostro ritorno dalle Indie olandesi vi

sarà dato veder già qualche frutto dell’opera nostra.

_N. B._--Certamente una lega fra gli uomini di mare condurrebbe

spacciatamente allo scopo: ma l’esperienza pur troppo m’ha appreso,

che tornerà malagevole il rannodarla. Non siamo più ai tempi in cui i

Milanesi aveano stretto il patto di non più fumare. Si tenti ad ogni

modo la lega, ma non sia questa la sola via per arrivare la meta.

_E. S._--Che altro dunque proponi?

Linguaggio e proverbi marinareschi · 第 3 / 5 段